JOYCE CAROL OATES.
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LA DONNA DEL FANGO.
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Traduzione di: Giuseppe Costigliola.
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2013. Edizioni Mondadori, MILANO. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Devi essere preparata dice la donna con voce calma, e nel silenzio della notte lungo una strada tortuosa estrae dalla borsa di tela delle forbici. Preparata a cosa? Le sue parole risultano incomprensibili alla bambina che tra poco verr abbandonata sulle rive melmose del Black Snake River, sotto un cielo cupo dove i corvi volano alti.
Preparata lo  sempre, Meredith M.R. Neukirchen. La prima donna rettore di un'universit della Ivy League non  tipo da lasciarsi cogliere alla sprovvista. La sua dedizione alla carriera e il fervore morale con cui vi si dedica sono esemplari, e finora le hanno fatto affrontare ogni ostacolo, ogni nemico senza timori, uscendo trionfante da tutti i conflitti. Adesso per i molti fili, pi o meno segreti, della sua vita rischiano di intrecciarsi in un groviglio che potrebbe mettere a dura prova la sua sicurezza: un amore da tenere nascosto, il clima politico negli Stati Uniti che stanno per scendere in guerra contro l'Iraq, le insinuazioni imprevedibili di uno studente. E poi c' un incauto viaggio in macchina che la spinge in luoghi remoti, al contempo intimamente familiari e irriconoscibili: quella strada tortuosa lungo il fiume melmoso, la bimba del fango, il Re dei Corvi, un'intera vita che M.R. Neukirchen crede di essersi lasciata alle spalle...
Joyce Carol Oates d vita a un mondo dove il passato bussa implacabile alle porte del presente, pronto a mettere in questione ogni divisione pacificata tra il mondo dell'infanzia e quello dell'et adulta, tra il presente di successo costruito con fatica e i demoni di un passato tenuto a distanza, tra la perfetta apparenza pubblica e una tumultuosa vita interiore. E ci pone di fronte a domande cruciali: quanto  labile, nelle nostre vite, il confine tra realt e immaginazione? Pu una donna perdersi nel proprio passato e trovare nei suoi fantasmi la forza per nascere un'altra volta?
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L'AUTRICE.
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Joyce Carol Oates  nata a Lockport, Stati Uniti, il 16 giugno 1938. Dopo essersi laureata comincia la sua fertilissima attivit di autrice e si stabilisce con il marito a Detroit. Insegna quindi all'Universit di Windsor in Canada e dal 1978 al 2014 all'Universit di Princeton. Dal 1978  anche membro dell'American Academy of Arts and Letters nonch Professor Emerita in the Humanities col corso di Scrittura Creativa. Successivamente  professore alla University of California di Berkeley, dove insegna "short fiction".
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Gi nel 1970 venne consacrata come una delle massime scrittrici del suo paese con il National Book Award, il pi importante premio letterario degli Stati Uniti ed ha vinto anche numerosi altri premi letterari, inclusi due O. Henry Award, la National Humanities Medal e il Jerusalem Prize;  stata inoltre finalista del Premio Pulitzer.
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Autrice e intellettuale americana eclettica, tra le pi prolifiche della letteratura americana. Ha frequentato ogni genere letterario in prosa e in versi: romanzi, racconti, narrativa per l'infanzia, poesie, drammaturgie, saggi; ha pubblicato nell'arco di sessant'anni oltre cento libri. Come ha osservato lo scrittore John Barth "L'opera di Joyce Carol Oates copre ogni angolo della mappa estetica". Oggi  unanimemente annoverata tra i pi importanti autori mondiali.
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Dedica: A Charlie Gross, mio marito e mio primo lettore.

Cos' l'uomo? Un groviglio di serpenti.
FRIEDRICH NIETZSCHE, Cos parl Zarathustra.

Qui le pi fragili mie foglie, e tuttavia quelle che pi forti resisteranno, qui copro e nascondo i miei pensieri, non voglio rivelarli, e tuttavia essi mi rivelano pi che tutti gli altri miei versi.
WALT WHITMAN, Qui le pi fragili mie foglie.

Il tempo  un modo per evitare che tutto accada contemporaneamente.
ANDRE LITOVIK, L'evoluzione dell'universo: origine, et e destino.

La bimba del fango nella terra di Moriah.

Aprile 1965
Devi essere preparata, disse la donna.
Preparata era una parola che la bambina non capiva. Pronunciato dalla donna, quel vocabolo suggeriva calma e immobilit, come l'acqua che baluginava nelle paludi intorno al Black Snake River, che alla bimba sembravano le squame di un gigantesco serpente, che se ti avvicinavi troppo non lo vedevi.
Quella era la terra di Moriah, stava dicendo la donna. Il luogo in cui erano arrivate di notte, la terra promessa, dove i nemici non avevano potere su di loro e nessuno le conosceva, non le aveva mai viste nemmeno di sfuggita.
La donna parlava con voce simile all'acqua calma, immobile, piatta, baluginante, in un tono uniforme come se stesse traducendo meccanicamente da un'altra lingua e le parole fossero di una forma strana e si adattassero a caso nella laringe: le facevano male, ma lei era abituata al dolore, e aveva imparato a trovarvi una segreta felicit, troppo meravigliosa per rischiare di perderla ammettendola.
Ci sta dicendo di confidare in Lui. In ogni cosa che facciamo, confidare in Lui.
Dalla borsa di tela dentro cui, in tutti quei giorni e quelle notti passati sulla strada tortuosa a nord di Star Lake, aveva portato ci che serviva per condurle sane e salve nella terra di Moriah, la donna estrasse delle forbici.
Nello sfinimento del sonno la bimba udiva le strida dei corvi simili a sforbiciate nelle paludi intorno al Black Snake River.
Nel sonno sentiva l'odore acre e salmastro dell'acqua immobile e della fertile terra scura e di rottami marciti in quella terra.
Un giorno e una notte lungo la strada accanto al vecchio canale e un altro giorno e quella notte che non era ancora giunta all'alba ai margini delle paludi.
Confida in Lui.  tutto nelle Sue mani.
La voce della donna non era la solita voce roca e sgradevole, ma esprimeva distacco e meraviglia per una cosa che non si aspettava andasse bene, o almeno non cos presto.
Se non  giusto agire cos, Lui invier un angelo del Signore come lo invi ad Abramo perch risparmiasse suo figlio Isacco e anche ad Agar, per annunciarle che avrebbe ridato la vita a suo figlio nel deserto di Beersheba.
Con le tozze dita screpolate, che sanguinavano facilmente dopo tre mesi di quel ruvido sapone verde a base di lisciva, l'unico disponibile nel carcere della contea, la donna brandiva le grosse forbici ossidate per tagliare i capelli tutti arruffati della bambina. E con quelle dita tozze tirava la chioma aggrovigliata in ciocche appiccicose, i bei capelli fulvi della bimba che erano diventati sporchi, puzzolenti e brulicanti di pidocchi.
Ferma! Sta' buona! Ti sto preparando per il Signore.
Perch i nostri nemici ti porteranno via da me, se non sei preparata.
Perch Dio ci ha guidati nella terra di Moriah. Ha promesso che in questo luogo nessuno toglier il figlio alla propria madre.
Le forbici enormi tagliavano, recidevano e sferragliavano allegramente. Sembravano fiere di tosare i sudici capelli della bimba, disgustosi al cospetto di Dio. Le forbici enormi giunsero a punzecchiare vicino alle tenere orecchie della piccola, che rabbrividiva, si contorceva, frignava e piangeva; e la donna fu costretta a darle una sberla, non forte, ma abbastanza da calmarla, come spesso faceva; abbastanza forte da immobilizzarla, come un coniglietto terrorizzato rimane immobile, astutamente; poi, quando i capelli della bimba giacquero in pallidi, consunti ricci sul pavimento sporco di fango, la donna le pass una lama di rasoio sulla testa - stringeva la lama saldamente tra le dita - per raschiare l'ispido cuoio capelluto; allora la bimba trasal, si mise a piagnucolare pi forte e a divincolarsi, e imprecando la donna lasci cadere il rasoio ossidato e coperto di capelli, e lo calci via con un'aspra risata sbigottita, come se in quel desiderio di liberare la bambina dei suoi capelli aggrovigliati e sudici, vergognosi agli occhi di Dio, la donna avesse esagerato, e fosse costretta a riconoscere il suo errore.
Non avrebbe dovuto imprecare Per Dio!.
Pronunciare il nome del Signore invano: Per Dio!.
Nel carcere della contea di Herkimer la donna aveva fatto voto di silenzio, sfidando i suoi nemici, e di completa obbedienza al Signore Iddio, e nelle settimane successive al suo rilascio non lo aveva mai infranto, fino a quel momento.
Nemmeno nel tribunale civile della contea di Herkimer. Nemmeno quando il giudice le aveva ingiunto di parlare, di dichiararsi colpevole o non colpevole.
Nemmeno quando l'avevano minacciata di toglierle le figlie con la forza. Le bambine - le sorelline - di cinque e tre anni, sarebbero state poste sotto la tutela dei servizi sociali della contea e date in affidamento a una famiglia; neanche allora la donna aveva parlato perch Dio le aveva infuso la Sua forza proprio al cospetto dei nemici.
Poi la donna tir fuori dalla borsa di tela delle forbicine, e tagli le unghie della bimba cos corte che la tenera carne sottostante cominci a sanguinare. Sebbene spaventata, la bimba riusc a rimanere immobile, a parte il tremore, come un coniglietto rimane immobile in una disperata speranza, potentissima nelle creature viventi, quando nel profondo di noi stessi ci illudiamo, anche contro ogni evidenza, che il terribile pericolo che ci sovrasta passer.
Era forse un gioco? Quello che l'uomo dai capelli a spazzola chiamava gioco? Di nascosto dalla donna lui le aveva regalato una dolce crostatina di ciliegie, avvolta in carta oleata, cos piccola da stare nel palmo della mano dell'uomo dai capelli a spazzola: era squisita, la bimba la divor avidamente per non doverla dividere con nessuno. Si sentiva uno splash splash mentre lui le faceva il bagno nella vasca dai piedi a forma di artiglio e la donna dormiva nella stanza accanto su un nudo materasso gettato a terra, gli arti scomposti come se vi fosse stramazzata dall'alto, lamentandosi nel sonno e poi svegliandosi per un accesso di tosse, sembrava che stesse sputando anche le budella. Lui faceva il bagno alla bimba che non veniva lavata da tanti giorni e le faceva anche il gioco del solletico. Con quanta delicatezza! - come se lei fosse una fragile bambola di porcellana e non una robusta e indistruttibile bambola di gomma come Dolly, che si pu sbatacchiare, gettare a terra e scalciare via se ti capita fra i piedi - e cos silenziosamente! L'uomo dai capelli a spazzola port la bimba in bagno, nella vasca dai piedi a forma di artiglio, grande quanto un abbeveratoio per il bestiame, e nel bagno con la porta chiusa - a forza, perch il legno si era deformato e il catenaccio non scorreva - l'uomo dai capelli a spazzola le sfil il pigiama sporco e la mise - sempre con grande delicatezza, premendosi l'indice sulle labbra per indicare che bisognava fare piano, in silenzio - la mise nella vasca, nell'acqua appena tiepida che sgorgava dal rubinetto arrugginito, con qualche bolla di sapone, poi per l'uomo dai capelli a spazzola si strofin vigorosamente le mani con una saponetta Ivory dal gradevole profumo che teneva fra i palmi e insapon di schiuma il corpicino pallido e irrequieto della bimba che sgusciava come un oggetto morbido dal proprio involucro per il gioco del solletico, il gioco segreto del solletico, e tra tutti quegli schizzi ben presto l'acqua si raffredd e si dovette riaprirla per riempire la vasca, ma il rubinetto emise un suono lamentoso come in segno di protesta e l'uomo dai capelli a spazzola si port il dito alle labbra arricciandole come quelle di un clown della TV e inarc le sopracciglia cespugliose per far ridere la bambina - o almeno farla smettere di contorcersi, di dimenarsi, perch il gioco del solletico le faceva il solletico! - e poi scoppi in una risata stridula quasi muta e subito dopo si appisol a bocca aperta, avendo esaurito l'energia che si propagava in lui come la corrente in una bobina, e la bimba attese finch l'uomo dai capelli a spazzola non cominci a russare mezzo seduto e mezzo sdraiato sul pavimento del bagno tutto schizzato d'acqua, con la schiena contro la parete e goccioline che rilucevano tra i folti peli ispidi color acciaio sul petto, sulle molli pieghe flaccide del ventre e dell'inguine, e quando finalmente, sul far della sera, l'uomo dai capelli a spazzola si svegli - e la donna stravaccata sul materasso nella stanza accanto si svegli - la bimba era uscita dalla vasca nuda e tremante, la pelle raggrinzita e bianca come quella di un pollo spennato, la donna e l'uomo dai capelli a spazzola la cercarono a lungo finch non la trovarono tutta rannicchiata sotto le scale della cantina, come un vermiciattolo schiacciato, tra grovigli di ragnatele e gomitoli di polvere, che stringeva la sua brutta bambola di gomma dalla testa calva.
Nascondino! Giocavano a nascondino e a trovarla era stato l'uomo dai capelli a spazzola!
Perch cos'altro facevano gli adulti se non dei giochi, e delle varianti dei giochi? Alla bimba era stato detto che un gioco prima o poi finiva, a differenza di altre azioni che erano non giochie potevano andare avanti a lungo, come un'autostrada o una ferrovia o il fiume che scorreva impetuoso sotto le assi allentate del ponte vicino alla casa dove lei e la donna abitavano con l'uomo dai capelli a spazzola prima del guaio.
Non ti sto facendo male! Insulti Dio se fai tutte queste storie.
La voce della donna non era pi cos calma, ma tagliente come un oggetto che si  rotto e fa male. Le sue dita adesso erano pi dure, le unghie scheggiate e scabre affondavano nella carne, aguzze come artigli di gatto.
Il delicato cuoio capelluto della bimba sanguinava. Erano rimasti pochi capelli ispidi e tra le superstiti ciocche appiccicose nella chioma tagliata rozzamente e in parte rasata brulicavano minuscoli pidocchi. Nel frattempo alla bimba erano stati tolti i vestiti sporchi, la donna li aveva appallottolati e gettati via. Si trovavano in una capanna di carta catramata che la donna aveva scoperto nella boscaglia tra la strada e l'alzaia. Per guidarla in quel posto abbandonato, Dio le aveva inviato un segno, una croce consunta dalle intemperie e rovesciata sul ciglio della strada, in realt una pietra miliare talmente sbiadita che non si decifravano le parole e i numeri, ma la donna vi aveva letto MORIAH.
In quel posto orribile dove avevano dormito avvolte nel cappotto sgualcito e macchiato della donna non c'era modo di fare il bagno alla bimba. E nemmeno ce ne sarebbe stato il tempo, perch Dio era sempre pi impaziente, ora che era spuntata l'alba, per questo la donna gesticolava e mormorava una preghiera. Il cielo si stava rischiarando simile a un grande occhio che si apriva, e fin dove si spingeva lo sguardo si vedevano nuvole ammassate e compatte come blocchi di cemento.
Ma non sopra le cime degli alberi sulla sponda opposta delle paludi, dove sorgeva il sole.
E guardando con attenzione si vedevano gli ammassi dissolversi, e il cielo striarsi di nuvole luminose e rossastre come vene nel cuore luminoso che rappresentava il risveglio di Dio al nuovo giorno nella terra di Moriah.
In macchina la donna aveva detto: Quando vedr, sapr. Confido nel Signore.
Adesso la donna disse: All'infuori del Signore, tutto  finito.
La donna non stava parlando alla bimba perch non era sua abitudine parlarle, nemmeno quand'erano sole. E in presenza di altri la donna si azzittiva e chi non la conosceva pensava che fosse sordomuta, molto probabilmente dalla nascita.
In presenza di altri la donna aveva imparato a rattrappirsi nei vestiti che le pendevano addosso perch quand'era incinta aveva vergogna e paura degli sguardi di sconosciuti che la attraversavano come raggi X e si era comprata abiti maschili che le nascondevano il corpo, anche se al collo, poich spesso aveva mal di gola e temeva di buscarsi un malanno, portava una sciarpa, annodata lenta, di un lucente tessuto plissettato color viola che aveva trovato tra i rifiuti.
La bimba era nuda sotto il camice di carta. Il cranio escoriato dal rasoio sanguinava da una dozzina di minuscole ferite e lei tremava, nuda sotto il camice verdino con la scritta sbiadita PENITENZIARIO CONTEA DI HERKIMER che era stato tagliato con le enormi forbici per accorciarlo o per stringerlo, in modo che le arrivasse alle caviglie magre.
Un camice di carta che veniva dall'infermeria del carcere femminile nella contea di Herkimer.
Sul sedile posteriore della sferragliante Plymouth arrugginita, unico lascito dell'uomo dai capelli a spazzola, c'era la bambola di gomma della bambina. Si chiamava Dolly, apparteneva alla sorella e adesso era sua. Dolly aveva il viso sporco e gli occhi ormai ciechi, la boccuccia era una piega nella repellente carne di gomma. E anche Dolly era quasi calva, le erano rimasti solo alcuni ciuffi di chiari capelli ricci, e si vedeva che prima al cuoio capelluto di gomma era incollata una triste chioma fulva e vaporosa.
Le paludi ombrose intorno al fiume si estendevano a centodieci chilometri a nord di Star Lake, remote per la donna e la bambina come la faccia nascosta della luna.
Le strade di montagna erano cos tortuose e serpeggianti che un tragitto di poco pi di cento chilometri aveva richiesto giorni, perch la donna aveva paura di andare a pi di cinquanta all'ora con quel rottame sferragliante. E poi voleva a tutti i costi che la sua obbedienza a Dio si manifestasse in quella lentezza e in quella intenzione, come chi sa leggere solo seguendo con l'indice lettera per lettera ogni parola da pronunciare ad alta voce.
La bimba non smaniava. Ma la donna era convinta che smaniasse, perch entrambe le figlie erano ribelli. Impossibile pettinare quelle chiome aggrovigliate.
Con aspre strida di scherno i corvi ingiuriavano Dio.
Chiedevano beffardi, come aveva chiesto il giudice (donna, di mezz'et), perch quelle bambine erano state trovate sporche e seminude a frugare in un cassonetto dell'immondizia dietro il supermercato, in cerca di cibo come cani randagi o animali selvatici che si ritraevano alla luce di una torcia. La pi grande stringeva per mano la sorellina e non voleva lasciarla.
E la madre come lo spiega e la madre come lo giustifica.
Con fierezza la donna si era alzata in piedi, il mento in alto e gli occhi chiusi contro la Meretrice di Babilonia con la toga nera e l'orribile bocca dipinta di rossetto e le sopracciglia sfoltite simili ad ali arcuate di insetti. La donna non avrebbe potuto giustificare niente, poteva solo cadere in ginocchio dinanzi alla visione di quella prostituta.
Le bambine provvisoriamente affidate ai servizi sociali della contea. Ma Dio voleva altrimenti, ci che apparteneva legittimamente alla donna le sarebbe stato restituito, a suo tempo.
In tutte quelle settimane, in quei mesi, la donna non aveva mai perso la fede nel fatto che quanto era suo le sarebbe stato restituito.
Adesso, all'alba, il cielo cangiante si espandeva. Il cielo di cemento grigio che  il mondo-senza-Dio si stava ritirando. Sembrava di vedere angeli irati tra quelle nubi squarciate. La luce sfavillava nelle strisce d'acqua stagnante delle paludi color sangue annacquato. A meno di ottocento metri dal Black Snake River, in una zona desolata nella regione nordorientale della contea di Beechum alle pendici degli Adirondack, dove l'aveva guidata la mano di Dio. L c'era un mulino diroccato, una strada sterrata e detriti marci in mezzo ad alte erbe palustri simili a serpenti che fremevano e sussurravano al vento. Radici scoperte di alberi e putridi tronchi caduti che recavano l'immagine dei volti contorti e atterriti dei dannati. Quanta bellezza in quei luoghi desolati, la bimba del fango li avrebbe avuti cari per tutta la vita. Perch quasi sempre abbiamo cari i luoghi in cui siamo stati condotti a morire ma non siamo morti. Non esiste odore pi penetrante dell'acre tanfo di sterco delle paludi, dove l'acqua del fiume salmastro filtra e si ferma, e ristagna tra alghe di un verde acceso da pastello a cera. Vasti, insondabili acri di paludi in mezzo a tife e stramoni, disseminate di rifiuti, vecchi pneumatici, scarponi, abiti logori, ombrelli rotti e giornali fradici, stufe abbandonate, frigoriferi con gli sportelli spalancati come braccia vuote. Nel vedere un piccolo frigorifero rovesciato di lato nel fango la bimba pens: Ci metter l dentro.
Ma qualcosa non tornava. Il pensiero si riaffacci, corretto: Ci ha messo l dentro. Ha chiuso la porta.
Poi s'ud un frenetico stormo di corvi, merli dalle ali rosse, storni, come se la bimba avesse proferito ad alta voce una frase proibita.
La donna grid agitando il pugno verso gli uccelli, Dio vi maledica!
Le roche strida accusatorie divennero pi alte. Apparvero altri uccelli dalle piume nere, le ampie ali spiegate. Si posarono feroci e vocianti sugli alberi scheletrici. La donna url, maled e sput, eppure gli uccelli continuarono a emettere le loro strida, e la bambina cap che erano venuti per lei.
Li aveva mandati Satana, disse la donna.
Era giunto il momento, disse la donna. Un giorno, una notte e un altro giorno, e adesso alla notte era seguita l'alba del nuovo giorno ed era giunto il momento, e cos, malgrado le strida degli uccelli, la donna un po' trascinandola un po' tenendola in braccio port la bimba nel suo consunto camice verso il mulino diroccato. La strattonava, alla piccola sembrava che il braccino pallido le si stesse per staccare.
La donna super il mulino in rovina da cui si diffondeva il forte odore dolciastro di una sostanza rancida e fermentata ed entr in uno spiazzo cosparso di mattoni rotti e legna marcia caduta su una grassa terra scura e fangosa tra erbe pungenti alte come un bambino. Nella fretta spavent un lungo serpente nero che dormiva in mezzo alla legna marcia, ma l'animale non strisci via rapidamente, si allontan lento e sinuoso come sfidando l'intrusa. Sulle prime la donna si ferm - gli occhi sbarrati - perch si aspettava che le apparisse un angelo di Dio, ma il sinuoso e lucido serpente nero non era un angelo di Dio, e in un impeto furioso di dolore, delusione e risolutezza la donna grid Satana, torna all'inferno da dove sei venuto, ma con insolente esultanza il serpente era gi scomparso nella boscaglia.
La bimba aveva smesso di piagnucolare, perch la donna gliel'aveva proibito. Era scalza e nuda sotto il lacero, sgualcito camice di carta verdina con la scritta sbiadita PENITENZIARIO CONTEA DI HERKIMER. Le gambe magrissime erano costellate di punture d'insetti, molte sanguinavano o avevano appena smesso di farlo. La testa era quasi calva, ispida e sanguinante e lo sguardo attonito, sgomento. In fondo a un viottolo che conduceva all'argine del canale c'era una lingua di terra che riluceva di fango color cacca di neonato, giallastro come zolfo: e l'odore era quello della cacca di neonato, vi ristagnava una distesa di rifiuti imputriditi. Dalla palude saliva una lieve nebbia come un respiro esalato da creature morenti. La bimba scoppi in un pianto disperato. Mentre la donna la trascinava lungo la lingua di terra cominci a divincolarsi, ma invano. Era debole e denutrita e comunque non poteva avere la meglio perch la donna era forte e la forza di Dio scorreva in lei come un faro accecante. Dal volto della donna si sprigionava una luce, non era mai stata cos sicura di s e felice di quella sua sicurezza come in quel momento. Perch ora sapeva che l'angelo di Dio non le sarebbe apparso come era apparso ad Abramo e ad Agar, che aveva partorito il figlio di Abramo e insieme a suo figlio era stata da lui abbandonata nel deserto perch morissero di sete.
Quella non era la prima volta che l'angelo di Dio si nascondeva alla sua vista. Ma sarebbe stata l'ultima.
Con una risata amara la donna disse: Ecco, la restituisco a Te. Come mi hai ordinato, la restituisco a Te.
Per prima, Dolly: la donna strapp Dolly dalle mani della bimba e la scagli nel fango.
Ecco! Questa  la prima.
La donna parlava con voce stridula, eccitata. La bambola di gomma giacque attonita nel fango.
Poi la bambina: la donna la prese in braccio per gettarla gi dalla lingua di terra nel fango, la bimba le si aggrappava e solo adesso osava gridare Mammina! Mammina!, la donna le apr le dita e spinse, gett, scalci la bambina gi per il ripido pendio fino alla piatta distesa di fango scintillante che si stendeva sotto, accanto alla brutta bambola di gomma, e l la bimba cominci ad agitare le esili membra nude, adesso era lei a pancia in gi, con la faccina attonita nel fango, per cui il grido Mammina! giungeva attutito mentre sull'argine la donna cercava a tentoni qualcosa - un ramo spezzato - per colpire la bimba, perch Dio  misericordioso e non avrebbe voluto che la bimba soffrisse, ma la donna non riusc a raggiungerla e allora esasperata gett il ramo gi dov'era la bimba, tutta la sua calma era svanita e ora ansimava, senza fiato e quasi singhiozzando, e stavolta, mentre la brutta bambola di gomma era rimasta l dov'era caduta, sulla superficie melmosa, la bimba si dibatteva e fu risucchiata nel fango, un freddo fango gorgogliante che il sole non riusciva a scaldare; il fango le riempiva la bocca, il fango le riempiva gli occhi, il fango le riempiva le orecchie, finch non ci fu pi nessuno sulla lingua di terra a guardarla lottare e non si ud pi alcun suono, a parte le strida dei corvi offesi.

Il viaggio della donna del fango
Il Black River Caf
Ottobre 2002
Preparata. S, pensava di esserlo.
Non era tipo da lasciarsi cogliere alla sprovvista.
Si fermi, Carlos, per favore! Mi faccia scendere.
Nello specchietto retrovisore lo sguardo dell'autista si pos su di lei, stupito.
Qui, signora?
Be', Carlos, vorrei fermarmi un attimo. Solo per sgranchirmi le gambe.
Che frase assurda, si capiva che era una scusa: sgranchirmi le gambe!
L'autista protest in tono cortese: Signora, manca meno di un'ora a Ithaca.
La fissava dallo specchietto, un po' preoccupato. Era troppo, non le piaceva che la guardassero dallo specchietto.
La prego, accosti, Carlos. Ci metto un minuto.
Lo disse in tono secco.
Ma naturalmente continu a sorridere. Non poteva evitarlo, in quella nuova fase della sua vita gli altri la osservavano.
Il ponte!
Non aveva mai visto prima quel ponte, ne era certa. Eppure le sembrava cos familiare. Non era imponente, e nemmeno di forma insolita, era un vecchio ponte a travatura reticolare degli anni Trenta, a una sola campata: aveva travi in ferro battuto ricoperte da elaborate incrostazioni di ruggine simili ad antichi e indecifrabili geroglifici. M.R. sapeva, senza bisogno di vederlo, che l'assito era di nude tavole e scricchiolava quando vi transitavano i veicoli; l'intera struttura vibrava delicatamente come un grande diapason.
Come i ponti che M.R. ricordava, anche questo era stato costruito ben in alto sopra un corso d'acqua, un fiumiciattolo, o un torrente, che straripava durante i nubifragi. Per attraversarlo bisognava salire per una ripida rampa lastricata. Sia il ponte che la rampa erano pi stretti di alcune decine di centimetri della statale a due corsie che vi arrivava, quindi avvicinandosi la carreggiata si riduceva sensibilmente e il ciglio della strada si restringeva parecchio. La strettoia non era segnalata, bisognava conoscere il ponte, ed evitare di imboccarlo se in direzione contraria arrivava un grosso veicolo, come un furgone o un camion.
Non c'era una corsia di emergenza dove accostare senza pericolo, almeno non per una vettura delle dimensioni di una Lincoln, ma l'attento Carlos aveva individuato una strada non asfaltata ai piedi della rampa del ponte, che portava alla sponda del torrente. Era dissestata, fangosa. La limousine si ferm sobbalzando in una radura nel sottobosco, a poche centinaia di metri dall'acqua che scorreva impetuosa.
Il modo in cui l'autista aveva s obbedito alla sua impulsiva padrona, ma provando a opporsi, fece accelerare le pulsazioni di M.R., che avvert una certa ostilit nei suoi confronti. Evidentemente Carlos pensava che, a un'ora dalla meta, quella sosta non fosse prudente; la solerzia con cui aveva condotto la lucente limousine nera lontano dalla strada infilandosi nella boscaglia suonava come un rimprovero a lei, che gli aveva dato quell'ordine.
Grazie, Carlos. Ci metto un... un minuto...
Ci metto un minuto. Uguale a per sgranchirmi le gambe, quella frase suon artefatta alle sue stesse orecchie, non da lei, come se per bocca sua avesse parlato un'altra persona, ed M.R. fosse il pupazzo di un ventriloquo.
Apr lo sportello in fretta, prima che Carlos scendesse dalla macchina per farlo. Non riusciva proprio ad abituarsi a essere trattata con tale deferenza e formalismo! Non era nella sua natura.
Le attenzioni eccessive, anche solo una velata adulazione, la imbarazzavano terribilmente; come se, per istinto, percepisse la derisione sottesa alle formalit.
Torno subito! Promesso.
Lo disse in tono cordiale, allegro. M.R. non sopportava che i dipendenti - il personale alle sue dipendenze - si sentissero a disagio in sua presenza.
Allo stesso modo, da insegnante, quando si avvicinava a un'aula per tenere un seminario e udiva le voci e le risate degli studenti all'interno, esitava a entrare, a provocare un immediato e fin troppo rispettoso silenzio.
Piacere agli altri, questo era il suo potere. Quel piacere poteva solo essere volontario, scelto liberamente. Camminava lungo l'argine, immersa in quelle riflessioni. A poco a poco l'acqua impetuosa sommerse i suoi pensieri, ipnotici, leggermente inquieti. L'acqua esercita sempre un'attrazione gravitazionale, quand' impetuosa. Si viene sospinti verso di lei, fino a entrarci.
Adesso. Qui. Vieni.  giunto il momento...
Sorrise nel sentire le voci nell'acqua. L'illusione delle voci nell'acqua.
Ma ecco un ostacolo: l'argine era ostruito da un groviglio di rovi e piante rampicanti. Tormentato come un intrico di budella. Non era stata una buona idea, fare due passi con quei pantaloni di lana grigio antracite e le scarpe italiane nuove che le andavano strette.
Ma a ben guardare, con gli occhi di un bambino, si scorgeva un sentiero appena visibile in mezzo alla boscaglia. Ragazzini, pescatori. Evidentemente a volte si spingevano lungo il corso d'acqua.
Un corso d'acqua anonimo, torrente o fiume. Sembrava poco profondo, ma ampio. Qua e l massi, piatte rocce scistose. Una spuma dal colore e dall'apparente consistenza di un piatto da nouvelle cuisine, cibo schiumoso, ridotto in pur e centrifugato, ormai privo di sostanza, disgustoso! Pietanze insapori, che non appagavano il palato, anche se tante volte M.R. era stata costretta a elogiarle, quando veniva invitata a Manhattan, a casa di uno degli agiati consiglieri d'amministrazione dell'universit, che avevano cuochi al loro servizio.
Il torrente, o fiume che fosse, era molto pi piccolo del Black Snake River che scorreva a sudovest del versante meridionale degli Adirondack e attraversava in diagonale la contea di Beechum, il fiume dell'infanzia di M.R. Eppure qui si sentiva lo stesso odore. Se chiudeva gli occhi e respirava profondamente, poteva giurare di trovarsi l.
L'odore era salmastro e lievemente acido, rancido o putrido, di foglie marce e decomposte, di terra grassa umida e scura che le cedeva sotto i piedi mentre avanzava lungo l'argine, riparandosi gli occhi dallo scintillio dell'acqua che brillava come stagnola.
Insieme a quello del fiume si sentiva un puzzo come di gomma bruciata. Pneumatici che si consumavano senza fiamma, rifiuti. E odore di piume bagnate, ma cos lieve da non risultare sgradevole.
Sulla sponda opposta M.R. riusciva solo a scorgere un muro di edifici in mattoni scuri con qualche finestra per piano, dietro le quali non si vedeva nulla. In alto, sulle facciate laterali dei palazzi erano attaccati dei cartelloni pubblicitari con marche di prodotti e immagini di... volti? figure umane? scoloriti dal tempo e ormai indecifrabili, privi di significato.
Carni e polli Mohawk.
Le tornarono in mente quelle parole. Ricordi casuali, intermittenti.
Guanti e calze da donna Boudreau.
Ma era stato a Carthage, tanto tempo prima. Quelle insegne fantasma M.R. non riusciva a decifrarle.
Carlos aveva ragione, non erano lontani dalla cittadina di Ithaca, cio dall'ampia e disordinata distesa dello spettacolare campus della Cornell University, dove M.R. aveva studiato laureandosi summa cum laude vent'anni prima, in un'altra vita. Eppure ignorava come si chiamasse quella cittadina o dove si trovassero esattamente, sapeva solo che erano a sudovest di Ithaca, nella campagna della contea di Tompkins devastata dal ghiacciaio.
Era una fredda e luminosa giornata di ottobre. Una giornata striata da foglie di sommacco simili a lingue di fuoco. La poco fiorente cittadina con le vetrine dei negozi in mattoni sbiaditi e dai marciapiedi crepati a M.R. ricordava quella in cui era cresciuta, nella contea di Beechum, alle pendici del versante meridionale degli Adirondack. Un vago pensiero le attravers la mente: Sarei dovuta andare a trovarli.  passato tanto tempo.
Suo padre viveva ancora l, a Carthage.
Non aveva detto a Konrad Neukirchen che si sarebbe fermata tre giorni a meno di duecento chilometri da Carthage perch praticamente tutto il convegno sarebbe stato una girandola di appuntamenti, impegni, seminari, colloqui, e una volta iniziato avrebbe dovuto dedicare del tempo anche ad altre persone. Non voleva deludere suo padre, era sempre stato cos fiero di lei.
Suo padre, e naturalmente anche sua madre. I Neukirchen, Konrad e Agatha.
Quanta sofferenza causava a M.R. deludere gli altri! I suoi anziani genitori, che avevano investito tanto su di lei. Il loro amore la opprimeva come un pesante mantello, o uno di quei grembiuli di protezione contro i raggi X che il dentista fa indossare al paziente: si  contenti di metterlo ma ancor pi di toglierlo.
M.R. preferiva di gran lunga rimanere delusa dagli altri che essere lei motivo di delusione. Perdonava facilmente; era molto brava a perdonare.
Ed era altrettanto brava a dimenticare. Dimenticare  il fondamento del perdono.
Forse era un principio quacchero, o avrebbe dovuto esserlo, lei l'aveva ereditato dai genitori: dimenticare, perdonare.
Ora camminava spedita sull'argine del fiume senza nome, fra i rottami. Una scena sorprendente, se qualcuno sul ponte l'avesse osservata da quella distanza: una donna elegante, sola, in quel luogo cos scomodo per passeggiare, in mezzo a una sorta di discarica, in una landa desolata. M.R. era una donna alta, che il portamento eretto e la testa diritta facevano sembrare ancora pi alta; una donna di mezz'et dall'aspetto giovanile, con un viso gradevole da ragazzina, ben in carne, dalle gote accese. Aveva uno sguardo timido e al tempo stesso vivace, con cui studiava gli altri. Occhi di falco su un volto da ragazza.
Quel posto le dava una sensazione davvero strana. Aveva l'impressione che la luce brillante, le luci riflesse nell'acqua che scorreva impetuosa le inondassero il cuore. Si sentiva euforica e insieme timorosa, come se stesse andando incontro a un pericolo. Magari invisibile. Eppure doveva proseguire.
Probabilmente era un sentimento comune a tutti coloro che rivestono un ruolo pubblico. Si sarebbe rivolta a un uditorio dove di sicuro qualcuno avrebbe accolto con una certa contrariet il discorso che aveva preparato.
Il suo intervento d'apertura, a cui aveva lavorato a intermittenza per settimane, non doveva durare pi di venti minuti: Il ruolo dell'universit in un'era di patriottismo. Era la prima volta che M.R. Neukirchen veniva invitata a intervenire al Convegno Nazionale della prestigiosa Associazione Americana delle Societ Erudite. Al termine del discorso le sarebbero state poste domande ostili, immaginava. Persino nella sua universit, dove il corpo docente sosteneva le sue posizioni progressiste, si levavano voci di dissenso dallo schieramento di destra. Ma era certa che l'uditorio, quella sera, l'avrebbe appoggiata quasi all'unanimit.
Rivolgersi a quel pubblico distinto, fare una buona impressione, sarebbe stata un'esperienza emozionante. Era capitato: nel giro di pochi anni la timida studentessa si era trasformata in un'oratrice appassionata e convincente - una sorta di Valchiria -, straordinariamente espressiva, dall'ardente eloquenza. Si vedeva quanto l'argomento trattato la coinvolgesse, in certi momenti M.R. quasi fremeva sull'onda dei sentimenti, quasi balbettava.
Il pubblico rimaneva soggiogato da lei, nel ristretto e rarefatto mondo accademico cui apparteneva.
Sto mettendo a nudo la mia anima davanti a voi. Tutto ci mi sta cos a cuore!
Prima di iniziare, spesso si sentiva svenire. Aveva lo stomaco in subbuglio, come fosse malata.
Provava la stessa sensazione di un attore che si accinge a interpretare una parte importante. O di un atleta, al culmine di un grande trionfo, o dopo una sconfitta.
Il suo amante (segreto) una volta l'aveva rassicurata: Non  panico quello che provi, Meredith. E nemmeno paura.  eccitazione: ansia da aspettativa.
Il suo amante (segreto) era un uomo brillante ma non del tutto affidabile, un astronomo-cosmologo che trovava la felicit nelle profondit dell'universo. I viaggi intrapresi da Andre Litovik nello spazio extragalattico lo conducevano lontano da M.R., per anche lui, a suo modo, era orgoglioso di lei e l'amava. Cos le piaceva credere.
Si vedevano di rado. E non comunicavano spesso, perch Andre era pigro nel rispondere alle e-mail. Ma si pensavano sempre, almeno cos le piaceva credere.
M.R. si stava avvicinando al ponte da sotto, forse incautamente, data la fitta boscaglia. Aveva visto giusto: la struttura era di tavole - tra le fessure filtrava la luce del sole - e quando transitavano le macchine l'assito scricchiolava. Un camioncino a sponde basse, diverse auto, il ponte era cos stretto che i veicoli rallentavano a meno di dieci chilometri all'ora.
Era su un ponte del genere che aveva imparato a guidare. Tanto tempo prima.
Riprov quel brivido di paura, la sensazione spiacevole alla bocca dello stomaco che ormai provava soprattutto quando viaggiava in aereo e c'erano turbolenze: Per favore, tornate ai vostri posti, per favore allacciate le cinture, il comandante vi prega di tornare ai vostri posti.
In quegli istanti le veniva un pensiero orribile: Morire tra gente sconosciuta! Morire in mezzo a un cumulo di rottami in fiamme.
M.R. Neukirchen non rivelava quei pensieri cos particolari e insoliti nemmeno agli amici intimi. Ma in realt M.R. Neukirchen non aveva amici intimi.
In un certo senso le sembrava un fatto strano, curioso: non era (ancora) morta.
Come i presocratici si chiedevano: Perch esiste l'essere e non il non essere?, cos M.R. si chiedeva: Perch sono qui e non in nessun luogo?.
Ma era una speculazione meramente intellettuale. La sua attitudine professionale alla filosofia non era influenzata da questioni puramente personali.
Eppure quelle domande erano strane, e mirabili. Non passava ora della sua vita che non ringraziasse per il suo destino.
M.R. era figlia unica. Un'intera branca della psicologia si occupava dei figli unici, una variante dei primogeniti.
Il figlio unico non  necessariamente un primogenito. Il figlio unico pu anche essere un superstite.
 probabile che un figlio unico sia pi dotato di un bambino con numerosi fratelli. Ovviamente  probabile che il figlio unico sia solo.
Fiducioso in se stesso, autosufficiente. Creativo.
M.R. credeva a tali teorie? O era convinta, per averlo sperimentato in prima persona, che ogni personalit fosse differente, individuale e unica, imperscrutabile? Inesplicabile in termini di influssi e causalit?
Aveva compiuto studi filosofici, e conseguito un dottorato in filosofia europea presso una delle pi importanti facolt dei paesi di lingua inglese. Ma aveva seguito corsi universitari di psicologia cognitiva, neuroscienze, diritto internazionale. Aveva partecipato a convegni di bioetica. Aveva pubblicato un saggio che compariva di frequente nelle opere collettive sull'argomento, dal titolo: Come sappiamo ci che sappiamo: lo scetticismo come imperativo morale. In qualit di rettrice di un'importante universit di ricerca in cui venivano elaborate, discusse, sostenute e difese teorie di ogni sorta - una profusione simile a un prato primaverile in fiore, brulicante di vita - M.R. non era obbligata a credere nelle varie congetture, ma a prenderle in seria considerazione, a rispettarle.
Il mio sogno ... servire gli altri! Voglio fare del bene.
Era molto seria. Non aveva un briciolo d'ironia.
Il ponte di Convent Street, a Carthage. Certo, era quello il ponte che stava cercando di ricordare.
E altri ponti, altri corsi d'acqua, ruscelli, M.R. non riusciva proprio a rammentarli.
Sorrideva, aveva lo sguardo fisso in una sorta di trance. Da bambina l'aveva imparato in fretta. Tra tutte le reazioni umane, il sorriso era la pi preziosa.
Il fiume era un torrente dal corso rapido e poco profondo da cui emergevano massi tondi simili a ossa calcinate. Rami marci caduti dagli alberi giacevano sul fondo, sommersi dall'acqua, e su quella fanghiglia alcune tartarughe si crogiolavano al sole di ottobre, immobili come creature scolpite nella pietra. M.R. da bambina era vissuta in campagna e sapeva che quando ci si avvicina, anche a una certa distanza, le tartarughe si svegliano e scivolano in acqua; pur sembrando addormentate, nella tipica staticit dei rettili, in realt sono molto attente, vigili.
Le vennero in mente dei ragazzi che avevano catturato una di quelle tartarughe dei fondali fangosi; urlando, avevano scagliato la povera creatura sulle rocce, l'avevano presa a sassate, fracassandone il guscio...
Perch fare una cosa del genere? Perch uccidere...?
Era una domanda che nessuno faceva. Che nessuno avrebbe fatto. Per timore di apparire ridicolo.
Non era riuscita a difendere la povera tartaruga da quei ragazzi. Era molto, troppo piccola. I ragazzi erano pi grandi. Erano sempre in troppi, i nemici.
Quei piccoli fallimenti, di tanto tempo prima. Nessuno ne sapeva niente. Nessuno di quelli che conosceva adesso. Se avesse provato a parlarne, l'avrebbero guardata senza capire. Dici sul serio? Ma di.
Certo che diceva sul serio: era una persona seria. Il primo rettore donna di quell'universit.
Non che essere donna fosse un problema, no davvero.
M.R. affermava senza esitazioni, e nelle interviste lo argomentava, che mai durante la sua carriera professionale, nemmeno da studentessa, era stata discriminata in quanto donna.
Era la verit, per quanto ne sapeva. Non era tipo da lamentarsi, e nemmeno da parlare con disprezzo, risentimento o rimprovero nella voce.
Cos'era quella cosa che si muoveva controcorrente? Un bambino che guadava il ruscello? Ma faceva troppo freddo per guadare e la sagoma era troppo bianca: un airone candido come la neve.
Uno splendido uccello dalle lunghe zampe in cerca di pesce nelle rapide acque basse. M.R. lo osserv per diversi secondi... Che calma! Che pazienza.
Alla fine, come a disagio per la presenza di M.R., l'airone parve scuotersi, spieg le grandi ali e vol via.
Vicini ma pressoch invisibili c'erano altri uccelli, ghiandaie, corvi. Roche strida di corvi.
M.R. si allontan in fretta. L'aspro verso graffiante di un corvo la turbava.
Ahi! Nell'ansia di lasciare quel posto si era quasi storta una caviglia.
Non avrebbe dovuto fermarsi e spingersi sin l, Carlos aveva ragione. Ora i tacchi affondavano nella sudicia terra molle. Com'era goffa!
Da ragazza, quando praticava sport, M.R. correva veloce per una della sua altezza e corporatura (da amazzone), ma dopo i vent'anni aveva perso quello scatto automatico, la coordinazione tra corpo e cervello che un atleta d per scontata finch non viene a mancare.
Posso aiutarla, signora?
Signora. Bel rimprovero per la sua stupidit!
Carlos si era avvicinato ed era a pochi passi da lei. M.R. si rifiutava di pensare che il suo autista l'avesse tenuta d'occhio tutto il tempo, per proteggerla.
Sto bene, Carlos, grazie. Credo di...
Ma M.R. zoppicava, dolorante. Sentiva delle fitte acute e si augur che passassero presto, tuttavia non aveva scelta, dovette appoggiarsi al braccio di Carlos per tornare alla macchina, percorrendo il sentiero appena visibile attraverso la boscaglia.
Strano, il cuore le batteva forte. Le strida degli uccelli - il verso dei corvi - erano derisorie e splendide al tempo stesso: bizzarre strida selvagge di desiderio, di invito.
E adesso cos'era? Le si era attaccato qualcosa alla suola di una scarpa. Le scarpe italiane nuove, di pelle nera, che si era sentita in dovere di comprare, molto pi costose di tutte le altre che M.R. avesse mai acquistato.
Nel risvolto dei pantaloni, rovi, lappole.
E cos'aveva fra i capelli? Si augur che non fosse una cacca di uccello caduta da sotto quel dannato ponte.
Mi scusi, signora...
Grazie, Carlos!  tutto a posto.
Un attimo, signora...
Con gesto galante l'autista si chin per staccarle quel che le era rimasto attaccato alla suola. M.R. aveva cercato di toglierlo pur non capendo cosa fosse, sperando che Carlos non lo vedesse; ma naturalmente lui l'aveva visto. Che situazione ridicola! Si sentiva mortificata, in imbarazzo. L'ultima cosa che voleva era che il suo autista ispanico in divisa le si chinasse ai piedi, ma ovviamente Carlos insisteva, stacc con gesto accorto quel che le si era attaccato alla suola e lo gett in mezzo alla boscaglia, e quando M.R. gli chiese cos'era l'uomo rispose con calma, senza guardarla:
Niente, signora. L'ho tolto.
Era l'ottobre del 2002. Nella capitale degli Stati Uniti si preparava la guerra.
In seguito a un danno cerebrale, se gli oggetti attraversano la zona cieca scompaiono.
Se il danno riguarda l'emisfero destro, il deficit si manifester nel campo visivo sinistro.
Il paradosso : come sappiamo quel che non possiamo sapere dato che non ci appare.
Come sappiamo cosa non abbiamo visto se non l'abbiamo visto, per cui non possiamo sapere di non averlo visto.
A meno di non poter vedere l'ombra di ci che non vediamo.
Un'ombra dalle ampie ali attravers veloce la superficie terrestre.
A notte fonda - la sua mente era troppo in fibrillazione per dormire - stava lavorando a un saggio filosofico, un problema di epistemologia. Come sappiamo quel che non possiamo sapere: quali sono i limiti della conoscenza...
In quanto rettrice di un'universit si era ripromessa di tenersi aggiornata nel suo campo; dopo quel primo anno di esordio nella carica avrebbe ripreso a tenere lezioni in un corso semestrale di specializzazione in filosofia ed etica. Tutti i problemi filosofici le apparivano essenzialmente come problemi epistemologici. Ma naturalmente erano problemi di percezione: riguardavano la neuropsicologia.
Saltare da un problema di epistemologia e di neuropsicologia alla politica era rischioso.
Del resto Nietzsche aveva osservato: La follia  rara negli individui, ma comune nelle nazioni.
Eppure lei quel salto l'avrebbe fatto, consider, e quella sera sarebbe stata la sua grande occasione. Al convegno avrebbe avuto un uditorio di circa millecinquecento persone - professori, studiosi, archivisti, ricercatori scientifici, rettori di universit e college, giornalisti, direttori di riviste specialistiche e periodici accademici. L'indomani mattina aveva in programma un'intervista con un redattore del Bollettino dell'istruzione universitaria. Un giornalista del New York Times era impaziente di conoscerla. Sul supplemento culturale sarebbe apparsa una versione ridotta dell'intervento Il ruolo dell'universit in un'era di patriottismo. M.R. Neukirchen era la nuova rettrice di un ateneo storico in cui fino agli anni Settanta non erano ammesse donne, e cos da parte sua sarebbe stato coraggioso affrontare, nell'intervento d'apertura, un argomento tab: il cinico complotto ordito nella capitale degli Stati Uniti per autorizzare il presidente all'intervento militare contro uno stato mediorientale demonizzato come un nemico, un nemico della democrazia. Avrebbe trovato il modo di parlarne nel suo discorso introduttivo - non sarebbe stato difficile - esaminando la questione del Patriot Act, l'esigenza di vigilare sul controllo esercitato dal governo, la detenzione di sospetti terroristi, il terribile esempio del Vietnam.
Era forse un approccio troppo emotivo? Tuttavia non poteva parlarne con distacco, n osava ricorrere all'ironia. L'ironia non si addiceva ai suoi fulgidi modi da Valchiria.
Avrebbe chiamato il suo amante a Cambridge, nel Massachusetts per chiedergli: Devo farlo? Posso azzardare? O  un errore?.
Di errori non ne aveva ancora commessi. Come docente universitaria non aveva commesso errori significativi.
Avrebbe dovuto chiamare lui o magari un altro amico, bench per M.R. fosse difficile rivelare la propria debolezza agli amici, che le si rivolgevano per ricevere supporto, incoraggiamento, positivit, ottimismo...
Non doveva agire in maniera avventata, non doveva dare l'impressione di essere politicizzata, faziosa. L'intenzione originale era quella di impostare il discorso analizzando il classico di John Dewey Democrazia ed educazione alla luce del Ventunesimo secolo.
Lei era un'idealista. Non riusciva a considerare seriamente alcun principio di comportamento morale che non fosse valido per tutti, universalmente. Credeva che il relativismo non fosse un sistema etico bens una morale basata sull'opportunismo. Ma, naturalmente, come educatrice a volte era costretta a essere pragmatica; cio opportunista.
L'istruzione si basa sull'economia, e la buona volont della gente.
Anche gli istituti privati sono ostaggio dell'economia, e della buona - illuminata - volont della gente.
Appena arrivata all'albergo dove si sarebbe svolto il convegno avrebbe chiamato il suo amante (segreto). Solo per chiedergli: Cosa mi consigli? Pensi che stia rischiando troppo?.
Solo per chiedergli: Mi ami? Mi pensi? Ti ricordi di me, quando non siamo insieme?.
Era abitudine di M.R. cominciare a lavorare a un progetto con grande anticipo - in questo caso mesi prima, ad aprile, quando aveva ricevuto l'invito a tenere l'intervento di apertura del convegno - e scrivere, riscrivere, correggere, buttar gi una serie di versioni finch le parole non fossero state finemente cesellate, scintillanti come uno scudo invincibile. Una presentazione di venti minuti, brillante per concisione ed enfasi, sarebbe risultata ben pi efficace di una di cinquanta. E un'altra strategia sarebbe stata quella di concludere prima, un attimo prima. Pensava a un discorso di diciotto minuti. Per cogliere alla sprovvista l'uditorio, per chiudere l'intervento con una nota drammatica...
La follia  rara negli individui, ma comune nelle nazioni.
Per... Era una frase troppo fosca, aveva un tono profetico troppo compiaciuto? E poi... Avrebbe toccato una nota sbagliata?
Carlos, per favore, pu accendere la radio? Dovrebbe essere gi sintonizzata sulla NPR.
Era mezzogiorno, trasmettevano il notiziario. Ma le notizie non erano buone.
Seduta sul sedile posteriore della limousine, M.R. ascoltava. Quanta credulit mostravano i media dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre, che atteggiamento acritico avevano i giornalisti; la esasperava, le faceva venire voglia di piangere di frustrazione e rabbia sentire la voce incerta del Segretario della Difesa avvertire della probabile presenza nei depositi iracheni di armi di distruzione di massa, pronte a essere impiegate per un attacco dal dittatore Saddam Hussein... Guerra biologica, guerra nucleare, minaccia alla democrazia degli USA, catastrofe globale.
Che ne pensa, Carlos? Non  ridicolo? Gettare benzina sul fuoco...
Non so, signora.  una brutta cosa.
Una risposta prudente. Improbabile che Carlos rivelasse cosa pensava davvero in cuor suo.
Ha detto di aver combattuto in Vietnam, mi pare...
Gettare benzina sul fuoco. Combattuto in Vietnam. Com'erano goffe quelle frasi scontate, come protesi della misura sbagliata.
Non era stato Carlos, ma uno dei suoi assistenti a riferirle che aveva fatto la guerra del Vietnam ed era stato insignito di una qualche medaglia al valore, di cui Carlos non parlava mai. Riluttante, lui rispose:
S, signora.
Dallo specchietto retrovisore M.R. lo vide corrugare la fronte. Era un bell'uomo, o lo era stato: carnagione olivastra, un ciuffo argenteo sulla fronte. Mosse le labbra, ma lei riusc solo a udire la parola signora.
Si sentiva nervosa, agitata. Stavano arrivando a Ithaca, finalmente.
Preferirei che non mi chiamasse signora, Carlos! Mi fa sentire una vecchia zitella.
Voleva cambiare argomento e stemperare il tono della conversazione, ma a quanto pareva il suo umorismo non fu recepito, come spesso succedeva quando parlava con Carlos e con altri suoi collaboratori: il senso dell'umorismo per cui M.R. Neukirchen era nota fra i colleghi evidentemente non veniva colto, e quelli la guardavano inespressivi.
Mi scusi, signora.
Carlos s'irrigid rendendosi conto di ci che aveva detto. Doveva essere avvampato per l'imbarazzo.
Eppure - lei lo sapeva! - non era ragionevole aspettarsi che il suo autista le si rivolgesse in altri modi, per esempio con rettrice Neukirchen. Si sarebbe impappinato con quelle parole difficili: rettr'ce Niu-kirtch-n.
Aveva chiesto a Carlos di chiamarla M.R. - come facevano quasi tutti i suoi colleghi all'universit - ma lui non l'aveva mai fatto. E nemmeno i suoi collaboratori. La cosa le sembrava strana, sconcertante, perch M.R. si vantava tra s della sua mancanza di presunzione, della sua cordialit.
Il suo predecessore insisteva che tutti lo chiamassero per nome, Leander. Era stato un rettore molto popolare, anche se, negli ultimi anni, non particolarmente attivo n attento, come un orologio a pendolo che perdeva la carica, aveva pensato M.R. L'ex rettore aveva trascorso gran parte del tempo lontano dall'universit, insieme a ricchi finanziatori, come ospite, compagno di viaggio, oratore per gruppi di ex allievi. Un tempo storico famoso, aveva visto il suo campo d'indagine prediletto, la Guerra Civile e la Ricostruzione, talmente trasformato dall'irruzione del femminismo, degli studi afroamericani, della cultura marxista da risultargli irriconoscibile e non pi accessibile, come una porta che si  chiusa alle spalle una volta usciti. Individuo pi che vanitoso, ci teneva a essere considerato del tutto privo di vanit, un uomo qualunque. Ma Leander Huddle aveva accumulato una piccola fortuna - si diceva attorno ai dieci milioni di dollari - grazie allo stipendio dell'universit, alle indennit e agli investimenti nelle societ dei consiglieri di amministrazione suoi amici.
Il rettorato di M.R. sarebbe stato molto diverso!
Naturalmente non avrebbe investito denaro in alcuna societ appartenente ai consiglieri. Lei non avrebbe accumulato una piccola fortuna grazie alle conoscenze presso l'universit. M.R. avrebbe istituito una borsa di studio finanziata (in segreto) con il suo stipendio...
Ci sar un cambiamento - un cambiamento radicale! - che si realizzer grazie a me.
M.R. Neukirchen sarebbe stata solo l'agente. Invisibile!
Aveva idee davvero radicali per quell'universit. Voleva riformare la sua storica struttura (cio caucasica-patriarcal-gerarchica) e assumere pi donne e docenti appartenenti a minoranze, e soprattutto voleva attuare una nuova politica per le rette universitarie e borse di studio che in pochi anni avrebbe trasformato il corpo studentesco. Al momento una percentuale deplorevolmente alta di studenti era rappresentata da giovani provenienti da famiglie di ceto economico elevato, e dagli eredi (cio dai figli degli ex allievi); c'erano borse di studio per studenti poveri, ma costituivano una piccola percentuale; i giovani provenienti da famiglie del ceto medio rappresentavano a malapena il cinque per cento degli studenti ammessi... M.R. intendeva aumentare tale quota considerevolmente.
Perch M.R. Neukirchen era lei stessa figlia di genitori del ceto medio, che non avrebbero mai potuto permettersi di mandarla in quell'universit della Ivy League.
Ovviamente M.R. Neukirchen non doveva mostrarsi radicale, ma, piuttosto, assennata, pragmatica e tempestiva.
Aveva messo insieme un'eccellente squadra di assistenti e collaboratori. E un eccellente staff. Appena era stata nominata rettrice aveva reclutato gli elementi migliori che poteva; dello staff di Leander aveva tenuto solo qualche uomo chiave.
A ogni evento pubblico, a ogni dichiarazione ufficiale, M.R. Neukirchen sottolineava che il rettorato dell'universit era un lavoro di gruppo; ringraziava apertamente la sua squadra e i collaboratori, a uno a uno. Come rettrice era generosissima: si assumeva la responsabilit degli errori ma condivideva i meriti dei successi. (Naturalmente da quando aveva assunto l'incarico non era stato commesso alcun errore rilevante.) Si rivolgeva a chiunque incontrava in veste ufficiale con quel fare entusiastico e sollecito, un po' ansioso, che mascherava la sua intelligenza, come mascherava la sua caparbiet; a volte, spinta dall'impeto, la nuova rettrice dell'universit stringeva le mani dei propri interlocutori fra le sue, insolitamente forti, grandi e calorose.
Era l'influenza di sua madre Agatha. Agatha aveva anche insegnato a M.R. a serbare la letizia nel cuore, e a tenersi impegnata.
In quanto quaccheri, Agatha e Konrad erano portati a dire Spero.
Perch non era abitudine dei quaccheri dire Credo o So o Dev'essere cos, ma in maniera meno categorica, e pi delicata, Spero.
S. Spero.
Dal sedile anteriore, il volume della radio era abbastanza alto da coprire le parole di M.R. E Carlos era leggermente duro d'orecchi.
Ora pu spegnere la radio, Carlos, grazie.
Dall'episodio sul ponte, fra loro aleggiava una palpabile freddezza. Nessuno ha pi senso delle opportunit di un vecchio collaboratore, o di un domestico, che sia stato al servizio del predecessore e non pu fare a meno di paragonare il suo attuale datore di lavoro al precedente. Ed M.R. stava cominciando ad acquisire un modo di rivolgersi ai sottoposti che non fosse formale e nemmeno impropriamente informale; un modo di dare ordini che non suonasse aggressivo, imperioso. Anche la locuzione per favore le sembrava imperiosa. Quando si diceva per favore a qualcuno che, come Carlos, non poteva far altro che obbedire, cosa si intendeva veramente?
Si chiese se in quel momento l'autista stesse pensando: Non  lo stesso, guidare per una donna. Per questa donna.
Si chiese se stesse pensando:  troppo sola. Cominci a comportarti in modo strano quando sei troppo solo, il cervello non si spegne mai.
L'impiegato della reception consult il computer, aggrottando la fronte.
M.R. Neukirchen - sulle sue labbra il nome suonava vagamente improbabile, comico - S... s, abbiamo la sua prenotazione, signora Neukirchen, per due notti. Ma temo... che la stanza non sia ancora pronta. La cameriera sta finendo di...
Malgrado la sosta imprevista, era arrivata in anticipo!
Non aveva nemmeno chiesto a Carlos di passare davanti alla sua vecchia abitazione, a Balch Hall, al cui ricordo prov una fitta di nostalgia.
Non per la ragazza ingenua che era ai tempi dell'universit, n per le tante simpaticissime coinquiline (come lei assegnatarie di borse di studio), ma per l'esaltante esperienza di scoprire, per la prima volta, la vivacit dell'impresa intellettuale che per lei, figlia di genitori amanti della lettura, prima si limitava ai libri.
M.R. rispose all'impiegato che andava bene. Poteva aspettare. Naturalmente. Non c'era problema.
... non pi di dieci o quindici minuti, signora Neukirchen. Pu registrarsi subito e accomodarsi in biblioteca. La chiamo io.
Grazie! Va benissimo.
Sorridi! Si prendono pi mosche con il miele che con l'aceto le avrebbe consigliato Agatha, anche se in realt non era per questo che lei sorrideva cos spesso e cos schiettamente. Al che sarebbe seguita la secca confutazione di Konrad, accompagnata da una strizzatina d'occhio alla giovane ed emotiva figlia.
Certo! Se sono le mosche che vuoi.
La biblioteca era una bella sala rivestita in legno dove M.R. pot disporre le sue cose su un tavolo di quercia e continuare a lavorare.
 sempre bene arrivare in anticipo.
Dopo tutto, la sosta impulsiva nella cittadina senza nome accanto al ruscello, o fiume, senza nome non era stata un errore madornale, solo un episodio curioso nella vita (privata) di M.R., da dimenticare.
Arrivare in anticipo. Portarsi il lavoro.
Si stava facendo la fama di stakanovista.
Tutti sapevano che M.R. era una persona molto brillante, seria, idealista, ma ignoravano quanto era dedita al lavoro.
Per quel breve viaggio, se ne era portata a sufficienza per diversi giorni. E naturalmente si sarebbe sempre tenuta in contatto con Salvager Hall, dov'era il suo stuolo di assistenti, collaboratori, segretari del rettorato. In quanto rettrice dell'universit le arrivavano a getto continuo e-mail, che evadeva con rapidit e un'espressione compiaciuta da scolaretta; ormai era noto, e lo stava diventando sempre di pi, che M.R. non mancava mai di inserire domande personali e commenti nei suoi messaggi, la sua cordialit era irrefrenabile.
Perch noi amiamo il nostro lavoro. Non esiste narcotico pi potente del lavoro!
E l'attivit amministrativa di M.R. era ben diversa da quella di scrittrice-filosofa: amministrare significa essere capaci di organizzare gli altri, il centro di gravit dell'amministrazione  esteriore; quel che conta, quel che  significativo, urgente - profondo -  esteriore.
Voglio servire' gli altri. Non voglio essere servita'.
Anche questa era un'eredit dei Neukirchen. Per i quaccheri, il bene comune  pi importante del mero interesse personale.
M.R. si mise a rileggere con spirito critico il suo discorso introduttivo - Il ruolo dell'universit in un'era di patriottismo - ma era distratta dal ricordo del ponte e dell'acre odore dell'acqua, della misteriosa scritta sbiadita sull'edificio di mattoni scuri sull'argine opposto.
Nella hall, alcune persone parlavano ad alta voce. I partecipanti al convegno stavano arrivando.
Sent un rimescolio d'inquietudine, di emozione. Presto sarebbe uscita dall'anonimato.
L'impiegato alla reception non aveva idea di chi fosse (che sollievo!), ma gli altri s, l'avrebbero riconosciuta. L'anno precedente M.R. Neukirchen si era guadagnata una certa fama nei circoli accademici. Non poteva fare a meno di considerare la sua ascesa snervante, e alquanto strana, casuale, a dire il vero.
Dio ti ha scelto, cara Merry! Dio  il principio universale del bene, e Dio ti ha scelto per compiere la sua opera.
Quando era emozionata sua madre parlava cos, in maniera veemente, appassionata. Era quasi un piccolo shock per M.R. rendersi conto che probabilmente Agatha era convinta che a sua figlia fosse riservato un simile destino.
Per l'ennesima volta M.R. sfogli il programma del convegno in cerca del suo nome, per controllare che ci fosse davvero.
Il programma stampato su una grande brochure bianca patinata con caratteri dorati sulla copertina: Cinquantesimo Convegno Annuale Nazionale dell'Associazione Americana delle Societ Erudite. 11-13 ottobre 2002. Il convegno sarebbe iniziato alle 17,30 con un ricevimento del quale M.R. e gli altri oratori sarebbero stati gli ospiti d'onore. La cena era prevista per le 19 e alle 20 M.R. Neukirchen avrebbe svolto la sua prolusione.
Aveva partecipato a molte conferenze, naturalmente. A molte lezioni, discorsi - presentazioni - ma per lo pi concernenti il suo ambito accademico, la filosofia. Era un onore per lei essere stata invitata a parlare per quell'associazione, non la pi grande ma la pi insigne tra quelle intellettuali-accademiche americane, con pochi membri, altamente selezionati.
M.R. stessa vi era stata ammessa da giovane, non ancora trentenne, quand'era professore associato di filosofia.
Oh! Accidenti.
Si era accorta di avere del fango nel risvolto dei pantaloni e sulle scarpe. Irritata, cerc di togliere le macchie, ancora umide.
Si tocc i capelli e trov una specie di ragnatela appiccicosa che doveva esserle caduta in testa dal ponte in ferro battuto.
Per fortuna si era portata altri vestiti. Si sarebbe lavata il viso, ravviata i capelli e cambiata non appena le avessero assegnato la stanza.
Quella sera avrebbe sfoggiato una mise elegante. Da quando era diventata rettrice dell'universit, le sue collaboratrici si preoccupavano che vestisse alla moda, la sua segretaria Audrey Myles aveva insistito per accompagnarla a fare spese a New York ed erano tornate con un tailleur di lana, color champagne, di uno stilista americano che imitava Chanel. Audrey l'aveva convinta a comprarsi anche un paio di scarpe eleganti, con un tacco di quasi tre centimetri, cos M.R. aveva quasi raggiunto la pericolante statura di un metro e ottanta.
Con un'altezza simile non ci si pu nascondere. Meglio immaginarsi come la prua di una nave, un'impavida giovane guerriera amazzone armata di corazza e di lancia.
Era cos che l'aveva descritta il suo amante astronomo, la prima volta che l'aveva vista in una strada di Cambridge, nel Massachusetts, anni addietro. Affermava di essersi innamorato di lei a prima vista. E della sua lunga treccia, che le scendeva sulle spalle come uno scintillante serpente bronzeo.
Da quando aveva fatto carriera nell'amministrazione dell'universit, M.R. si era sbarazzata di quella treccia da scolaretta. Cos come aveva cercato di liberarsi dell'ingenuo sentimentalismo sul tipo di amore che il suo amante astronomo era in grado di offrirle. Dietro insistenza di Audrey, ora portava i capelli corti, tagliati e acconciati da un parrucchiere di New York,: erano folti, ondulati, non pi castano dorato ma del colore indefinito di un campo devastato dall'inverno, con striature grigie che brillavano come fili di metallo.
Secondo le biografie ufficiali, nel settembre 2002 M.R. Neukirchen risultava avere quarantuno anni. Ma sembrava molto pi giovane.
Da bambina aveva visto il suo certificato di nascita. Gliel'avevano mostrato i genitori. Un documento con lo stemma dorato dello Stato di New York che riportava la sua data di nascita, il suo nome... i suoi nomi.
Non devi rivelare a nessuno il nostro segreto.
Dio ha benedetto la nostra famiglia,  questo il nostro segreto.
Lei era Merry, Meredith Ruth Neukirchen. Compiva gli anni il 21 settembre. Un bellissimo periodo dell'anno, secondo i Neukirchen: preludio alla splendida stagione autunnale. Ecco perch avevano scelto per lei quella data.
Ecco perch spesso lei si dimenticava del suo compleanno, e rimaneva sorpresa quando altri glielo rammentavano.
Da ragazza a Carthage, nello stato di New York, non le importava di non essere bella. Aveva imparato a essere obiettiva in questioni del genere. C'era a chi piaceva abbastanza - l'amava, in un certo senso - per l'ampio sorriso che somigliava a una smorfia, e per lo stoicismo che dimostrava di fronte al dolore o al malessere; probabilmente aveva riso vedendo la propria immagine sui giornali locali, l'espressione ansiosa, talmente scialba da sembrare quella di un ragazzo e non di una giovane donna di diciott'anni:
MEREDITH RUTH NEUKIRCHEN, LA STUDENTESSA CHE NEL '79 HA CONSEGUITO IL VOTO PI ALTO AL LICEO DI CARTHAGE.
Era la tipica scuola di una cittadina della regione settentrionale dello stato di New York in cui andavano a finire, come in uno scarico, gli insegnanti meno qualificati e meno motivati, confusi, stoici e rassegnati; parecchi di loro avevano visto in Meredith un che di promettente, perfino di entusiasmante, ma solo uno era stato per lei motivo di ispirazione, anche se aveva deciso di non imitarlo. E quando la povera Meredith - Merry - non fu nemmeno invitata al ballo di fine anno dei maturandi, bench fosse stata incaricata insieme a una compagna di organizzarlo e fosse la studentessa che aveva ottenuto i voti pi alti, una delle insegnanti l'aveva consolata dicendole, con goffa franchezza, pur volendo essere gentile: Dovrai farti strada in qualche altro modo, Meredith.
Non con la femminilit, e non con il sesso. In qualche altro modo.
Poco dopo il ballo di fine anno a cui M.R. non era stata invitata, le sue compagne di classe si erano sposate ed erano rimaste incinte; erano rimaste incinte e si erano sposate. Alcune avevano divorziato presto diventando madri single, un destino familiare ben diverso da quello che avevano immaginato.
Pochissimi suoi compagni, maschi o femmine, si erano iscritti all'universit. Pochissimi avevano fatto ci che si pu definire una carriera. Dei 118 che avevano passato la maturit con lei, pochissimi avevano lasciato Carthage o la contea di Beechum o la zona meridionale degli Adirondack, dove da decenni l'economia versava in condizioni di grave depressione.
Cercando di descrivere le proprie origini al suo amante astronomo, che viaggiava pi spesso in Europa che nelle aree rurali interne degli Stati Uniti, M.R. gli aveva spiegato che quella era una delle regioni americane in cui la povert era diventata una risorsa naturale: assistenti sociali, operatori sociali, addetti ai servizi sanitari, difensori d'ufficio, personale carcerario e addetto agli ospedali psichiatrici, impiegati di tribunale civile, tutti prosperavano in quel suolo sterile. Solo per un attimo M.R. aveva pensato di ritornare, come docente; da quando era partita, in pratica non si era pi voltata indietro.
Non dimenticarci, Meredith! Vieni a trovarci, fermati un po'...
Noi vogliamo bene alla nostra Merry.
M.R. aveva messo da parte il computer portatile e aveva cominciato a esaminare delle cartine stradali sparse su un tavolo della biblioteca, a disposizione degli ospiti dell'albergo.
In particolare era incuriosita da una mappa dettagliata della contea di Tompkins. Sperava di riuscire a identificare il posto dove aveva chiesto a Carlos di fermarsi. A sud e a ovest di Ithaca c'erano diverse cittadine - Edensville, Burnt Ridge, Shedd - ma nessuna sembrava quella che stava cercando. Con l'indice segu una sottile linea curva blu che indicava un corso d'acqua - doveva essere il fiume, o il torrente - a sud di Ithaca; ma su di essa c'era solo un puntino, come fosse un insediamento troppo piccolo per essere segnalato, o non esistesse pi.
Perch  cos importante? Non lo .
Bisbigliava sonoramente. La delusione la disorientava.
Quella cartina s'interrompeva di colpo, lungo la frontiera settentrionale della contea di Tompkins, ma ce n'erano altre con le contee confinanti; M.R. apr con impazienza una cartina stradale di tutto lo stato di New York, disperando di riuscire a ripiegarla per bene. Doveva essere una tara genetica, non riusciva mai a ripiegare per bene le cartine...
A casa Neukirchen, Konrad era l'unico a ripiegarle con cura, diligentemente. Agatha ne era del tutto incapace, si irritava, si innervosiva.
 come un rompicapo. Non ci si riesce!
M.R. studi la cartina: a nord e a est della contea di Tompkins c'era quella di Cortland, oltre, quella di Madison, poi quella di Herkimer, cos curiosamente allungata tra le altre contee, pi tozze; e oltre quella di Herkimer, negli Adirondack, la contea pi estesa e meno popolosa dello stato di New York, quella di Beechum.
All'estremit nordoccidentale della contea di Beechum sorgeva la citt di Carthage.
Quanti chilometri erano? Fin dove poteva spingersi con la macchina, cos, per capriccio? Sembravano circa trecento chilometri, fino all'ansa pi meridionale del Black Snake River nella contea di Beechum. Andando a cento all'ora ci volevano circa tre ore di macchina. Certo, non doveva necessariamente spingersi fino a Carthage; poteva guidare, senza una meta particolare, vedere dove arrivava in un paio d'ore, per poi tornare indietro.
Come le batteva forte il cuore!
M.R. fece un rapido calcolo: erano solo le 13,08. Aspettava la stanza da quasi venti minuti. Di sicuro entro breve l'impiegato l'avrebbe chiamata e si sarebbe potuta sistemare.
Il ricevimento cominciava alle 17,30, ma nessuno sarebbe arrivato puntuale. Poi, intorno alle 18, sarebbero arrivati tutti insieme, la sala si sarebbe riempita di gente e nessuno avrebbe notato che lei era in ritardo. La cena naturalmente era pi importante visto che M.R. doveva sedere al tavolo degli oratori, ma non sarebbe iniziata prima delle 19. E poi la prolusione era alle otto...
C'era tempo, o no? Il cervello non riusciva a fare quel conto, come una calcolatrice difettosa.
Assurdo. No. Basta.
L'incanto fu rotto dallo squillo del cellulare vicino al suo gomito. Le prime, toccanti note di Eine Kleine Nachtmusik di Mozart.
M.R. vide che il numero era quello dell'universit, il suo ufficio. Ovvio, volevano sue notizie.
S, sono arrivata. Tutto bene. Tra qualche minuto mi assegnano la stanza. Carlos  ripartito.
Era vero: Carlos se n'era andato. M.R. l'aveva congedato, ringraziandolo. Sarebbe tornato nel tardo pomeriggio del terzo giorno di convegno per riportarla all'universit.
Naturalmente M.R. gli aveva proposto di fermarsi la notte - quella notte - in albergo, a spese dell'universit, per risparmiarsi la fatica di guidare altre cinque ore in un solo giorno. Ma Carlos aveva cortesemente declinato: a quanto pareva non aveva apprezzato granch quell'offerta e le sue buone intenzioni.
Era un sollievo che se ne fosse andato, pens M.R. L'autista aveva indugiato per un po' nella hall, incerto se lasciare la sua illustre passeggera prima che le fosse assegnata la stanza; aveva insistito per portarle la valigia in albergo, quel trolley leggero che M.R. era in grado di portare da s, come in effetti preferiva, poich vi appoggiava sopra la borsa pesante mentre lo trainava; ma Carlos non sopportava che qualcuno - altri autisti? - potesse sorprenderlo a trascurare anche minimamente i suoi doveri.
Signora, vuole che aspetti anch'io?
No, grazie, Carlos. Certo che no.
Ma se ha bisogno...
Davvero, Carlos! Ho una prenotazione, naturalmente. Sono certa che sia questione di pochi minuti.
L'uomo esitava ancora. M.R. non riusciva a capire se la sua fosse una forma di cortesia professionale o se quel dignitoso signore sulla sessantina fosse veramente preoccupato per lei, forse entrambe le cose; la preg di chiamarlo sul cellulare se le serviva qualcosa, sarebbe tornato a Ithaca prima possibile. E finalmente se ne and.
Certo pens M.R. La sua vita  altrove. La sua vita non consiste nel portarmi in macchina.
Interrogato successivamente, Carlos Lopes avrebbe dichiarato: Le ho chiesto se dovevo rimanere - la sua stanza non era ancora pronta - ma lei ha risposto di no, che dovevo andarmene, si  messa a lavorare in una sala vicino alla hall, le ho detto che magari poteva aver bisogno di me, nel caso non le avessero dato la stanza, per accompagnarla in qualche altro albergo, lei  scoppiata a ridere e ha risposto: No, Carlos!  molto gentile da parte sua ma non ce n' bisogno, certo che mi daranno una stanza.
E l'impiegato della reception avrebbe dichiarato: La sua stanza sarebbe stata pronta alle 13,15 circa. Lei non ha fatto difficolt, ha detto che poteva aspettare senza problemi. Ma qualche minuto dopo si  rivolta alla reception - a me - per chiedere dove poteva noleggiare una macchina. Poi deve aver lasciato l'albergo. Nessuno avrebbe potuto notarla, la hall era piena di gente. Quando alle 20,30 alcuni partecipanti al convegno ci hanno chiesto di aprire la sua stanza, l'abbiamo trovata vuota. Alla porta non era appeso il cartello NON DISTURBARE. Le luci erano spente. La valigia era sul letto, aperta ma quasi intatta, e anche il computer portatile era sul letto, ancora chiuso. Non c'erano segni di effrazione, la stanza non era in disordine e non c'era nessun biglietto.
Alle 14 M.R. era su una macchina a noleggio, diretta a nord di Ithaca.
Aveva il petto gonfio di... cosa? Sollievo? Gioia?
Non aveva detto a nessuno dove stava andando, e nemmeno che si allontanava dall'albergo.
Ovviamente, M.R. aveva pagato il noleggio dell'utilitaria Toyota con la carta di credito personale.
Ovviamente, M.R. sapeva che quello era un comportamento impulsivo, tuttavia riflett che, essendo arrivata in anticipo al convegno, diverse ore prima dell'inizio ufficiale, quella parentesi - fino alle 18-18,30 - era una specie di caduta libera, come in assenza di gravit.
Una volta aveva chiesto al suo amante (segreto) come facevano gli astronomi a sopportare il silenzio e la vastit del cielo, che  intatto, infinito, insondabile e non ricorda niente di lontanamente umano, anzi svuota di ogni valore l'umano, e lui aveva risposto: Ma cara,  proprio questo che affascina gli astronomi della loro disciplina: il silenzio, la vastit.
Diretta a nord, verso la contea di Beechum, guidava immersa in quello che le sembrava il silenzio. La radio era spenta, e il vento fischiava e sibilava dai finestrini risucchiando tutti i suoni come in un aspirapolvere, sgombrandole la mente.
Il suo amante definiva il cielo infinito un tempo antico, anteriore a tutte le civilt terrestri che lui credeva fosse l'essenza della Terra.
M.R. aveva deciso di guidare per un'ora e mezza in quella direzione. In tre ore sarebbe tornata in albergo, alle cinque, in tempo per cambiarsi e prepararsi per il ricevimento.
Ma la macchina era sballottata dal vento. Aveva noleggiato un'utilitaria.
Non era abituata a guidare a velocit relativamente sostenuta su un'autostrada, con i camion che l'affiancavano e la sorpassavano.
Al liceo, M.R. era bravissima in educazione stradale. A sedici anni aveva imparato a parcheggiare in parallelo con tale abilit che il suo insegnante la indicava a esempio per i compagni. In tono d'approvazione diceva di lei: Meredith porta la macchina come un uomo.
Si ricord della prima volta che aveva guidato, la sensazione di stordimento dovuta all'eccitazione, alla gioia. Quel brivido di pura potenza per il modo in cui la macchina balza in avanti quando si preme l'acceleratore, gira quando si sterza, rallenta e si ferma quando si frena.
Si ricord di aver pensato: Questa per gli uomini  una cosa scontata. Le ragazze devono scoprirla.
Solo per sgranchirmi le gambe. Nient'altro.
Si mise a ridere. Una risata fiduciosa. Un sottile velo di sudore le imperlava la fronte, viscido e fastidioso sotto le ascelle. E aveva i capelli un po' aggrovigliati. Come se fosse notte e lei stesse sognando... una cosa del genere.
Avrebbe avuto tempo di fare una doccia prima del ricevimento? Di indossare il vestito elegante da rettrice?
Da ragazza - era robusta e vigorosa, una giovane atleta - M.R. sudava come un maschio, dei rivoli le scendevano lungo i fianchi, sentiva un fastidio alla nuca, sotto la chioma folta e riccioluta. E all'inguine, un groviglio di peli ancora pi folti, che esercitava una sorta di sgomenta fascinazione su di lei, cio Meredith, facendole temere che gli altri in qualche modo lo notassero; e cos per anni - alle medie, alle superiori - ebbe timore che il suo corpo emanasse un odore che gli altri potevano sentire.
Certo che era accaduto. Magari diverse volte. Cosa poteva farci se era una ragazza cos robusta? Dopo ore in aule riscaldate e senz'aria, le grosse cosce si appiccicavano se non si stava attente.
In certi giorni del mese l'ansia saliva come la colonnina rossa di mercurio di un termometro, per il caldo.
Ha le sue cose. Povera Meredith!
Le si legge tutto in faccia. Curioso!
Quella mattina presto, prima che Carlos arrivasse - la notte M.R. aveva dormito a singhiozzo - si era fatta la doccia, naturalmente, e lo shampoo. Tanto tempo prima, sembrava un altro giorno.
Si sarebbe fatta un'altra doccia, al rientro in albergo. Una volta tornata.
In autostrada M.R. procedeva spedita con la piccola utilitaria. Si manteneva sotto i cento chilometri all'ora, una velocit prudente, anche troppo in mezzo a tutti quei veicoli pi grandi che la superavano tra sbuffi derisori.
Ma che splendido paesaggio! Aveva dovuto andarsene, e tornare, per apprezzarlo davvero.
Poderi, colline. Vasti campi coltivati - a mais, a frumento - ora mietuti, che si inerpicavano sulle colline all'orizzonte. Trattenne il respiro: i bagliori di fuoco del sommacco rosso cupo, arancio intenso sul ciglio della strada, tra sempreverdi pi scuri, alberi decidui dalle foglie non ancora morte.
Aveva gi superato Bone Plain Road, il Frozen Ocean State Park. Era passata davanti ai cartelli che indicavano Boontown, Forestport, Poland e Cold Brook, nomi che non le dicevano niente, non le ricordavano la sua adolescenza nella contea di Beechum.
Che ore piacevoli! Se i suoi genitori l'avessero saputo, avrebbero voluto vederla; sarebbero stati disposti a venire in macchina a Ithaca quella sera stessa.
Avrebbero voluto ascoltare la sua prolusione. Erano cos orgogliosi di lei. Le volevano bene. E la vedevano cos poco da quando aveva lasciato Carthage per quell'importante borsa di studio alla Cornell, di sicuro la cosa li sconcertava.
Avrei dovuto chiamarli. Perch non l'ho fatto!
Era come se non avesse nemmeno preso in considerazione quella possibilit. Come se una parte del suo cervello avesse smesso di funzionare.
Quel particolare tipo di cecit-amnesia in cui gli oggetti semplicemente svaniscono appena vengono recepiti dall'area del cervello che ha subito una lesione. Non che si dimentichi, ma l'esperienza viene bloccata.
Ora che M.R. aveva dei collaboratori non era un problema trovare una sistemazione. In albergo, per esempio. O, se quello dove si teneva il convegno fosse stato al completo, in un altro della citt. Audrey sarebbe stata ben lieta di prenotare una stanza per i genitori di M.R.
L'amante di M.R. l'aveva sentita parlare in pubblico diverse volte. Era rimasto sorpreso - colpito - dalla sua disinvoltura di fronte a un uditorio numeroso, mentre lei si sentiva cos spesso a disagio in sua compagnia.
Be', non a disagio, eccitata. M.R. era spesso eccitata in sua compagnia.
Non riusciva a confessare al suo amante (segreto) quanto per lei fosse preziosa l'intimit con lui, era una tensione a cui non aveva ancora fatto l'abitudine. Gli aveva detto con un sorriso: Nessun oratore fissa il suo pubblico. Pi gente c', pi  facile. Ecco il segreto.
Il suo amante la immaginava molto pi composta e sicura di s di quanto non fosse. Da molto tempo la loro relazione si basava su un falso concetto, che M.R. non avesse bisogno di un uomo nella sua vita; apparteneva a una generazione pi moderna, pi libera, mentre il suo amante era di quattordici anni pi grande, e spesso sottolineava questo fatto come per dichiarare l'impossibilit di sposare una ragazza cos giovane. E poi, Andre era intrappolato in un matrimonio problematico, che amava descrivere con l'immagine di Laocoonte e dei figli tra le spire dei terribili serpenti marini.
M.R. rise forte. Andre Litovik era cos divertente che ci si dimenticava che il suo umorismo di solito mascherava una verit o una ragione non altrettanto divertenti.
Oddio...
Il potente risucchio di un autotreno che la sorpass accelerando fece vibrare l'utilitaria. L'autista doveva andare sui centotrenta. M.R. fren, preoccupata e impaurita.
Stava sognando a occhi aperti, distraendosi dalla guida. Si accorse che la mente andava alla deriva.
Meglio uscire dall'autostrada e prendere una statale. Era pi sicura, anche se meno veloce. Lungo distese di campi che si inerpicavano sulle colline attravers la contea di Cortland, quella di Madison, quella di Herkimer fino alle pendici degli Adirondack e infine entr nella contea di Beechum, dove le cime delle montagne ricoperte di sempreverdi si allungavano indistinte e seghettate all'orizzonte come sogni che svaniscono e si dileguano.
Aveva deciso di guidare verso nord solo per un'ora e mezza e poi tornare indietro, ma a quel punto si disse che qualche altro minuto - qualche altro chilometro - non cambiava niente.
Ovunque si fosse trovata alle... 16,30? si sarebbe fermata immediatamente, avrebbe fatto inversione e sarebbe rientrata a Ithaca.
Era forse la prima volta da mesi che nessun collaboratore di M.R. sapeva dove si trovasse, a quell'ora di un fine settimana. Non lo sapeva nessun amico, nessun collega. M.R. era entrata nella zona cieca del cervello, era diventata invisibile.
Era una cosa buona oppure no? Da ragazza i genitori la lodavano per la sua maturit, il senso di responsabilit. Ma stavolta era diverso, si trattava di una semplice parentesi.
Stavolta era diverso: nessuno avrebbe mai saputo.
Aveva spento il cellulare. Pi pratico ricevere e rispondere ai messaggi tutti insieme.
E che sollievo aver lasciato il computer in albergo, sul letto! Era attaccata a quell'oggetto come a un sacchetto per la colostomia. Veniva presa dal panico se sembrava dare problemi anche solo per qualche minuto. Una raffica di e-mail le ronzavano dietro come api furiose.
Troppo tardi M.R. si ricord che doveva incontrare un autorevole docente, presidente di un comitato nazionale di bioetica, a cui era stato chiesto di invitarla a entrare a far parte del comitato. A lei interessava farne parte - considerava una priorit stabilire delle linee guida sulla bioetica - eppure chiss come se n'era dimenticata. Nella fretta di noleggiare una macchina e dirigersi verso la contea di Beechum, l'aveva dimenticato. Ed era stata proprio lei a fissare l'orario del colloquio, poco prima del ricevimento, alle 17.
Avrebbe potuto chiamare l'uomo per rimandare l'appuntamento al giorno successivo ma non aveva il suo numero di cellulare. E non voleva chiamare la sua segretaria Audrey affinch lo avvisasse, perch lei naturalmente le avrebbe chiesto dov'era ed M.R. non poteva rispondere: Sto attraversando il Black Snake River, nella contea di Beechum.
Audrey sarebbe rimasta senza parole. Avrebbe pensato che M.R. scherzasse.
Ora, giunta nella contea di Beechum, M.R. accese l'autoradio. Sperava di trovare una stazione di Watertown, la WWTX. Un tempo apparteneva al network della NPR, ma adesso non riusciva a sintonizzarsi, passavano solo assordanti brani di musica rock e annunci pubblicitari, i rifiuti dell'America.
A quanto pareva un'emittente FM stava trasmettendo un giornale radio - notizie da Washington - ma le interferenze lo sovrastavano come una risata sguaiata.
Notizie da Washington... ma il Congresso non stava ancora votando la risoluzione sulla guerra, no? Era troppo presto. Erano previsti altri giorni di dibattito.
M.R. non si capacitava che i legislatori di Washington avrebbero autorizzato il bellicoso presidente repubblicano ad attaccare l'Iraq: sarebbe stata una follia! Gli Stati Uniti non si erano ancora completamente ripresi dalla disfatta della guerra in Vietnam che, ormai appariva evidente, era stata un terribile errore. Tuttavia sui media, perfino quelli pi progressisti come il New York Times, entusiastiche voci di guerra divampavano e si diffondevano come un incendio indomabile nell'arida boscaglia. Serpeggiava una tremenda eccitazione all'idea di una guerra.
Era sorprendente con quanta efficacia l'amministrazione avesse mentito per convincere la maggioranza dell'opinione pubblica americana che esisteva un legame diretto fra l'Iraq e gli attacchi terroristici dell'11 settembre. A partire da quell'evento catastrofico una nube tossica quasi palpabile si stava addensando sulla nazione, in un graduale oscuramento della logica, in un'intolleranza ammantata di logica.
Che follia! M.R. fremeva al solo pensarci.
Era una studiosa di etica; una cattedratica. Trovava criminale, autodistruttivo, crudele, stupido, donchisciottesco, immorale muovere guerra sulla base di pretesti cos deboli.
Qual era il fascino della guerra? Il fascino di un parossismo di violenze prolungate e collettive, ripetute all'infinito, dagli albori della preistoria fino al giorno d'oggi? Non bastava dire: Gli uomini sono nati per la guerra, gli uomini sono guerrieri, gli uomini devono esercitare il loro ruolo di guerrieri. Non bastava dire: L'umanit  autodistruttiva, condannata. Fra tutte le specie, dannata.
Da progressista, da educatrice, M.R. non credeva in un determinismo cos primitivo. Non credeva affatto nel determinismo genetico.
Molto probabilmente aveva dei giovani parenti sparsi per la contea di Beechum che prestavano servizio nella Guardia nazionale o in un ramo delle forze armate. Alcuni forse erano gi in Medio Oriente, in attesa di essere schierati in battaglia, come nella guerra del Golfo di qualche anno prima. Essendo la regione pi meridionale degli Appalachi, la contea di Beechum apparteneva a quell'America rurale ed economicamente depressa che forniva braccia alla macchina militare.
I parenti pi stretti di M.R. - Agatha e Konrad - erano quaccheri, anche se non attivi nella pi vicina congregazione degli Amici, che era piuttosto distante da Carthage. (Sono troppo pigro per guidare diceva Konrad. Si pu essere quaccheri comunque e ovunque.) Nessuno degli altri Neukirchen era quacchero e di sicuro nessuno era pacifista come Konrad, a cui era stato riconosciuto lo status di obiettore di coscienza durante la guerra di Corea e che, invece di finire in una prigione federale, aveva ottenuto il permesso di lavorare assistendo i reduci in un ospedale di Baltimora.
Konrad era un uomo gentile, basso e tarchiato come un idrante, molto convinto quando affermava che se si fosse trovato nell'esercito - in battaglia - non avrebbe mai potuto sparare al nemico. Non avrebbe potuto impugnare un'arma, o puntarla contro qualcuno.
M.R. sorrise pensando a suo padre. Non pensava a Konrad com'era in quel momento - un uomo anziano e cagionevole - ma com'era nei suoi primi ricordi, nella seconda met degli anni Sessanta.
L'unica cosa a cui non possono costringerti  uccidere un'altra persona. E non possono nemmeno fartela odiare.
Vide un cartello: CARTHAGE 35 KM. Ma quel giorno M.R. non poteva arrivare a Carthage.
Con un certo nervosismo si chiese se fosse ora di tornare. Un sesto senso le impediva di controllare l'orologio...
Che strana sensazione! La stessa che provava da bambina, quando, insieme ad altri ragazzini pi grandi, avanzava lentamente sul fiume ghiacciato; un fiume scuro, dalla corrente impetuosa, come un nero serpente dalle squame lucenti, dove l'acqua gelava solo lungo le rive continuando a scorrere al centro del letto.
Era davvero emozionante. Audaci e imprudenti, i ragazzi pi grandi scivolavano sul ghiaccio, verso il centro non ancora gelato. I pi piccoli rimanevano indietro, timorosi.
Non devi farti convincere, Meredith! Se ti fai male scapperanno e ti abbandoneranno, perch sono fatti cos, sono crudeli, non possono farne a meno perch il loro Dio  un Dio collerico e conquistatore, non un Dio amorevole.
C'era un'avversione, un risentimento verso i genitori di Meredith - non manifestato apertamente, ma alle loro spalle - per il poco virile pacifismo di Konrad. La contea di Beechum aveva una cultura delle armi. I suoi abitanti erano cacciatori, guerrieri.
M.R. sentiva arrivare una leggera emicrania. Non mangiava dal primo mattino, per di pi seduta alla scrivania di casa, rispondendo alle e-mail.
Non  molto piacevole mangiare da soli. Bisognerebbe evitare di mangiare da soli.
Il difetto della filosofia  che non ha stomaco, n viscere. In tutta la filosofia classica non c' un solo battito di emozione.
Oh, perch non aveva invitato Agatha e Konrad a Ithaca quella sera! Sarebbe stato cos facile, e per loro avrebbe significato tanto.
M.R. amava i suoi genitori ma spesso sembrava dimenticarli. Erano simili a nuvole che fluttuavano nel cielo, nubi bianche come la neve, di bellezza incomparabile, innaturale, verso cui nessuno pensa di alzare lo sguardo.
Mi comporter meglio. Mi sforzer di pi. Spero che mi dimentichino. Voleva dire perdonino, naturalmente. Non dimentichino.
In effetti, proprio in quel momento stava attraversando il Black Snake River. Il ponte a travatura reticolare in ferro battuto vibrava sotto la leggera Toyota. Il fiume scorreva quasi dieci metri sotto il ponte, impetuoso, come fuori di s. Cerchi - spirali - di luce come difetti della vista. In quel liquido fuso si poteva immaginare un gigantesco serpente, con la testa sollevata, gli occhi bronzei e le fauci irte di zanne.
A una seconda occhiata, il serpente svaniva sotto il pelo dell'acqua.
Pi a ovest, a Carthage, dentro strati di scisto incrostato vi erano fossili di cui M.R. andava in cerca da ragazzina. Antichi crostacei, pesci estinti da lungo tempo. Era stato il suo insegnante di biologia a mandarla; lui li avrebbe identificati per lei. M.R. li aveva disegnati con particolare cura sul suo taccuino.
Meredith Neukirchen aveva una sfilza di dieci lunga come la coda di una cometa.
In quel punto la sponda era meno rocciosa, pi paludosa. Il fiume non sembrava quello della sua infanzia eppure le era stranamente familiare, come la testa del serpente.
Sulla rampa del ponte c'era un cartello che recitava RAPIDE 8 KM. SLABTOWN 18 KM. RIVIERE DU LOUP 32 KM. Non lontano s'innalzava il monte Moriah - una delle vette pi alte degli Adirondack meridionali - e oltre, cime nebbiose di cui M.R. non ricordava esattamente i nomi: Monte Provenance, Monte Hammer? Monte Marcy? Era stata la geologia - quella del Diciannovesimo secolo - a scuotere per la prima volta il mito cristiano della creazione cos radicato in Europa, che nel suolo intriso di sangue del vecchio continente non si sarebbe mai pensato si potesse estirpare come una radice marcia; eruzioni di certezza umana simili a eruzioni di lava vulcanica spazzavano via ogni cosa sul loro cammino. Cos'era la terra se non un ammasso di torbida lava? Non certo una cosa creata.
Nel giro di pochi decenni l'antica fede era stata completamente scardinata. Tutto era devastazione.
Solo che, come Nietzsche aveva cos acutamente osservato, la devastazione era stata ignorata. Negata. La consapevolezza della posizione della terra nell'universo era entrata nella zona cieca dell'oblio.
Lei non avrebbe aderito a tale negazione, a tale cecit. Lei, con il potere che le veniva dall'essere la prima donna rettrice di una grande universit, avrebbe proclamato la verit cos come la vedeva.
Nella sua vanit desiderava schierarsi con i grandi campioni della verit, non con coloro che parlavano per placare gli animi.
Alle superiori M.R. era attratta dalla geologia e dalle altre scienze, ma negli anni seguenti la sua passione per l'astratto, per la filosofia, l'etica, le aveva fatto dimenticare quei nomi duri e concreti come minerali irriducibili: rocce ignee, sedimentarie, metamorfiche.
La scienza  l'altro nome della ricerca di Dio, le avevano assicurato i Neukirchen. La loro fede quacchera era cos ampia, vasta, onnicomprensiva, un Mar dei Sargassi senza confini e senza Salvatore.
M.R. non osava guardare l'orologio sul cruscotto. Era ora di tornare, lo sapeva.
Stava superando accampamenti di roulotte, casette dalle mura catramate, fattorie semideserte e granai. Pass la Old Dutch Road - la conosceva? - e la Sandusky Road. La stretta Black River Road curvava pericolosamente vicino al fiume. Da quel lato, il margine era stato consumato dall'erosione. Sulla sponda opposta c'era uno strano pendio, simile a una scala a libro, una collina o montagnola brulla da cui sembravano essersi staccati dei massi giganteschi, caduti poi nel fiume. Pareva un antico paesaggio sconvolto, franato. Eppure quelle forme spezzate avevano una potente bellezza.
Sent una fitta tra le scapole, come una puntura d'insetto, causata dalla troppa tensione durante la guida. Si chin in avanti e afferr il volante con entrambe le mani, quasi temesse che potesse sfuggirle.
Lui - il suo amante (segreto) - le aveva detto: L'eternit non ha assolutamente niente a che fare con il tempo, ma scherzava, non intendeva essere crudele o beffardo e lei l'aveva baciato sulla bocca, aveva osato baciarlo sulla bocca, quella bocca che baciava quasi solo lei.
In tono ancor pi misterioso lui aveva aggiunto: Il tempo  un modo per evitare che tutto accada contemporaneamente.
Che cosa voleva dire? M.R. non era sicura di aver capito.
Quando si racconta una storia, bisogna disporre gli eventi in sequenza cronologica. O piuttosto, stabilire una sequenza cronologica, in modo da conoscere davvero la storia, e da poterla raccontare.
Solo nel tempo dei calendari e degli orologi esiste una cronologia. Altrimenti, un'intera vita dura un nanosecondo, finisce rapidamente cos com' iniziata, tutto  accaduto contemporaneamente.
Forse era questo che intendeva Andre. Il suo campo di ricerca era l'evoluzione delle galassie e la formazione delle stelle nelle galassie: l'ossessione della sua adolescenza era la speranza di mappare l'universo.
M.R. aveva avuto pochi, pochissimi amanti. Gli uomini non erano spontaneamente attratti da lei, non da un punto di vista sessuale, immaginava. Aveva un debole per quelli di eccezionale intelligenza, quanto meno pi intelligenti di lei. Cos non avrebbe dovuto nascondere la sua.
Purtroppo nella sua vita tutti gli uomini di questo tipo che aveva incontrato erano invariabilmente pi anziani di lei. Alcuni erano cinici. Altri logori come guanti vecchi, come stivali consumati. La maggior parte erano sposati, alcuni due o perfino tre volte.
Lei voleva sposarsi! Un giorno.
Voleva sposare Andre Litovik.
Lui aveva tentato di dissuaderla dall'accettare l'incarico di rettrice. Lei aveva intuito che aveva paura che la sua giovane amazzone finisse per allontanarsi da lui.
Se davvero l'avesse amata, avrebbe avuto fiducia in lei, ne sarebbe stato orgoglioso.
O forse anche un uomo eccezionale fatica a essere orgoglioso di una donna eccezionale.
M.R. cerc di orientarsi. Sempre pi nervosamente si accorgeva che il tempo stava passando.
Preparata, devi essere preparata.  giunto il momento.
Un cartello indicava SPRAGG 11 KM. SLABTOWN 21 KM. Un altro segnalava Star Lake, nella direzione opposta: 105 KM.
Spragg, Slabtown, Star Lake. Quest'ultima M.R. l'aveva gi sentita, le pareva, ma non le altre localit, con quei nomi strani.
D'un tratto si trov la strada sbarrata.
DEVIAZIONE
STRADA INTERROTTA PER I PROSSIMI 5 KM
Oltre lo sbarramento si vedeva che un tratto di strada era franato nel Black Snake River. M.R. fren immediatamente e la Toyota si ferm; il crollo era sconvolgente a vedersi, come una deformit fisica.
Oh! Maledizione.
Era scoraggiata: questo imprevisto l'avrebbe costretta a rallentare.
Pens alla velocit con cui si era verificato lo smottamento: la strada che cedeva sotto un veicolo in marcia, un'automobile, un camion, - un pulmino scolastico? - e sprofondava nel fiume, le persone intrappolate e terrorizzate, senza nessuno che assistesse a quell'orrore. Era improbabile che fosse crollata sotto il suo stesso peso.
La morte per (puro) caso. Di certo la pi misericordiosa!
La morte per mano di qualcuno: la pi crudele.
La morte per mano di qualcuno che conosci, che ti  intimo come un battito del cuore: la pi crudele di tutte.
A giudicare dall'aspetto della strada franata, con rampicanti e rovi cresciuti tra le crepe, un viluppo di sommacco e alberi rachitici, il crollo non era avvenuto di recente. La contea di Beechum non aveva fondi per riparare una strada cos fuori mano: la deviazione era diventata definitiva.
Come una bambina curiosa - si  sempre tentati di non rispettare una DEVIAZIONE, cos come un cartello che segnala PERICOLO: TRANSITO VIETATO -, M.R. svolt su una stradina laterale: Mill Run Road. Anche se, naturalmente, la cosa pi sensata sarebbe stata tornare indietro.
La Mill Run era asfaltata? O era coperta di ghiaia, ormai consumata? La strada a una corsia sbucava in una campagna che appariva bassa, paludosa; non c'erano poderi, ma una sorta di terra di nessuno, disabitata.
M.R. segu la strada dissestata a velocit prudente. Era abile nella guida, cercava di evitare le buche. Sapeva che quando si incontra all'improvviso un ripido dislivello si pu bucare; in quel momento non poteva rischiare di ritrovarsi con una gomma a terra.
Da ragazza aveva imparato a cambiare le gomme. Aveva la sensazione che fosse meglio imparare a cavarsela da sola.
Pareva che qualcuno avesse abitato in Mill Run Road, e non troppo tempo prima: si vedevano una casa abbandonata in mezzo a un campo, simile a un vecchio smunto e macilento, una stazione di servizio della Sunoco in uno spiazzo insieme a uno sfasciacarrozze, che sembrava chiuso; e vicino un bar, con un'insegna sbiadita scossa dal vento: BLACK RIVER CAF.
La stazione di servizio e il locale erano sbarrati con delle tavole. Davanti al bar c'era un camioncino a sponde basse senza ruote. M.R. avrebbe potuto fare manovra nel parcheggio ma - che strano - si sorprese ad andare avanti come spinta da un impulso irresistibile.
Stava sorridendo? La sua mente, di solito cos attiva, anzi iperattiva come uno sciame di calabroni impazziti, era vuota come in attesa degli eventi.
Nella campagna ondulata, tra pendici e monti boscosi, il cielo si scorgeva solo a chiazze: M.R. coglieva squarci di azzurro indistinto e sfocato e volute di nubi simili a bende sporche. Guidava con brusche accelerazioni e sobbalzi, premendo e lasciando il pedale del gas; sperava di non avere sorprese, qualunque cosa ci fosse l davanti, e invece rimase stupefatta, sconvolta: Oh, Dio!.
Steso sul ciglio della strada c'era un bambino, una figurina abbandonata l come un rottame, un rifiuto. La Toyota slitt e usc di strada, finendo in un fosso.
Meccanicamente M.R. sterz per evitare il bambino. Si ud un tonfo sordo, il veicolo sobbalz inclinandosi nel fosso, con entrambe le ruote di sinistra.
Era successo tutto cos in fretta! Il cuore le batteva all'impazzata. Cerc di aprire lo sportello e di slacciarsi la cintura di sicurezza. Il motore era ancora acceso, il clacson si era messo a suonare con violenza. Le era sembrato di vedere un bambino sul ciglio della strada ma naturalmente - ora se ne accorgeva - si trattava di una bambola.
Mill Run Road. Un tempo doveva esserci un mulino nelle vicinanze. Ora era una landa desolata. O era tornata a esserlo. La strada era una specie di discarica all'aperto usata per gettare rifiuti; nel fosso c'era un materasso squarciato e lurido, un frigorifero con lo sportello aperto come una bocca, giocattoli di plastica rotti, uno scarpone da uomo.
Mugolando per lo sforzo, M.R. riusc ad arrampicarsi - strisciando - fuori dalla Toyota. Poi dovette chinarsi verso l'interno, per spegnere il motore; una paura incontrollata le si affacci alla mente: la macchina poteva esplodere. Armeggi con le dita alla ricerca delle chiavi, che caddero sul tappetino.
Si accorse che l'oggetto sul ciglio della strada non era nemmeno una bambola, ma solo un vestitino incrostato di sporcizia. Una maglietta rosa stinta ricamata a roselline.
E una scarpetta da tennis. Minuscola!
Aggrovigliato alla maglietta c'era un indumento bianco, di cotone - delle mutandine? - incrostato di fango, macchiato. E dei calzini, di cotone bianco. Nel sottobosco l accanto c'erano i resti di un tavolo da cucina con la superficie di formica in finto acero. L'America rurale, una discarica di rifiuti.
Un'intera casa buttata sulla Mill Run Road! Non era una storia a lieto fine.
M.R. si chin a esaminare il frigorifero. Ovviamente era vuoto, i ripiani erano arrugginiti, completamente rovinati. C'era un cattivo odore. Fu colta da una sensazione di inquietudine - un'oppressione -, tanto che dovette allontanarsi.
E ora, che faccio?
Poteva chiamare il soccorso stradale; il cellulare era in macchina. O forse poteva spingere da sola la Toyota fuori dal fosso, non era molto profondo.
Ma... che ora era?
Guard l'orologio. Cerc di calcolare i tempi. Erano gi le 16,30 passate, quasi le 17. Era inaspettatamente tardi! A met ottobre il sole era basso nel cielo e stava calando l'oscurit.
Su quella sponda del Black Snake River vi erano zone paludose, acquitrini. Sentiva l'odore del fango. Evidentemente in quel punto il fiume straripava spesso. C'era un acre sentore salmastro, come di acqua rancida e di marciume.
Guard l'orologio, un piccolo, elegante gioiello d'oro con incisi il nome e lo stemma di un'universit femminile del New England specializzata in materie umanistiche. Le era stato donato in occasione del conferimento, presso quell'ateneo, di un dottorato onorario in lettere, e poco dopo le avevano proposto di candidarsi a rettrice. All'epoca aveva trentasei anni. Ed era preside di facolt della sua universit. Aveva cortesemente declinato l'invito. Non aveva detto: Gliene sono infinitamente grata, ma non posso accettare incarichi presso un'universit femminile.
E nemmeno: Non posso accettare incarichi in universit che non siano importanti centri di ricerca. Non rientra nei piani di M.R. Neukirchen.
Tra i rifiuti abbandonati della casa c'era una striscia di tela cerata marcia.
M.R. la tolse dal mucchio e la trascin verso la Toyota per metterla sotto le ruote dalla parte del guidatore, che si erano impantanate. Bene! Che fortuna! Poi strisci goffamente dentro la macchina inclinata, trov le chiavi sul tappetino e riusc ad accendere il motore: fece avanzare il veicolo di qualche centimetro, riassestandolo, and avanti ancora un po' e di nuovo lo riassest; dapprima le ruote girarono a vuoto, quindi cominciarono a far presa. L'auto si mosse, sobbalzando spasmodicamente; ancora un paio di minuti e avrebbe rimesso la Toyota in strada, solo che la tela cerata marcia doveva aver ceduto e le ruote giravano a vuoto.
Maledizione.
M.R. recuper il cellulare, che era caduto a terra. Cerc di chiamare il soccorso stradale, ma il telefono era muto.
Se solo avesse pensato di chiamare la sua segretaria mezz'ora prima, magari allora il cellulare funzionava. Solo per dire alla giovane donna (sar stata in ansia?): Forse non arriver in orario al ricevimento. Tarder qualche minuto. Ma sar puntuale per la cena. E naturalmente anche per il mio discorso.
Si sarebbe rivolta a Audrey nel suo solito tono vivace e spiccio che non ammetteva repliche. Quel tono vivace e spiccio che non ammetteva mormorii di commiserazione. Se Audrey si fosse mostrata in pensiero, avrebbe concluso: Certo che sto bene! Ci sentiamo dopo.
Camminava lungo la strada con il cellulare in mano. Cerc a pi riprese di farlo funzionare, ma quel maledetto aggeggio rimaneva muto.
Un pezzo di plastica inutile, morto!
Se si fosse arrampicata pi in alto? Il telefono avrebbe preso? Oppure era un'idea ridicola, frutto della disperazione?
Non sono alla disperazione. Non ancora.
In mezzo alle paludi c'era una specie di penisola, una lingua di terra che si elevava di circa un metro, molto probabilmente artificiale, come una diga; M.R. vi si arrampic. Era una donna forte, con gambe e cosce muscolose sotto la carne morbida, solo leggermente flaccida; si sforzava di nuotare, fare trekking, correre, passeggiare, si allenava nella palestra dell'universit; eppure le manc subito il fiato, ansimava. Quel posto aveva qualcosa di davvero opprimente: la distesa paludosa, l'odore. Anche su quel rilievo procedeva in mezzo al fango, le scarpe eleganti erano tutte chiazzate. Aveva i piedi bagnati.
Pens: Devo tornare. Prima possibile.
Pens: So cosa fare: andr tutto bene.
Guard l'orologio cercando di calcolare i tempi ma la mente non funzionava con la consueta efficienza. E gli occhi... c'era qualcosa che non andava?
Il ricevimento sarebbe iniziato alle... 18? Ma M.R. poteva anche arrivare con qualche minuto di ritardo. Non era necessario che vi partecipasse. Eventi del genere non sono quasi mai imperdibili. E la cena... era alle 19,30? Si sarebbe affrettata verso il tavolo, il pi importante nell'enorme sala da banchetti... avrebbe mormorato delle scuse... poteva dire che si era dovuta recare da qualche parte, per un impegno improrogabile, e che la macchina si era rotta sulla strada del ritorno.
Lo stress, il superlavoro, aveva diagnosticato il medico. Passava ore al computer, e quando alzava lo sguardo la visione era annebbiata, doveva sbattere le palpebre, socchiudere gli occhi per rimettere in qualche modo a fuoco la realt.
Quant'era lontano quel mondo: dalla Mill Run Road non c'era una strada diretta.
Una figura accovacciata. La barba, gli occhi attoniti. A tracolla aveva una mezza dozzina di trappole per animali. Con una mano guantata pungolava qualcosa nel fango.
Salve, qualcuno...?
M.R. stava camminando sul bordo di una sorta di diga. Era formata da rocce e massi tondeggianti su cui, negli anni, si era depositata una specie di malta composta da rami spezzati, marci, e perfino da carcasse e scheletri di animali. Ovunque distese di fango, ovunque tife e giunchi in abbondanza. C'erano alberi soffocati dai rampicanti. Alberi morti, tronchi cavi. Lo stagno era coperto di alghe di un verde brillante come neon che sembravano brulicare di una vita microscopica, e dove l'acqua era chiara il cielo di quarzo vi si rifletteva come un occhio dardeggiante. M.R. guard la sponda opposta dove aveva visto muoversi qualcosa... o cos le era parso. Un turbinio di libellule, uno sbattere di ali d'uccello. Un'esplosione di foglie autunnali come pennellate di colore e alberi decidui che apparivano piatti come silhouette ritagliate. Aspett, ma non vide nulla. Nelle paludi che si estendevano ovunque non c'era niente a parte tife e giunchi agitati dal vento.
Le venne in mente una cosa che il suo amante (segreto) le aveva detto una volta: L'unica verit  data dalla prospettiva. Le uniche verit sono date dalle relazioni. All'epoca le era sembrato di capire cosa intendeva: alludeva a qualcosa di concreto eppure intimo, perfino sessuale; aveva concordato subito con ci che aveva detto l'amante, qualunque cosa significasse, nella speranza di capire, un giorno, a un certo punto, quanto fosse lapalissiano quel concetto, quanto fosse stata importante per lei la sua adesione in quel momento.
Pensava: Questa  una posizione, una prospettiva. Una lingua di terra su cui posso camminare, stare ferma; da cui posso vedere che sono gi tornata alla mia altra vita, senza alcun danno, e ho cominciato a dimenticare.
Pensava: In un futuro, tutto questo sar passato. Mi guarder indietro, e ne sar uscita. Avr cominciato a dimenticare.
La lingua di terra - una sorta di penisola sopraelevata -, le rovine di un vecchio mulino. Tra le alte erbacce pungenti resti di vecchi mobili. Blocchi di cemento sbriciolati. Stava zoppicando, si era storta una caviglia. Era molto stanca. Non dormiva da tanto. Nella casa del rettore si sentiva cos sola! Il suo amante (segreto) non era venuto a trovarla. Il suo amante (segreto) non veniva a trovarla da quando si era trasferita nella casa del rettore e non aveva in progetto di farlo... per il momento.
Nella casa del rettore, un importante edificio storico dell'epoca coloniale, M.R. aveva il suo alloggio privato al primo piano. Dormiva in un antico letto a baldacchino del 1870; lei non l'avrebbe scelto, anche se non era cos scomodo da indurla a sostituirlo con un altro.
Andre aveva bisogno di un materasso duro, per la schiena. Almeno, quello di M.R. lo era.
In fondo alla penisola non c'era niente. Paludi, alberi secchi. Negli Adirondack da anni cadeva una pioggia acida e alcune zone della vasta foresta stavano morendo.
Salve!
Era strano parlare a voce alta quando era evidente che nessuno sentiva. M.R. aveva la mano alzata come per salutare un fantasma.
L'uomo con la barba era un cacciatore di pelli. Portava a tracolla trappole di ferro dalle crudeli ganasce. Topi muschiati, conigli. Scoiattoli. Le sue prede erano piccole creature con manti di pelliccia. Che morte orribile in quelle trappole di ferro, meglio non pensarci.
Ehi! Piccola...?
Torn indietro. L davanti non c'era niente.
Ripercorse i suoi passi. Le sue impronte nel fango. Come di un ubriaco, malfermo sulle gambe. Si sentiva stranamente eccitata. Malgrado la stanchezza, eccitata.
Torn sulla strada piena di rifiuti: c'era la magliettina che lei assurdamente aveva scambiato per una bambola, o un bambino. E l, nel fosso, la Toyota tutta inclinata. Se avesse potuto contattare un meccanico, un carro attrezzi l'avrebbe tirata fuori in pochi minuti; da quel che poteva vedere la macchina non aveva riportato danni gravi.
Forse non ci sarebbe nemmeno stato bisogno di riferire l'incidente alla ditta di autonoleggio. Perch in realt non si era trattato di un incidente: non erano rimasti coinvolti altri veicoli.
Continu a camminare, senza meta. Era il crepuscolo, il cielo si stava scurendo. Dalla terra si alzavano le ombre. Vide davanti a s delle luci - erano luci? - la stazione di servizio, il bar: con sua sorpresa e sollievo, sembravano aperti.
Si ud uno scricchiolio di ghiaia. Un veicolo si stava allontanando nella direzione opposta. Altre macchine erano parcheggiate. Nel bar c'erano luci, voci.
M.R. non riusciva a credere di essere cos fortunata! Avrebbe voluto piangere di sollievo. Eppure con una parte del cervello pens con calma: Certo. Questo  gi successo. Ora sai cosa fare.
Accanto a una pompa c'era un benzinaio con una tuta da lavoro macchiata, senza camicia, che la osservava avvicinarsi. Era un uomo grassoccio, dai capelli arruffati, un'espressione astuta da volpe, e la guardava avvicinarsi. Con un certo nervosismo M.R. si chiese se le avrebbe rivolto la parola o se doveva essere lei a farlo. Cercava di non zoppicare. Le scarpe di pelle le facevano male. Non voleva suscitare la compassione di uno sconosciuto, e ancor meno la sua curiosit.
Salve signora! Problemi con la macchina?
L'uomo l'apostrof con una sorta di furbesca comprensione. M.R. si sent avvampare.
Spieg che la sua auto aveva avuto un guasto, ed era a circa un chilometro e mezzo da l. Cio... la macchina era finita per met in un fosso. Poi aggiunse in tono di scusa: Avrei potuto tirarla fuori da sola, il fosso non  profondo. Ma....
Che frase patetica! Non c'era da stupirsi che il benzinaio la fissasse con sfacciataggine.
Signora, lei ha un viso familiare.  di queste parti?
No.
S, io la conosco, signora. Ricordo la sua faccia.
M.R. rise, seccata. Non credo. No.
Di nuovo quel sorriso astuto, volpino.  di queste parti, signora, eh? Ma certo, io la conosco.
Che intende dire? Mi... conosce? Sa il mio nome?
Kraeck. Si chiama cos?
Kraeck. No.
Le somiglia.
M.R. non grad quello scambio di battute. Il benzinaio era un uomo grosso e tarchiato di mezz'et, anche pi. Aveva modi al tempo stesso confidenziali e minacciosi. Si avvicin a M.R. come per osservarla meglio e lei istintivamente arretr, allarmata, eccitata; si prepar al contatto dell'uomo: lui le avrebbe preso il viso fra le mani ruvide, per scrutarla.
Ma s, somiglia a una persona che conosco. Cio... che conoscevo.
M.R. sorrise. Era seccata ma riusc a sorridere. In tono ragionevole replic: Non credo, davvero. Vivo a centinaia di chilometri.
Si chiamava Kraeck. Somiglia a lei... a loro.
S, me l'ha detto. Ma...
Kraeck. Mai sentito prima. Che nome orribile!
M.R. avrebbe potuto confessare all'uomo che in effetti era nata a Carthage, forse in qualche modo lui la conosceva, l'aveva vista l. Poteva essere una spiegazione. C'era una notevole differenza fra la cittadina di Carthage e quella regione desolata degli Adirondack. Ma M.R. non aveva voglia di parlare pi del necessario con quello sgradevole individuo, si era accorta che lui ascoltava attentamente la sua voce, aveva riconosciuto l'accento della regione settentrionale dello stato di New York, quella cadenza cos simile alla sua, che lei sperava di aver perso.
Mi scusi...
M.R. aveva urgenza di andare al bagno. Piant il benzinaio dal viso volpino che la fissava sfacciatamente e sal i gradini del bar.
Era meraviglioso vedere accesa l'insegna prima cos sbiadita e dall'aria abbandonata: BLACK RIVER CAF.
Dentro c'era un lungo bancone, un bar, con diversi uomini davanti, parecchi tavoli di cui meno della met occupati, e luci intermittenti: pubblicit al neon di birra. L'aria era densa di fumo. Sopra il bar c'era un televisore, le immagini saettavano veloci come pesci. M.R. si strofin gli occhi perch l'interno del Black River Caf le appariva sfocato, come un'immagine assemblata in fretta. Le vetrine sembravano smerigliate. Alle pareti non verniciate erano appese fotografie, ritagli di riviste patinate. Dal televisore veniva una musica acuta, martellante, come di campane mosse dal vento, amplificate. M.R. sent un intenso odore di lievito, delizioso: pane appena sfornato? Una torta? Fatta in casa? Le venne l'acquolina in bocca, stava svenendo dalla fame.
Venga, signora! Sembra infreddolita. E affamata.
Dalla cucina usc una donna robusta con un faccione tondo simile a un muffin con un sorriso che lo solcava come una piega. Indossava una camicia di flanella da uomo a scacchi rossi e pantaloni sportivi di velluto a coste marrone con sopra un grembiule di percalle macchiato. Tenne aperta la porta della cucina per far entrare M.R.
Scusi se glielo dico, signora, ma ha un'aria sconvolta.  meglio che entri.
M.R. sorrise, indecisa. Toccandola con la mano calda, la donna robusta la sospinse mentre gli uomini al bar osservavano incuriositi la scena.
Probabilmente si godevano la vista. Apprezzavano la giovane amazzone in abiti da citt, scarmigliata.
La donna era alta quanto M.R., anzi di pi. I capelli, di un dorato pallido, sbiadito, come il sole morente, erano legati in un'alta crocchia sulla testa. I grandi occhi brillavano come monetine. E aveva un sorriso ampio, umido.
Meno male che  qui, signora. L fuori per strada, con il buio... si sarebbe persa subito.
Oh, s. Grazie.
M.R. era sbalordita, grata. Si sentiva come un nuotatore sul punto di annegare che  stato tratto in salvo.
In cucina le diedero una sedia. Era un oggetto familiare, e questo la confort. Il colore consumato in un certo modo sullo schienale, il sedile di vimini che cominciava a cedere. Si sedette giusto in tempo, le si piegavano le ginocchia.
L'odore di cibo in forno era un altro motivo di conforto. E di pietanze che sobbollivano, forse uno stufato, sui fornelli. Come una vampata improvvisa, le venne una fame terribile.
Sal-ve! Ben-venuta!
Signora! Ben-venuta.
Le altre persone in cucina accolsero M.R. con calore. Non le vedeva bene in faccia, ma pens che fossero parenti della donna anziana.
Portarono una scodella di zuppa scura e lucente, gliela piazzarono davanti fumante. Immagin che fosse una zuppa di manzo, o di agnello - montone? -, delle gocce di grasso galleggiavano in superficie, ma M.R. era troppo affamata per fare la schizzinosa. Presto le sue labbra furono ricoperte da una patina di unto, e non c'erano tovaglioli per pulirsi la bocca. Era diventata cos compita, le riusciva scomodo mangiare senza un tovagliolo in grembo, ma l non ce n'erano.
Buono, eh? Ne vuole ancora?
S, era buono. S, ne voleva ancora.
Era seduta a un tavolo familiare: con il piano in formica di finto acero, le gambe tutte ammaccate. In cucina l'aria era calda, umida, sapeva di chiuso. Sui fornelli c'erano diverse pentole e padelle. Su un altro tavolo c'erano muffin appena sfornati, pane integrale, torte. Alcune con una spessa crosta e un ripieno zuccherino-appiccicoso. Torte di mele, di ciliegie.
Una bottiglia di birra. Varie bottiglie di birra. Una mano prese la bottiglia, vers in un bicchiere lo scuro liquido schiumoso. M.R. bevve.
Aveva tanta sete! Tanta fame! Dagli occhi sgorgarono infantili lacrime di gratitudine.
La donna robusta la serv. Aveva enormi seni che le arrivavano alla vita. Pelle ruvida e arrossata, sguardo comprensivo. La crocchia intrecciata le conferiva un aspetto regale, si vedeva che era una donna cui non si potevano dare ordini.
Quando altri - uomini, ragazzi - cercarono di irrompere in cucina per guardare M.R. con i suoi abiti sgualciti e chiazzati di fango, la donna robusta li cacci. Ridendo disse: Andate via, al diavolo tutti, non c' niente da vedere.
M.R. mangiava cos avidamente che la zuppa le si vers sul bavero della giacca.
Le tremavano le mani. La birra nelle narici la faceva tossire, soffocare.
Aveva da bere e da mangiare in abbondanza. E trangugiava troppo in fretta. Le risate si trasformarono in tosse, poi fu sul punto di soffocare, e la donna robusta le batt un pugno sulla schiena.
Dalla TV - o da un jukebox - veniva una musica forte e martellante. Non riusciva ad ascoltare la musica a volume cos alto. Qualcosa la stava trafiggendo - le luci? - come lame scintillanti. Non era ubriaca ma un'euforia incontrollata, come quando si  ebbri, la travolse, sentiva una tale gratitudine mentre tentava di spiegare alla donna robusta che non aveva mai assaggiato niente di cos squisito.
Pensava: Non sono mai stata cos felice.
M.R. ebbe la rivelazione che esistevano posti simili - posti (segreti) - in cui potersi rifugiare. Posti (segreti) sconosciuti perfino a lei dove trovare conforto nei momenti di pericolo. Ebbe come l'impressione che il suo essere si stesse improvvisamente espandendo, come se qualcosa le fosse penetrato nel cervello serrato e vi pompasse aria e luce, fuoco, vento, risate, musica.
Sal-ve. Sal-ve. Sal-ve.
Ci conosciamo?
Ehi, certo. Io s. E tu pure.
Si sentiva cos sollevata. Cos felice. Un calore le si diffuse nel cuore. Goffamente tent di alzarsi, di abbracciare la donna robusta, premere il viso contro i suoi grandi, caldi, morbidi seni e nascondersi tra le calde, morbide braccia.
Lo sai, qui sei al sicuro.
Ti aspetto, qui.
Jewell! Jedina. Ti aspettiamo, qui.
Ma c'era qualcosa che non andava, perch la donna robusta non l'abbracci come M.R. si aspettava; invece la spinse via come si fa con un bambino importuno, non per rabbia, fastidio e nemmeno impazienza, ma semplicemente perch in quel momento non lo si vuole avere tra i piedi. M.R. non voleva pensare che la stesse rimproverando. Si disse: Devo pagare. Devo lasciare una mancia. Non posso consumare gratis. Si mise a frugare alla ricerca del portafogli; non trov la borsa di cuoio, ma chiss come aveva il portafogli. Cerc di guardare l'orologio. Le cifre erano sfocate. Il quadrante non aveva lancette a indicare l'ora. Mi faccia vedere, signora. L'orologio le fu tolto abilmente dal polso; avrebbe voluto protestare ma non poteva. E il portafogli... il portafogli le fu sfilato. Poi le diedero qualcosa da bere che bruciava come il fuoco. Era whisky? Non birra ma whisky? La gola le bruciava, gli occhi le si riempirono di lacrime ardenti. Questo la far parlare, eh, signora? Una voce maschile, perplessa. Nel locale si sentiva ridere, risate di uomini, ragazzi, non di scherno (o cos voleva pensare) ma cordiali, perch alla fine erano riusciti a entrare in cucina.
Di dov', signora? Perch il suo accento somiglia tanto al loro. Dove sta andando, signora? Perch malgrado i vestiti  una di loro, lo vedono bene.
Poggia la testa pesante sulle braccia conserte, la guancia sul tavolo appiccicoso. Che sensazione strana, i seni pendono liberi, schiacciati contro il piano. Le risa sguaiate sono svanite. Che stanchezza! Le si chiudono gli occhi, si sente svenire, cadere. Il rumore di una sedia che struscia sul pavimento, un suono ostile. Una mano, o un pugno, le batte lievemente sulla spalla.
Signora. Stiamo chiudendo.

La bimba del fango salvata dal Re dei Corvi
Aprile 1965
Nella contea di Beechum si sarebbe raccontato - narrato e rinarrato - di come la bimba del fango fu salvata dal Re dei Corvi. Di come nelle vaste distese paludose intorno al Black Snake River, nella desolata regione degli Adirondack meridionali ci fossero un migliaio di corvi e tra questi il pi grande, il pi feroce e con le penne pi nere e lucide fosse il Re dei Corvi.
Di come il Re dei Corvi osserv le azioni crudeli della donna che trascinava e sorreggeva una bimba in lacrime nelle paludi, la gettava nel fango molle in cui si affondava come nelle sabbie mobili e la lasciava sola a morire in quel posto orribile.
E il Re dei Corvi vol in alto sbattendo le ali per esprimere la sua veemente protesta e lanci strida contro la donna che si allontanava riparandosi il viso con le braccia dalla sua furia. Il Re dei Corvi la insegu, come un antico grifone araldico al servizio di un Dio spietato.
Di come nelle brume dell'alba, a poco pi di un chilometro dal luogo dove la bimba era stata abbandonata a morire, ci fosse un cacciatore di pelli che faceva il giro delle sue trappole lungo il Black Snake River e di come quel cacciatore, richiamato dal Re dei Corvi, salv la bimba che giaceva nel fango stordita e sconvolta, respirando a malapena, gettata l come spazzatura.
Vieni! S'ttisss!
Suttis Coldham faceva il giro delle trappole piazzate dai Coldham al sorgere dell'alba, prima che i predatori - coyote, orsi bruni, linci rosse - strappassero le prede dalla morsa e le divorassero vive, troppo deboli per riuscire a difendersi.
I Coldham catturavano in tutte le stagioni castori, topi muschiati, visoni, volpi, linci e procioni. Cosa fosse legale o illegale - quali animali fossero classificati come in via d'estinzione - importava poco ai Coldham. In quella regione desolata della contea di Beechum, alle scoscese pendici degli Adirondack, c'erano forse meno esseri umani per chilometro quadrato che linci rosse, le creature pi schive e solitarie degli Adirondack.
I Coldham erano un'antica famiglia della contea di Beechum che si era stabilita prima della Rivoluzione nella zona di Rockfield sul Black Snake River, e che ormai si era propagata a sud, fino a Star Lake, e oltre. A casa di Suttis erano in cinque figli, lui era il pi giovane e iellato della sfortunata famiglia Coldham, quello per cui Amos Coldham, il padre, nutriva meno speranze. Come se non fosse avanzato abbastanza cervello per il povero Suttis, quando era nato.
Il padre diceva acido:  come se tu scuotessi e riscuotessi una maledetta bottiglia, tipo di ketchup, per fare uscire il cervello, e quando  il turno di Suttis non ne  avanzato abbastanza.
Diceva: Inutile che sbatti quella fottuta bottiglia, il cervello  finito.
Cos si sarebbe raccontato che il solitario cacciatore di pelli che aveva salvato la bimba del fango dalla morte imminente nelle paludi lungo il Black Snake River avesse il cervello di un ragazzino di undici o dodici anni, neanche lontanamente quello di un adulto di ventinove, l'et che aveva Suttis quella mattina di aprile del 1965.
Cos si sarebbe raccontato che, mentre un altro cacciatore avrebbe ignorato le strida del Re dei Corvi, anzi, avrebbe sparato con un fucile calibro 22 per abbatterlo, Suttis Coldham cap subito che il Re dei Corvi gli stava affidando un incarico speciale.
A Suttis era capitato diverse volte, quando era solo e lontano da occhi indiscreti, che delle creature si rivolgessero proprio a lui.
Il primo era stato un gufo nei pascoli dietro casa, quando era un ragazzino. Pronunci il suo nome, SSSuttisss, sibilando tutte le sillabe, tanto da fargli rizzare i morbidi peli sulla nuca, e lui guard su, in alto, verso la cima di un tronco morto di quercia dove il gufo stava appollaiato completamente immobile, a parte le penne che ondeggiavano al vento e gli occhi che brillavano come una fiamma di benzina, e vide che il gufo si rivolgeva a lui, un giovane dalle membra lunghe e magre, che se ne stava sei metri pi in basso a fissarlo con una smorfia di stupore sul viso, ammutolito, nel sentirsi chiamare SSSuttisss e nel cogliere quello sguardo cos significativo negli occhi del gufo. Per questo lo stava chiamando, per dirgli: Tu sei Suttis, e noi ti conosciamo.
Solo anni dopo un'altra creatura si rivolse a Suttis, un cervo - una femmina - mentre, a caccia con il padre e i fratelli, era rimasto indietro, camminando con passo incerto, inciampando, e dal nulla in mezzo a un bosco di pini apparve la cerva a circa quindici metri di distanza - una femmina con due cerbiatti appena nati - che si ferm a guardare Suttis con gli occhi sbarrati non per la paura ma per la sorpresa, come se lo riconoscesse, anche se lui aveva alzato il fucile per sparare con il cuore a mille e la bocca secca - Suttis! SuttisSuttisSuttis! - quelle parole gli risuonavano in testa come una radio, e cos Suttis si rese conto che erano i pensieri che la cerva gli trasmetteva in qualche modo, come vibrazioni nell'acqua, e cap che non doveva sparare, e infatti non spar.
E di recente, nel gennaio 1965, mentre di buon'ora faceva il solito giro delle trappole, quel mattino, maledizione, i suoi fratelli lo avevano spedito fuori perch nessuno di loro aveva voglia di gelarsi il culo, Suttis inciampava nella neve alta fino alla coscia, rabbrividiva per quel fottuto vento ghiacciato mentre met delle tagliole erano coperte di neve e inaccessibili, quando finalmente ne trov una - una! - a pi di un chilometro e mezzo da casa, non vi era intrappolato ci che si aspettava in quell'acquitrino gelato, cio un topo muschiato, un castoro o magari un procione, ma una lince rossa. A quella vista, dallo spazio tra gli incisivi gli usc un debole fischio, perch in vita sua Suttis non aveva mai catturato una lince rossa, sono bestie troppo sfuggenti, troppo astute, ma quello era un esemplare giovane, un cucciolo, avr avuto tra i sei e gli otto mesi, la zampa posteriore sinistra serrata in una lunga tagliola a scatto, se ne stava l impaurito, ansimava, si leccava la zampa intrappolata bagnata di sangue con movimenti frenetici della lingua rosa, poi si ferm a guardare Suttis con espressione supplichevole e al tempo stesso di rimprovero, accusatoria - era una femmina, gli parve di capire - gli splendidi occhi fulvi con nere fessure verticali fissavano Suttis Coldham che si stup di non aver mai visto una creatura simile in vita sua, la pelliccia dai bordi argentei, con strisce e punti color mogano lucido, le orecchie che terminavano in un ciuffo, lunghi baffi frementi, e quegli occhi fulvi fissi su di lui mentre se ne stava accovacciato a qualche metro di distanza e udiva nel respiro ansimante della lince qualcosa che suonava come Suttis! Suttis, non sai chi sono e che lo spinse ad avvicinarsi rischiando di farsi ferire dagli artigli dell'animale, e stupefatto si accorse che quelli erano gli occhi di sua nonna Coldham, morta a ottantanove anni il giorno di Natale, ma in quel momento la nonna era una ragazzina come Suttis non l'aveva mai vista e, in un modo che Suttis non riusciva a capire,lo fissava con gli occhi della lince e anche se le sue zanne erano scoperte in un ringhio di paura lui sent chiaramente la voce della nonna ragazzina che lo apostrofava: Suttis! O, Suttis, tu sai chi sono... sai che  cos!.
Suttis non dubit nemmeno per un istante che la lince fosse sua nonna Coldham, o che sua nonna fosse divenuta la lince - o che comunicasse con lui tramite la lince, sapendo che andava in quella direzione -, Suttis non avrebbe saputo spiegare quelle bizzarre e improbabili circostanze pi di quanto avrebbe saputo spiegare le equazioni algebriche scritte alla lavagna dall'insegnante della scuola con una classe unica che aveva frequentato sporadicamente per otto per lo pi inutili anni, pur non avendo il minimo dubbio che le equazioni algebriche fossero reali, anche se lui non riusciva a capirle. Cos Suttis Coldham si chin in fretta ad aprire la trappola a scatto, armeggiando per liberare la zampa posteriore sinistra ferita del cucciolo di lince mormorando qualcosa per placare lo spirito della nonna-ragazzina, che era e al tempo stesso non era la vecchia che lui aveva conosciuto e che chiamava Nonnina, e la lince scopr i denti, ringhi, sibil, si contorse e gli piant gli artigli nei guanti di pelle squarciandoli ma lasciando illese le mani di Suttis e gli graffi leggermente la guancia destra. Poi, dopo un istante, il cucciolo di lince corse via - zoppicava ma correva - veloce sulle tre zampe, scomparendo nel folto dei larici carichi di neve senza un rumore a parte uno spaventato risucchio e lasciandosi dietro solo feci sparse e ciuffi di pelliccia dai bordi argentei schizzati di sangue nelle orribili fauci seghettate della trappola e un mormorio sibilante: S'ttus! Dio ti benedica.
E adesso era il Re dei Corvi a chiamare inequivocabilmente Suttis Coldham: SSS'ttissss! SSS'ttiss!.
Suttis rimase inchiodato. Se ne stava l impalato. Non poteva coprirsi gli occhi e rifiutarsi di vedere. Non poteva tapparsi le orecchie e rifiutarsi di sentire.
SSS'ttisss vieni qui! Qui!
Il Re dei Corvi era il corvo pi grande che Suttis avesse mai visto. Le sue penne erano le pi lucide e nere e la sua apertura alare ampia come quella di un falco e i suoi occhi gialli rifulgevano di impazienza e indignazione. Come se gli stessero dando la caccia Suttis segu l'argine del fiume, mentre il Re dei Corvi gli strideva dietro, volando di albero in albero, come inseguendolo. Non era vero che Suttis aveva seguito il Re dei Corvi fino alla bimba lasciata a morire nella palude - cos sosteneva -, ma piuttosto il Re dei Corvi aveva guidato Suttis, come un cane guida il bestiame. Suttis non poteva nascondersi, non poteva fuggire dal Re dei Corvi perch sapeva che il Re dei Corvi lo avrebbe inseguito fino alla fattoria dei Coldham e non avrebbe mai smesso di tormentarlo e rimproverarlo per avergli disobbedito.
Suttis avanz inciampando e barcollando lungo l'argine alto un metro che si protendeva sul vasto acquitrino. L'ultima neve dell'inverno si era sciolta di recente e la palude era ricoperta d'acqua, mentre il Black Snake River, gonfio e lutulento, scorreva impetuoso verso sud, allontanandosi dai monti. Ovunque ferveva un brusio, un'agitazione, un brulichio di nuova vita, e la rapacit della nuova vita: afidi, vespe, moscerini. Suttis scacci con la mano sopra la sua testa un nugolo di zanzare appena nate. Sotto i piedi c'erano i resti di una strada. Davanti le rovine di un mulino. Suttis conosceva le paludi - i Coldham vi cacciavano e mettevano trappole - ma non sapeva bene quale funzione avesse un tempo il mulino, n chi fosse il proprietario. Il nonno lo sapeva, o suo padre. E forse i suoi fratelli maggiori. La vita degli adulti gli sembrava remota e inaccessibile e cos i loro nomi erano confusi e poco importanti, per lui come per qualunque ragazzino.
Vieni qui! Vieni qui! S'ttis vieni qui! SSS'ttisss! Qui!
Suttis si muoveva con cautela sull'argine sempre pi stretto. Il Re dei Corvi lo aveva cos distratto che aveva abbandonato il carniere - il sacco di tela ruvida che conteneva i corpi flosci spezzati e insanguinati di numerose creature - ma aveva sempre il coltello, infilato nella giubba che Amos Coldham aveva usato tanto tempo prima quand'era nell'esercito, durante la guerra, tutta macchiata e con i polsini logori. In testa portava un berretto di maglia, calcato sulla fronte stretta; sotto, dei pantaloni da lavoro cachi; ai piedi, stivali di gomma acquistati da Sears a Roebuck. Pass davanti al mulino diroccato con il tetto coperto di muschio che trovava inquietante: Suttis Coldham era portato a pensare che in ogni edificio in rovina si nascondesse qualcuno che lo osservava.
Sulle montagne si poteva essere osservati da un uomo armato di fucile, a una certa distanza. Non sapevi mai se eri nel mirino di uno sconosciuto, n quando tirava il grilletto... per quale motivo? Cos, tanto per farlo, come amavano dire i Coldham.
Suttis rabbrivid, nel timore che qualcuno lo stesse osservando, non solo il Re dei Corvi. Stava entrando nel campo di forza di qualche altra coscienza che lo attirava irresistibilmente.
Una distesa di rottami nell'erba devastata dall'inverno, assi marce, pezzi di cemento, uno stivale da uomo. Uno pneumatico da trattore squarciato, strisce di plastica. Nella vasta palude le tracce si disperdevano in ogni direzione con una parvenza di frenetica determinazione - impronte di animali, di uccelli - e sull'argine Suttis scorse quelle che riconobbe come orme di un essere umano.
L'occhio di Suttis - che si posava su cos tante cose senza capire, e provando ancor meno interesse, per esempio su qualunque foglio stampato - not subito le orme di un essere umano sull'argine e cap, senza bisogno di pensare, che non erano le impronte dei suoi fratelli n di qualche altro cacciatore di pelli o di bestie, bens impronte femminili.
Suttis lo sapeva, e basta: erano femminili. Nemmeno le orme degli stivali di un ragazzino. Erano orme di stivali da donna.
C'erano anche altre impronte insieme a quelle femminili. Forse di un bambino. Suttis lo cap senza riflettere, solo guardandole.
Non che quelle tracce fossero chiare: non lo erano. Ma Suttis cap che erano recenti perch non erano coperte da altre.
Cos'era quella roba! Suttis fischi attraverso lo spazio tra gli incisivi.
Un pezzo di stoffa - una sciarpa - di un tessuto in crespo color porpora, Suttis lo raccolse e se lo ficc rapidamente in tasca.
SSS'ttisss! Qui!
Sulla cima di un larice scheletrico il Re dei Corvi spiegava le ali. Al Re dei Corvi non piacque che Suttis si fosse fermato a raccogliere la sciarpa di crespo color porpora. Perch il Re dei Corvi volava davanti a Suttis, per ordinargli di affrettarsi verso quel punto, per guardare.
E allora Suttis vide - a circa tre metri dalla base dell'argine, in mezzo a un intrico di giunchi - una bambola?
Una bambola di gomma, tutta rovinata, senza capelli, svestita e scrostata, troppo leggera per affondare nel fango, che galleggiava in superficie in un modo che fece fermare il cuore nel petto a Suttis bench si dicesse: Diamine,  solo una bambola.
Lo prendevano in giro? Il Re dei Corvi lo aveva condotto cos lontano perch salvasse una semplice bambola?
Suttis si avvicin e a quel punto vide un'altra figura, a pochi metri dalla prima. Anche quella doveva essere una bambola - anche se pi grande del normale - abbandonata in quel luogo desolato come immondizia o rifiuti.
Il cuore gli pulsava nella testa come un cucchiaio contro un recipiente di legno. Una bambola! Una bambola! Doveva essere una bambola, come l'altra.
Nelle paludi del Black Snake veniva gettata tanta di quella roba che si era formato un bacino interno fatto d'ogni sorta di oggetti buttati via. Vi si potevano trovare capi di vestiario, stivali e scarpe, stoviglie rotte, giocattoli di plastica, perfino tende da doccia opache e macchiate come lenzuoli funebri di poliuretano. Una volta Suttis aveva trovato nel fango un paio di mandibole - denti di plastica - e aveva pensato che fosse una dentiera, invece dovevano essere quei denti che si usano a Halloween, e un'altra volta il telaio senza ruote di un passeggino pieno di fango come una bocca spalancata. Quasi sempre quei rifiuti, che si accumulavano in fondo alla palude dov'erano trasportati dalla corrente, s'impigliavano tra le radici scoperte insieme ai detriti delle piogge invernali, agli scheletri di piccole creature affogate e ai resti di pellicce mummificate dagli occhi ciechi strappati via come gargolle cadute da ignote cattedrali senza nome, mentre pi in l, negli acquitrini, quegli oggetti di solito affondavano e venivano sommersi dal fango.
Nella contea di Beechum si narravano cose sinistre su tutto quel che era perduto - scartato, sepolto e dimenticato - nelle paludi.
Corpi di gente odiata e vituperata. Corpi di nemici.
Sagome gibbose di tronchi secchi nell'acquitrino simili a coccodrilli sonnecchianti.
Versi di uccelli pi piccoli zittiti dalle strida furiose dei corvi.
Era proprio una bambola? Cos grande? Aveva la taglia di un bimbo piccolo - Suttis non sapeva bene di quanti anni - due? tre?
Con le ginocchia che gli cedevano, Suttis si avvicin all'estremit dell'argine.
Il Re dei Corvi sbatt le ali, beffardo, impaziente.
SSS'ttisss! Qui!
Il Re dei Corvi era sul punto di parlare. Il grande uccello poteva emettere parole umane, e Suttis non poteva impedire alle sue orecchie di udirle.
Le grandi ali dalle penne nere del Re dei Corvi gettarono vento e ombra sugli occhi di Suttis che sbatteva piano le palpebre.
Ges!
Una bambina, pens Suttis, ma... era morta?
Aveva la testa calva, come se fosse stata rasata... cos piccola! Che cosa triste!
Non c' niente di pi triste della testa calva di un bambino quando viene rasata per via dei pidocchi o quando i radi capelli sottili cadono per una malattia, a Suttis sembrava che fosse accaduto anche a lui. Tanti anni prima, quand'era piccolo.
I pidocchi, avevano detto. Gli avevano rasato la testa e tagliato il cuoio capelluto con il rasoio maledicendolo come se i pidocchi fossero colpa sua e poi gli avevano strofinato le ferite con il cherosene, come fiamme troppo strazianti per essere percepite, misurate e perfino ricordate se non in quel momento, in maniera indiretta, vaga.
Povera bambina! Suttis non aveva dubbi, era morta.
Forse per via dei pidocchi, l'avevano punita per quello. Suttis poteva capirlo. Il visino era pieno di lividi, la bocca e gli occhi gonfi e scuri. Sul volto aveva chiazze di sangue come lacrime con sopra delle macchie nere, di un nero ronzante: erano mosche.
Solo la testa e il tronco erano ben visibili, la parte inferiore del corpo, le gambe, erano affondate nel fango. S'intravedeva un braccio. Suttis continuava a guardare e mosse le labbra in una preghiera istupidita e terrorizzata senza sapere cosa stava dicendo ma solo quel che gli era stato insegnato: Padre nostro che sei nei Cieli sia santificato il Tuo nome benedici noi, o Signore, per questi nostri doni e aiutaci tutti i giorni della nostra vita, O Signore sia fatta la Tua volont come in cielo cos in terra! Amen.
Suttis aveva visto tante creature morte e non ne aveva paura perch sai che sono morte e non possono farti del male. Solo un idiota poserebbe la mano nuda su un procione o un opossum morti, e quell'idiota probabilmente perderebbe la mano nella morsa convulsa di artigli curvi e affilati e nell'affondo di zanne simili a rasoi.
Una creatura morta non  pericolosa,  dannosa solo se ha iniziato a putrefarsi.
La povera bimba nella palude aveva iniziato a putrefarsi, vero? Si sentiva un odore disgustoso, Suttis chiuse le narici.
Era una preghiera incoerente ed elaborata, quella di Suttis Coldham, lui stesso non avrebbe mai creduto di poterla proferire:
Dio fa' che non sia morta. Dio aiutala a vivere.
Perch il furbo Suttis sapeva che una bambina morta poteva significare guai per lui. Quando era un ragazzo lo avevano picchiato perch aveva guardato dei bambini nel modo sbagliato, o in un modo ritenuto tale da altri, per esempio dalle madri, che spesso erano sue parenti, donne della famiglia Coldham, sorelle, cugine, giovani zie. Guardava i nipotini quando facevano loro il bagno proprio alla presenza delle giovani madri e sul suo viso c'era un'espressione di tenerezza mista a brama animalesca, Suttis in qualche modo aveva sbagliato in assoluta innocenza ed era stato schiaffeggiato, preso a calci e cacciato di casa e gli avevano gridato dietro: Che schifo! Pre-vertito! Va' al diavolo brutto pre-vertito! Vergogna Suttis!.
E cos ora se quella bambina  nuda Suttis si volter e correr via, ma sul corpicino gli sembra di vedere una camicia da notte, lisa e sudicia,  una camicia da notte - vero? - e di questo Suttis  maledettamente grato.
Il Re dei Corvi sta gridando perch Suttis porti la bambina a riva. Lui si accovaccia con gli occhi socchiusi e cerca a tastoni qualcosa, un lungo bastone, un palo, un pezzo di legno, con cui spingere il corpo e liberarlo.
Eccolo, Suttis! Una tavola mezza marcia, lunga oltre un metro. Quando si china per spingere quella specie di bambola nel fango vede - gli sembra di vedere - una palpebra gonfia che sbatte, la piccola bocca da pesce che ansima, e rimane colpito, paralizzato: La bimba  viva!.
Che vista spaventosa, una bambina viva, semisommersa dal fango, un luccichio di insetti iridescenti sul viso - probabilmente mosche -, a un tratto Suttis ha paura, si puntella su mani e ginocchia per fuggire da quella terribile visione, gemendo e farfugliando mentre il Re dei Corvi lo rimprovera da un ramo alto e Suttis s'impiglia in un intrico di rampicanti come un vitello furioso, un cappio di rampicanti lo afferra alla gola e per poco non lo strangola, lo shock lo fa tornare in s, mansueto come un vitello fustigato con una corda rigida si volta per trascinarsi di nuovo fino all'estremit dell'argine. Non pu evitarlo, Suttis deve avanzare nel fango per salvare la bambina come gli  stato ordinato.
Almeno non ha pi nelle narici l'acre puzzo del fango. L'odorato, il senso pi adattabile: dopo aver liberato e sollevato fra le braccia la bimba del fango per trascinarla a riva, Suttis trova quasi piacevole quel tanfo.
Suttis scivola, slitta lungo l'argine nel fango. Si avvicina alla bimba del fango sollevando pi che pu i piedi negli stivali mentre il fango lo risucchia-risucchia-risucchia come scimmiottando dei baci umidi. Sopra la bimba del fango c' una nube, un nugolo di insetti, mosche, zanzare. Suttis li scaccia imprecando. Ha timore di toccarla, all'inizio. La tira per il braccio. Per la spalla scoperta, per il braccio sinistro.  proprio una bimba, avr l'et del suo nipote pi piccolo, solo che i suoi nipotini crescono cos in fretta, non riesce a tenerli in riga, ne confonde i nomi. Strapparla dal fango richiede forza.
 accovacciato su di lei, grugnisce. Il fango gli arriva quasi alle ginocchia, continua ad affondare. I giunchi gli sbattono sul viso, graffiandogli lievemente le guance. Le zanzare gli ronzano nelle orecchie. Un'incontrollabile sensazione come di euforia lo travolge: Sei nel posto giusto al momento giusto e in vita tua non ti troverai pi nel posto giusto al momento giusto.
Ehi! Ti ho preso. Andr tutto bene.
La voce di Suttis  roca come se tacesse da anni.  raro che qualcuno si rivolga a Suttis con un tono che non sia di impazienza, disprezzo o rabbia, ed  altrettanto raro che lui parli, e ancor pi raro che parli con tale animazione.
La bambina, semicosciente, tenta di aprire gli occhi. Il destro  talmente gonfio che resta chiuso ma il sinistro si apre - a malapena, con un battito di ciglia - e la boccuccia da pesce si torce per respirare, per respirare e piagnucolare come risvegliandosi alla vita, mentre Suttis la porta a riva inciampando e grugnendo, la depone con cautela sull'argine ed esce dal fango, si sfila la giubba color cachi e vi avvolge goffamente la bimba; si accorge che  seminuda, coperta solo da quelli che sembrano brandelli di una consunta camicia da notte di carta, tutta ricoperta di fango, viscido e lucente, ha uno strato di fango rappreso sulla testa rapata, tra ferite, croste, lividi,  quasi calva, non si capisce di che colore abbia i capelli.
Ehi! Andr tutto bene. S'ttis ti ha preso.
Suttis prova una tale piet mista a speranza, come raramente gli  successo in vita sua. Porta la bimba del fango piagnucolante avvolta nella sua giubba, tra le braccia, percorre a ritroso l'argine, arriva sulla strada e la percorre per quasi cinque chilometri fino alla piccola cittadina sul fiume chiamata Rapids, mormorando qualcosa alla tremante bimba del fango nel tono di una delle giovani madri, sorelle o cugine, non proprio le stesse parole, che Suttis non ricorda, ma in quel tono consolatorio, di conforto, perch in cuor suo  convinto che il Re dei Corvi ha scelto Suttis Coldham per salvare la bimba del fango, e non perch Suttis Coldham si trovava per caso da quelle parti ma perch tra tutti gli uomini Suttis Coldham  stato designato per quell'impresa.
Egli  l'eletto. Suttis Coldham, di cui prima a nessuno importava un accidente. Senza di lui, la bambina non si sarebbe salvata.
In qualche luogo tra le paludi e la cittadina chiamata Rapids, il Re dei Corvi  svanito.
Il cartello indica RAPIDS POP. 370. Ogni volta che lo vede, Suttis pensa che l ci sono cos tante persone da non poterle conoscere tutte per nome. Nessuno dei Coldham poteva. Neanche per sogno.
Il primo a vederlo  un contadino su un camioncino a sponde basse che inchioda, sul pianale c' un cane che abbaia forte. E alla stazione di servizio della Gulf diversi uomini - crede forse di conoscerli, o dovrebbe conoscerne i volti, o i nomi - sopraggiungono di corsa, sorpresi e inorriditi.
Suttis Coldham, il figlio di Amos Coldham.  ritardato, poveretto.
Altri si avvicinano a Suttis correndo sulla strada. Suttis che tiene tra le braccia la bimba del fango avvolta in una giubba sporca di fango, sulla strada.
Una bambina a loro completamente ignota, figlia di sconosciuti - cos piccola! -, ricoperta di fango?
Tra l'eccitazione generale Suttis indietreggia intontito, confuso. Cerca di spiegare - balbettando - che il Re dei Corvi l'ha chiamato mentre controllava le trappole sul fiume... Prima ha visto una bambola, una vecchia bambola di gomma nella palude, poi ha alzato lo sguardo e ha visto...
Subito la bimba del fango che respira a stento viene strappata dalle braccia di Suttis. Sono arrivate delle donne, le voci stridule e indignate. La bimba viene portata nella casa pi vicina dove viene spogliata, esaminata, lavata delicatamente e vestita con abiti puliti e sulla strada Suttis ne sente la mancanza: la bimba del fango era sua. E ora gli  stata tolta.
A Suttis viene chiesto in tono brusco dove ha trovato la bambina. Chi ? Dove sono i genitori? La madre? Che le  successo?
Suttis si sforza in tutti i modi di spiegare, le parole gli escono strozzate e balbettanti.
Ben presto arriva una macchina dello sceriffo della contea di Beechum, rallenta e si ferma.
Suttis Coldham se ne sta sulla strada tremante, in maniche di camicia, i pantaloni infangati fino alle cosce e con chiazze di fango sulle braccia e sul viso. Suttis ha una faccia stretta da donnola, come un animale preso in una morsa, e il mento sfuggente che rivela i denti anteriori e lo spazio fra gli incisivi quasi come se gli mancasse un dente; intontito, eccitato e tremante parla - mai in vita sua Suttis si  sentito cos importante, mai ha attirato tanta attenzione - come uno alla televisione. Ha molta gente intorno, cos all'improvviso!, e gli fanno tutte quelle domande...
A Suttis accade di rado di dire pi di qualche parola e di solito le biascica in fretta a qualche familiare, per cui non sa come misurarle - una cascata di parole si rovescia dalle sue labbra -, ma ne conosce pochissime e cos deve ripeterle, e non riesce nemmeno a smettere di parlare, una volta che ha iniziato, come quando si corre o si scivola su un piano inclinato, una volta partiti non ci si pu fermare. Per sua fortuna tra tutta quella gente c' un Coldham, un suo cugino, che lo riconosce, insiste che se Suttis dice di aver trovato la bambina nella palude,  l che l'ha trovata - perch Suttis non rapirebbe una bambina -, Suttis  semplice e schietto anche lui come un bambino e non farebbe male a una mosca, Suttis dice sempre la verit.
La bambina senza nome viene portata da una macchina dello sceriffo della contea di Beechum all'ospedale, a cento chilometri da l, a Carthage, dove le vengono riscontrati polmonite, malnutrizione, lacerazioni ed ecchimosi, stato di shock. Per alcune settimane si ignora se la bambina sopravvivr e durante quel periodo, e per diverso tempo dopo, rimane in silenzio, come se le avessero reciso le corde vocali per renderla muta. Castori, topi muschiati, visoni, volpi, linci e procioni li catturava in tutte le stagioni. Quante splendide creature con la pelliccia ferite, mutilate e uccise nelle trappole dei Coldham, e le loro pelli vendute dal padre di Suttis. Ma  la bambina nella palude che Suttis Coldham ricorder e avr cara per tutta la vita.
A letto, nei suoi sonni inquieti, stringe con affetto la sciarpa di crespo color porpora trovata sull'argine, che reca ancora un residuo di sporcizia malgrado lui l'abbia lavata con cura e l'abbia lisciata con la mano di taglio e riposta sotto il cuscino piatto intriso di sudore, in segreto.

La donna del fango affronta un nemico
La donna del fango trionfa
Marzo 2003
Devi prepararti. Sbrigati!
Ma a quella cosa non riusciva proprio a prepararsi.
Non voglio accusare nessuno.
Si chiamava Alexander Stirk. Aveva vent'anni. Parlava in tono formale e con coraggio. La sua piccola bocca infantile e compita aveva ricevuto un calcio, era ferita e sanguinante. L'occhio sano - l'altro era gonfio e chiuso, grottescamente livido come un frutto marcio - fissava M.R. con intensit ipnotica, quasi sfidandola a distogliere lo sguardo.
Bench io abbia, come lei sa, rettrice Neukirchen, numerosi nemici qui al campus.
Rettrice Neukirchen. Pronunci quel nome con tale esagerato rispetto che M.R. prov un lieve disagio: Mi prende in giro?.
Decise che no, non era possibile. Alexander Stirk non poteva confondere la premura di M.R. nei suoi confronti con qualcosa di diverso dalla comprensione.
Aveva la testa in parte bendata, sembrava portasse un turbante di traverso. Gli occhiali dalla montatura metallica erano storti sul naso per via della fasciatura e la lente sinistra aveva una sottile crepa. Parlava con calma, lentamente, nel flebile tono di rimprovero di chi accusa una persona pi anziana di un oscuro torto. Nutriva un vero risentimento, aveva subito un martirio per le sue convinzioni. Era entrato zoppicando nell'ufficio del rettore appoggiandosi a una stampella d'alluminio ora lasciata con nonchalance contro lo spigolo anteriore della scrivania.
M.R. prov un moto di simpatia per Stirk: era cos piccolo.
Cio, rettrice Neukirchen, ci sono molti elementi del corpo studentesco, sia tra i laureandi che tra i laureati, e anche membri del corpo docente, che si definiscono nemici specificamente di Alexander Stirk e nemici del movimento conservatore del campus. Ormai ne conosce i nomi, o dovrebbe conoscerli, ci avr pensato il professor Kroll, credo.
Kroll. M.R. fece un sorriso un po' pi teso, sentendosi avvampare.
Di costoro che si definiscono nemici non sono in grado di giudicare quanti desiderino veramente fare del male ad Alexander Stirk, andare oltre la solita violenza verbale. E quanti, tra loro, siano attivamente coinvolti in un'aggressione nei miei confronti.
Stirk sorrise con disarmante sincerit. O almeno cos sembrava. M.R. si sforz ancor pi di sorridere.
Aveva invitato Stirk nel suo ufficio, per riceverlo in privato. Voleva che il giovane sapesse quanto era preoccupata per lui, e indignata per ci che gli era successo. Voleva che il ragazzo sapesse che, come rettrice dell'universit, era dalla sua parte.
L'aggressione aveva avuto luogo nel campus universitario solo due sere prima, alle 23,40 circa. Mentre tornava - da solo, perch Alexander Stirk era spesso da solo - nella sua dimora di Harrow Hall, era stato avvicinato in un vialetto poco illuminato accanto alla cappella da diversi individui, apparentemente compagni di studio; per la confusione e il terrore non li aveva visti bene in volto - non abbastanza da riconoscerli - ma ne aveva udito le rudi voci beffarde - finocchio, finocchio fascista - mentre veniva spinto senza troppe cerimonie e sbattuto contro il muro di mattoni della cappella: gli era uscito il sangue dal naso, l'orbita destra si era fratturata, aveva riportato lacerazioni alla bocca, e quando era stato spinto a terra si era slogato la caviglia sinistra. Gli avevano strappato con tale violenza lo zaino dalle spalle che quella sinistra si era quasi lussata ed era tutta livida; il contenuto dello zaino era stato rovesciato per terra, dei volantini con l'aquila americana dallo sguardo fiero, lo stemma della YAF (Giovani Americani per la Libert), si erano sparpagliati, disseminandosi sul prato della cappella coperto di neve.
Evidentemente il servizio di sicurezza del campus non si era accorto dell'aggressione. A quanto pareva nessuno aveva soccorso Stirk, nemmeno dopo che era stato lasciato semincosciente a terra. M.R. trovava tutto ci difficile da credere, o da capire, ma Stirk insisteva. E a quel punto la cosa pi saggia era non contestare le sue parole.
Intanto Stirk era stato intervistato dal giornale del campus che aveva pubblicato un colorito articolo in prima pagina. Stirk si era lamentato dell'inammissibile trattamento ricevuto - diversi testimoni dell'aggressione nei pressi della cappella avevano ignorato le sue grida di aiuto come se sapessero che la vittima era lui.
A causa delle sue opinioni apertamente conservatrici, Alexander Stirk godeva di una certa reputazione all'universit. Ogni settimana conduceva un programma di mezz'ora trasmesso dall'emittente radiofonica del campus - Ritratti - e teneva una rubrica d'opinione bisettimanale sul giornale del campus, Stirk colpisce. Era uno studente dell'ultimo anno che aveva scelto come prime materie scienze politiche e psicologia sociale, e veniva da Jacksonville, in Florida; il suo piano di studi comprendeva diverse discipline, intendeva conseguire una laurea speciale, era dirigente della locale sezione della YAF e attivista del Consiglio per la Vita Religiosa dell'Universit. Quando importanti esponenti progressisti come Noam Chomsky tenevano conferenze all'universit, lui e un chiassoso gruppo di suoi colleghi invariabilmente picchettavano la sala prima dell'inizio del discorso e, durante il suo svolgimento, interrompevano l'oratore con continue domande. Stirk sembrava particolarmente interessato al tema dell'aborto, fatto strano per un ragazzo: era uno strenuo oppositore dell'interruzione di gravidanza, in tutte le sue forme, e soprattutto era contrario ai finanziamenti governativi a essa destinati.
Ma era contrario anche alla distribuzione gratuita di preservativi, alla contraccezione, all'educazione sessuale nelle scuole pubbliche.
E cos, ovviamente, Stirk aveva suscitato una fiera opposizione nel campus, che si era manifestata, tra l'altro, con una serie ininterrotta di e-mail minatorie, alcune le aveva consegnato alle autorit. Era stato, a suo dire, insultato, ingiuriato, gli avevano intimato di chiudere quella cazzo di bocca; ma fino alla sera prima non era mai stato aggredito fisicamente. Ora, disse, temeva seriamente per la sua vita.
A quelle parole la voce di Stirk trem. Dietro quella posa sprezzante - l'atteggiamento di uno studente molto brillante, la cui propriet di linguaggio era invero notevole - sembrava nascondersi un ragazzo spaventato.
M.R. assicur con calore ad Alexander Stirk che non aveva nulla da temere!
Alcuni addetti alla vigilanza dell'universit erano stati assegnati al suo appartamento di Harrow Hall e lo avrebbero scortato alle lezioni, se lo desiderava. Se voleva uscire la sera, un addetto lo avrebbe accompagnato.
E chiunque lo avesse aggredito sarebbe stato individuato ed espulso dall'universit, Glielo prometto.
Grazie, rettrice Neukirchen! Voglio crederle.
Stirk lo disse con il pi gentile dei sorrisi, o forse era un sorrisetto compiaciuto. M.R. aveva la sgradevole sensazione che il ragazzo entrato zoppicando nel suo ufficio si stesse rivolgendo a un pubblico invisibile, come un attore molto pieno di s in un film. Su quel viso torn, svan, e riapparve quel sorrisetto compiaciuto e sornione, troppo fugace per essere identificato chiaramente. Per il colloquio con la rettrice Neukirchen, Stirk si era messo un giaccone sportivo di velluto a coste verde scuro con bottoni di pelle, che sembrava una taglia o due pi grande, una camicia bianca di cotone abbottonata fino al collo e pantaloni di flanella con la piega. A parte l'occhio e la bocca terribilmente gonfi, dava l'impressione di un bambino sveglio, intelligente e precoce, il cocco dei genitori. Si sarebbe quasi pensato che con quei suoi bei piedini, in scarpe da ginnastica bianche alla caviglia, non toccasse terra.
Come sembrava strano quello Stirk a M.R.! Non tanto lui, quanto il forte sentimento che le suscitava, del tutto diverso da ogni altra sensazione provata prima, ne era certa, in quell'ufficio dal soffitto alto con i rivestimenti in noce scuro, l'austero pavimento in legno duro e la luce cupa che filtrava a malapena da una mezza dozzina di alte e strette finestre. L'ufficio del rettore al primo piano della storica Salvager Hall - una stanza dagli arredi antichi, massicci ed eleganti, in pelle nera, la robusta scrivania in ciliegio del Diciottesimo secolo, il caminetto in travertino e gli alari in ottone lucente, gli alti scaffali incassati fino al soffitto pieni di libri rari, che da lungo tempo nessuno leggeva, intonsi, dietro le scintillanti porte a vetri - aveva l'aria della sala di un museo, perfettamente conservata. Chi veniva ricevuto in quell'ufficio rimaneva puntualmente colpito, anche i ricchi ex allievi, i donatori: il ritratto sopra la mensola del caminetto, di un gentiluomo in parrucca del Diciottesimo secolo, l'espressione sobriamente corrucciata pur su un viso appena rubizzo, era cos somigliante a Benjamin Franklin che i visitatori immancabilmente chiedevano se fosse lui, ed M.R. era obbligata a spiegare che Ezechiel Charters, il fondatore dell'universit, cio il pastore presbiteriano che nel 1761 aveva istituito il seminario in seguito divenuto universit, in effetti era un contemporaneo di Franklin, ma non un suo amico.
Nei tumultuosi anni precedenti la Rivoluzione il reverendo Ezechiel Charters era stato pi o meno un Tory. Finito nelle mani di una banda di patrioti del luogo, il suo destino sarebbe stato segnato se non fosse sopraggiunto un intervento divino, come fu interpretato - rischiava l'impiccagione - e cos il reverendo Charters sopravvisse e divenne un federalista, come tanti suoi altri concittadini schierati con i Tory.
Federalista e per cos dire progressista, come narrava la leggenda sulla fondazione dell'universit.
Ma il ventenne Alexander Stirk non si era fatto impressionare da tutta quella storia. Aveva fatto il suo ingresso nell'ufficio del rettore con arroganza, zoppicando, appoggiandosi a una stampella che sbatteva a terra, si era accomodato con particolare cautela sulla poltrona di fronte alla scrivania, si era guardato intorno strizzando le palpebre con un sorrisetto compiaciuto come se la luce anemica proveniente dalle alte finestre ferisse i suoi occhi pesti, e aveva mormorato:
Bene!  un onore inaspettato, rettrice Neukirchen. Se il suo era un tono ironico, la rettrice Neukirchen, come gli adulti che hanno a che fare con giovani un po' impertinenti, non diede mostra di coglierlo.
M.R. era stranamente - profondamente - colpita dal ragazzo. Aveva un'aria bigotta, striminzita, eppure toccante, perfino con quella faccia lievemente insolente, come se covasse una malattia non ancora diagnosticata, di cui era ignaro.
La polizia mi ha chiesto se sono in grado di riconoscere i miei assalitori, ho risposto di no, mi sono saltati addosso da dietro e non li ho visti bene in faccia. Ho sentito le voci, ma...
M.R. aveva delle domande da fare a Stirk, ma non lo interruppe e lui continu il racconto dell'aggressione. M.R. riflett che quasi tutti quelli che venivano nel suo ufficio e si sedevano sulla massiccia poltrona di pelle nera di fronte alla scrivania volevano chiederle qualcosa - volevano qualcosa da lei - o avevano delle lagnanze da farle - o sul suo conto - in quanto rettrice dell'universit; la maggior parte di loro M.R. avrebbe dovuto deluderli, ma senza che ci fosse scambiato per indifferenza. Per noncuranza. Quello era (forse) il punto debole della gestione di M.R. Neukirchen: prendeva a cuore le cose.
Non era una quacchera. Una praticante. Ma il benevolo altruismo dei quaccheri - la preoccupazione per la chiarezza e per il bene comune anteposto a quello individuale - le era da tempo penetrato nell'anima.
L'unica cosa importante - davvero importante -  fare del bene agli altri. O almeno, non fare del male.
E cos, M.R. non voleva interrogare in modo troppo serrato il ragazzo ferito, nemmeno tempestarlo di domande come aveva fatto la polizia al pronto soccorso; in quella situazione critica concepiva il proprio ruolo solo come di sostegno, di conforto.
Appena si era diffusa la notizia dell'aggressione, ed erano state inviate e-mail informative a tutti i docenti e al personale, nell'ala sinistra pi scettica del corpo insegnante erano sorti dubbi sulla sincerit di Stirk. E tra gli studenti che lo conoscevano, e che non simpatizzavano con le sue posizioni politiche, circolavano ben pi che semplici dubbi.
Ma M.R., nota nel campus come l'amica degli studenti, non era fra costoro.
E cos, osservando Stirk da vicino, le evidenti gravi lesioni riportate dal ragazzo, tra cui la frattura di un'orbita, M.R. non si sentiva incline allo scetticismo.
O piuttosto - aveva appreso quella tecnica nei primi anni di attivit amministrativa in quell'ateneo - cercava di allontanare lo scetticismo, che rimaneva sospeso, come un pallone a cui si d un colpetto per mandarlo nell'angolo opposto della stanza.
Naturalmente l'universit intende indagare sull'aggressione. Ho subito provveduto a nominare un apposito comitato, io ne far parte di diritto. Chiunque abbia commesso questa orribile violenza nei suoi confronti sar individuato ed espulso, glielo prometto.
Stirk rise. La piccola bocca ferita si torse in una specie di ghigno cortese.
Piuttosto, sar la polizia a indagare, rettrice Neukirchen. Chi mi ha aggredito ha commesso un reato grave, non un'infrazione al regolamento del campus. Ci saranno arresti, non semplici espulsioni. La sottile voce da ragazzo si fece nuovamente profonda, venata da una sorta di esaltazione repressa. Ci saranno azioni legali.
Le parole azioni legali furono pronunciate in un tono che avrebbe fatto rabbrividire qualsiasi rettore. Ma la rettrice Neukirchen parve non reagire.
Prima dell'aggressione, M.R. conosceva solo di nome quello studente cos controverso, Stirk. Negli ultimi mesi era stata informata della presenza all'interno del campus del movimento conservatore, che si era andato rafforzando, diventando sempre pi influente, dagli attacchi terroristici dell'11 settembre fino alla vigilia, i primi di marzo, dell'azione militare contro l'Iraq che, come ci si aspettava, il presidente degli Stati Uniti avrebbe sferrato entro pochi giorni.
Non poteva essere un caso, Alexander Stirk si era pronunciato appassionatamente in favore della guerra contro l'Iraq, cos come contro tutti i nemici degli stati democratici cristiani. Il desiderio di scatenare una guerra simile a una crociata religiosa faceva parte della campagna conservatrice per un maggiore rigore etico.
Nella storia americana alla vigilia di ogni guerra c'era stata una campagna del genere sulla stampa popolare; spesso si trattava di vignette con immagini demonizzanti e degradanti che dipingevano il nemico come subumano, bestiale. La campagna contro Saddam Hussein era stata incessante sin dal mese di ottobre, raggiungendo livelli parossistici nei notiziari televisivi, Fox News, CNN, nelle ultime settimane trasmessi ventiquattr'ore su ventiquattro. La circostanza che l'amministrazione repubblicana omicida guidata da Cheney e Rumsfeld trovasse il suo ideale contraltare nel dittatore iracheno omicida Saddam Hussein era una tragedia che sfiorava il ridicolo. Se non fosse stato per le centinaia di migliaia di probabili vittime innocenti, quegli squilibrati avversari sarebbero stati in realt degni compari.
Era inquietante constatare che in quei primi anni del Ventunesimo secolo il movimento studentesco conservatore stava guadagnando sempre pi terreno nei campus americani. Anche nelle universit private pi antiche - storicamente eccellenti - come quella, di orientamento tradizionalmente progressista.
Definita sinistrorsa, nella terminologia ostile di Alexander Stirk e dei suoi compatrioti
L'ho detto agli agenti di polizia, e non ho nessuna difficolt a ripeterlo anche a lei, rettrice Neukirchen: non credo che dovrei identificare i miei aggressori, anche se ho qualche idea su chi siano alcuni di loro. Stirk fece una pausa e tolse dalla tasca del giaccone un fazzoletto che spieg e con cui si tampon l'occhio ferito, dal quale sgorgavano lacrime lucenti. Parlava con concentrazione esagerata, come se non volesse essere frainteso.
A M.R. appariva chiaro - inequivocabile! - che Stirk si esprimeva con un puerile tono sarcastico, forse nella speranza di provocarla.
Non le era accaduto spesso, nella sua carriera universitaria, che gli studenti le si rivolgessero in maniera irriguardosa. Anzi, forse nessuno l'aveva mai fatto, fino ad allora. Quindi non era abituata a una simile situazione; non sapeva come reagire, o se reagire. Sentiva nel petto una fitta acuta di... dolore? delusione? dispiacere? Era rabbia? Per il fatto che Alexander Stirk, che lei aveva sperato di aiutare, non era cos affascinato dalla rettrice Neukirchen.
Ancor pi audacemente, in tono provocatorio, Stirk riprese: In tutta franchezza posso dirle questo, rettrice Neukirchen, poich sono certo della sua discrezione: quando sono stato aggredito ho intravisto confusamente dei visi, e mi  sembrato che ci fosse una, o pi di una persona di colore dalla pelle chiara. Stirk s'interruppe perch quell'affermazione fosse recepita, con uno sguardo grave e di rimprovero al tempo stesso. Poi, come se lui e la rettrice Neukirchen si trovassero in completo accordo su una questione estremamente delicata, continu in tono bigotto: Ma, in quanto cristiano, cattolico, e fautore delle libert civili, per principio non credo che, per essere giusti, si possa rischiare di accusare un innocente, anche se ci significa lasciare libero il colpevole.  un principio senza senso per i pro aborto - gente che non riconosce alcun valore alla vita umana in embrione - ma che  tenuto in gran conto dalla YAF.
Pro aborto? Vita umana in embrione? Cos'avesse a che fare tutto ci con l'aggressione a Stirk M.R. proprio non lo capiva. Ma capiva abbastanza da non abboccare a quell'esca.
Bene. Dopo essere stato scaraventato a terra, preso a calci, umiliato e minacciato (mi hanno detto: Se non chiudi quella cazzo di bocca sei morto, finocchio) - la voce infantile di Stirk assunse un tono pi profondo e rude mentre ripeteva quelle parole oscene - nessuno  venuto in mio aiuto. Nel giro di pochi secondi tutti i testimoni si sono volatilizzati... ridevano... li sentivo ridere, e quando qualche buon samaritano ha avvertito un agente addetto alla sicurezza del campus nell'ufficio alle spalle di Salvager Hall, ero gi riuscito a mettermi in piedi e a raggiungere barcollando la strada - fuori dal campus - dove un automobilista di passaggio mi ha visto e ha avuto compassione di me.
Un automobilista di passaggio. Quella frase colp M.R. in modo strano.
Come uno che ha raccontato una storia molte volte, anche se in effetti Stirk non poteva averlo fatto, lo studente contuso e pesto disse che l'automobilista di passaggio l'aveva aiutato a salire in macchina e portato al pronto soccorso dell'ospedale - Quel cittadino non si preoccupava che l'auto gli si sporcasse di sangue, grazie a Dio - dove gli avevano fatto una radiografia, gli avevano medicato le lesioni e avevano chiamato la polizia - Perch non si  trattato di un incidente, ma di una brutale aggressione - che era venuta a interrogarlo; quando si era un po' rimesso, Stirk aveva chiamato il professor Kroll, il suo tutor in scienze politiche, che era consigliere di facolt della sezione locale dell'Associazione dei Giovani Americani per la Libert, a casa del quale Stirk era stato prima dell'aggressione.
Strano, pens M.R., che Stirk non avesse chiamato i suoi a Jacksonville. Stirk era stato categorico, il preside della facolt non doveva contattare la famiglia senza il suo permesso.
Mentre un tempo l'universit era legalmente tenuta a fare le veci dei genitori, ora le era vietato assumere qualunque forma di responsabilit genitoriale senza una specifica autorizzazione degli studenti.
Mentre un tempo l'universit rischiava di essere perseguita se non adottava un comportamento protettivo da genitore, ora rischiava di essere perseguita se lo faceva, anche contro la volont di una matricola diciottenne.
Sa quali sono state le prime parole che il professor Kroll mi ha detto, rettrice Neukirchen? E cos allora la nostra guerra  iniziata.
La nostra guerra! Era tipico di Oliver Kroll politicizzare le faccende private. Trasformare questioni dolorosamente individuali in qualcosa di emblematico, di impersonale. L'espressione la nostra guerra indicava una divisione nel campus e una fedelt nazionalistica, cos come significava che la nostra guerra sarebbe presto stata mossa contro l'Iraq.
In qualche modo la politica nel campus si era impelagata in temi come l'aborto, la promiscuit sessuale e l'ubriachezza all'interno dell'universit; il patriottismo si misurava in base al fervore con cui si sosteneva la necessit di mantenere le frontiere chiuse, di condurre una guerra al terrore, e un'azione militare in Medio Oriente. M.R. aveva seguito relativamente poco quelle controversie perch era impegnata in altre questioni che reputava pi urgenti.
Stirk disse con orgoglio alla rettrice Neukirchen che, nonostante l'avesse chiamato dopo mezzanotte, Oliver Kroll si era precipitato al pronto soccorso. L, il professor Kroll era rimasto sbalordito nel vedere le lesioni riportate da Stirk, era disgustato, furioso. Il professor Kroll aveva insistito per parlare con i funzionari di polizia, informandoli delle minacce che Stirk, lui testimone, aveva ricevuto da esponenti della sinistra radicale dell'universit, contrari alle posizioni proclamate dal ragazzo sulla politica e la moralit. In particolare, nella settimana precedente all'aggressione Stirk aveva parlato, nel suo programma radiofonico e nella rubrica che teneva sul giornale studentesco, di una situazione veramente disgustosa, indescrivibile che si era verificata all'universit, un segreto di Pulcinella, cio il fatto che una studentessa aveva subito un'interruzione di gravidanza dopo il sesto mese in una clinica di Philadelphia dove si praticavano aborti. Astutamente - pericolosamente - Stirk aveva quasi fatto i nomi, indicato i colpevoli, e per questo aveva ricevuto una raffica di mail piene di odio e minacce.
M.R. era rimasta costernata quando uno dei suoi collaboratori le aveva portato il giornale studentesco, per mostrarle l'articolo di Stirk, pieno di insinuazioni e accuse come quelle delle riviste scandalistiche. Bench il periodico degli studenti fosse nel complesso una pubblicazione dalle posizioni politiche progressiste, i suoi redattori credevano nella diversit di opinione, nel dibattito. In quell'universit da almeno un cinquantennio non si tentava di censurare e nemmeno di influenzare le pubblicazioni, che erano gestite dagli studenti. Come quasi tutti i membri del corpo docente, M.R. sapeva solo vagamente dell'esistenza all'interno dell'universit di una coalizione di conservatori-cristiani rinati, che cercava adepti alla sua causa. La coalizione rappresentava una minoranza, forse meno del cinque per cento degli studenti, eppure quella minoranza era diventata molto rumorosa e usava toni accesi, in contrasto con l'atmosfera progressista predominante, e non migliorava la situazione il fatto che alcuni studenti cristiani, come Alexander Stirk, manifestassero sete di martirio, o almeno dell'attenzione pubblica che viene concessa al martirio.
In particolar modo, M.R. era irritata dalla rudezza della rubrica Stirk colpisce con quel titolo provocatorio, Libera (per chi?) scelta e, in grassetto, i versi beffardi del primo paragrafo:
LIBERA SCELTA  SOLO MENTIRE!
NESSUN BAMBINO VUOLE MORIRE!
A M.R. sorse spontaneo un pensiero: Mia madre voleva che morissi.
Ma era una cosa orribile, e sul giornale degli studenti poi! Non c'era da meravigliarsi che Stirk avesse ricevuto quelle che definiva e-mail piene di odio. N che ci fossero studenti che ce l'avevano con lui, che lo prendevano in giro. Se Stirk era gay - come sembrava - quella diversit non aveva niente a che fare con le sue idee conservatrici, anzi sarebbe parsa in contrasto con le posizioni conservatrici tradizionali, secondo cui Alexander Stirk era un individuo strano, forse, e coraggioso. Ma su temi del genere, che scatenavano emozioni simili a una tempesta di sabbia, non c'era tempo per cogliere sfumature o sottigliezze; non c'era tempo per prendere in considerazione i paradossi della personalit.
Per M.R. e i suoi colleghi (progressisti) era sconvolgente che i conservatori del campus, in analogia con i conservatori di tutta l'America sin dai trionfali anni di Reagan, fossero inclini a rinunciare alle sottigliezze. La loro strategia di opposizione era ignobilmente basata sull'antagonismo, sullo scontro. La loro strategia era, come dicevano, azzannare alla gola.
All'epoca in cui M.R. aveva conosciuto Oliver Kroll, quando era andata a insegnare filosofia morale in quell'universit, lui era meno coinvolto con il movimento conservatore; M.R. aveva letto i suoi saggi sulla storia del libertarismo americano, pubblicati su riviste di grande prestigio come American Political Philosophy, ed era rimasta colpita. Vi aveva trovato una prospettiva molto diversa dalla sua, argomentata in modo intelligente se non persuasivo. M.R. non si era mai sentita a proprio agio con Kroll - per ragioni politiche e personali - ma ne ammirava l'opera e, per certi versi, era doloroso ricordare che erano stati amici, o pi che amici, per un breve periodo; in seguito Kroll era divenuto un (ben remunerato) consulente dell'amministrazione repubblicana a Washington, perfettamente allineato con il pi famoso - o famigerato - portavoce conservatore dell'universit, G. Leddy Heidemann, un'autorit in materia di fondamentalismo islamico, che si diceva fosse coinvolto da vicino nei preparativi (segreti) per l'invasione dell'Iraq, un confidente del Segretario della Difesa Donald Rumsfeld. All'universit sia Kroll che Heidemann erano malvisti dalla maggioranza dei colleghi, ma godevano di un ampio seguito tra gli studenti, soprattutto i laureandi.
M.R. trovava tutto ci inquietante e sgradevole, e come ogni alto funzionario temeva per la propria autorit, bench si ritenesse quel genere di alto funzionario a cui l'autorit importa poco; erano le caratteristiche peculiari di M.R. Neukirchen a fare di lei una rettrice incisiva, quella sua aria di cordiale apertura mentale verso ogni cosa.
Eppure trovava sconvolgente che in sempre pi settori della pubblica informazione, come nella sua stessa universit, la parola progressista fosse diventata una sorta di comica oscenit, da non mormorare senza un sogghigno.
Come intellettuale testa d'uovo, il rozzo, grossolano epiteto usato per screditare Adlai Stevenson durante le sventurate elezioni presidenziali del 1956. Come difendersi da una simile... accusa? Perfino cercare di confutarla equivaleva a esserne macchiati, diventando oggetto di ridicolo.
Allora, rettrice Neukirchen...
Stirk continu il racconto dell'aggressione e dei suoi strascichi con il suo beffardo tono di rimprovero, bigotto e accusatorio. Da venti minuti parlava quasi ininterrottamente come se stesse descrivendo le sue condizioni a un vasto pubblico televisivo di cui M.R. faceva parte. Con singolare impudenza - come se si rendesse conto di intimorire la rettrice - fece una pausa per portarsi l'indice alle labbra.
Mi chiedevo, rettrice Neukirchen, se ha mai ascoltato il mio programma radiofonico, Ritratti.
Temo di no.
Ma credo - spero - che abbia letto la mia rubrica sul giornale dell'universit, Stirk colpisce.
S, l'ho letta.
Si pu leggere anche on-line. Cos il mio regno non  solo di questo campus.
Stirk parlava con la voce che usava alla radio, suppose M.R., un tono forzatamente baritonale che contrastava con il corpo dall'ossatura minuta e apparentemente privo di muscoli. Com' piccolo. Con quanta facilit gli si pu fare del male.
La testa bendata, la fronte molto stretta che sembrava fosse rimasta presa in una morsa, il mento appena accennato, sfuggente... Gli occhi erano la parte pi attraente di Stirk, malgrado fossero pesti e lividi, ed M.R. vi scorse insolenza e brama, disperazione.
Amami! Amami e aiutami, ti prego, Dio.
Una supplica che non sarebbe mai stata espressa.
Senza quella posa arrogante, come senza i vestiti, quanto sarebbe stato indifeso Stirk! Una figurina asessuata, estremamente vulnerabile. M.R. se lo immagin da adolescente, o da bambino, intimidito dai ragazzi pi grandi, vittima del senso d'inferiorit, disprezzato. Nell'ambiente in cui era cresciuta, nella regione settentrionale dello stato di New York, a sud degli Adirondack, uno come Alexander Stirk non avrebbe avuto chance.
M.R. trovava commovente, un gesto di assoluto coraggio, o di spavalderia, proclamarsi cos apertamente gay. Nonostante la diversit di Stirk sembrasse anche una specie di finzione, o un espediente; una provocazione e una maschera dietro cui nascondersi.
Stirk rivel a M.R. di avere un elenco di nomi che non aveva ancora fornito alla polizia, una lista che il professor Kroll l'aveva aiutato a stilare. Non solo studenti, ma anche membri del corpo docente. Dei nomi sorprendenti. Intendeva consegnarla al comitato universitario che stava indagando sull'aggressione, ma non aveva ancora deciso se darla alla polizia.
La cosa straordinaria a proposito dell'aggressione subita - che ironia! - era che stava ricevendo un grande sostegno da persone in tutto il paese, una valanga di solidariet e sdegno per l'accaduto. Nei giorni precedenti alcuni avvocati di livello internazionale si erano offerti di rappresentarlo nei processi contro gli aggressori e contro l'universit per non averlo protetto... Il Washington Times, la Fondazione dei Giovani Americani, Fox News l'avevano contattato per chiedergli delle interviste...
Nell'udire questo, M.R. sussult. Naturalmente i mezzi di comunicazione conservatori si sarebbero buttati sull'opportunit di intervistare un loro martire.
Faceva riflettere che un episodio accaduto nel campus universitario fosse diventato in cos breve tempo di dominio globale, diffuso nel cyberspazio, pronto a essere replicato, amplificato, migliaia di volte! M.R. si sentiva mancare. L'evento si stava trasformando in una controversia universitaria che turbina incontrollata come i liquami che montano in una piena improvvisa, e lei sapeva di doverlo impedire; aveva creduto di poterlo evitare con la benevolenza, il buon senso, un duro lavoro e la sincerit. Non aveva forse pensato che, se avesse incontrato di persona il ragazzo vittima dell'aggressione, a quattr'occhi, le cose sarebbero andate diversamente?
Leonard Lockhardt e altri collaboratori le avevano caldamente consigliato di non ricevere Alexander Stirk da sola, ma M.R. aveva insistito: non era il genere di rettore che prendeva le distanze dagli studenti, anzi era nota per l'attenzione che riservava a ciascuno di loro. Si era aspettata, parlando con Stirk con calma, in privato, di riuscire a stabilire un contatto con lui, di capirlo; avrebbe potuto - oh, era pura vanit? ingenuit? - colpirlo con la sua sincerit, conquistarne la fiducia.
Farselo amico.
La notte precedente la telefonata era arrivata tardi - molto tardi, alle due -, M.R. si era appena messa a letto e giaceva insonne con il cervello che le ronzava come uno sciame di api - insonne e sola nel letto del rettore nella camera da letto del rettore nella casa del rettore che era un edificio storico nella parte pi antica, storica, del campus universitario -, era appena uscita dal suo studio dopo aver spento il computer nella speranza di dormire almeno qualche ora per svegliarsi alle sette e iniziare una lunga giornata - tutti i fine settimana erano fatti di lunghe giornate - da affrontare con entusiasmo, ottimismo, speranza, come una pista da sci, una lunghissima pista da sci, dalla cui cima non si vedeva fondo.
Non c' niente di pi bello ed emozionante che fare le discese libere, se si  capaci.
Il telefono aveva squillato alle due - per la precisione alle due e quattro minuti - ed M.R. aveva risposto con apprensione, perch a un'ora del genere ovviamente non potevano che essere brutte notizie, una telefonata sulla linea privata del rettore, un numero che non figurava sull'elenco, che conoscevano in pochi, la voce concitata del capo della sicurezza dell'universit che la informava di quell'episodio scioccante...
Oh Dio! ...  in condizioni molto gravi? Si sa chi l'ha aggredito? Erano... studenti?
A M.R. sembrava che una luce intensa, accecante, si fosse diffusa nella stanza, avvolgendo il paesaggio notturno fuori dalla finestra. Di colpo era sveglia, sveglissima. Sarebbe stata per ore al telefono, o l vicino.
Pensava: Che follia! Non sono preparata a questo.
Eppure avrebbe perseverato. Avrebbe fatto quel che poteva. La sollevava parecchio che il ragazzo non fosse in condizioni critiche, ferito seriamente; decise d'impulso di recarsi all'ospedale per fargli visita, alle sei e venti del mattino, con una tempesta di neve e pioggia.
L'ospedale distava meno di due chilometri dalla casa del rettore. L'ultima volta in cui M.R. ci era andata era stato per far visita a una collega pi anziana operata per un cancro al seno.
E in precedenza per un collega, della sua et, operato per un cancro alla prostata.
Entrambi si erano ristabiliti, o cos credeva.
Non avrebbe rivelato a nessuno dell'universit quello sconsiderato gesto antelucano, a nessun collaboratore, confidente o amico. Di certo non al consulente legale dell'universit che esortava alla cautela in tutte le questioni che potevano comportare una pubblicit all'ateneo. E di certo nemmeno al suo amante (segreto), per il quale l'intera avventura del rettorato di M.R. era un'improbabile fantasmagoria, venata di follia, vanit, ingenuit.
Perch la pensasse cos, M.R. lo ignorava. Forse perch l'incarico di rettore, che andava ben oltre la brillante carriera accademica di M.R. Neukirchen, gli era totalmente estraneo e quindi lo faceva sentire escluso.
Confusa per l'eccitazione alimentata dallo stress e dall'insonnia delle ultime ore, M.R. aveva guidato fino all'ospedale, aveva lasciato la macchina sul retro nel ben illuminato parcheggio del pronto soccorso e si era precipitata dentro affannata e piena di apprensione, quella donna alta, dallo sguardo ansioso, aveva chiesto se un giovane studente universitario di nome Alexander Stirk si trovava ancora l, e se poteva vederlo...
Nel frattempo Stirk era stato dimesso. Aveva lasciato l'ospedale in compagnia di una persona che M.R. immagin fosse Oliver Kroll.
Oh, capisco! E... come sta?
Un giovane medico indiano fiss M.R. con sguardo interrogativo. Chi era quella donna? Che parentela aveva con Stirk?
M.R. si present. Dallo sguardo sbigottito del dottore comprese che si era reso conto che si trattava di circostanza grave, un evento rimarchevole, di cui parlare, se il rettore dell'universit si era precipitato al pronto soccorso prima dell'alba per far visita a uno studente brutalmente pestato.
Con un sorriso cortese il medico spieg a M.R. che Alexander Stirk stava meglio, tanto che era stato dimesso dal pronto soccorso, e doveva essere lui a dirle quello che riteneva opportuno riguardo alle sue condizioni fisiche; meglio chiederlo a Stirk.
M.R. se ne and come se avesse ricevuto un rimprovero. Ma se ne and sollevata.
Recarsi all'ospedale era stato un gesto avventato. Si chiese se fosse stata una sciocchezza.
Il legale dell'universit, Leonard Lockhardt, avrebbe disapprovato. Un uomo cauto, gi al servizio del cauto predecessore della rettrice Neukirchen, il cui generico consiglio era: prudenza.
Di questi tempi basta un niente per finire in tribunale, se lo ricordi! E quest'universit  nota per la disponibilit di mezzi.
Ma Leonard Lockhardt non avrebbe mai saputo che M.R. si era recata all'ospedale prima dell'alba. Nessuno l'avrebbe saputo, nemmeno Alexander Stirk.
Naturalmente Lockhardt aveva consigliato a M.R. di non incontrare quel giovane irritabile in privato. M.R. aveva insistito che l'avrebbe fatto. Lockhardt l'aveva ammonita a non dare l'idea di prendere posizione, prima del tempo, ed M.R. aveva risposto che ovviamente avrebbe fatto molta attenzione a quello che diceva. La cosa che pi le premeva era parlare al ragazzo, confortarlo. Aveva subito un terribile shock; se il suo resoconto dell'aggressione era del tutto vero, era stato ferito. Desiderava recargli conforto ed era convinta fosse suo dovere farlo; in quanto studente dell'universit, Stirk era un suo studente.
E cos M.R. stette ben attenta a non dare l'impressione di non credere al racconto di Stirk o di voler difendere in alcun modo l'universit che, a sentire il ragazzo, non lo aveva protetto.
Accigliato, Stirk disse che i suoi nemici lo avrebbero accusato di essersi inventato l'aggressione che avevano compiuto ai suoi danni. Lo avevano minacciato di peggio.
... credono di potermi intimidire... di mettermi a tacere. Ma rimarranno molto sorpresi quando...
M.R. percep un profondo dolore nel ragazzo aggredito, una ferita simile a un'angoscia interiore. Era stato oltraggiato, e gi da lungo tempo.
Difficile credere che avesse vent'anni e non quindici, o anche meno; visto da vicino, Stirk sembrava pi una ragazza che un ragazzo. Era alto meno di un metro e sessanta e pesava meno di cinquanta chili. Quanta fatica gli era costata affermarsi a scuola, lui, cos intelligente - di un'intelligenza aggressiva - con un corpo cos minuto; quanto dovevano essere stati duri i primi anni, alle elementari e alle medie. Anche all'universit, con i suoi rigidi principi accademici, dove in alcuni ambienti gli sport erano una passione; dove i vecchi circoli e le societ segrete continuavano a dominare la vita sociale degli studenti... E poi c'era l'aspetto sessuale, preponderante nell'adolescenza.
Anche se per M.R. Neukirchen, a quell'et, non lo era! Quindi forse la sessualit non era cos importante nemmeno per quel ragazzo.
L'istinto sessuale - il desiderio - a M.R. non sembrava naturale come a ogni altro adolescente, come altri tipi di desiderio.
Pareva che le lagnanze di Stirk nei confronti dell'universit avessero origini antiche, sin dal suo ingresso come matricola. La situazione esplosa la notte precedente si era sviluppata nel tempo, come un ascesso, e cos l'ostilit, l'odio dei suoi nemici, la loro invidia per la sua posizione nel campus e il risentimento sinistroide-progressista per la coalizione conservatrice dell'universit, che acquistava sempre nuovi simpatizzanti. M.R. era decisa ad ascoltare Stirk senza interromperlo o contestarlo, ma aveva difficolt a seguire i suoi ragionamenti e le sue accuse; la relazione tra la studentessa che (presumibilmente) aveva abortito all'ultimo trimestre di gravidanza, altri (supposti) episodi verificatisi presso l'universit, la locale sezione dell'Associazione dei Giovani Americani per la Libert e Alexander Stirk non era chiara; molto probabilmente esistevano rapporti tra alcuni di quegli studenti di cui nessuno ancora aveva parlato, e che non avevano solo a che fare con le loro posizioni politiche contrastanti.
Stirk disse che stava seriamente considerando l'idea di concedere interviste, e naturalmente intendeva scrivere dell'episodio, non solo per il giornale universitario ma anche su Internet e altrove, perfino contro il parere del professor Kroll. Gli sembrava di estrema importanza - prima che fosse troppo tardi e gli accadesse qualcosa di peggio - descrivere ai media l'ostile ambiente sinistroide che regnava in quell'universit...
A quel punto M.R. lo interruppe. Tuttavia cerc di parlare in tono pacato.
Obiett che secondo lei non era una buona idea rivolgersi ai mezzi di informazione cos a caldo, mentre la polizia e il comitato universitario indagavano sull'aggressione...
Mi sta minacciando per censurarmi, rettrice Neukirchen? Per farmi tacere? Affinch io non la metta in imbarazzo?
Stirk parlava in tono veemente, come se si aspettasse delle obiezioni da parte di M.R. Nell'occhio illeso ardeva una sorta di euforia morbosa, elettrizzata, e le ginocchia gli tremavano e fremevano in movimenti obliqui come quelle di un bambino iperattivo rimasto seduto e immobilizzato per troppo tempo.
Certo che no, Alexander.  libero di scrivere di questo episodio - di qualunque cosa -  ovvio, ma...
Ma cosa?
Pacatamente, M.R. continu. E pacatamente, anche se un po' a denti stretti, sorrise. Per i quaccheri l'ideale da perseguire  la chiarezza, la limpidezza, senza confusione e discordia prevarr l'effusione della Luce. Senza nemmeno aver esaminato le proprie convinzioni, M.R. sembrava crederlo, o desiderava crederlo.
Lasciando da parte il suo atteggiamento analitico-scettico di filosofo accademico ma assumendo quello di professore-rettore, desiderava credere in una visione dell'umanit in evoluzione verso la luce, la verit, la compassione come un gigantesco fiore che sbocciava; altrimenti la propria compassione, come la propria ingenuit, sarebbe stata fonte di imbarazzo.
... per il momento, finch sono in corso le indagini, non sarebbe pi saggio aspettare? Non  proprio una buona idea, dovrebbe saperlo, scrivere di qualcosa prematuramente. Specie se non vuole dirlo alla sua famiglia; lo scoprirebbero di certo, e rimarrebbero turbati...
Stirk si mosse eccitato sulla poltrona. Come se M.R. avesse gettato un fiammifero acceso su un materiale infiammabile, all'improvviso prese a balbettare concitato. Allora questo incontro ... una forma di censura! Vuole censurarmi! Minacciarmi di dirlo alla mia famiglia... farli preoccupare!  una specie... una specie... di ricatto! Sta cercando di censurare la voce del movimento conservatore di questa universit! Gi i progressisti sinistroidi controllano i media, gi voi controllate la maggior parte degli atenei... ora lei sta facendo pressioni per mettere a tacere - per censurare - una vittima... Sta cercando di censurarmi... con il pretesto di aiutarmi...
La prego, Alexander! Non c' bisogno di alzare la voce. Le sto solo facendo notare che...
Notare che... in questa universit si tollera il vizio, l'immoralit, la promiscuit sessuale, l'ubriachezza, l'infanticidio... e invece denunciare ai media quel che mi  successo... non  una buona idea?
Stirk aveva alzato la voce. Era irritato e gongolante al tempo stesso. M.R. era sbalordita da quell'improvviso scoppio d'ira.
La sta... registrando? La nostra conversazione?  questo che sta facendo? Di colpo M.R. cap.
Ma Stirk si affrett a scuotere la testa. Come se M.R. si fosse chinata sulla scrivania per toccarlo in maniera sconveniente, indietreggi sulla poltrona con un'aria di colpevolezza infantile, insolente. No. Non... sto... registrando... la nostra conversazione, rettrice Neukirchen. Vuole forse... perquisirmi? Chiamare la sicurezza... magari... per farmi spogliare?
Ridendo Stirk si mise in piedi, barcollante. Nell'agitazione la stampella d'alluminio cadde rumorosamente sul pavimento e Stirk l'afferr come nel timore che qualcuno gliela portasse via. Sorpresa e mortificata, M.R. cap che, certo, quel giovane subdolo stava registrando il colloquio. In una tasca dell'ingombrante giaccone di velluto aveva un qualche apparecchio.
Probabilmente Oliver Kroll l'aveva incoraggiato. Era quella la nostra guerra, una prima scaramuccia.
M.R. avvamp in viso, accaldata. Si augur di non aver parlato in maniera sconsiderata - di non aver detto qualcosa di compromettente - nel corso di quella conversazione. Lievemente spaventata, si chiese se le osservazioni che aveva fatto ad Alexander Stirk potevano essere trasmesse alla radio, pubblicate su Internet. Senza il suo permesso? Non c'erano leggi che vietavano la registrazione non autorizzata di colloqui privati? E quello era un colloquio privato? Il rettore dell'universit doveva ragionevolmente aspettarsi la riservatezza in una discussione di quel genere con uno studente? Il cuore le pulsava dolorosamente e aveva il volto congestionato, come se avesse ricevuto uno schiaffo.
Stirk disse sfacciato: E se anche avessi registrato tutto, rettrice Neukirchen? Sto solo cercando di difendermi; nessuno pu aspettarsi un trattamento equo, di avere giustizia, dai suoi nemici. Dovr montare il mio caso con le armi che ho a disposizione.
M.R. era in piedi dietro la massiccia scrivania del rettore. Lei, nota per non alzare mai la voce, tradire ansia o agitazione, ancor meno rabbia o avversione, fissava quel ragazzo sogghignante come se volesse picchiarlo.
Non  stato aggredito, vero? Si  inventato tutto l'incidente... si  procurato da solo le ferite... ha presentato una falsa denuncia alla polizia...
Stirk protest animatamente: Non  vero. Come osa... insultarmi... calunniarmi! Come osa accusarmi di essermi inventato....
Be', non  cos? S, invece.
Mai, nemmeno una volta, in quell'austero ufficio del rettore - in tutti i mesi, gli anni trascorsi all'universit - M.R. aveva parlato in tono cos poco misurato, con tale veemenza; mai il suo volto aveva tradito un'emozione violenta come il fastidio, meno ancora l'avversione, la ripugnanza. L'effetto su Stirk fu immediato: il tormentato visetto infantile si contorse per la rabbia e in un'esplosione di collera il giovane rovesci la poltrona su cui era seduto.
M.R. grid adirata: Basta! La smetta! Non  un bambino!.
M.R. indietreggi mentre Stirk alzava la stampella per colpire la scrivania, o lei; spazz via una pila di documenti che cadde sul pavimento, una ciotolina di ceramica con dentro penne e graffette. M.R. tent di afferrare la gruccia, di strapparla dalle mani di Stirk; lui lanci un alto grido come se lei l'avesse colpito, un grido di dolore e sorpresa: Ehi! Ges! Che cosa sta facendo... mi fa male, mentre nella giacca di velluto l'apparecchio registrava.
Ma io non ho... non ho...
Non ha cosa, rettrice Neukirchen? Non mi ha colpito? Non mi ha... colpito?
Mentre M.R. lo fissava attonita, il ragazzo gongolante le fece la linguaccia. La linguaccia! In quei rapidi e irreparabili secondi la conversazione che M.R. aveva creduto cos franca si era trasformata in una farsa, e la rettrice Neukirchen ne era lo zimbello. Fremente di malizia, Stirk si mise la gruccia sotto l'ascella e voltatosi si avvi zoppicando verso la porta dell'ufficio, ma proprio in quel momento sopraggiunse la segretaria della rettrice che lui spinse di lato con la stampella, ridendo: Ecco un testimone! Un'altra femmina! Ricever una citazione, signora!.
Zoppicando rumorosamente e in maniera teatrale per l'anticamera dell'ufficio, Alexander Stirk lasci la storica Salvager Hall come una serie di colpi di martello contro il pavimento di legno duro e lievemente rigido.
E cos presto sarebbero arrivate le accuse: non solo M.R. Neukirchen aveva cercato di censurare Alexander Stirk, ma addirittura - durante una specie di baruffa nell'ufficio del rettore - l'aveva colpito.
Secondo alcune versioni di quella fosca vicenda, aveva colpito lo studente ferito con la sua stessa stampella.
Avrebbe dovuto saperlo. Non era stata avvertita? Questa  una guerra. Ci sono dei nemici.
Il cuore le pulsava nelle orecchie. Sentiva a malapena l'uomo che le si rivolgeva, con un'aria di malcelata esasperazione.
Lockhardt era il capo dell'ufficio legale dell'universit da pi di trent'anni. I rettori l'avevano ereditato come avevano ereditato quell'ufficio, con i suoi arredi austeri e i libri rilegati in pelle, il ritratto dell'arcigno reverendo Charters appeso sopra la mensola del caminetto. Lockhardt aveva arroganti modi aristocratici; teoricamente i membri del corpo docente ignoravano la sua presenza, che per era essenziale per il consiglio di amministrazione, il quale lo considerava il principale consulente del rettore; accanto a lui lo stesso rettore era forse solo un utile mercenario.
Prima di assumere la carica M.R. aveva immaginato di poter incoraggiare Leonard Lockhardt ad andare in pensione; al suo posto avrebbe assunto un avvocato pi giovane, della sua generazione e dalle stesse idee progressiste, ma appena divenuta rettrice aveva capito di aver bisogno di quell'uomo, della sua esperienza, della sua influenza presso i consiglieri d'amministrazione e i principali donatori. Si era laureato in lettere classiche nel 1955, quindi si era iscritto alla facolt di legge di Harvard, e come molti laureati della sua generazione si era opposto alla nomina di un rettore donna all'universit, anche se M.R. in teoria lo ignorava.
Era celibe. Con quel viso lungo e scavato senza un filo di barba, aveva sempre un'aria disinvolta, asessuata e ottimista. Indossava abiti su misura che si faceva confezionare a Bond Street, a Londra, camicie di lino e cotone a maniche lunghe, papillon. Non ci si pu fidare di uno che porta il farfallino diceva il padre di M.R., Konrad Neukirchen, ma M.R. non aveva scelta, doveva fidarsi del capo del suo ufficio legale i cui capelli argentei sempre pi radi erano pettinati in ricci simili ad ali che salivano dalla fronte alta. Sul risvolto dell'abito gessato, Leonard Lockhardt portava il piccolo distintivo dorato a forma di serpente arrotolato, esclusivo del circolo pi selettivo dell'universit al quale apparteneva sin da studente e che, fino alla met degli anni Ottanta, quando a malincuore aveva dovuto cambiare il proprio regolamento, ammetteva unicamente maschi eterosessuali cristiani di origine caucasica di buona famiglia.
M.R. aveva sperato di diventare abbastanza amica di Lockhardt da suggerirgli, con tutta la nonchalance di cui era capace, che non era una buona idea continuare a portare quel distintivo all'universit, confidando che Lockhardt avrebbe capito e avrebbe smesso di indossarlo in quelle occasioni. Ma non erano ancora giunti a quel grado di confidenza e sul finire dell'inverno 2003 M.R. aveva compreso che molto probabilmente non ci sarebbero mai arrivati.
Gradualmente e con i suoi modi aristocratici Lockhardt si era abituato a quella rettrice donna. Dotato di senso civico, non era il tipo d'uomo che serba rancore; quando M.R. Neukirchen era stata scelta dalla maggioranza dei consiglieri d'amministrazione come la candidata pi idonea per quella carica nonostante la relativa inesperienza, Lockhardt aveva assunto un impegno nei suoi confronti. Era giunto ad apprezzarla come persona, la chiamava Meredith - M.R. gli sembrava sciocco e pretenzioso, inadatto a una donna - e ammirava il suo stile di comando, pericolosamente vicino alla totale assenza di stile, che si giustificava solo con la sua personalit libera da condizionamenti. La Neukirchen era una persona schietta, sollecita, molto pi intelligente e acuta di quanto appariva. Con grande perspicacia aveva intuito che era una lavoratrice indefessa, e che andava sfruttata. Che l'universit avesse insediato il suo primo rettore donna in quasi duecentocinquant'anni era un glorioso vessillo spiegato e sventolante sotto gli occhi di tutti.
E cos Leonard Lockhardt era in ansia per la Neukirchen, e per l'universit, che amava. Quando M.R. aveva avuto quell'incidente a ottobre - doveva rivolgere una prolusione a un convegno dell'Associazione Americana delle Societ Erudite, alla Cornell University, non si era presentata al ricevimento ed era scomparsa per tutta la notte, con grande preoccupazione di colleghi, amici e organizzatori del convegno - era stato Leonard Lockhardt a spiegare la situazione ai consiglieri d'amministrazione, assicurando loro che M.R. non si era affatto comportata in modo irresponsabile o eccentrico, a prescindere da quel che ne pensava personalmente.
Con M.R. si era mostrato garbatamente sollecito. Non le aveva chiesto, a differenza di altri, perch si fosse recata, da sola, con una macchina a noleggio, nella contea rurale di Beechum, cos lontano da Ithaca, nello stato di New York, e nemmeno vicino a Carthage, la sua citt natale; perch si era allontanata dall'albergo della Cornell senza avvertire nessuno, nemmeno la sua segretaria che, sconvolta, si era disperata per ore, non sapendo dove si trovasse M.R. Non le aveva detto, come forse avrebbe dovuto, che si era comportata in modo non solo irresponsabile ed eccentrico, ma anche pericoloso. Avresti potuto lasciarci le penne. Sparire nel nulla. Chi l'avrebbe saputo?
Invece Lockhardt aveva detto a M.R. che era stata molto fortunata a non essere rimasta gravemente ferita in un posto cos remoto, e che in futuro, se avesse deciso di andare da qualche parte in macchina da sola, avrebbe dovuto avvisare i suoi collaboratori.
M.R. aveva risposto che credeva di aver avvertito la sua segretaria, con una telefonata o una e-mail. Ne era certa.
Di quel pomeriggio di ottobre, nella contea di Beechum, M.R. aveva un ricordo confuso. Rammentava quel che era accaduto con dolorosa esattezza, eppure non riusciva a capacitarsi che fosse successo a lei.
O forse non poteva ricordarlo. Quando era rinvenuta aveva la testa che le scoppiava, il viso insanguinato, quasi asfissiata dall'airbag che era esploso e semistrangolata dalla cintura di sicurezza, mentre uno sconosciuto chino sulla macchina capovolta in un fosso le gridava: Signora? Signora? Signora? ... viva?.
Lockhardt non l'aveva incalzata sulla faccenda dell'ottobre 2002. Qualunque cosa pensasse del comportamento assolutamente inesplicabile di M.R., qualunque cosa ne pensassero i consiglieri d'amministrazione dell'universit, o i collaboratori di M.R., o i docenti che sapevano della sua mancata prolusione al convegno di Ithaca - di quell'intervallo di circa diciotto ore in cui M.R. Neukirchen sembrava svanita nel nulla - Leonard Lockhardt non aveva formulato un'ipotesi. Aveva modi discreti, diplomatici; non aveva contestato eventuali motivazioni, e nemmeno quello strano comportamento, ma solo il fatto che tutto ci rischiava di diventare una questione di dominio pubblico che coinvolgeva l'universit.
Ora, a proposito della presunta aggressione subita dallo studente Alexander Stirk, Lockhardt temeva soprattutto un'azione legale molto pubblicizzata, contro cui la sua straordinaria abilit nulla avrebbe potuto. Ci si trovava in una nuova epoca, di eterogeneit: non era pi l'epoca di Leonard Lockhardt. L'universit non era pi la sua universit. Era in arrivo una causa, lo sapeva, o un'altra catastrofe simile.
S, mi avevi avvertita, Leonard. Ma... dovevo provarci, lo sai.
Dovevi provarci! A far cosa?
A comunicare con Alexander Stirk. A dimostrargli che poteva fidarsi di me.
Certo che poteva fidarsi di te. Eri tu che non potevi fidarti di lui.
Di tutti i suoi collaboratori, Leonard Lockhardt era quello che poteva parlarle pi direttamente ed era al giudizio positivo di quell'uomo che lei teneva di pi. In quel momento intuiva che Lockhardt avrebbe preferito che al suo posto ci fosse colui che l'aveva preceduta, un politico consumato, non una donna ingenua e idealista che poteva farsi manipolare da uno studente.
Oh, Leonard. Secondo te ho commesso un errore terribile, irrimediabile?
E non aveva detto a Lockhardt - non l'avrebbe detto a nessuno, l'orgoglio glielo impediva - che, uscendo dal suo ufficio, quel bastardello ghignante le aveva fatto la linguaccia.
Andre. Devo parlarti... So che per te  un momento difficile. Speravo di avere tue notizie, ma... Qui all'universit  successa una cosa, ti spiegher... Devo sapere... se ho commesso un errore terribile, irrimediabile... Richiamami. Ti prego, Andre.
Fece una pausa, poi aggiunse, con un risolino strozzato: Ti amo tanto, caro Andre!.
M.R. riusciva a pronunciare quelle parole solo in quei momenti. Al termine di un breve messaggio telefonico, in tono di fanciullesca esuberanza, una sorta di ebbrezza vertiginosa, una cosa che non poteva essere affermata in modo reciso, inequivocabile.
Ti amo tanto, Andre. Voglio che tu lo sappia.
E senza il minimo accenno di rimprovero, di dolore, o di disperazione: Ti amo tanto, Andre, e tu mi ami?.
Ancor meno avrebbe osato lasciare un messaggio carico di irrefrenabile emozione, di desiderio: Andre, quando torni a trovarmi? Perch non mi chiami? Che ti sta succedendo? Ti sento cos distante... Qui sono tanto sola....
Sin dall'inizio - M.R. aveva ventitr anni, Andre Litovik trentasette - tra di loro c'era stato un accordo (tacito), un patto. M.R. avrebbe amato Andre Litovik pi di quanto lui amava lei, perch la capacit di amare di M.R. era pi grande della sua, come pure la capacit di comprensione, pazienza, generosit e cortesia di M.R. era pi grande della sua. Il mio amore baster per entrambi. Vedrai! Nei primi anni della loro relazione (segreta) M.R. lo pensava, ma ormai non era pi certa di poter mantenere ancora intatta la sua antica lealt.
Lealt: ingenuit.
Eppure: lealt.
Ma appena Alexander Stirk era uscito, ed M.R. si era ritrovata sola nel suo ufficio, stordita, umiliata, ferita - la rabbiosa scarica di adrenalina era scemata in fretta - aveva chiamato l'amante (segreto) a Cambridge, nel Massachusetts, al cellulare.
Una telefonata (segreta). Nessuno dei collaboratori della rettrice doveva sapere.
La vita (segreta) di M.R. Neukirchen. La vita (inconfessata) di M.R. Neukirchen.
Nella sua vasta cerchia di amici, conoscenti, colleghi nessuno sapeva che M.R. aveva una relazione con un uomo sposato fin dai tempi del dottorato a Cambridge. Quanti anni! E gli era cos fedele, mentre lui - molto probabilmente - non lo era altrettanto.
Purch sappia che ami solo me. Nella misura in cui lui pu amare qualcuno.
Nessuno sapeva quant'era sola M.R. Tra gli impegni della sua vita professionale, simili a una sequenza di luci accecanti che ferivano gli occhi, quella solitudine persisteva.
Non poteva fidarsi di nessuno, ovviamente. Il suo alto incarico suscitava l'invidia di molti colleghi.
Nella residenza del rettore si sentiva perennemente un'ospite. Come nel letto a baldacchino di ottone in cui Andre Litovik non aveva mai dormito con lei, nei mesi successivi alla sua nomina.
In effetti Andre era venuto all'universit due volte in quei mesi. In occasione dell'insediamento di M.R., ad aprile, e a novembre, per tenere una conferenza al dipartimento di astronomia-astrofisica; quella volta M.R. aveva organizzato una cena in suo onore nella residenza del rettore. Ma lui non aveva voluto passare la notte in quella casa bench fosse sottinteso - o cos sembrava - che M.R. e Andre Litovik erano vecchi amici dai tempi di Cambridge.
M.R. naturalmente gliel'aveva proposto, ma senza insistere troppo.
Ci sono stanze per gli ospiti. Abbiamo almeno un ospite a settimana, spesso di pi. Non saresti... non sembrerebbe...
Voleva dire che non sarebbe sembrato sospetto.
Lui aveva risposto di no. Era stato categorico, poco cortese. Sembrava quasi che la trovasse sgradevole, tanto energicamente aveva declinato il suo invito.
Eppure allora erano riusciti a trascorrere un po' di tempo insieme da soli, ma non nella residenza del rettore, e nemmeno nel letto del rettore.
M.R. capiva, naturalmente. Sarebbe stato assurdo, il pi madornale degli errori, destare sospetti. Almeno finch M.R. era rettrice dell'universit e Andre Litovik era - ancora - sposato.
Senti, tesoro: sono molto orgoglioso di te. Non rischiare di compromettere la tua reputazione. Un giorno, presto, troveremo una soluzione. Ma non... non ora.
Le aveva preso le mani fra le sue, stringendole. Le aveva chiesto di credergli, e lei gli aveva creduto.
Ma era impaziente di tornare a casa. Ogni volta che in famiglia scoppiava una crisi familiare, Andre doveva fare da mediatore.
Tra tutti gli uomini di sua conoscenza, M.R. non ne aveva mai trovato uno persuasivo come Andre Litovik, sia in pubblico che in privato. Al mattino era subito completamente sveglio, operativo, pieno di energia, vibrante come uno sciame di api.
Il cuore gli batteva veloce come un grosso pugno nel torace ampio eppure era calmo, imperturbabile e perplesso.
Se esisteva un cuore imperturbabile e perplesso, era quello di Andre Litovik!
Ti prego, chiamami. Ti prego... Ho bisogno di parlarti...
Gli appelli pi commoventi sono quelli che rivolgiamo nella completa solitudine, quando nessuno ci ascolta, quando i destinatari sono lontani, immemori.
Adesso Andre era orgoglioso di lei, o cos sembrava. Ammirava le donne di successo, in particolare in campo accademico, le intellettuali; aveva sposato una giovane e brillante traduttrice russa con un postdottorato in studi slavi conseguito a Harvard e molto probabilmente aveva avuto relazioni con molte altre donne prima di conoscere M.R. (e dopo?).
Non voleva che diventasse rettore dell'universit. Era rimasto sinceramente stupito che tra tanti candidati molto prestigiosi fosse stata scelta lei.
M.R. non gli aveva detto: Avresti potuto dissuadermi, se volevi. Se davvero lo volevi.
Ma forse non era cos. Forse - M.R. contemplava quella possibilit - lei preferiva una posizione pubblica - avere l'opportunit di rendersi utile, di guidare, di trattenere la Luce - a una dimensione di vita pi privata.
Ad ogni modo, aveva accettato l'offerta del consiglio di amministrazione dell'universit. Leonard Lockhardt aveva steso il suo contratto. La stragrande maggioranza dei docenti approvavano la nomina della Neukirchen a rettrice, condizione essenziale perch M.R. accettasse. Non si era mai sentita cos... sostenuta.
Quasi, si sarebbe detto, amata.
Perch era questo il principale scopo della donna del fango: essere ammirata, amata.
Il telefono squill alle 21,09.
Non quello del rettore, ma il cellulare di M.R., di cui pochissimi avevano il numero.
Ma non era Litovik.
Spinse via il telefonino, non aveva voglia di rispondere.
Si era addormentata alla scrivania. Il massiccio scrittoio in ciliegio dai numerosi e profondi cassetti. Aveva incrociato le braccia sul ripiano, appoggiato la testa sulle braccia, e sfinita era scivolata nel sonno. La giornata - quella giornata ignominiosa! - era iniziata tanto tempo prima, nel buio che precede l'alba.
LIBERA SCELTA  SOLO MENTIRE!
NESSUN BAMBINO VUOLE MORIRE!
Salvager Hall era vuota e buia a parte l'ufficio del rettore, dov'era accesa una lampada da tavolo. Tre piani deserti come una scena da cui si sono allontanati gli attori. La nuova rettrice aveva dei collaboratori coraggiosi e leali che lavoravano al suo fianco e la difendevano da critici e detrattori, ma intanto si consultavano preoccupati: M.R. ha qualche problema? ... malata? A quanto pare sta facendo degli sbagli, degli errori di valutazione... Dall'incidente di ottobre....
No. Posso sistemare le cose.
Il cellulare aveva smesso di suonare. Poi, dopo qualche secondo, ricominci, le prime battute di Eine Kleine Nachtmusik.
Era stato l'amante (segreto) di M.R. a regalarle quel telefonino. In modo che lei potesse chiamare lui, e lui potesse chiamare lei. Era successo anni prima, in una fase precedente e pi idilliaca della loro relazione.
Non era Andre. Sul display comparve il nome KROLL.
Era sbigottita che Oliver Kroll la chiamasse a quell'ora. E sul cellulare, non sulla linea del rettore. Non pensava che Kroll avesse il suo numero n che osasse chiamarla, dopo ci che era successo quel pomeriggio.
M.R. non aveva dubbi, Oliver Kroll aveva cospirato con Stirk per registrare la loro conversazione. Questa  una guerra. La nostra guerra  iniziata.
Avrebbero gongolato insieme. Avrebbero ascoltato il nastro, e riso di lei.
E ora Kroll la stava chiamando.
M.R. prov un moto di nausea. Non era forte come credevano gli altri, perfino Leonard Lockhardt che la conosceva fin troppo bene sbagliava nel reputarla pi forte di quel che era.
Una donna eccezionale. Che entusiasmo!
Una leader nata.
Si era nascosta. Aveva mangiato alla scrivania. Su un tovagliolo di carta unto c'erano i resti del suo pasto: pane arabo secco, pezzetti di lattuga simili a coriandoli, verdure grigliate rinsecchite e insapori come trucioli e una lattina di Diet Coke.
Aveva annullato la cena di quella sera, aveva bisogno di stare da sola. In qualit di rettrice dell'universit, M.R. Neukirchen aveva in agenda pranzi ufficiali, ricevimenti, cene per tutto il semestre, praticamente ogni giorno.
E una persona cos amichevole, alla mano... Cos comprensiva, e cos colta...
Quanta energia!
Che sollievo starsene finalmente da sola. Nessuno a spiare la leader ferita.
Il telefonino smise di squillare. Dopo una breve attesa M.R. controll i messaggi, nella speranza che Kroll non ne avesse lasciato nessuno, e di trovarne magari uno di Andre.
Pens: L'amore  una malattia la cui unica cura  l'amore.
E invece ecco l'inconfondibile voce di Kroll. M.R. si dispose ad ascoltare il tono ironico-beffardo tipico del professore di scienze politiche, ma stavolta era molto diverso.
Ciao! Sono Oliver... Kroll... L'uomo parlava con esitazione, come se non fosse troppo sicuro di s. M.R. sentiva il suo respiro contro il microfono. Ti chiamo per dirti... per spiegare... Spero tu non creda che io abbia qualcosa a che fare con... Non so cosa ti abbia detto o abbia insinuato Alexander ma... non era... non ... cos... Non c'entro niente con il fatto che abbia registrato la vostra conversazione... Se avessi saputo cosa diavolo aveva in mente, avrei cercato di dissuaderlo. Kroll aveva la voce tesa, il tono insistente. Non era davvero il genere di messaggi che M.R. si sarebbe aspettata da Oliver Kroll e cos lo ascolt sorpresa e affascinata. Lui  un... un... ragazzo eccitabile...  brillante ma... ovviamente  turbato... Sono venute fuori certe cose, Meredith, me ne ha parlato... proprio stasera... che dovranno essere rivelate domani, alla polizia cittadina, all'ufficio di sorveglianza, e a te... Puoi chiamarmi? Chiamami, anche se  tardi. Sarebbe meglio se ne potessimo parlare prima... Ti prego, chiamami al... Kroll disse in fretta il suo numero e lo ripet, pur sapendo che M.R. lo aveva gi nella memoria del cellulare. Respirava ansimando, come volesse aggiungere qualcosa, invece chiuse la comunicazione.
L'aveva chiamata Meredith. A parte ci, M.R. aveva sentito a malapena il resto.
Come si erano conosciuti, M.R. non riusciva a ricordarlo bene. Come si erano separati, M.R. sperava di dimenticarlo.
Era successo in un periodo in cui l'amante (segreto) di M.R. l'aveva lasciata.
L'aveva mandata in esilio, scherzava lei. Una battuta triste.
L'aveva spedita nell'entroterra del New Jersey centrosettentrionale, in quella prestigiosa universit della Ivy League che galleggiava come un'improbabile isola di eccellenza accademica tra vestigia di storia americana dal pittoresco stile coloniale e uno straricco paesaggio rurale-suburbano di colline ondulate che, prima di essere invitata a un colloquio per un incarico al dipartimento di filosofia, M.R. non aveva mai visitato e di cui non immaginava l'esistenza. Aveva detto al suo amante: Non pu esistere un posto come quello!  troppo perfetto.
Si rifiutava di pensare che Andre Litovik volesse - sperasse - che lei se ne fosse andata via.
Non per sempre, ma a una considerevole distanza da Cambridge, nel Massachusetts. Dalla sua casa a Tremont Street, dalla sua comunit. E dalla sua famiglia.
E si rifiutava anche di pensare che fosse davvero una buona idea - un'ottima idea - abbandonare il campo di forza del suo amante, un'attrazione gravitazionale pi o meno equivalente a quella del pianeta Giove. Con la sua naturale propensione alla modestia, M.R. aveva in mente di cercare un incarico di docente nella zona di Boston, per essere vicina ad Andre, in un'universit o in un college molto meno prestigiosi, il che avrebbe inevitabilmente danneggiato la sua carriera, che era agli inizi; con il dottorato conseguito a Harvard e le pubblicazioni giovanili, molto ammirate, in filosofia morale, etica ed estetica, M.R. Neukirchen era una candidata molto allettante, e donna.
In un periodo in cui gli istituti di educazione superiore cercavano in tutti i modi di assumere neri, appartenenti a minoranze e donne, a (tardivo, parziale) risarcimento per migliaia di anni di intolleranza.
Cos M.R. aveva accettato un incarico all'universit, come assistente in uno dei dipartimenti di filosofia pi prestigiosi degli Stati Uniti. Mentre una decina di anni prima un candidato con i suoi eccellenti titoli, ma con lo svantaggio del sesso, sarebbe stato scartato su due piedi, a quell'epoca, negli anni Ottanta, i titoli eccellenti e il suo essere donna erano una combinazione irresistibile. Un premio di consolazione aveva commentato M.R. con il suo amante (segreto), ma pi un premio che una consolazione.
Voleva essere spiritosa? (Andre non la vedeva in faccia - ed M.R. non vedeva quella di lui -, stavano parlando al telefono.) Andre decise di s, e rise.
Cara Meredith! Mi surclasserai.
Una volta, in uno stato d'animo analogamente filosofico, Andre aveva cominciato a dire: Mi sopravvivrai... ma gli si era affievolita la voce. La morte era un problema troppo reale per scherzarci sopra con la sua amante di tanti anni pi giovane.
(Amante! Che parola dal suono arcaico, pens M.R. Quasi non sembrava si potesse applicare a lei.)
E cos accadde che M.R. fu esiliata da Cambridge nel Massachusetts e si trasfer sulle colline del New Jersey centrosettentrionale sul finire dell'estate 1986. Una giovanissima e inesperta (cio, da un punto di vista sessuale) venticinquenne che si chiedeva se la sua vita era finita o stava appena cominciando.
Sembrava un esilio - una surreale specie di oltretomba - in un'universit, come quella di Harvard, isolata dal mondo esterno da un muro (in quel caso una recinzione in ferro battuto alta pi di tre metri, con cancelli in stile medievale) eppure completamente diversa da Harvard per altri aspetti pi importanti: mancava l'animazione urbana di Cambridge, la sensazione di una vita vissuta in modo leggermente pi intenso del normale; una vita vissuta, per tutta la sua disperazione, in un nucleo al calor bianco.
Non eri felice qui, tesoro. Non eri felice con me.
Cos le aveva detto il suo amante.
M.R. aveva protestato in modo spiritoso: Ma la felicit  cos... banale!  come non sognare per evitare di avere incubi.
Si erano tenuti in contatto, naturalmente. Se M.R. lo chiamava e lasciava un messaggio, Andre la richiamava nel giro di un'ora, di un giorno, di due giorni... Non capitava di frequente che la chiamasse.
Nonostante la sua paura dell'abbandono, Andre non l'aveva abbandonata del tutto. Perch era il suo amante, il primo uomo che M.R. avesse mai amato, e le aveva promesso che non avrebbe mai smesso di pensare a lei. Al pari di una visione di Dio come pura consapevolezza, infusa in tutti gli esseri senzienti dell'universo, che li unisce inviolabilmente.
Nessuno era a conoscenza della loro relazione (segreta). Nessuno doveva sapere!
(Ma molti lo sapevano, vero? Con gli anni, a Cambridge, nel Massachusetts. E all'universit? M.R. era a disagio quando le sue amiche accennavano alla loro preoccupazione per lei: Devi trovare qualcuno che sia libero di impegnarsi con te. Non devi farti sfruttare da quell'uomo....)
M.R. viveva da sola negli alloggi per i docenti che dominavano un laghetto dove si allenavano le squadre di canottaggio universitario. Si svegliava sola, per gli ordini gridati dalle barche che carenavano sull'acqua vitrea come lame di acciaio. Da quella distanza - una distanza che dava loro una vibrazione aspra e impaziente - le voci degli allenatori le ricordavano quella del suo amante.
Sola, sola!  vero, quando si  soli si sente in modo pi acuto, si vede e si pensa in modo pi acuto.
Quelle mattine M.R. si vestiva in fretta e - ancor pi sola - andava a correre lungo l'Echo Lake sui sentieri cosparsi di trucioli nell'aria umida che profumava di aghi di pino. Sola, sola! Ma c' una felicit nella solitudine, se si  convinti di averla scelta.
Ma poi le capitava sempre una cosa strana: anche se aveva trascorso una notte orribile, tormentata da sogni beffardi come fango gettato su un volto sorridente - l'oltraggio del fango tra le ciglia, nella bocca, il fango inalato involontariamente, nelle narici -, una volta sveglia aveva sempre davanti l'avventura del nuovo giorno, della nuova settimana, del nuovo mese, del nuovo semestre, al cui confronto l'intricato e osceno vecchio racconto del passato non aveva pi consistenza di una tabula rasa, una superficie riflettente di qualche metallo scadente che non rifletteva nulla.
Con la corsa, le gambe di M.R. diventavano pi forti e scattanti, i pensieri riprendevano vigore, e cominciavano a sventolare al vento come bandiere festose; nella sua mente, che altrimenti avrebbe brulicato come un vespaio di pensieri indesiderati, impossibili e disperanti, concepiva abilmente saggi, conferenze, lezioni per i suoi corsi - le erano stati assegnati quelli di Filosofia Antica e Medievale e di Introduzione alla Filosofia Morale -, quei corsi potevano profilarsi minacciosi su di lei come giganteschi albatros, ma M.R. Neukirchen si era mostrata all'altezza di rinnovarli, di riconfigurarli come materie di tale intrinseco e opportuno interesse che gli iscritti erano aumentati considerevolmente, in particolare nel corso di filosofia morale si era dovuto porre il limite di trecentocinquanta studenti. Questo, nel giro di due anni dal suo arrivo all'universit.
Sola nell'alloggio universitario sull'Echo Lake, M.R. viveva molto pi intensamente dei suoi colleghi sposati. Sola, M.R. viveva molto pi intensamente che se fosse vissuta con un'altra persona. Perch la solitudine  motivo di grande fecondit della mente, se non porta alla sua distruzione.
M.R. pubblicava saggi filosofici su riviste importanti, ma soprattutto leggeva i saggi dei colleghi pubblicati su riviste importanti. (E se pubblicavano libri, li comprava!) La disciplina filosofica  una disciplina del pensiero. Che si possano unire pensiero e azione - e un'azione volta al bene comune -  una cosa anomala, come se una giraffa, oltre a fare la giraffa, arasse un campo con gli zoccoli, o come se un trattore suonasse Beethoven. M.R. mostrava un'ingenua propensione a essere una buona cittadina - cosa ben rara e di cui non ci si curava granch nei circoli accademici, un po' come spalmarsi il corpo nudo di miele all'aperto - e cos le veniva chiesto di presiedere comitati, di aiutare a organizzare conferenze e di dare consigli agli studenti, una fatica improba visto l'enorme numero di studenti.
Le veniva chiesto di vagliare le domande per i corsi di perfezionamento - centinaia per meno di venti posti - e di classificarle perch i suoi colleghi le esaminassero. Divenne presto membro abituale delle commissioni di laurea perch leggeva da cima a fondo tutte le tesi degli studenti dei colleghi, come se si trattasse di studenti suoi, e ben pi accuratamente di quanto avessero tempo di fare i relatori; se contenevano piccoli errori, o madornali, nessuno sarebbe rimasto mortificato per non averli notati, visto che li scovava lei.
Se c'erano da correggere errori di ortografia e di grammatica si poteva contare su di lei, come anche per confortare studenti sull'orlo dell'esaurimento, o scrivere lettere di raccomandazione quando i suoi colleghi non avevano tempo. Era un vero e proprio cavallo da lavoro - e per di pi non si lamentava -, con una specializzazione conseguita a Harvard e delle pubblicazioni, una specie di cavallo da lavoro purosangue.
Nel giro di pochi anni M.R. divenne professore associato, di ruolo; fino ad allora era un'assistente (non pagata) del dipartimento di filosofia, destinata di l a poco a essere nominata docente incaricato e alla fine, dopo otto anni in quell'universit, titolare del dipartimento. Era associata al Programma di Studi sul Rinascimento, al Programma per gli Studi Femminili e di Genere, all'Istituto di Etica e Valori Umani. Era direttrice del Consiglio degli Studi Umanistici. Era consulente di facolt per i film prodotti dall'universit. Era uno dei numerosi consulenti di facolt (donne) della locale sezione dell'Associazione per l'Emancipazione Femminile in matematica, filosofia e scienze fisiche. Era consulente editoriale della Rivista di filosofia contemporanea, della Rivista delle donne in filosofia, degli Studi di etica. Scriveva per Cronache di istruzione superiore e per la New York Review of Books. Presiedeva il pi potente comitato dell'universit, il comitato di consulenza del rettore per le nomine e le promozioni. Era stata nominata assistente speciale del preside della facolt, e quando questi era andato in pensione aveva preso il suo posto. Subito dopo, nella primavera 2001, era stata eletta nel comitato di selezione rettoriale, cio il comitato incaricato di scegliere il nuovo rettore a seguito del pensionamento di Leander; dopo alcune riunioni, i suoi colleghi si erano incontrati a sua insaputa e avevano designato M.R. Neukirchen loro candidato preferenziale, da sottoporre al consiglio di amministrazione.
La sua vita le pass davanti agli occhi, tutto ci sembrava fosse accaduto in un lampo.
Perch Andre non mi voleva.
Mill Run era il nome della strada. Non poteva fare altro che svoltare su Mill Run.
La Black River Road era collassata nel letto del fiume come una bocca sdentata e disperatamente, incautamente, aveva preso la stretta deviazione non asfaltata pur sapendo - in un recesso della mente ne aveva la certezza - che se non fosse tornata subito indietro sarebbe arrivata in ritardo per l'evento di quella sera a Ithaca; sarebbe arrivata tardi, molto tardi al ricevimento al quale M.R. Neukirchen aveva il posto d'onore nella sala da banchetti gremita di ospiti.
Preparata. Devi essere preparata.
E dov' l'angelo del Signore, che ti salver?
Fece una svolta - una curva a gomito - sbadatamente, incautamente, quasi singhiozzando, come prevedendo cosa sarebbe successo, e cosa non sarebbe successo: il suo discorso, l'applauso; all'improvviso si ritrov nella Toyota che sbandava, e poi si rovesci nel fosso accanto alla curva, aggrovigliata e semistrangolata nella cintura di sicurezza, troppo intontita per gemere o gridare aiuto, vide la sua vita scorrerle davanti veloce lieve e insignificante come un'esca per trote lanciata in un torrente scintillante e poco profondo.
Si svegli ore dopo - si stava davvero svegliando? - in una giornata fredda e soleggiata, con un sapore di sangue salmastro in bocca e delle croste di sangue e muco nel naso e il volto di uno sconosciuto - uno sconosciuto che la fissava - Signora! Ehi! Signora!  viva?.
Ecco come fu: cos'era successo.
Quello che era successo, M.R. lo sapeva. La vita le scorreva davanti. Si riavvolgeva, e l'esca venne lanciata un'altra volta nel torrente scintillante.
Fu una stagione della sua vita, prima che perdesse fiducia in se stessa come donna.
In quel nuovo posto, cos diverso da Cambridge, soffriva di nostalgia, e durante il primo anno, e il secondo, e il terzo anno di esilio, M.R. vedeva spesso, o le sembrava di vedere, il suo amante che attraversava la strada, o su una scalinata, o in mezzo a un gruppo di studenti su un viale del campus. La sua prima reazione era una sorta di panico:  qui! Ma perch non me l'ha detto.... M.R. si bloccava, immobile come se le avessero sparato, i colleghi la guardavano sorpresi, poi si riprendeva, rideva imbarazzata e si diceva in tono di rimprovero: No,  assurdo.
C'erano parecchi colleghi di universit - di mezza et, con i capelli brizzolati, il collo taurino, il torace ampio, che camminavano con incedere spavaldo per mascherare l'artrite alle ginocchia, al bacino, alla colonna vertebrale - che M.R. aveva imparato a riconoscere e a evitare. Non parlava ad Andre di quegli avvistamenti: avrebbe riso di lei. Lui aveva poca tolleranza per le debolezze altrui, come per le proprie.
Non gli aveva raccontato nemmeno di Oliver Kroll. Si era detta che l'amicizia fra lei e Kroll - ammesso che amicizia fosse il termine esatto - non era abbastanza importante da meritare una menzione. E per il breve periodo in cui si era illusa di poter provare un sentimento profondo per Kroll, o di provare qualcosa di simile a un'emozione, non aveva voluto confidarlo ad Andre, la cosa l'avrebbe seccato, ferito o, peggio, divertito.
Se ami un altro pi di me, pazienza. Forse  meglio cos, cara, pensaci.
Non poteva rischiare! Ogniqualvolta aveva rivelato qualcosa ad Andre Litovik, le ripercussioni l'avevano sconcertata. Il suo amante (segreto) era l'unica persona della sua vita (adulta) le cui reazioni fossero imprevedibili.
Era stato a una conferenza pubblica - La repubblica politicizzata - che aveva notato Kroll seduto davanti a lei, dall'altro lato della fila; sembrava insofferente verso l'oratore, scuoteva la testa, scrollava con irritazione le spalle, sospirava rumorosamente; certo, l'oratore aveva un eloquio lento, solenne, insulso, che metteva a dura prova la resistenza dell'uditorio; dalle osservazioni che fece al termine della conferenza, durante le domande del pubblico, M.R. argu che l'insoddisfatto collega era un libertario - un libertario in campo economico - che non aveva una grande opinione della politica sociale semiutilitaristica sostenuta dall'oratore.
Si trattava di Oliver Kroll, un professore di scienze politiche. M.R. lo conosceva di nome, sapeva che Kroll era amico, se non pupillo, del pi celebre - pi noto - G. Leddy Heidemann, che era stato consulente nelle varie ultime amministrazioni repubblicane, amico personale di Ronald Reagan, cos come sarebbe diventato, un giorno, amico personale del vicepresidente Cheney. Di Kroll, il cui campo era la teoria politica, si diceva fosse legato al Cato Institute, che si vociferava fosse finanziato dalla CIA (era solo una voce! M.R. voleva mantenersi obiettiva). Kroll aveva il volto affilato, un pizzetto scuro, una ruga perenne tra le sopracciglia, e la testa che pareva rasata per seguire la moda, non (semplicemente) calva. A differenza dell'amante di M.R., che dava l'idea di essersi vestito in fretta al buio, con un disprezzo per l'atto stesso di vestirsi come per il rituale della toeletta, Kroll dava l'idea di un uomo che sceglieva con cura gli abiti, con una predilezione per i gilet in maglia, i pantaloni dalla piega segnata, i cappotti sportivi di cammello e le cravatte di seta. Aveva il viso ben rasato sopra il pizzetto, meticolosamente curato.
Al ricevimento che segu la conferenza, Kroll si avvicin a M.R. e si present con una sorta di affabile familiarit, come se si conoscessero gi, e fra loro esistesse una qualche relazione. M.R. era intimidita dai modi aspri - feroci - con cui Kroll aveva criticato l'oratore, che accusava di voluta ignoranza in materia di economia globale; fu colpita dalla passione con cui Kroll parlava, come se la questione che a lei e ad altri del pubblico sembrava cos astratta rivestisse per lui un significato personale. E rimase ancor pi colpita quando Kroll le fece capire che conosceva il suo lavoro, almeno diversi articoli che lei aveva pubblicato di recente su riviste filosofiche e recensioni di saggi sulla New York Review in merito ad argomenti come Spinoza, John Stuart Mill, Una rivendicazione dei diritti delle donne di Mary Wollstonecraft e il Frankenstein di Mary Shelley.
In particolare, Oliver Kroll manifest ammirazione per un articolo che M.R. aveva pubblicato sulla Rivista di indagine filosofica, provocatoriamente intitolato: Ho perso l'anima: possibili significati ontologici.
La pensiamo in maniera simile, per certi versi. Mi riferisco al nostro modo di fare ricerca.
Kroll la fissava con inaspettato calore. Aveva occhi scuri, piuttosto piccoli, che socchiudeva spesso. A parte la ruga tra le sopracciglia, il severo volto affilato si era lievemente disteso.
Certo, non sono un filosofo, M.R.. Non sono un esperto di teoria della mente. Ma ho apprezzato la sottigliezza della tua argomentazione. Mi sembra che tu abbia veramente ragione, nella coscienza non esiste l'Io, esiste solo la coscienza. E quindi non si pu dire Io posso avere un'anima, sempre che esista un'anima. Kroll aggrott la fronte con aria pensierosa. Sembrava incalzare sempre pi da vicino M.R. e in quei momenti concitati lei si sentiva confusa, poco lucida; non succedeva spesso che un uomo la guardasse in quel modo. L'intero concetto di anima, ecco un'altra categoria, quello che tu definisci essere ontologico.
Realt ontologica.
M.R. lo corresse in tono cos solenne che scoppiarono entrambi a ridere.
Certo, quei termini erano ridicoli, M.R. ne era consapevole. Era esperta di certe sottospecie di filosofia contemporanea diffuse nei paesi anglosassoni, il che significava che aveva acquisito un particolare lessico altamente specializzato, era come imparare un linguaggio a cui in pratica nessun altro aveva accesso. I docenti di campi diversi, compresi ambiti filosofici pi tradizionali, spesso ignoravano a cosa si riferiva M.R.; lo stesso concetto di designazione era ritenuto ambiguo.
Non scrivo sempre in modo cos analitico spieg M.R. Era un articolo pensato per la Rivista di indagine filosofica.
Non ricordava bene cos'aveva scritto in quell'articolo. Per ognuno dei suoi saggi impiegava una voce diversa, appropriata all'argomento trattato, alla pubblicazione e ai suoi (presunti) lettori. M.R. non aveva una sua voce, un po' come un'attrice che si esprime esclusivamente attraverso il copione - per voce altrui - o cos credeva.
Ci che M.R. perseguiva era la verit filosofica, non un'espressione di s, una verit sfuggente come una farfalla sospinta dal vento e ridotta a brandelli.
Kroll afferm, in quel tono di autocritica che suggerisce un compiacimento infantile dei propri difetti, che tutto ci che lui scriveva era inconfondibilmente suo. Non poteva modificare il proprio stile di scrittura, come non poteva modificare il suo modo di esprimersi a voce. Non poteva modificare i suoi fondamentali, incrollabili e per lui lapalissiani principi. Certo, da intellettuale, da docente di teoria politica che poteva tenere lezioni indifferentemente sull'Illuminismo e sull'anti-Illuminismo a poche ore di distanza, o su personaggi disparati come Platone e Machiavelli, Cartesio e Hobbes, Malthus, Hume, Jeremy Bentham e John Stuart Mill - Perfino sull'apologeta del nazismo Heidegger - era abituato a presentare diversi punti di vista, ma non riusciva a considerarli seriamente; specie tra i colleghi e i contemporanei non poteva fare a meno di pensare che coloro le cui opinioni differivano dalle sue fossero persone disoneste, ipocrite: Parlano tanto per parlare. Agiscono per il loro tornaconto. Per esempio, lui negli anni Ottanta aveva aderito al Partito libertario, ma l'aveva presto abbandonato. Detestava il fatto che negli ultimi decenni il movimento libertario fosse divenuto frammentario, litigioso, anarchico; il suo era un genere particolare di libertarismo economico-filosofico, opposto al conservatorismo.
Kroll pronunci la parola conservatorismo con tale disprezzo che M.R. non pot fare a meno di sorridere. Gli chiese in cosa consistesse il libertarismo, perch molto probabilmente ignorava l'accezione specifica usata da Kroll.
Libertarismo: libert.  la convinzione che il valore pi alto sia la libert: il massimo che lo stato dovrebbe fare per i suoi cittadini  assicurare loro la libert. Tutto il resto ... spazzatura.
Kroll parlava con passione. M.R. aveva l'impressione che pronunciasse spesso quelle parole caustiche, concise, provocatorie.
Forse Kroll si aspettava che lei reagisse, che protestasse. Oh, ma allora... i poveri, i malati, chi non ha diritti... E le tasse per l'istruzione, le autostrade, l'acqua potabile, la sanit...
Kroll le stava addosso, mentre M.R. cercava discretamente di indietreggiare.
Dalla pelle accaldata dell'uomo proveniva un tenue sentore sulfureo e di menta. M.R. si accorse che nella sala alcuni lanciavano occhiate verso di loro. Sapeva che nell'ambiente universitario Oliver Kroll aveva una certa reputazione: era combattivo, polemico, ammirato ma non amato. Alle riunioni dei docenti si brandiscono lucenti spade affilate, coltelli da cucina, soprattutto coltelli da pane: smussati, servizievoli, armi che si addicono all'invidia. Kroll era una lucente spada affilata con cui ci si poteva tagliare le dita, se ci si avvicinava troppo.
Tuttavia, cosa strana e inaspettata, evidentemente a Kroll M.R. piaceva. E molto. Riprese: M.R., quel che trovo affascinante nei tuoi lavori - in quelli che ho letto -  che nessuno capirebbe, o indovinerebbe, che sei una donna. La tua prospettiva ... completamente oggettiva.
M.R. rispose che era quella la sua intenzione, la sua speranza: Per questo uso solo le iniziali, M.R..
L'aveva mai spiegato ad altri, a parte Andre? O era stato Andre a suggerirglielo, quasi per gioco?
Aggiunse: Non vedo cosa il sesso - il genere - abbia a che fare con la scrittura, o l'insegnamento.
Certo! Niente. Hai assolutamente ragione.
Kroll lo disse in tono categorico, come chi impartisca una benedizione. M.R. intu come parole simili colpissero gli studenti, che temevano e al tempo stesso adoravano quel professore.
L'ideale sarebbe che tutti portassimo delle maschere. Quelle grandi maschere che usavano gli attori greci. Potremmo camminare sui trampoli, per sembrare pi alti.
M.R. rise. La stava punzecchiando, no? Era positivo che la punzecchiassero, perch lei si prendeva troppo sul serio.
Quando si  soli, ci si prende troppo sul serio.  il tremendo rischio della solitudine.
E per cosa sta M.R.?
M.R. rispose controvoglia: Meredith Ruth.
Meredith Ruth... Neukirchen. Kroll scand i nomi con cura. E da bambina come ti chiamavano?
Mi chiamavano... Meredith.
Non Merry?
S, in effetti... mia madre mi chiamava Merry. E anche alcuni miei compagni al liceo. M.R. parlava lentamente. Aveva dimenticato quel nome, Merry.
Merry! Era una specie di ritornello, suppongo. Merry... oppure lo scambiavano con Mary, no?
M.R. non seppe cosa rispondere. Era vero tutto ci? O sembrava solo verosimile?
Respirava a fatica. Quell'uomo - in quel momento il suo nome non le sovveniva - sembrava toglierle il fiato.
Non poteva tollerare un'altra intrusione nella sua vita. Un altro cambiamento nella sua vita.
Aveva cominciato a sudare, l'interesse di Kroll la faceva sentire accaldata come una luce puntata in faccia, sulla pelle nuda. Le prudevano terribilmente le ascelle.
Vattene. Lasciami andare. Lasciami sola, per favore.
Eppure M.R. era lusingata dal fatto che l'espressione torva con cui Kroll si rivolgeva all'oratore poco prima fosse svanita. Come un cane rabbioso che ha smesso di abbaiare, Kroll pareva diverso, persino affascinante.
I suoi studenti lo trovavano carismatico. Chiss. La forza di chi crede fortemente in qualcosa con profonda passione e che con ancor maggior passione pu denunciare punti di vista diversi dal suo.
Se Kroll si era accorto del disagio di M.R., non ne diede segno. Il disagio altrui  come la presenza di un maschio aggressivo, che non va guardato, o va ignorato. M.R. ricord che Andre Litovik le faceva domande sin troppo spesso, quasi la interrogava. Era il suo metodo d'insegnamento: il metodo socratico. Ed era anche l'atteggiamento tipico di Andre, perch a suo dire gli interrogatori serrati cui la sottoponeva erano un segno di considerazione - a lui non interessava interrogare quasi nessuno - ma M.R. trovava estenuante una tale attenzione; non poteva fare a meno di pensare che vi aleggiasse un intento di scherno. Era molto pi efficace il metodo quacchero del silenzio reciproco, finch uno non si senta spinto a parlare; ma Andre non ne avrebbe avuto la pazienza.
Contro la sua naturale inclinazione, M.R. aveva dovuto cominciare a parlare in pubblico. Inaspettatamente, intorno ai vent'anni, si era scoperta un'insegnante nata; provava piacere di fronte a una classe proprio come quando scivolava in un bagno caldo. Ancora pi a suo agio si sentiva in una sala conferenze, o su un palco, con uno spazio tra lei e il pubblico. Quando la folla che ti osserva  astratta, anonima!
Nessuno di voi sa chi sono. Ma crederete a ci che vi dir.
Meredith - o dovrei chiamarti M.R.? - posso invitarti a cena qualche volta?
A cena? Io...
Stasera? Ora?
Non credo... non ...
Domani sera? O... quando?
Kroll aveva seguito M.R. fuori dalla sala del ricevimento, nell'atrio dagli alti soffitti. E dall'atrio gi per le scale di quell'edificio, uno degli antichi palazzi storici del campus universitario, originariamente progettato a imitazione di un tempio greco.
Lei avrebbe voluto allontanarsi con discrezione, fuggire. Ma naturalmente lui l'aveva seguita. La luce splendente del tardo pomeriggio e un chiarore screziato filtravano dalle foglie di quegli alti alberi dai grossi tronchi scortecciati - platani d'America? -, l'autunno stava iniziando. Si udivano grida febbrili di ragazzi, che facevano volteggiare dei frisbee sul prato. Come sembrava facile la vita degli altri, vista da vicino! Non c'era ragione che la sua non lo fosse altrettanto, vista da vicino.
Bench non vedesse l'ora di fuggire da quell'uomo aggressivo con il pizzetto, di tornare nel suo rifugio che dominava il limpido lago, pens - dovette ammettere - che la presenza di Kroll in un certo modo la eccitava; il suo interesse, come un fascio di luce proiettato sul suo viso sbigottito, la imbarazzava e la lusingava al tempo stesso. Ed era sola, oltre i confini protettivi del suo lavoro, un lavoro fatto di parole: muri, barriere, cerchi concentrici di parole simili agli anelli di Saturno.
Pens - dovette ammettere - che quella sera probabilmente Andre non l'avrebbe chiamata.
E nemmeno le avrebbe spedito una e-mail: temeva che la sua sospettosa moglie potesse rintracciare le e-mail.
Kroll l'aveva chiamata Merry. Erano decenni che nessuno la chiamava cos. Sent un brivido di... era speranza? Incauta speranza? Pens: Devo vivere la mia vita, a prescindere da Andre. Lo so.
Kroll le disse che si erano gi incontrati; in effetti era successo molte volte, all'universit.
Non  molto lusinghiero, M.R., che non ti ricordi di me. Kroll fece un sorriso teso, aveva un'espressione che lei non avrebbe saputo definire, e socchiuse gli occhi, come se anche lui avesse una luce forte e accecante in faccia.
E cos M.R. dovette obiettare che naturalmente si ricordava, certo. E dovette accettare l'invito. Le avrebbe fatto piacere cenare con Oliver Kroll, una di quelle sere.
Domani?
Questo succedeva nell'autunno 1990. Si frequentarono per non pi di sei settimane, ma per M.R. furono intense. All'inizio Kroll si comportava in maniera appassionata e amichevole, o dava quell'impressione - portava M.R. a cena, al cinema, agli eventi organizzati dall'universit e ai musei - e quando lei si offr di pagare il proprio biglietto per una mostra di Czanne al Museo d'Arte di Philadelphia, dove l'aveva portata una domenica pomeriggio di ottobre (in un'elegante auto bassa e affusolata che M.R. scopr essere una Jaguar XK coup, blu cobalto, con un tachimetro tarato addirittura per raggiungere i 400 chilometri orari), lui respinse la proposta con un brusco gesto della mano e un sorrisetto tirato. Era un rimprovero? L'aveva offeso? O la sua profferta era stata troppo esitante, ed era sembrata insincera? L'amante (segreto) di M.R. era il tipo di uomo che lasciava banconote e monete - banconote di ogni taglio e monete compresi i centesimi - su tavoli e banconi con l'aria munifica di un re; nessuno osava sfidare Andre Litovik e offrirsi di pagare al suo posto, o dividere con lui; nessuno che volesse essere suo amico osava respingere quella generosit indifferenziata che M.R. era arrivata a considerare un fondamentale tratto maschile. Anche Kroll esibiva un'aria di sfida quando tirava fuori portafogli, banconote o carte di credito; la sottile ruga tra le sopracciglia si approfondiva. In un ristorante vicino all'universit dove avevano cenato con un'altra coppia, quando M.R. si era offerta di pagare la sua parte Kroll le aveva mormorato sottovoce, piuttosto secco: Un'altra volta, grazie.
Si accorse di averlo ferito davanti alla coppia di suoi vecchi amici dell'universit. Lui non la guardava e per qualche minuto non le rivolse la parola, come se fosse invisibile bench seduta accanto a lui in un spar.
M.R. trovava commovente che Kroll fosse fiero, e vanitoso: si offendeva cos facilmente. Era un uomo abbastanza piacente, a parte quei tratti affilati che sembravano sempre sul punto di irrigidirsi in un'espressione circospetta e il sorrisetto fugace sulle labbra che parevano sempre sul punto di piegarsi all'ingi, ironiche.
M.R. cominci anche a notare che, agli occhi degli amici di Kroll, una coppia di mezz'et di nome Steigman, lei e Kroll erano una coppia non ben definita: amici? compagni? Amanti? Una possibilit inquietante per M.R., come vedere un oggetto rotolare sull'orlo di un precipizio e cadere.
In uno specchio appeso a una parete lontana nel ristorante coi tavoli a lume di candela, M.R. scorse il loro spar, due coppie, quattro pallidi volti baluginanti, si distinguevano a malapena Kroll dal suo collega-amico e lei dall'altra donna. Le venne da pensare: E perch no? Una coppia come le altre.
A quell'epoca M.R. era ancora una donna dall'aspetto molto giovanile; aveva trent'anni, le guance rubiconde di una ragazza che giocava a hockey, l'aria entusiasta e trepidante, molto attraente; aveva i capelli di un lucido castano chiaro, screziati d'argento, una folta chioma che domava e acconciava in una treccia che le scendeva lungo la schiena. Aveva cos poca consapevolezza di se stessa come persona fisica - e ancor meno come oggetto estetico agli occhi altrui - che rimase profondamente imbarazzata quando Kroll le confess che all'inizio era stato attratto da lei non per i suoi scritti esemplari, ma perch gli ricordava un ritratto di Joshua Reynolds: Jane, contessa di Harrington, l'ho visto a una mostra al British Museum, credo. Anni fa, quando facevo il postdottorato a Oxford, ma mi  rimasto in mente, per l'impressione suscitata dal ritratto, la sua.... Kroll, gli occhi socchiusi, sorrise a M.R. in un modo che la mise a disagio. Aveva il volto in fiamme; arrossiva cos facilmente!
Andre Litovik ne avrebbe riso. Che cosa comica e ridicola, come una di quelle scene sdolcinatamente tenere del teatro di Cechov, che acquistano pungente ironia man mano che il dramma procede.
Naturalmente M.R. scov il ritratto di Reynolds su un libro con illustrazioni a colori della biblioteca d'arte dell'universit; rimase sbalordita nel constatare che in effetti la giovane donna cos amorevolmente raffigurata da Sir Joshua Reynolds nel 1775 aveva una leggera somiglianza con M.R. Neukirchen, anche se la donna del quadro era molto pi bella di M.R., con la carnagione eburnea, perfetta. Quel che pi colpiva nel ritratto di Jane, contessa di Harrington, era l'alone di sicurezza che emanava; non era tanto la figura splendidamente rappresentata di una giovane nobildonna, dal viso sottile colto leggermente di profilo in modo da sottolineare il lungo naso elegante, quanto un'aria di consapevolezza ontologica, che esprimeva un senso di essere al mondo diverso da quello di M.R., come se lei e Jane, contessa di Harrington, appartenessero a due specie distinte.
Essere al mondo. Che tu creda di avere dei diritti o no.
Tra l'uno e nessuno si apre l'infinito. Quanto doveva essere solo Friedrich Nietzsche per saperlo!
M.R. rise: Oliver Kroll la vedeva cos? O la fantasia di quell'uomo era stata colpita da M.R. Neukirchen, di Carthage, New York?
Quella stagione della sua vita prima che perdesse fiducia in s come donna.
Quella stagione in cui si avvicin all'orlo del precipizio, impaurita e affascinata.
Non erano propriamente amanti. Ma stavano diventando in fretta pi che amici.
E c'era in Kroll un lato romantico, cos inatteso!
Le port una pianta in fiore: una grande ortensia azzurrina in un vaso di terracotta. Ogni volta che andava a trovarla, cercava l'ortensia, controllava il terriccio con un indice per vedere se era umido, cio se M.R. si era ricordata di innaffiarla.
Sono splendidi! M.R. guardava i fiori che sembravano stranamente artificiali, come se fossero tinti, o di carta crespa.
Le regal una riproduzione patinata di Jane, contessa di Harrington di Joshua Reynolds, formato poster. Si aspettava che lei lo facesse incorniciare e lo appendesse a una parete del suo appartamento, e quando trascorsero una o due settimane senza che M.R. lo facesse si arrabbi con lei: Se non vuoi il ritratto, restituiscimelo. Non sei obbligata a tenerlo. M.R. rimase sbalordita da quella reazione e si affrett a scusarsi: il suo istinto quacchero la portava a scusarsi di colpe non sue, a minimizzare i conflitti; fece incorniciare il poster, con una certa spesa, e lo appese in bella mostra a una parete del piccolo soggiorno, spostando altri quadri pi piccoli che le piacevano di pi.
(Non guardava spesso il ritratto: Jane, contessa di Harrington, aveva una bellezza troppo algida ed era vestita in maniera cos appariscente, la sua sola immagine sul muro era un rimprovero per lei, la materiale, florida, lacrimosa M.R.) Ogni volta che Kroll veniva a trovarla, guardava il ritratto alla parete come se fosse un vecchio amico; M.R. aveva appeso il poster un po' in alto, cos bisognava alzare lo sguardo per vedere il viso eburneo della contessa.
 uno splendido poster commentava imbarazzata. Cio, il ritratto  splendido. Reynolds ha dipinto cos tanti... capolavori...
Fissando la contessa sul muro, Kroll sembrava udirla appena.
Kroll andava a nuotare varie volte la settimana - la mattina presto - nella piscina dell'universit.
Invit M.R. ad andare con lui - la invit per settimane - e alla fine M.R. accett, lo avrebbe accompagnato; non avrebbe voluto, eppure si sorprese a rispondere di s, percep l'impazienza nella sua voce, perch era doloroso - vergognoso - rendersi conto che stava cominciando a temere la solitudine, ora che Oliver Kroll era entrato nella sua vita.
Non voleva quell'uomo nella sua vita, eppure gli aveva permesso di entrarvi. E ora, poco alla volta, non poteva sopportare di perdere l'uomo al quale aveva permesso di entrare nella sua vita.
In realt non voleva stare con lui; si sentiva a disagio in sua compagnia, sempre ansiosa, turbata. Soprattutto non voleva nuotare nella piscina dell'universit alle sette del mattino, cos presto, eppure si immerse nell'acqua avvolgente che le parve innaturalmente morbida, con l'odore del cloro che le dava le vertigini, e intanto pensieri bizzarri come serpenti marini l'assalivano mentre faceva delle vasche, una bracciata dopo l'altra, a stile libero, gli occhi che palpitavano sotto le palpebre: Ci sposeremo?  questo che succeder?  per questo che sono qui?. Sul soffitto a mosaico e in alto sulle pareti della piscina i riflessi ondeggiavano, simili a un fremito di nervi. L'odore di cloro e l'eco cavernosa della piscina le ricordavano il liceo a Carthage, e nella sua nuova vita non desiderava rievocare quel ricordo che le faceva male al cuore. Soprattutto temeva l'isolamento del nuotatore, tra sguazzanti sagome proiettate in avanti, ma comunque si sentiva isolata, si  sempre isolati in acqua, dove i pensieri attendono come schiuma sulla superficie del liquido che odora di chimico. Allora succeder. L'uomo lo pretende.
Bastava non opporre resistenza. Sent un brivido di eccitazione, una difesa infantile, come se le avessero passato un cappio attorno al collo, stretto, sempre pi stretto: se il suo amante (segreto) non voleva lasciare la moglie per lei, un altro uomo la pretendeva; M.R. poteva evitare di resistergli se non altro per dimostrare che era capace di amare un altro uomo: non era una prova?
M.R. non aveva mai chiesto ad Andre Litovik di lasciare la moglie per lei. Per lei: non le sembrava possibile.
La moglie e il figlio non stavano bene. Bench Andre non usasse termini medici, e parlasse pochissimo della sua problematica, instabile moglie, Meredith presumeva che soffrisse di qualcosa tipo il disturbo bipolare.
Una malattia di moda nei circoli intellettuali.
Quanto al figlio, Andre Litovik rifiutava ogni diagnosi.
M.R. rabbrividiva al pensiero: Se dovesse accadere qualcosa al figlio. A tutti e due. Andre sarebbe... libero....
A quel punto avrebbe saputo se l'amava.
O piuttosto, non avrebbe potuto ingannarsi sulla verit, in simili circostanze.
Mentre rifletteva su quelle cose, che la turbavano anche se vi era abituata (come da ragazza era abituata ai nodi tra i capelli, non c'era verso di scioglierli, dopo un po' si riformavano), M.R. nuotava come un pesce, impetuosamente. Malgrado si sentisse impacciata, era una nuotatrice provetta. Al liceo aveva fatto sport - ma non faceva parte della squadra femminile di nuoto, la imbarazzava il suo corpo robusto, dal seno piatto nel costume da bagno aderente, esposta agli sguardi altrui - e conservava la coordinazione di una giovane atleta. Con sorpresa di Oliver Kroll, M.R. nuotava bene quasi come lui, e Oliver le aveva raccontato che, quando era studente a Yale, gli era stato detto che se avesse trovato il tempo per allenarsi avrebbe potuto far parte della squadra olimpionica. Certo,  stato un sacco di tempo fa.
Olimpiadi? Squadra di nuoto? M.R. si chiese se fosse vero. Ovviamente non disse nulla.
Kroll rimase colpito da come M.R. nuotava. Con gli occhi puntati sul suo corpo - il costume intero di poliestere che non le donava affatto, simile alla sottile pelle d'un rettile; le cosce carnose con delle fossette, che prorompevano dal costume, i piccoli seni alti e duri, le braccia armoniose - Kroll la fissava sorpreso. Ehi, Meredith. Sei bellissima.
Anche in quel caso, pur volendo lusingarla, Kroll risultava ironico, insincero.
Imbarazzata, M.R. rise, voltandosi. Era riuscita a infilare - a forza - i folti capelli nella cuffia di gomma che sembrava dilatata, come un cervello encefalitico. Non era bella e quell'affermazione la metteva a disagio: non voleva tentare di mostrarsi all'altezza di quelle parole.
Che farsa! Una mascherata...
Kroll le aveva detto che non nuotava mai meno di un chilometro e mezzo. Per la schiena. Quando alla fine usc dalla piscina, M.R. vide l'acqua che gli grondava dalle gambe muscolose; i lunghi peli scuri attaccati alla carne pallida, rilucente per le gocce d'acqua. Not la vita leggermente flaccida, il rigonfiamento dell'inguine, gli strani peli sulle cosce che scendevano da l... Prov un'inaspettata tenerezza per quell'uomo, per la sua mascolinit.
M.R. preferiva Kroll da quella distanza, cinque o sei metri. Sentiva il cuore gonfiarsi di un'emozione che non avrebbe saputo definire: non amore, n attrazione sessuale, ma il desiderio di toccare, di proteggere; il desiderio di dare conforto. Pens che non potesse esserci niente di pi tenero tra un uomo e una donna che quel desiderio di dare conforto.
Era quello che mancava alla sua relazione con Andre. Lui non pensava mai di darle conforto.
Non immaginava nemmeno che M.R. non fosse quella forte e giovane amazzone che non aveva bisogno di coccole.
E nemmeno avrebbe voluto che M.R. desse conforto a lui.
Kroll si accorse che M.R. lo guardava (bench lei non stesse pensando a lui ma all'altro, al suo amante-astronomo) e sorrise incerto. Di colpo il reciproco interesse sessuale era aumentato.
Malgrado la sua limitata esperienza con gli uomini, cio pi o meno l'esperienza con l'amante-astronomo sposato da tempo, M.R. sapeva che  molto facile lusingare sessualmente un uomo; cos come  facile soddisfarlo sessualmente. Come in un comico ma inquietante quadro di Magritte, gli occhi socchiusi di quell'uomo sembravano parodiati - riflessi - nei piccoli capezzoli sporgenti del suo torace piatto di maschio che impulsivamente lei desider toccare, sfiorare. Baciare?
Si era sposato, troppo giovane.
Aveva divorziato, non troppo giovane.
Gi da undici anni. E non aveva figli, per fortuna.
Perch per fortuna?
Perch forse io e lei saremmo ancora sposati. E non ti avrei conosciuto.
Kroll aveva risposto in tono sbrigativo. Stava a lei, la donna, capire se era sincero, o se aveva detto la prima cosa che gli era venuta in mente.
Non era emotivamente coinvolto con l'ex moglie, disse. Ma non gli interessava parlare di lei, o del suo matrimonio fallito. Cos come non chiese a M.R. delle sue storie passate, o se era stata sposata.
Quel giorno aveva tenuto una conferenza su Hobbes. La teoria dell'umanit come una macchina priva di libero arbitrio, di anima. Amava il famoso - famigerato - aforisma: La vita  disgustosa, brutale, e breve. Si capiva che a Kroll piaceva in quanto si applicava agli altri, non a se stesso.
Le disse: Se l'uomo  una macchina, allora pu essere manipolato. Per il suo stesso bene, l'uomo pu essere manipolato. Hai detto di non essere religiosa, Meredith, ma in cosa credi?
Non... non so in cosa credo.
Spieg a Kroll che i suoi genitori erano quaccheri ma che lei non lo era, bench rispettasse quella fede per la sua civilt, per il suo equilibrio.
I quaccheri attribuiscono pi valore al bene comune che a quello individuale; non  un atteggiamento molto americano. Siamo una nazione di individui.
Kroll, il libertario, dissent: Tutte le nazioni sono nazioni di individui, a meno che non siano formiche.
Aveva scoperto un articolo che M.R. aveva pubblicato su Etica, L'imperativo morale di Kant e il diritto alla vita; lo aveva trovato un saggio molto interessante, e si era chiesto perch non gliene avesse parlato, n gliene avesse fatto leggere un estratto.
M.R. rispose che aveva intenzione di parlargliene. Voleva fargliene leggere un estratto.
Aggiunse che considerava quell'articolo un esercizio, un esperimento: Stavo analizzando il problema come lo si potrebbe analizzare da varie prospettive etiche. Ma non sono necessariamente convinta della conclusione.
Non sei convinta della conclusione? Allora perch l'hai scritto?
Perch stavo analizzando delle questioni etiche. Non intendevo schierarmi da una parte o dall'altra.
E che scopo ha analizzare?
Questa  la filosofia. Esiste una filosofia dell'etica, come esiste una filosofia della fisica, o una filosofia del diritto.
Ma esiste anche l'etica, in primo luogo. Non  cos?
In primo luogo? Non ne sono certa.
In politica, esistono solo le parti. La ricerca del potere, e la determinazione a mantenerlo.
Il potere! Il potere non solo corrompe, il potere acceca. Se lo scopo  la verit, il potere  un handicap.
M.R. protest: la filosofia si poteva affrontare come una serie di problemi per i quali non esistevano risposte specifiche. Domande, non risposte. Molti dei suoi colleghi stavano analizzando tali problemi, alcuni di loro stavano analizzando contromondi metafisici, alla ricerca di una verit astratta.
E cos' un contro-mondo? Me lo spieghi? Kroll sorrise, estremamente divertito.
Un contro-mondo  una possibilit di... di mondo... Un universo...
Stronzate, cara. Kroll rise sguaiatamente, come se volesse farle capire che non gliela si poteva dare a bere. Prendi il movimento per il diritto alla vita - diciamo in America, al giorno d'oggi -, o sei a favore, o sei contro. Si  per l'aborto, o contro l'aborto.
Non per l'aborto, ma per la scelta. La questione : per la scelta.
Il tuo articolo lascia intendere che non sei per la scelta, se ho capito bene. Se consideri un ideale l'imperativo morale di Kant - non dovremmo mai agire a meno che le nostre azioni costituiscano un principio valido per tutti gli altri esseri umani -, non puoi essere per la scelta, perch se stava te scegliere avresti voluto nascere, non essere abortita. Giusto?
Ma non lo considero un ideale, solo una proposizione filosofica.
Sei mai rimasta incinta, Meredith?
La domanda giunse cos improvvisa che M.R. non ebbe il tempo di rimanere sconvolta o offesa. Balbett, non molto convinta: N-No.
No? Bene. Allora non hai una prospettiva. Forse  per questo che sei indecisa.
Il... il problema non  l'indecisione. Cio, indecisione non  il termine preciso...
Allora obiettivit? Nelle questioni etiche, come in quelle politiche, non esiste obiettivit.
Kroll continuava a sorridere, divertito. M.R. cerc di spiegare che, in un esperimento, lo sperimentatore non sa in anticipo quali saranno i risultati. In filosofia, se si stanno analizzando le possibilit di una teoria... Kroll respinse con la mano quelle frasi esitanti come scacciando dei moscerini.
Stronzate, cara. E lo sai.
M.R. pensava che non avrebbe pi rivisto Kroll. La sua presenza la rendeva agitata, spesso non dormiva. Non desiderava quell'intimit. Eppure, quando lui la chiam, ud la sua voce rispondere ansiosa s.
L'ortensia azzurrina era sfiorita, morta. M.R. temeva di essersi dimenticata di innaffiarla, o di averle dato troppa acqua. Corse da un fioraio per comprarne un'altra, della stessa sfumatura di azzurro. Pens che Kroll non avrebbe notato la differenza anche se fosse stato diffidente, cosa che non era. Lui continuava a controllare il terriccio con l'indice.
Alla fine di ottobre M.R. invit Kroll a cena da lei.
A parte che per Andre Litovik, era la prima volta che cucinava per un uomo (ma Andre non era mai andato in quella casa) e aveva provato una sorta di eccitazione proibita facendo la spesa nel miglior negozio di alimentari del posto, spingendo il carrello tra altre donne, molto probabilmente mogli, madri, amanti, donne coinvolte nel dramma di vivere con uomini.
Circostanza che forse, in passato, aveva invidiato. Una vita intrecciata con quella di un altro, comunque imprevedibile.
Perch Kroll era imprevedibile. Un uomo umorale. Spesso era impaziente, oscuramente insoddisfatto. In maniera quasi involontaria eludeva le domande di M.R. - c'era qualcosa che non andava?, era turbato? - e a volte, se lei gli toccava il braccio, pareva ritrarsi. Spesso, sembrava portarsi dietro - come se stringesse goffamente degli oggetti che gli sfuggivano, cadevano e si rompevano - un'irritazione misteriosa, un fastidio, una rabbia a stento repressa che aveva poco a che fare con lei.
A parte naturalmente il fatto che lei era la donna.
Se mai aveva provato invidia per il ruolo di donna, quel sentimento si dissolveva in un'eccitata e ansiosa apprensione, perch Oliver Kroll non era facile da soddisfare, e i motivi per cui poteva rimanere insoddisfatto, o deluso, erano assolutamente insondabili. Per la cena di quella sera Kroll port un vino rosso francese; M.R. immagin che fosse costoso, bench se ne intendesse poco; ne bevve meno di mezzo bicchiere, distrattamente, il che dovette irritare Kroll, perch l'uomo cadde in una sorta di silenzio meditabondo. Quando M.R. gli chiese se c'era qualcosa che non andava, lui rispose, torcendo la bocca in un sorriso: Che intendi con qualcosa che non va? Non ho niente che non va, io.
La guardava in quel modo gelido, come se non la riconoscesse. Mentre M.R. sfoggiava il sorriso forzato e speranzoso di una ragazza, chiedendosi se valesse la pena fare quello sforzo, quello sforzo continuo.
Anche Andre era molto umorale. Ma la sua di solito era un'umoralit di ampio respiro, impetuosa, come vento che soffia attraverso una casa spalancando porte-finestre, facendo sbattere porte, creando un gran trambusto da tutte le parti. Il malumore di Kroll esplodeva compresso, come quando si apre un ombrello in uno spazio ristretto.
Verso la fine della serata, a volte Kroll diceva improvvisamente che doveva andare, che aveva del lavoro da sbrigare. Si alzava di scatto, faceva tintinnare le chiavi della macchina in mano, ansioso di uscire. In quei frangenti capitava che le prendesse la mano, le accarezzasse il braccio e la baciasse. M.R. si lasciava baciare e lo baciava a sua volta, quasi con trasporto. Be', in effetti era cos. Si sentiva attratta da Oliver Kroll, credeva di esserlo.
Gli avrebbe permesso di fare l'amore con lei - vero? - se ci fosse riuscita. Gliel'avrebbe permesso, andava fatto. Perch in una normale relazione fra adulti, tra una femmina e un maschio, si fa l'amore, o qualcosa di simile.
L'adorazione che M.R. nutriva per il suo amante (segreto) era assoluta, ed era rivolta alla sua anima. E poich l'anima era ospitata nel corpo, M.R. poteva adorare anche il corpo.
Con Kroll era diverso, molto diverso che con Andre. Lei non percepiva l'anima di Kroll; poteva essere piccola come un cucchiaino da t, o avere le dimensioni di un abbassalingua. Se M.R. avesse fatto l'amore con Kroll, lui non avrebbe capito quanto lei fosse assente fra le sue braccia; non aveva la perspicacia di avvertire il distacco della donna da lui, in quanto essere fisico. Kroll osservava solo le proprie sensazioni; l'altra, la donna, per lui quasi non esisteva.
Spesso M.R. immaginava che Kroll avrebbe semplicemente smesso di chiamarla; cos, all'improvviso, un giorno, qualunque sentimento avesse provato per lei, in qualunque fantasia l'avesse coinvolta, schiavo com'era della maestosa Jane, contessa di Harrington, in un tenero ricordo della sua giovent in Inghilterra, e lei non avrebbe pi avuto sue notizie. Sembrava una cosa assolutamente plausibile, perfino probabile, perch Kroll parlava distrattamente - in maniera sprezzante - di vecchi ex amici, colleghi e anziani pupilli che aveva perso di vista. Appena perdeva interesse per una persona, ai suoi occhi questa cessava di esistere. M.R. era avvertita, no?
E in quelle sere pi calde e gioviali in cui si sentiva davvero attratta da Oliver Kroll, i suoi sentimenti per l'amante (segreto) s'intromettevano, come una frequenza radiofonica dal segnale forte copre una pi debole. Mi sposer? Possibile? M.R. sorrideva a quel pensiero sorprendente.
Una volta, ai tempi della scuola, a Carthage, era morta una donna anziana e il corpo era stato rinvenuto solo dopo settimane. Ricordava l'orrore di quella solitudine, di quell'isolamento. All'epoca nessuno voleva parlare della donna, sapere come si chiamava, tranne la madre di M.R., Agatha, che era rimasta sgomenta, in preda al rimorso, bench la donna vivesse a parecchi isolati da loro, e i Neukirchen non la conoscessero.
Agatha ripeteva in continuazione a M.R.: Che cosa terribile! Terribile, davvero terribile... Avremmo potuto aiutare quella povera donna. Avremmo dovuto saperlo.
Era angosciante per M.R. - Meredith - che sua madre, normalmente cos calma, parlasse in quel modo; sua madre Agatha, che faceva attenzione a non dire cose che procurassero turbamento, specie ai bambini. Sua madre, che non sembrava credere, in accordo con l'idealismo quacchero, alla realt del male.
Se potessimo rimediare! Oh, come, come potremmo rimediare...
Con altri membri della congregazione quacchera, Agatha e Meredith avevano cominciato a visitare persone anziane, isolate, della zona. Portavano loro cibo, coperte e biancheria, vestiti. Portavano attrezzi per le riparazioni. Quando occorrevano lavori importanti, Konrad andava con loro. Fino ad allora, M.R. aveva dimenticato quelle visite piene di buone intenzioni ma poco opportune, che erano continuate a intervalli irregolari per tutto l'ultimo anno delle superiori. Provava un'enorme compassione per quelle donne anziane - si dava il caso che si trattasse esclusivamente di donne - ma le visite per lei erano molto faticose, la spossavano. Le doleva il viso a forza di sorridere. Quegli odori rancidi le facevano pizzicare il naso. Mentre Agatha e gli altri quaccheri sembravano trarre una sorta di radiosa energia dalle visite, M.R. le trovava sconvolgenti. Mai l'orrore della solitudine - dell'isolamento - le era parso tanto reale: duro come uno specchio che rifletteva il suo stesso volto.
Quindi posso amarlo. Lo far!
Quell'ultima volta, Kroll venne a cena da M.R.
Era l'inizio dell'inverno. Si vedevano diverse volte la settimana. M.R. aveva imparato ad affrontare i malumori di Kroll come uno sciatore una pista pericolosa. C'erano gesti di intimit tra di loro - senza parole, solo lievemente impacciati - come quando un veicolo guasto fuori controllo scivola su un pendio ripido, senza nessuno al volante.
M.R. immaginava che, come lei, Kroll fosse affamato di affetto, volesse affermare la propria esistenza.
E poi c'era il problema della sua mascolinit: come una sega rotante, non osi toccarla, ma ne sei attratta, affascinata.
Quella sera M.R. aspettava con ansia l'arrivo di Kroll. Aveva preparato la cena con cura, aveva comprato il vino che lui sembrava preferire, e del pane francese dalla crosta croccante; aveva innaffiato l'ortensia dai petali azzurrini increspati che, come quella che l'aveva preceduta, stava cominciando ad appassire malgrado tutti i suoi sforzi. Ma non era preparata all'ondata di emozione che prov quando Kroll entr in casa e la salut calorosamente, con passione, prendendola per le spalle e baciandole la bocca, spingendole la lingua sui denti in un modo giocoso e focoso insieme. Ciao ciao ciao, cara!: Kroll era di umore esuberante.
Bench anche lei volesse baciarlo - appassionatamente, e stringerlo tra le braccia - involontariamente si irrigid, in modo appena percettibile, come se qualcuno le avesse sussurrato: No!
Kroll la lasci andare e indietreggi, accigliato. In quel momento fu come cadere in sogno, come inciampare da un marciapiede, o su una rampa di scale, senza possibilit di rialzarsi. M.R. si sorprese a balbettare: Oliver, temo... Dovrei dirti....
Dirmi cosa?
Mi sono piaciute tantissimo le serate che abbiamo passato insieme. Specie... negli ultimi tempi. Ma non voglio ingannarti, Oliver, sono... c'...
Kroll le rivolse uno sguardo gelido. Non le avrebbe reso le cose facili. Con la faccia scura e paonazza per il risentimento, fece una smorfia.
... una persona nella mia vita. Cio, prima che mi stabilissi qui, c'era una persona. Non posso proprio affermare M.R. rise, alzando le mani in un gesto di impotenza che questa persona sia una presenza importante, stabile, nella mia vita, voglio dire dal suo punto di vista. Ma...
Ma hai una relazione con lui... o  una lei?
Una lei? M.R. fece un sorriso incerto. No,  un uomo.
Un uomo. Kroll sogghign.
Non l'avrebbe mai perdonata, lo sapeva.
Non avresti dovuto dirmelo un po' prima?
Kroll rise con aria mesta. Il pizzetto sembrava irto di ostilit. Era molto arrabbiato con lei, era evidente. Quando gli sfior il polso con le dita, lui la respinse.
Avresti potuto dirmelo qualche settimana fa. Per esempio...
M.R. era sbalordita. Kroll si mise a elencare eventi a cui l'aveva portata, cene, gite in campagna; naturalmente, come aveva fatto a non capire! Com'era stata insensibile.
Tutte le volte che siamo usciti mi hai fatto pagare i tuoi biglietti, e alcuni non erano economici. Mi hai fatto offrire quasi tutte le cene. Il mio stipendio all'universit sar pi alto del tuo, ma tu sei completamente indipendente da un punto di vista economico, non hai nessuno a carico, a quanto ne so, mentre io... io ho degli obblighi. La voce di Kroll si affievol, cominciava a provare imbarazzo per la veemenza delle sue parole.
Obblighi? M.R. non aveva idea di cosa intendesse Kroll. Ancora una volta cerc di toccargli il braccio e ancora una volta lui la respinse sdegnosamente. Lei rispose, balbettando: Mi... mi dispiace infinitamente. Mi sono comportata in maniera inammissibile. Non so perch... credo... credo che... non  una giustificazione, solo un goffo chiarimento... pensavo di offenderti se mi offrivo di pagare... come  successo la prima volta che siamo usciti. E qualche altra volta... anzi credo proprio di aver pagato... qualche volta. Ho pensato... ci sono uomini che....
Be', s, ci sono uomini che, molti uomini che pagano per donne verso cui nutrono forti sentimenti, e che sono ricambiati. Ma la nostra situazione non ... non era... quel genere di situazione, no? E lo sapevi sin dall'inizio.
Ma io non... non lo sapevo... cio, non...
Era una donna di trent'anni: non era pi una ragazza. E aveva una relazione con Andre Litovik da molti anni, almeno a distanza. Eppure del mondo sapeva poco pi di quanto poteva saperne una ragazzina di quindici anni, all'epoca in cui M.R. aveva quindici anni: non riusciva a immaginarsi come agente attivo in un rapporto con un uomo, solo passivo. Non era a suo agio con gli uomini; non era mai in grado di capire cosa poteva pensare, o progettare, un uomo; in una conversazione di solito era l'uomo a predominare, ma nel modo in cui una grande nave scivola sull'acqua; puoi guidare l'imbarcazione con leggeri movimenti delle mani anche se il proprietario crede di essere lui al timone.
Accortosi che M.R. era davvero pentita, Kroll si plac appena un po', come un assassino che estrae lentamente un pugnale, invece di rigirarlo nella piaga. In tono gelido spieg: Non ne avrei parlato, se non fosse che...  maledettamente... seccante quando... Le donne guadagnano quanto gli uomini, eppure... si aspettano che gli uomini paghino per loro....
Ma io... ti ho invitato a cena, Oliver, no? Diverse volte.
Le cene a casa sono una cosa diversa.  normale invitare a cena un amico senza aspettarsi che paghi, spero.
M.R. si rese conto che tutto quel che diceva veniva frainteso da quell'uomo adirato che ronzava e vibrava come una vespa. Allora... non se ne esce. Se ti invito a casa mia, non faccio niente di speciale. Quando sei tu a portarmi fuori, devo pagarmi la cena.
Balbettava, confusa e ferita. Da adulta non era mai stata oggetto di tanta ostilit, nemmeno quando Andre le parlava aspramente; non aveva difese contro quello che percepiva come puro disprezzo, ripugnanza.
Kroll insisteva, meschinamente, come un pitbull che ha addentato una creatura e continua a scuoterla, scuoterla, scuoterla fino a ucciderla: E non ti offri mai di guidare. Potresti farlo, ma dai per scontato che debba farlo io. La mia macchina non  pi facile da guidare della... della tua. Kroll aveva il viso paonazzo per l'indignazione, sembrava non rendersi bene conto di cosa stava dicendo. Lei non avrebbe mai immaginato di leggere negli occhi di quell'uomo un tale disgusto per lei!
Ma Kroll prosegu, con l'aria di chi  stato gravemente maltrattato. Aveva modi cattedratici, avvocateschi: stava montando una sconvolgente requisitoria contro di lei, che lo aveva cos ferito. Salt fuori che, in una delle loro ultime serate, mentre faceva retromarcia per uscire da un parcheggio stretto, Kroll aveva graffiato il parafango posteriore destro della Jaguar; anche questa era una rimostranza rivolta contro M.R., che ascoltava sbalordita, sconcertata; non aveva mai conosciuto un uomo che pretendeva che una donna guidasse al posto suo, salvo forse in occasione di lunghi viaggi; era sempre suo padre a guidare quando lui e sua madre uscivano; nessun maschio adulto a Carthage, che M.R. ricordasse, avrebbe voluto cedere il volante a una donna: era come ammettere di essere incapace, di stare male. E Andre Litovik, naturalmente, non avrebbe permesso a nessun altro di guidare una macchina su cui era anche lui, meno che mai a una donna.
M.R. protest debolmente: Posso solo dire... che non lo sapevo. Mi dispiace tanto. Mi sembrava che ti piacesse guidare... la tua splendida macchina. Forse avresti dovuto proporre....
L'ho fatto. Pi di una volta.
Davvero?
M.R. era sicura che Kroll non glielo avesse mai proposto. Quasi tutte le volte che erano usciti la sera, lui la passava a prendere a casa; a volte invece le era pi comodo andare in auto da lui, dopo aver trascorso la giornata all'universit, o vedersi in citt. Quando M.R. si muoveva in macchina era spesso in ritardo; era vittima di uno strano sortilegio, che ne rallentava i movimenti come se le fosse stato iniettato un narcotico; lei che, in modo compulsivo, arrivava quasi sempre in anticipo agli appuntamenti, quando doveva incontrare Kroll si riduceva a uscire all'ultimo minuto, o persino in ritardo.
Oliver Kroll andava orgoglioso della sua Jaguar sportiva blu cobalto e di certo non sarebbe andato da nessuna parte con la comunissima utilitaria americana di M.R. dal nome ridicolo, Saturno (ridicolo per Kroll, che prendeva in giro M.R. perch lei non conosceva il modello della sua macchina, l'aveva frettolosamente comprata di seconda mano diversi anni prima), e ancor meno le avrebbe consentito di guidare la Jaguar. Eppure questo nuovo motivo di scontento lo offendeva profondamente, ritenendolo grave come il primo, del quale era una conferma.
Mentre Kroll sbraitava, M.R. cercava di fare un calcolo: quanto doveva a quell'uomo infuriato? Di certo doveva qualcosa a Oliver Kroll, ormai l'aveva capito; non si era comportata correttamente con lui, ma in modo vergognoso e con noncuranza... Kroll abitava ad alcuni chilometri dall'appartamentino di M.R. sull'Echo Lake: cinque chilometri, andata e ritorno? Moltiplicati... per quanto? (Quante volte erano usciti insieme? M.R. non riusciva a ricordarlo.) Benzina, usura e consumo della Jaguar, e il tempo prezioso che Kroll aveva impiegato a guidare? M.R. era rossa di vergogna nel vedere tanto disprezzo sul viso di un uomo che aveva immaginato preso da lei.
Innamorato di lei! Che farsa.
M.R. si scus e si precipit in un'altra stanza per cercare il libretto degli assegni che teneva in un cassetto della scrivania e fare un assegno da... quanto? Quale poteva essere una cifra ragionevole? Le sembrava di sentire un campanello tintinnarle in testa. A quel punto si accorse che il nome che aveva scritto in fretta era sbagliato e compil un altro assegno, con il nome Kroll anzich Krull; temeva di offendere Kroll, ma molto probabilmente stavolta l'uomo era ben lungi dal sentirsi offeso: la disprezzava, rivoleva i suoi soldi! M.R. sperava ingenuamente di poter salvare in parte il loro rapporto compromesso, a patto di riuscire a comportarsi come avrebbe fatto un uomo, in maniera ragionevole e senza troppa emotivit.
Torn da Kroll, con l'assegno in mano. Lui era in piedi davanti al ritratto di Reynolds, lo guardava come se non lo vedesse; aveva ancora il volto paonazzo. M.R. si profuse in mille scuse. Mi spiace tanto, Oliver! Mi auguro che mi perdonerai. Spero che non penserai male di me. Sono proprio... sono stata... credo proprio di essere... - voleva dire un'ingenua, ma di fronte all'aria di disprezzo di Kroll si corresse - una stupida. Non ho riflettuto.
Gli porse l'assegno. Si accorse che Kroll voleva prenderlo anche se quell'offerta lo offendeva, perch naturalmente desiderava mantenere una dignit da gentiluomo, per il quale questioni cos meschine sono insignificanti, ma voleva che la donna si umiliasse davanti a lui, spiegasse, si scusasse e lo rifondesse. Prese l'assegno, accigliato:  troppo.
Lei ne aveva staccato uno da 350 dollari. Aveva calcolato che forse doveva a Kroll la met di quella somma, e restituendogliene 350 aveva considerato un margine di errore.
Ti prego, Oliver. Prendilo.
Si sforzava di mantenere un tono calmo. Aveva la nausea, come se le avessero sferrato un calcio allo stomaco. Con l'aria di chi sente un cattivo odore, Kroll pieg l'assegno e se lo infil nella tasca del cappotto, come se le stesse facendo un favore.
Bene. Mangiamo.
M.R. non credeva alle sue orecchie. Mangiamo? Kroll voleva che lei gli servisse la cena dopo quello che era successo? Sarebbe riuscito a mangiare?
L'uomo si sforzava di sorridere, gli occhi stretti, diffidenti. Non aveva un'idea precisa delle conseguenze del suo gesto, di quel che aveva detto, parole forse irrevocabili.
Non credo proprio, Oliver. Dopo... tutto questo... non ho pi fame. Non mi sento bene. Credo che dovresti andartene.
Andarmene? Ora che abbiamo chiarito tutto?
Kroll sembrava sinceramente sorpreso. L'aveva guardata con disprezzo, le aveva rivolto contro una brillante e implacabile requisitoria, e adesso pretendeva di comportarsi come se niente fosse accaduto?
M.R. rispose: S. Credo che dovresti andartene.
Un'offesa ancor pi grave si dipinse sul viso di Kroll. Muoveva la bocca nel pizzetto, per la rabbia. M.R. indietreggi. Aveva paura di lui. Poteva esplodere da un momento all'altro, poteva metterle le mani addosso...
Voleva allontanarsi, rifugiarsi in un'altra stanza, ma Kroll le sbarr il passo. Aveva il volto livido di disprezzo. Ma se la odiava tanto, perch non se ne andava?
Oliver, credo che faresti meglio ad andartene. Ti ho rimborsato, spero. Se non  abbastanza, ti prego di farmelo sapere... Sar felice di versarti il resto.
Voleva disperatamente liberarsi di lui. La furia sul viso dell'uomo era terrificante.
Forse era stato un errore volgergli le spalle; M.R. corse ad aprire la porta d'ingresso e lui la afferr per la spalla, per il braccio: con un gridolino di sorpresa e dolore lei si divincol. Ti prego. Per favore, vattene. Voglio rimanere sola. Stava quasi per svenire, non voleva che Kroll vedesse quanto l'aveva fatta agitare, quanto l'aveva resa fragile.
Lui la afferr di nuovo, per il braccio, per il polso. E di nuovo M.R. si allontan.
Kroll cerc di sorridere, protestando che era appena arrivato, che aveva delle cose da dirle e gliele aveva dette, che non voleva andarsene, non ancora, ma M.R. non riusciva a guardarlo, desiderava solo che sparisse.
Ti prego. Per favore, vattene.
Credo che tu stia commettendo un errore, Meredith.
Ma era molto arrabbiato, gli tremava la voce. M.R. capiva che gli sarebbe piaciuto afferrarla, e scuoterla-scuoterla-scuoterla fino a sottometterla.
Che vergogna, si era cos sbagliata sui sentimenti di quell'uomo nei suoi confronti, aveva creduto che tenesse a lei, e in un istante tutto era svanito. Lui avrebbe potuto prendere un coltello e avventarsi contro il poster-ritratto alla parete, squarciando in mille pezzi la bellissima Jane, contessa di Harrington.
Indignato, Kroll usc. Aveva di nuovo l'assegno in mano; M.R. si accorse che gli tremava. Pens: Lo straccer, getter i pezzi nel vialetto.
Invece Kroll se lo rimise in tasca. Senza voltarsi si avvi verso il marciapiede, dov'era parcheggiata la macchina affusolata con il parafango posteriore destro graffiato, per montare a bordo bisognava piegarsi, chinarsi, mentre M.R. osservava la scena da dietro una finestra, senza osare nemmeno respirare, poi l'auto part di scatto e si allontan.
Come ubriaca, and nella sua stanza e si accasci sul letto, dove giacque nauseata, con l'anima piena di disgusto, per ore e ore in quella lunga notte, troppo sconvolta per comprendere appieno cos'era accaduto: come quell'uomo le si fosse rivelato, mostrando il suo disprezzo, la sua furia.
Il telefono squill a lungo; lei si tapp le orecchie con le mani.
Se fosse tornato! Se fosse entrato in casa sua!
Non per amore, ma per orgoglio ferito. Si sarebbe vendicato di lei, se avesse potuto.
Le doleva la spalla nel punto in cui lui l'aveva afferrata, sul braccio le sarebbe rimasto il livido lasciatole dalle dita dure, piene di collera. Era la vergogna, pi che la paura, a paralizzarla. Nera acqua salmastra le si raccoglieva in fondo alla bocca. Aveva terrore di provare una nausea violenta, di soffocare nel vomito, cos l'avrebbero trovata come quella vecchia a Carthage, in avanzato stato di decomposizione, rancida di putredine, sola.
Respirava appena perch aveva le costole rotte e sentiva il puzzo di quel fango schifoso nelle narici, in bocca, perfino le ciglia erano incollate.
Muori, perch non muori. Bimba del fango, bimba-spazzatura, muori.
Con il tempo, quasi con calma, con ironia, avrebbe pensato che non era il primo uomo a spezzarle il cuore.
Non era l'uomo della sua vita che le spezzava il cuore.
Era un uomo, non l'uomo della sua vita.
Meredith!
Quella sera di marzo del 2003 lo chiam, come le aveva chiesto. Rispose al primo squillo.
La sua voce comunicava un'inquietante intimit, dopo tanti anni: Meredith! Grazie di aver chiamato.
Le chiese se poteva passare da lei, aveva qualcosa di urgente da dirle. M.R. esit un attimo - fu una pausa percepibile, Oliver Kroll se ne accorse - prima di acconsentire.
S, certo.
Erano informazioni su Alexander Stirk, e non potevano essere buone.
E cos Oliver Kroll giunse a casa del rettore, a mezzanotte. Quella giornata interminabile, iniziata tanto tempo prima in una sorta di innocenza! M.R. gli apr la porta prima che suonasse il campanello. La loro antica intimit impediva a entrambi di stringersi la mano.
Un osservatore che avesse assistito alla scena ne avrebbe dedotto che tra loro esisteva un misterioso legame.
 strano essere qui. A quest'ora.
Kroll avrebbe potuto aggiungere E da solo.
Pochissime persone si recavano sole a casa del rettore. Non era il tipo di abitazione - non aveva quel genere di atmosfera - in cui le persone si recavano in qualit di amici. Oliver Kroll in effetti era stato ospite di Charters House pi di una volta da quando M.R. era diventata rettrice dell'universit, ma sempre in compagnia di altri, in occasione di ricevimenti ufficiali, cene organizzate per oratori illustri.
In mezzo ad altre persone, lui ed M.R. erano obbligati a salutarsi solo in modo formale, educatamente.
Lei non era riuscita a dimenticare l'espressione di odio sul viso di quell'uomo. Quel disgusto per la donna, cos lo interpretava lei. Quando Oliver Kroll appariva alla TV lei ne percepiva ancor pi prepotentemente lo spirito caustico, comico, sarcastico, le divagazioni mordaci e le smorfie beffarde delle labbra, la noncuranza e la scarsa considerazione ostentati verso i progressisti, la sinistra, considerati quasi alla stregua di traditori, e lo trovava insopportabile.
Quella sera Kroll sembrava invecchiato, teso, sembrava aver perso, almeno in parte, l'atteggiamento disinvolto che aveva in pubblico. Aveva sempre il pizzetto, ma adesso era brizzolato e sul cranio calvo c'erano protuberanze e avvallamenti. M.R. si chiese: era quello l'uomo che l'aveva cos intimidita? spaventata? All'universit, Oliver Kroll era uno dei suoi avversari, apparteneva al gruppo di docenti di orientamento conservatore che votavano in blocco alle riunioni, opponendosi a molte delle proposte di M.R. Neukirchen. Erano tutti maschi - tutti bianchi - ed erano tutti almeno professori associati. (Non che avesse grande importanza, nelle votazioni i docenti progressisti di quell'ateneo erano di gran lunga pi numerosi dei conservatori.) M.R. era incline a pensare che, se non era stato Kroll a incoraggiare lo studente Stirk a registrare la loro conversazione, doveva essere stato uno dei suoi colleghi conservatori.
Nei dieci anni da quando era uscito dalla vita di M.R., Kroll era diventato un personaggio ancora pi controverso all'interno del campus. Dall'avvento dell'amministrazione di George W. Bush e il trionfo della politica conservatrice in America, Kroll aveva iniziato a collaborare con il suo collega-mentore pi anziano G. Leddy Heidemann come consulente della Casa Bianca. Mentre Heidemann veniva indicato dalla stampa come il consigliere per il Medio Oriente del Segretario della Difesa - l'architetto, la coscienza morale delle guerre in Iraq e Afghanistan -, l'influenza di Kroll si estendeva agli affari interni, ed era pi generica. In qualit di teorico della politica, Oliver Kroll era spesso invitato nei programmi televisivi di commento giornalistico della domenica mattina, alla CNN e su Fox News. Nei giorni febbrili che seguirono gli attacchi terroristici al World Trade Center, nell'autunno del 2001, sia Kroll che Heidemann erano apparsi frequentemente alla televisione. E ora, nel marzo 2003, alla vigilia dell'invasione dell'Iraq la propaganda in favore della guerra si era intensificata: Questa  una crociata. Non si tratta di diplomazia con altri mezzi'. Il tempo della diplomazia  finito. Con il male non ci pu essere diplomazia'.
M.R. guardava di rado quei programmi di dibattiti politici, la turbavano troppo. E quando sentiva i colleghi dell'universit fare quelle affermazioni - da guerrafondai, pseudopatriottiche, vergognose - si affrettava a spegnere il televisore.
Come successore di Heidemann, Oliver Kroll era diventato consulente della locale sezione dei Giovani Americani per la Libert. Conduceva campagne per la raccolta di fondi finalizzati a portare nel campus controversi oratori e attivisti conservatori; a una tavola rotonda sulla probabile guerra in Medio Oriente, organizzata da docenti progressisti dell'universit, Kroll aveva guidato l'opposizione dei professori e degli studenti conservatori, che avevano picchettato l'evento e rivolto domande imbarazzanti agli oratori. Da ottobre, quando il Congresso degli Stati Uniti aveva votato a larga maggioranza l'autorizzazione al presidente all'impiego della forza militare contro l'Iraq, nel campus, come in tutta la nazione, era montata un'atmosfera politica febbrile che creava divisioni. In quanto rettrice di quella prestigiosa universit, M.R. non poteva farsi coinvolgere in discussioni politiche, spesso esasperate, rabbiose e intolleranti; non aveva partecipato alla tavola rotonda, e aveva scritto un editoriale sul giornale del campus in cui si appellava a un modo di esprimersi civile. Le era stato detto - Leonard Lockhardt l'aveva ammonita - che una docente della sua statura doveva tenersi al di sopra delle risse. Nel consiglio di amministrazione dell'universit c'erano membri conservatori come anche - naturalmente - numerosi finanziatori conservatori, che seguivano con particolare attenzione gli interventi del rettore sui mezzi d'informazione. Anche durante le riunioni pi informali M.R. aveva imparato a tacere i suoi sentimenti personali, la sua predilezione per le cause progressiste, in linea di principio; non osava scherzare, ed evitava di ricorrere all'ironia, per non generare ambiguit. Aveva imparato ben presto che quando si riveste un ruolo pubblico si  in ostaggio: la prima libert cui si rinuncia  quella di parlare impulsivamente, col cuore.
All'inizio, gli ammiratori di M.R. avevano apprezzato la sua franchezza, una sorta di ingenuit professionale. Ma adesso, dopo mesi che aveva assunto la carica di rettrice, ci si aspettava che si comportasse con pi circospezione.
Anche con i suoi amici pi stretti era diventata prudente. E con Andre.
Non poteva essere assolutamente certa che lui - il suo amante - non ripetesse i suoi commenti, distorcendoli.
Era stata davvero una fortuna che M.R. non avesse avuto modo di pronunciare l'appassionato discorso contro la guerra che aveva preparato per il convegno dell'Associazione Americana delle Societ Erudite. Proprio una fortuna che la sua macchina a noleggio avesse sbandato rovesciandosi in un fosso in una zona desolata della contea di Beechum.
Il discorso, a cui aveva lavorato cos a lungo, era venato di ironia come una filigrana velenosa. L'ironia non caratterizzava l'eloquio di M.R., e non era consigliabile a un rettore la cui permanenza nell'incarico dipendeva dalla benevolenza della comunit accademica. Leonard Lockhardt, che aveva letto il discorso in un secondo momento, visto che lei non l'aveva pronunciato, era rimasto sorpreso e l'aveva disapprovato. (E Lockhardt era lui stesso un progressista vecchia maniera, cresciuto politicamente nell'era di Lyndon Johnson e della Grande Societ.) Se M.R. avesse pronunciato quel discorso, e se esso fosse stato pubblicato, o diffuso su Internet, che errore madornale sarebbe stato, per un rettore al primo anno di incarico!
S; era stato meglio che M.R. avesse avuto quel misterioso incidente e fosse sparita per pi di dodici ore, un episodio di cui non aveva mai fornito spiegazioni soddisfacenti.
I tuoi collaboratori sono tornati a casa per la notte? Questo posto  enorme... Dev'essere come vivere in un museo...
Kroll parlava in tono leggero, distratto. Era chiaramente agitato, i piccoli occhi socchiusi saettavano intorno, la bocca tirata in un sorrisetto.
Parve non udire M.R. che lo invitava a darle il cappotto - in realt una giacca di camoscio, con righe pi scure a causa della neve sciolta - e lei non ripet l'invito.
No. Non vivo qui. Ho un appartamento privato - chiamiamolo cos - al secondo piano.
Tanto per mettere in chiaro le cose con Kroll. Privato.
Condusse l'ospite lungo il corridoio fiocamente illuminato fino alla biblioteca rivestita in legno sul retro dell'abitazione. Gran parte della casa era avvolta dall'oscurit; nelle ampie sale di rappresentanza che si aprivano sul corridoio mobili antichi, tappeti e lampadari erano appena visibili.
Nella biblioteca, un tenue e freddo chiarore lunare brillava sullo scuro pavimento in legno duro tirato a lucido. Dietro le finestre a grata che di giorno davano su un terrazzo lastricato, un giardino all'inglese e una lunga distesa di verde c'era oscurit, oblio. M.R. accese la luce centrale e le altre. Un pesante lampadario e delle applique da parete pi piccole. Comparvero poltrone di pelle, divani, tavolini, disposti come giganteschi pezzi di scacchi pronti a essere mossi.
Prego, siediti. Qui.
Non lo aveva chiamato Oliver. La gola le si serrava a quel nome, non riusciva a pronunciarlo.
Si sedettero accanto a un massiccio caminetto in marmo chiaro con iscritte le toccanti parole MAGNA EST VERITAS ET PRAEVALET. Il caminetto era alto almeno un metro e mezzo e ampio uno e ottanta, con alari di ottone, ciocchi di betulla perfettamente allineati e nessuna traccia di cenere. M.R. non ricordava di avervi mai visto il fuoco acceso, e nemmeno di essere mai stata seduta in quel modo, con un ospite davanti al focolare. Come tanti altri luoghi l all'universit, la biblioteca prendeva il nome da un ricco mecenate ed era tappezzata dal pavimento al soffitto di pregevoli volumi rilegati in pelle che nessuno degnava di uno sguardo, bench sugli scaffali ci fossero rare prime edizioni.
Le venne un pensiero, beffardo: Se ci fossimo sposati dove avremmo vissuto? Qui?.
Come per magia - quasi le stesse leggendo nella mente, o avesse intuito la piega che prendevano i suoi pensieri - Kroll le chiese se aveva ancora la casa sul lago.
Per un attimo M.R. parve non capire; poi rispose di no, era solo in affitto.
Forse c'era altro da spiegare ma M.R. non aveva voglia di intrattenere una conversazione privata con Oliver Kroll.
Era -  - proprio una bella casa.
Kroll aveva un tono malinconico, sommesso. Se si aspettava che M.R. replicasse a quel commento estemporaneo, si sbagliava.
M.R. pens a quando aveva staccato dalla parete il ritratto di Joshua Reynolds per gettarlo nella spazzatura. L'ortensia azzurrina si era seccata.
Kroll aveva chiamato, lasciato messaggi. M.R. non aveva risposto. Le aveva inviato e-mail, che lei aveva cancellato senza leggerle. Basta! Non era cos ingenua da dare a quell'uomo l'opportunit di ferirla di nuovo.
Poi di colpo Kroll non aveva pi cercato di contattarla. Forse per dispetto aveva incassato l'assegno da 350 dollari, e per dispetto - chiss - aveva abbracciato pubblicamente la causa conservatrice che anni prima sdegnava. Come un rimprovero per M.R. Neukirchen e i progressisti del campus che disprezzava tanto.
Ma forse - era pi probabile - M.R. non aveva niente a che fare con le posizioni politiche dell'ex amante, come non aveva niente a che fare con la sua vita negli ultimi dieci anni.
Quasi controvoglia - non poteva evitare di affrontare il motivo che lo aveva spinto l - Kroll chiese a M.R. se aveva pi saputo nulla di Alexander Stirk ed M.R. replic cautamente, che se Kroll intendeva dalla notizia dell'aggressione e dall'incontro con lui nel suo ufficio, la risposta era no.
Alexander mi ha chiesto di non divulgare la cosa, vuole essere lui a farlo. Ma ci tenevo a dirtelo stasera, ho pensato che dovessi sapere.
Sapere cosa?
 saltato fuori che aveva gi fatto una cosa simile, cio accusare dei compagni di averlo aggredito, alla preparatoria, in Connecticut. La Griffith School, non lo sapevi?
M.R. balbett di no. Certo che non lo sapeva.
Alexander  un ragazzo molto intelligente. Ma ovviamente  turbato. Da quando lo conosco, da quando  mio studente, da due anni,  entrato in una specie di crisi. Ha a che fare con il suo essere gay, il suo essere conservatore in questo campus, ma anche con la famiglia, con il padre. L'avevano mandato alla Griffith School, dove aveva studiato il padre, ma non era riuscito ad ambientarsi, diceva di essere perseguitato dagli altri studenti, e che gli insegnanti non si erano dimostrati comprensivi, cos si  spedito delle e-mail minatorie, ha appeso un cartello alla porta della sua stanza, Crepa finocchio!. Ha messo a soqquadro la stanza, ha strappato i libri. Avrebbe avuto un esaurimento nervoso, a suo dire. Comunque, si  scoperto che aveva inscenato la persecuzione, almeno i vari episodi.  stato sospeso dalla Griffith e per poter essere riammesso gli  stato chiesto di sottoporsi a una psicoterapia, ma quando ha fatto domanda per entrare qui tutta la vicenda  stata cancellata dal suo fascicolo. Quando stasera mi ha confessato tutto era molto emozionato; dice di provare tanta vergogna, i suoi ex compagni di stanza stanno rivelando on-line la sua omosessualit, lo stanno dando in pasto ai media, dopo aver scoperto la sua presunta aggressione qui. Kroll parlava rapidamente e in tono piatto, con aria distaccata; se era turbato, non voleva darlo a vedere.
Ma ci significa che si  inventato anche questa aggressione?
Lui sostiene di no. Afferma che l'aggressione  realmente avvenuta.
M.R. ascoltava stupita. Se l'aggressione era inventata - come sospettava - era una buona notizia? Per l'universit, almeno?
Quando Alexander  entrato nel mio ufficio zoppicando su quella dannata stampella - solo poche ore fa - con quella voce sofferente e colpevole ha detto: Devo confessarle una cosa, professor Kroll, e io ho replicato: Te la sei inventata, vero? L'aggressione. Mi ha guardato come se gli avessi dato un calcio: Noooo, non me la sono inventata. Hanno cercato di uccidermi,  vero. Ma ho inventato... qualcos'altro. Allora mi ha raccontato della Griffith School e dei suoi ex compagni di stanza che scrivevano su di lui on-line, piangeva, sembrava quasi isterico, ma ha giurato che l'aggressione dell'altra notte  vera, e teme che nessuno gli creder. Alla notizia della Griffith sono quasi caduto dalla sedia, ero sbalordito. Naturalmente non ho detto ad Alexander che la polizia aveva gi dei sospetti sulla faccenda. Mi hanno rivolto domande piuttosto dirette - Questo ragazzo ha gi mosso false accuse? Lo conosce bene? Si tratta di storie di gay'? -, i poliziotti sono diffidenti e per niente comprensivi. Alexander ha cambiato la sua versione dei fatti, evidentemente. Gli agenti ritengono che possa essersi autoinflitto le lesioni, non credono alla storia dei testimoni che si sono allontanati. Quando sono accorso in ospedale, dopo la sua chiamata, c'erano dei particolari che non mi tornavano, ma non volevo apparire sospettoso, sembrava ferito e ovviamente era molto turbato. Ora non so cosa pensare. O piuttosto, so cosa pensare, ma non voglio voltargli le spalle, non gli rimarrebbe nessuno. Il padre  un ricco uomo d'affari che vanta l'amicizia di Jeb Bush. I suoi amici qui - non ne ha molti - si sentiranno traditi. I Giovani Americani per la Libert penseranno che  un traditore. Non mostreranno comprensione per un ragazzo paranoico con l'esaurimento nervoso e che viene sbugiardato on-line. Kroll fece una risata aspra. M.R. si accorse che era profondamente commosso, e al tempo stesso disgustato; era la comprensione per l'affranto e ora detestabile Alexander Stirk a disgustarlo.
In tono cupo e beffardo Kroll disse che Stirk gli aveva chiesto delle lettere di raccomandazione per la facolt di legge: Naturalmente le ho scritte. E anche molto lusinghiere! Ora mi sento un vero coglione. E lui  fottuto, o lo sar, se salta fuori che ha mentito di nuovo.
M.R. si copr gli occhi con la mano. Avrebbe dovuto sentirsi sollevata, ma provava solo uno shock sordo, come un colpo d'arma da fuoco attutito dalla distanza. Ma  terribile... quel ragazzo  ammalato. Ha bisogno d'aiuto...
 irrecuperabile, se mente sull'aggressione. Non si rompe il cazzo alla polizia; lo accuseranno di aver sporto una falsa denuncia di aggressione.
Kroll parlava con torva soddisfazione. M.R. cap che teneva alla sua posizione, alla sua reputazione e al suo orgoglio, ma non molto al bene del suo studente.
Ora nessuno gli creder... qualsiasi cosa dica. Chiunque potr fargli del male. Era strano che M.R. facesse una tale osservazione, proprio in quel momento. Ma Kroll non lo not.
Ho chiesto alla polizia cosa succederebbe... se dovesse risultare che mente. Hanno detto che le storie di gay fanno scalpore, le si nota come bandiere al vento.
Bandiere al vento. M.R. immagin delle bandiere sbrindellate e consunte, sferzate da un vento ostile.
Pens che Kroll a quel punto se ne sarebbe andato: era un momento opportuno per congedarsi.
Oppure doveva offrirgli da bere, anche se in ritardo? Poteva invitare l'uomo a togliersi la giacca scamosciata che doveva essere spiacevolmente umida, pesante e calda.
Kroll fissava l'interno buio del massiccio caminetto di marmo chiaro. Dietro gli alari di ottone lucenti c'era... il nulla.
Poi, interrompendosi ogni tanto, ricominci a parlare di Alexander Stirk. L'aveva conosciuto quando Stirk era uno studente del secondo anno iscritto ai seminari di teoria politica tenuti da lui; era rimasto colpito dai suoi saggi appassionati e dai suoi interventi nelle discussioni dopo le lezioni. Si trattava di un giovane puramente - precocemente - intellettuale, di un genere che di rado s'incontrava perfino all'universit, dove i criteri di ammissione erano notoriamente rigidi. Il fatto che Alexander avesse un entusiasmo cos fanciullesco, fosse cos (evidentemente) asessuato, o asessuale, eppure al tempo stesso cos (apparentemente) gay (termine che Kroll trovava particolarmente offensivo) era solo un aspetto della sua unicit; un aspetto della sua vulnerabilit e della sua sofferenza, e della sua virtuosistica manipolazione della vulnerabilit e della sofferenza. Kroll considerava coraggioso da parte di Stirk mostrare apertamente la sua diversit, per cos dire, renderla parte della propria identit, senza nasconderla. Certo per i conservatori la diversit, l'omosessualit,  un problema; e lo  in particolare per la chiesa cattolica, a cui Stirk apparteneva.  come se Alexander avesse scelto di trasformare la diversit in un'arma per intimidire i suoi nemici - i suoi nemici progressisti - e anche suo padre. Eppure il ragazzo voleva fare colpo anche su di lui. Mi invitava sempre a fargli visita, a incontrare suo padre. Negli adolescenti l'interesse politico  sempre personale.
M.R. pens: In un contro-mondo questo ragazzo sarebbe nostro figlio. Bislacco e imprevedibile, perch l'abbiamo abbandonato.
Un pensiero davvero assurdo! Pass in fretta nella mente di M.R. come un pezzetto di filo nella cruna di un ago, e svan.
C' del vero nella voce - la brutta voce - a cui Alexander ha accennato nella sua rubrica sul giornale, che una studentessa ha abortito quasi al termine della gravidanza?
S, certo. In tutto quel che Alexander ha detto c' un frammento, un qualche frammento di verit.
Piombarono in uno sgradevole silenzio. Per evitare di guardarsi in faccia, fissavano il caminetto in cui non ardeva nessun fuoco, e nemmeno il ricordo di un fuoco.
Se non mi fossi comportato cos stupidamente...
A Kroll la voce mor in gola. M.R. non volle terminare la frase al posto suo.
Forse Kroll stava pensando se sarebbero stati insieme, in quel momento. Sarebbero potuti stare insieme, nei dieci anni trascorsi, come coppia? Era possibile? Sarebbe mai stato possibile? E in tal caso, M.R. avrebbe risieduto in quella casa-museo, con il professor Kroll, suo marito?
Non era molto probabile. Era un contro-mondo impossibile da immaginare.
M.R. Neukirchen era stata - almeno fino agli ultimi tempi - una rettrice di grande successo proprio perch non era sposata, non aveva una famiglia che la distraesse, o una vita privata; la solitudine la galvanizzava, insieme a un forte e costante desiderio di andare avanti come lungo una passerella molto stretta su un fiume impetuoso.
Forse si era innamorata di Andre Litovik in quanto maschio irraggiungibile. Forse il suo amante (segreto) era il principale ispiratore della sua vita adulta.
Si ricord che, quando aveva staccato dalla parete della casa in affitto il ritratto di Jane, contessa di Harrington, quando aveva tolto il poster dalla costosa cornice, lo aveva accartocciato e strappato, aveva provato un moto di sollievo e di euforia, subito seguito da sofferenza.
Aveva avvertito come una lacerazione nel petto. Aveva amato Kroll malgrado tutte le sue resistenze? O il sentimento che provava per lui era stato, sin dall'inizio, di pura disperazione?
Certo, se fosse successo non saresti qui, in questa casa, Meredith. Probabilmente.
Kroll parl in tono distaccato, con l'aria perplessa che aveva in TV. Era un tono studiato per mantenere un atteggiamento controllato, come il pizzetto era un travestimento per nascondere e al tempo stesso proteggere un viso vulnerabile.
Con un verso a met tra un grugnito e un sospiro Kroll si alz in piedi. Si era appesantito, anche la testa accuratamente rasata sembrava pi grossa, pi massiccia. Stir le braccia e sbadigli, come se la schiena gli si fosse irrigidita e gli facesse male, piuttosto maleducatamente, come beffandosi della loro antica intimit.
Bene! Domani tutto questo sar finito, spero. O quasi tutto.
M.R. era rimasta seduta, alquanto meravigliata. Avrebbe passato buona parte della notte in bianco, pensando a quello che Kroll era stato cos gentile da rivelarle.
Era andato da lei e l'aveva informata, nel suo interesse. Il fatto che il professor Kroll fosse un avversario politico di M.R. non gli impediva di essere galante con lei.
Grazie infinite, Oliver! Non dev'essere stato facile per te.
M.R. stava usando il suo tono da rettrice, cordialmente vivace, sincero. Se c'era altro da aggiungere, non l'avrebbe detto con quel tono.
M.R. accompagn il suo visitatore di mezzanotte alla porta. Ripercorsero il lungo e tetro corridoio, con un tappeto orientale steso su tutta la lunghezza del pavimento e le luci in alto che proiettavano ombre cupe sui loro volti, rendendoli simili a maschere dalle orbite enormi e dalle profonde rughe agli angoli della bocca. Nell'atrio era ancora acceso uno splendido lampadario di cristallo irlandese, come per una festa riuscita male. C'era anche una luce esterna, che M.R. si era affrettata ad accendere un attimo prima che Kroll entrasse per parcheggiare nel vialetto circolare proprio sotto gli scalini di casa.
Bene, Meredith. Buonanotte.
Buonanotte! E di nuovo grazie infinite.
Nello sforzo di aprire la porta, M.R. era riuscita a evitare di fissare l'uomo, di guardarlo negli occhi. Tenne aperto l'uscio per il suo visitatore in procinto di andarsene, una massiccia porta antica di quercia con un battente a forma di aquila in ferro battuto che tutti quelli che entravano a Charters House si fermavano ad ammirare, ma Kroll non lo not. Doveva solo uscire, M.R. gli avrebbe chiuso a chiave la porta alle spalle.
Kroll usc. La neve cadeva fine, bagnata. C'era un odore acre e fresco come di midollo colato fuori dall'osso, inaspettatamente umido e purificante, che a M.R. parve l'odore stesso del cuore della notte, della solitudine, delle strade deserte e delle ampie case di pietra vuote di tutti i loro abitanti, tranne uno.
M.R. non vide Kroll dirigersi a grandi passi verso la macchina e allontanarsi. Spense la luce esterna proprio mentre lui accendeva i fari.
Potrebbe ancora tornare. Con la scusa di dirmi altro, o...
Al piano di sopra, nei suoi appartamenti, mentre si preparava per andare a dormire - finalmente - M.R. si sarebbe chiesta di colpo se lui aveva ancora quella lussuosa macchina elegante e affusolata... come si chiamava, Jaguar? Non ci aveva fatto caso.

La bimba del fango salvata
La bimba del fango ribattezzata
Aprile-Maggio 1965
Nelle colline a sudovest degli Adirondack, nelle contee rurali di Herkimer e Beechum, la brutta notizia si diffuse rapidamente: una delle bambine Kraeck era stata ritrovata nelle paludi nei pressi del Black Snake River, abbandonata dalla madre, lasciata l a morire.
Non poteva trattarsi di un incidente. Nessuno avrebbe perso una figlia per caso. N l'avrebbe gettata nelle paludi insieme alla sua bambola rotta.
Al telegiornale avevano mostrato una fotografia della bimba non identificata di circa tre anni ricoverata all'ospedale di Carthage.
Malgrado la testa malamente rasata, il volto pieno di lividi, gli occhi gonfi e tristi, la bambina venne riconosciuta dagli abitanti di Star Lake che conoscevano la madre, Marit Kraeck; si riteneva che fosse la pi piccola.
Ma non si poteva escludere che fosse la sorellina maggiore, di cinque anni, emaciata, moribonda e muta, come se il fango rapace le avesse tolto il respiro.
Finch la bambina non fu ritrovata si ignorava che si fosse perduta.
Mentre qualche decennio pi tardi, M.R. avrebbe formulato un assunto provocatorio a un seminario di filosofia: Se le parole cessano di esistere, cessa di esistere anche il loro significato?.
Se i nomi vengono cancellati, ci che essi designano viene anch'esso cancellato, o viene ribattezzato, riformulato?
L'ufficio dello sceriffo della contea ricevette telefonate concitate. Gli abitanti di Star Lake riferivano che da almeno una settimana la Kraeck non si vedeva n l n in zona e la bambina della foto mostrata in TV - quella ritrovata nelle paludi - poteva essere una delle due figliolette.
Il ragazzo balbuziente - cacciatore di pelli lungo il Black Snake River, che aveva trovato e salvato la bambina - era stato intervistato alla TV locale una dozzina di volte, una delle quali era apparso in piedi sull'argine sopra le paludi dove aveva portato i vicesceriffi per mostrare loro il punto esatto in cui aveva trovato la bambina nel fango, e la bambola di gomma che aveva descritto, e che era ancora l in un groviglio di melma e giunchi.
E cos la TV mostr lo spettacolo sconvolgente di quella bambola nuda e calva l in mezzo ai giunchi, come una bimba abbandonata.
Le piccole Kraeck erano Jewell e Jedina.
Non si sapeva chi fosse il padre, se fossero figlie di due uomini diversi. All'ospedale di Carthage nessuno si present a reclamare la bambina.
N l'una n l'altra erano mai andate a scuola. Non fu possibile rintracciare alcun certificato di nascita o altri documenti relativi a loro n nella contea di Herkimer n in quella di Beechum e, successivamente, in nessuna contea dello stato di New York. Furono gli abitanti di Star Lake a testimoniare sulla loro presunta et.
Quando finalmente, dopo diverse settimane in ospedale, la bambina fu di nuovo in grado di parlare - dapprima in un roco sussurro, comprensibile solo alle infermiere che l'accudivano pi da vicino - disse di chiamarsi Jewell.
Non sembrava conoscere il suo cognome. Ma sapeva di non essere Jedina, bens Jewell.
Di Jedina non parlava. Di Jedina non la si poteva convincere a parlare.
Nemmeno di sua madre la si poteva convincere a parlare.
Era spaventosamente deperita, in pericolo di vita. E aveva la testa rapata e costellata di lividi e croste.
Eppure insisteva a dire che s, era Jewell.
Sbarrava gli occhi pesti sul faccino malconcio, per la paura ma al tempo stesso con ferrea determinazione: Non Jedina, Jewell.
Jewell. Jewell!
Di Jedina la piccola sembrava proprio non sapere nulla. Di Jedina la bambina non parlava mai perch le avevano rubato le parole, e la sua bocca era piena di fango.
E cos la piccola sopravvissuta fu registrata come Jewell Kraeck. Jewell Kraeck doveva essere nata nel 1960, ma la data non poteva considerarsi ufficiale perch a quanto pareva non esisteva alcun certificato.
Naturalmente poi ci si chiese dov'era l'altra sorella, di nome Jedina.
E dov'era la madre, Marit Kraeck?
Le paludi intorno al Black Snake River furono perlustrate da squadre di salvataggio. La campagna desolata della regione settentrionale della contea di Beechum, colline di scisto frammentato, rocciosi detriti glaciali, foreste di faggi in parte caduti come per una piaga misteriosa, le radici scoperte, nodose come dita artritiche: quelle immagini comparvero fugacemente nei notiziari, a volte dalla prospettiva aerea di un elicottero, e in quei casi l'ombra del velivolo che scendeva rapida, da terra sembrava quella di un gigantesco uccello predatore.
E si vedeva quel Suttis Coldham, un tipo dalle lunghe braccia, dinoccolato, che fissava la telecamera e si inumidiva le labbra sforzandosi, cristo santo, di non mettersi a balbettare, come cercando di trattenere nel proprio corpo un grosso serpente che si contorce, e affermava con insistenza: C'era solo... la bimba nel fango. C'era solo lei. Se ce ne fossero state due ne avrei viste due ma... ce n'era solo una.
Gli abitanti di Star Lake e dintorni che conoscevano Marit Kraeck - di vista, perch Marit Kraeck evitava i vicini e chiunque facesse domande su di lei, come temeva e disprezzava tutti coloro che avevano a che fare con la contea o lo stato o il governo o i servizi governativi, di cui conoscesse o no il nome, reale o immaginario -, quelle donne (erano quasi tutte donne) credevano che la contea avrebbe dovuto fare di pi che dare buoni pasto alla povera madre e alle sue bambine. La donna aveva vissuto per un po' a Sparta, a Lake Clear Junction, poi era arrivata a Star Lake con un camionista dai capelli a spazzola di una dozzina di anni pi vecchio, che rideva spesso e che quando lo faceva scopriva le gengive sbavando; veterano del Vietnam, si definiva quell'uomo, col grado di caporale, di nome Toby, o Tyrell; diceva di avere un proiettile shrapnel nelle gambe e una placca d'acciaio in testa, ci scherzava su e quindi non si sapeva se l'ex caporale dicesse sul serio o no; bevevano entrambi come spugne e vivevano insieme in una casupola fatiscente fuori citt finch l'ex caporale non era sparito; poi Marit Kraeck aveva cominciato a manifestare un eccessivo zelo religioso - appariva disturbata, fuori di testa -, all'inizio frequentava varie chiese nella zona di Star Lake e infine era passata alla chiesa metodista, la domenica mattina e il mercoled sera, per la preghiera, ma alla chiesa metodista di Star Lake si era verificato un incidente che l'aveva coinvolta: il pastore della chiesa dovette chiamare l'ufficio dello sceriffo perch si occupasse della donna, furibonda, che lo minacciava o minacciava di farsi del male davanti a lui. Marit Kraeck era stata arrestata per guida in stato di ebbrezza, ubriachezza molesta e resistenza a pubblico ufficiale e quindi condannata a scontare un periodo di detenzione nel carcere femminile, poi era stata rilasciata sulla parola, e nei successivi quindici mesi aveva vissuto in una squallida casetta in affitto poco pi grande di una gabbia da imballaggio con una serie di uomini che la sfruttavano e infine - di nuovo - con l'ex caporale Toby, o Tyrell, il camionista che a quanto pareva era tornato da lei poco prima di partire ancora - per la Florida? - e Marit Kraeck se n'era andata con lui.
E anche le bambine, si supponeva. Erano andate con gli adulti in Florida.
Dopo il ritrovamento nella palude della bambina che si riteneva fosse Jewell e durante le ricerche della piccola che si riteneva fosse Jedina, si scopr che la casa fatiscente in cui aveva abitato Marit Kraeck, dietro la stazione di servizio della Gulf, sull'autostrada, aveva praticamente ogni centimetro quadrato di muro ricoperto da immagini religiose o crocifissi - ve n'erano in legno intagliato, placcati d'oro, laminati in alluminio, di plastica ornata da fili d'argento, uno di sette centimetri di merletto bianco lavorato rozzamente all'uncinetto - ma non c'erano fonti di calore, a parte una stufa a legna piena di cenere e detriti, la corrente era staccata e strisce di poliuretano lurido coprivano le finestre allentate, sbattendo al vento come pelle scuoiata.
Ovunque fosse andata, Marit Kraeck non aveva lasciato tracce. Era sparita anche la vecchia e scassata Dodge alla cui guida era stata vista. E adesso c'era quella bambina in ospedale a Carthage, e nessuno l'andava a trovare n si interessava a lei, a parte i servizi sociali della contea di Herkimer che l'avrebbero affidata a una casa-famiglia nella zona di Carthage.
E cos la domanda che tutti si facevano nella primavera del 1965, nella regione settentrionale dello stato di New York, a sudovest degli Adirondack, era: Dov' finita la piccola Jedina Kraeck?.

La donna del fango cade. La donna del fango si rialza
La donna del fango nei Giorni dello Shock e dello Sgomento
Marzo-Aprile 2003
Preparata! Lo era.
Ancora viva, nel sonno.
Cadde in un silenzio attonito. D'un tratto era inciampata su un gradino. D'un tratto le era mancato il respiro, non era riuscita a gridare. Ma era inutile gridare - o prendere fiato - perch nell'immensa casa buia non c'era nessuno a sentirla.
Cadde sulle scale. Non sui gradini che salivano all'abitazione, ma sulla rampa ripida e stretta quasi a chiocciola sul retro, che tanto tempo prima, quando a Charters House viveva una squadra di domestici, era riservata alla servit.
Sbatt la tempia e la bocca sulla ringhiera. Sbatt la spalla destra. Un liquido caldo le schizz sulle dita e sull'avambraccio destro nudo mentre cadeva e continuava a scivolare lungo i gradini ricoperti di moquette, una moquette logora, da cui s'intravedeva il legno verniciato di grigio, brutto e rigido, sbatt la tempia, i gomiti e la mandibola su quei gradini, in rapida successione uno-due-tre e avvert una fitta acuta come un calcio alle costole eppure non riusc a gridare perch le si mozz il fiato, e alla fine emise solo grugniti, singulti di sorpresa, dolore, umiliazione: Sola. Sola, cos.
Era l'1,06 di notte del 22 marzo 2003. I primi giorni dell'invasione dell'Iraq, i Giorni dello Shock e dello Sgomento.
Subito dopo il (tentato) suicidio di Alexander Stirk.
Nelle apparizioni pubbliche la rettrice dell'universit naturalmente si espresse con molta cautela. Non discusse di questioni universitarie delicate (come quella di Stirk) e non parl apertamente di politica. Bench le facessero sempre domande su tali argomenti, non dichiarava pubblicamente la propria ferma opposizione al Presidente e alla sua guerra. Da quando aveva assunto l'incarico era stata messa in guardia. E aveva imparato. In ritardo, ma aveva imparato: l'impulsivit e l'impetuosit non sono caratteristiche apprezzate in un dirigente. La sconsideratezza non  una caratteristica apprezzata. Si pu parlare apertamente, con franchezza - di cuore - solo se si  un privato cittadino, non il rappresentante di un'istituzione. E cos, dietro i suoi vivaci e animati discorsi pubblici covavano rabbia, timore e disperazione di fronte alla bellicosa idiozia del governo. E anche rabbia per il cinico sfruttamento da parte dell'amministrazione Bush della paura di attacchi terroristici sulla scia dell'11 settembre, proprio quel che i suoi genitori quaccheri le avevano insegnato ad aborrire e a rifiutare. Quindi se alludeva a Queste terribili notizie, quest'ultima crisi, lo faceva unicamente in privato, tra persone che sapeva condividere la sua opinione.
O, pi audacemente, poteva alludere a Questa nuova guerra! Questo presagio di morte per la cultura....
Forse aveva pronunciato parole simili, per esempio durante il discorso rivolto all'organizzazione di ex allievi di Chicago che aveva tenuto qualche ora prima. Ma non dal podio, solo dopo, tra persone che erano decisamente schierate contro la guerra.
In quei primi giorni dell'invasione dell'Iraq, nel paese la divisione fra a favore e contro la guerra era feroce e inconciliabile.
Feroce e inconciliabile come quella tra chi si schierava a favore della vita e chi a favore della libert di scelta.
Anche su quella questione la rettrice dell'universit aveva preferito non pronunciarsi apertamente.
E cos a Chicago, come a Minneapolis, a Cleveland, a Columbus, a Milwaukee, a Seattle, a Portland, ovunque la rettrice dell'universit dovesse parlare a gruppi di ex allievi, come accadeva di frequente durante l'anno accademico, sull'argomento L'universit nel Ventunesimo secolo: sfide e opportunit, M.R. Neukirchen si appassionava ai temi che riguardavano l'universit e l'istruzione; il suo atteggiamento era sempre positivo, ottimista; ovviamente sorrideva spesso, se non di continuo; le faceva male il viso, a forza di sorridere!, cos come, durante la cerimonia di conferimento delle lauree, quando stringeva la mano a tutti i laureati e ai loro familiari, le doleva e le pulsava la mano.  questo il mio compito: recare felicit agli altri. Se sono forte abbastanza!.
Si ricord, con lieve sgomento - e autocritica - che sul podio le era tremata la voce, ma aveva continuato a sorridere e non avrebbe dato l'impressione, a un osservatore neutrale, di aver perso minimamente la calma. Nessuno le aveva posto domande politiche, concernevano tutte l'universit e una - ovviamente lei era preparata, se l'aspettava da un momento all'altro - le era stata rivolta a bruciapelo in merito ad Alexander Stirk: Secondo lei l'universit  responsabile?.
Non era una domanda ostile. E nemmeno provocatoria. Era una domanda del tutto naturale da parte di un uomo anziano e cordiale, un finanziatore di Chicago che aveva sovvenzionato una cattedra di economia ed era in trattative con il dirigente che si occupava delle alleanze strategiche dell'ateneo, per finanziare un intero corso di studi in economia computazionale.
Noi riteniamo che l'universit non abbia alcuna responsabilit.
M.R. lo disse con prudenza. Non sorrideva pi, era assolutamente seria, e una netta ruga verticale le correva fra le sopracciglia.
Leonard Lockhardt - il capo del nostro ufficio legale - ritiene che non abbiamo alcuna responsabilit. Ma certo  una cosa terribile, una... M.R. fece una pausa, le dita stringevano i bordi del leggio da sotto, il pubblico non poteva vederlo; sentiva un rombo nelle orecchie, come per una frana distante, una tragedia.
Nell'elegante sala da pranzo del circolo universitario, dall'alto soffitto decorato, le pareti tappezzate di seta e i lampadari di cristallo (spenti, perch i raggi di sole che cadevano dal cielo di un azzurro intenso sopra il lago Michigan spazzato dal vento erano cos luminosi da rendere inutile la luce artificiale), in un tintinnio di tazze di porcellana, cucchiaini da caff e un acciottolio di vasellame e posate portate via con destrezza da camerieri in livrea bianca, educati a tale destrezza, le sillabe della parola tragedia suonarono strane, come quelle di una parola arcaica ricoperta da una ragnatela grigia.
Tragedia. Tra-ge-dia.
... nessuno poteva prevederlo.
L'espressione cordiale e persino bonaria, l'uomo parl con una velata, inflessibile incisivit. E i suoi tratti, che a M.R. erano sembrati tipici del Midwest come quelli dei vecchi ritratti di gentiluomini nei dipinti popolari di Norman Rockwell, si fecero improvvisamente affilati.
Solo che  finito sui maledetti giornali. Sui maledetti mezzi d'informazione, nel cyberspazio. E l non pubblicano smentite.
Tra i presenti si diffuse una risatina, simile a un'increspatura su un laghetto isolato dalle acque poco profonde. M.R. si rese conto di stringere in maniera innaturale il bordo del leggio e si sforz di distendere le dita, a una a una.
Discretamente, si cambi argomento. Un altro commensale alz la mano per porre una domanda a M.R., come un lanciatore che faccia un tiro subdolo a un battitore non pronto.
Concludere sempre con una nota positiva.
La cultura ... (la speranza? lo strumento? la promessa?) del futuro. La cultura ... il futuro.
E la cultura universitaria ... l'avanguardia del futuro.
La visita a Chicago era stata un successo; l'aveva organizzata l'associazione di ex allievi dell'area metropolitana e il personale addetto alle relazioni fra gli ex allievi dell'universit. Il pubblico era composto da ottantaquattro ex allievi di et molto diverse (il pi anziano si era laureato nel 1952, il pi giovane nel 1988), di cui pi dei due terzi erano finanziatori ufficiali dell'ateneo. Per l'occasione si era svolto un banchetto presso il circolo universitario, con osservazioni della rettrice Neukirchen e di due colleghi, la vicerettrice dell'universit delegata alle attivit del campus, un'energica giovane donna dai capelli color fiamma, e il vicerettore addetto allo sviluppo, un uomo che dava un'impressione di vivace e competente autorevolezza, come un capo scout della Ivy League. M.R. torn al suo posto a capotavola, le braccia conserte, il cuore che le batteva veloce, ma smise quasi subito di ascoltare con attenzione: era ancora rossa in viso, radiosa, ma la luce che l'avvolgeva stava svanendo.
Provo tanta vergogna.
Muoio dalla vergogna.
No, sono uscita vittoriosa. Vincer.
Era cos. Malgrado Alexander Stirk, la rettrice aveva vinto. Pi o meno.
L'universit era una delle grandi navi clipper del sapere, il Cutty Sark degli atenei, la maestosa costruzione di un'era remota, miracolosamente intatta, dotata di motori invisibili con cui affrontava tempeste che avrebbero squassato imbarcazioni pi piccole.
M.R. poteva cancellare Chicago dal programma che le avevano stampato.
Una freccia con la punta verso il basso che attraversava il cuore di Chicago.
La segretaria le aveva fissato un volo alle 15,40. Ovviamente aveva perso un'ora, e poi un'altra abbondante per i ritardi dei voli, nel suo viaggio di ritorno verso est.
Dall'aeroporto di Philadelphia alla residenza storica del rettore in fondo al campus c'era un'ora e quaranta di macchina.
L'autista di M.R. non era pi Carlos: adesso aveva un ragazzo di colore, un tipo sempre allegro, di nome Evander. Aveva ventisei anni e si era trasferito negli Stati Uniti dalla R.D., la Repubblica Dominicana, da bambino, con i genitori.
M.R. era molto affezionata a Evander, che ciarlava come un lucente pappagallo nero di oltre un metro e ottanta, senza aspettarsi che lei ascoltasse con attenzione e ancor meno che replicasse. Certo, Evander la chiamava signora - a volte, con commovente goffaggine Zignora Neukit'chen - ma quando era alla guida della Lincoln M.R. si rilassava, perch lui non aveva lavorato con il suo predecessore e quindi ignorava cosa dovesse o non dovesse fare un rettore. Le piacevano i suoi folti capelli neri e le stupefacenti spire simili a serpentelli, ritte sulla testa come fossero unte.
Il mio straordinario autista con le treccine rasta.
(C'era della condiscendenza? Del razzismo?)
M.R. sapeva che Evander aveva una giovane moglie e due gemelle, Starr e Serena. Sapeva che aveva in mente di iscriversi alla facolt di informatica del college della contea di Hunterdon, di l a qualche anno.
Se M.R. decideva di portare da sola le sue borse, di trascinare il leggero trolley camminando spedita per l'aeroporto, Evander la osservava perplesso e non, come il compassato Carlos, con disapprovazione. Era diventato una specie di gioco: Evander, con quelle lunghe gambe, in divisa scura da autista, fingeva di doversi affrettare per tenere il passo di M.R. Ehi, signora, come corre.
Ormai M.R. vedeva di rado Carlos Lopes. L'autista, il pi anziano tra i collaboratori del rettore, era prossimo alla pensione, lavorava solo parttime, e s'incaricava di andare a prendere gli ospiti VIP all'aeroporto e di portarli in giro durante la loro permanenza all'universit. Se Carlos si sentiva offeso perch era stato rimpiazzato da Evander con quelle sue treccine rasta, M.R. non aveva motivo di saperlo.
Oh Dio! Fa' che non abbia niente di rotto...
Era sola nella casa buia: quella sera aveva congedato presto la donna di servizio.
Naturalmente M.R. non aveva voluto che la sua gentilissima domesticacuoca le preparasse la cena, visto che poteva benissimo farlo da s, se voleva.
Una notte da sola! Aveva provato quasi un senso di vertigine.
Era rientrata tardi da Chicago, con il buio. Quando si vola verso est ed  ancora giorno, ci si immerge nella notte. E la notte cala in fretta, come in un'eclissi.
Aveva lasciato Chicago, il circolo universitario con i suoi meravigliosi ospiti, e si era accasciata esausta sulla limousine che l'aveva portata all'aeroporto. Ora poteva smettere di sorridere, come quando si spegne una lampadina ad alto voltaggio. Ora poteva abbandonare le pose da manichino, come un burattino senza dita. Prosaicamente pens - chiss come le venne in mente quel pensiero meschino - Quanti soldi abbiamo fatto oggi a Chicago? Milioni, forse...?.
Aveva conosciuto quell'uomo, come si chiamava, Ainscott. Gli era piaciuta, l'aveva notato con sollievo; aveva gli occhi azzurri e schietti, i capelli a spazzola come un marine; di Ainscott si diceva che possedesse un patrimonio di oltre cento milioni di dollari guadagnati con... titoli spazzatura? fondi di investimento ad alto rischio? Si era laureato nel 1959, e pur essendosi candidato alla carica di rettore in opposizione a una donna, si era mostrato cos signorile da appoggiare M.R. Neukirchen quando si era insediata.
Appena il nome di M.R. era stato comunicato ai mezzi di informazione, un coro di proteste via e-mail era giunto alla rivista degli ex allievi dell'universit. Alcune di quelle lettere erano crudeli, taglienti, sfacciatamente discriminatorie. M.R. aveva insistito per leggerle - una per una - e aveva risposto personalmente a tutte, a mano.
I suoi collaboratori erano stupefatti. Mai un rettore dell'universit si era assunto una simile incombenza, ma M.R. era consapevole - era una forma di vanit? - che il suo mandato era particolarmente significativo per la storia dell'ateneo e che aveva il diritto di presentarsi ai suoi detrattori, ai quali non poteva rivolgersi nei loro stessi termini come a nemici.
Era il suo istinto quacchero. Silenzio, calma. Nel cuore della tempesta, calma. Assestare un colpo, anche solo per difendersi, significa provocare un altro colpo, e poi un altro. La follia della guerra consiste nel fatto che non pu finire spontaneamente, se non con l'annientamento di un intero popolo. Sarebbe stata una Figlia della Luce, se ne era degna.
Ma tornando da Chicago aveva commesso l'errore di non andare subito a dormire. O almeno di spogliarsi, stendersi a letto e guardare la TV (a volte di notte M.R. seguiva le parodie dei notiziari, i programmi preferiti dei suoi studenti, le repliche di documentari della PBS, film classici, film stranieri; li guardava per un po', finch la vista le si annebbiava e il sonno sopraggiungeva, veloce e amorevole come una grande lingua che la lambiva). Invece si era seduta alla scrivania e aveva acceso il computer; c'era sempre una sfilza di e-mail a cui rispondere, adesso poi, dopo il fatto di Alexander Stirk...
Aveva assicurato alla donna di servizio di non avere appetito. Ma verso l'una di notte le era venuta una fame da lupo.
Da quando era diventata rettrice, la sera M.R. mangiava di rado da sola; ancor pi di rado riusciva a ritirarsi nel suo appartamento al piano superiore di Charters House prima delle 21. Avrebbe potuto prendere un impegno per quella sera - in quanto rettrice, aveva numerosi impegni che l'attendevano - ma la segretaria le aveva risposto con un secco No!: per quel giorno, il pranzo a Chicago poteva bastare.
I suoi collaboratori, suoi fedeli sostenitori, erano preoccupati per lei, lo sapeva. Tra gli assistenti di M.R. Neukirchen a Salvager Hall regnavano una fedelt e un istinto di protezione a prova di bomba.
Povera M.R.! Se la sta prendendo cos a cuore.
Che vuoi dire? Non ha ancora fatto passi falsi.
Volevano proteggerla, vero? Dovevano essere arrivate molte telefonate e e-mail all'ufficio del rettore, che M.R. non avrebbe mai ricevuto. E sui media - Internet, cyberspazio, fognaspazio - le notizie su Alexander Stirk giravano vorticose.
Alle 00,50, dopo l'interminabile giornata, M.R., in calzini di lana, jeans e felpa con lo stemma dell'universit, scese la stretta scala a chiocciola sul retro della casa, a cui dopo nove mesi si era cos abituata che avrebbe potuto farlo anche al buio. Nella tetra cucina dall'alto soffitto aveva frugato dentro le credenze alla ricerca di una lattina di zuppa di pollo e lenticchie Campbell, che aveva versato in una scodella, aggiungendovi dell'acqua, e aveva messo nel microonde per quattro minuti. Nel massiccio frigorifero che odorava leggermente di burro rancido aveva scovato alcuni pezzi di costoso formaggio estero avanzato da un recente ricevimento, e un quarto di pagnotta di pane francese lievemente stantio. In un'altra credenza, una confezione di cracker anch'essi lievemente stantii. E poi c'era un quarto di bottiglia di seltz, un po' svaporato. M.R. pose tutto su un vassoio per portarselo su, nella stanza da letto al primo piano, mentre la zuppa si scaldava nel microonde. Chiss perch non aveva aspettato che quella dannata minestra fosse pronta, forse in realt - s, probabilmente - se n'era dimenticata; il cervello le ronzava come un apparecchio rimasto acceso mentre il proprietario  fuori, che si surriscalda girando a vuoto; ma non era al qui e ora che M.R. stava pensando, ma al l e allora: le era casualmente tornata in mente una serata passata con il suo amante (segreto), anni prima, a Cambridge; lui era passato da lei - tardi - e avevano fatto l'amore, o per meglio dire, vista l'energia, la passione e l'abilit fisica che Andre Litovik profondeva in simili imprese, lui aveva fatto l'amore con M.R., e dopo, quasi svenuti dalla fame, si erano aggirati barcollando per l'angusto cucinino di M.R. e Andre aveva approntato una cenetta di mezzanotte - uova strapazzate alla bell'e meglio, pane arabo - con una bottiglia di vino rosso che aveva portato lui, visto che di rado Andre Litovik si avventurava nell'appartamentino di M.R. Neukirchen senza portarsi il suo vino rosso preferito...
M.R. sorrise al ricordo. La maniera di congedarsi di Andre le fece passare la tristezza: Ehi, me ne vado cos posso tornare.
Era vero. Ma poi lo fu meno.
M.R. non aveva ben realizzato che, in quanto rettrice, avrebbe viaggiato tanto. Me ne vado, cos posso tornare.
Ma aveva cos poco a cui tornare, l. Una dimora provvisoria, che, se fosse stata rettrice dell'universit per dieci anni, tale sarebbe rimasta; anche il suo appartamento privato, comodamente disordinato, non era suo.
Alla fine del mandato, solo allora avrebbe scelto una dimora pi stabile. Per lei e Andre, forse.
Per un momento dovette fermarsi a pensare: dov'era stata quel giorno? Ma certo, a Chicago. Aveva preso un volo la mattina presto da Philadelphia, ed era rientrata nel tardo pomeriggio. La trasferta era andata bene, ma l'aveva lasciata esausta, le sembrava di essere partita molti giorni prima, di essere giunta sulla sponda opposta di un abisso.
La visita seguente a un gruppo di ex allievi era prevista ad Atlanta; avrebbe preso l'aereo il luned mattina.
E poi a Gainesville, e a Miami.
Un lieve campanello d'allarme: in Florida vivevano gli Stirk.
A Jacksonville abitavano i genitori di Alexander.
Oh, perch non... gli sono piaciuta! Ero sua amica.
Nella stanza da letto, M.R. pos il vassoio su un tavolo. Sopra c'erano pile di libri, fogli, documenti e il computer portatile. Nel tragitto la bottiglia da un litro di seltz si era rovesciata e stava colando sul vassoio, poi sul tavolo e sul pavimento; maldestramente, M.R. asciug il liquido con l'unico tovagliolo di carta che aveva portato dalla cucina. Episodi casuali di quel tipo avevano cominciato a caratterizzare la vita di M.R. sempre pi di frequente, negli ultimi anni. Mentre quando era un'adolescente alta e allampanata era un'atleta dai movimenti sorprendentemente ben coordinati - nella pallacanestro, nella pallavolo, nell'hockey su prato - ora che aveva superato i quaranta le sembrava di versare liquidi in continuazione, di far cadere oggetti, di sbattere: l'anno prima, a una cena piuttosto formale, mentre si chinava sul tavolo per stringere la mano a un altro ospite nel suo modo impulsivo e cordiale, si era avvicinata troppo a una candela accesa e i capelli per poco non avevano preso fuoco: che macello! Un altro ospite glieli aveva subito strofinati tra le mani per spegnere le scintille; erano rimasti bruciacchiati, con un odore inconfondibile; la situazione era cos ridicola e imbarazzante che M.R. ne aveva riso; ma gli altri ospiti si erano preoccupati per lei - C' poco da ridere, avrebbe potuto riportare delle ustioni - come per una bambina cresciuta che si era involontariamente fatta male.
Anche quell'episodio sarebbe entrato nella leggenda, immaginava. Negli ambienti rarefatti dove M.R. Neukirchen era conosciuta.
Quando era sola M.R. si ritirava in camera sua. Non era una buona idea mangiare l; non aveva cercato un tavolo dove poter mangiare comodamente, o almeno non cos scomodamente, perch tutto le sembrava provvisorio, l; e tutto quel che era puramente personale le sembrava insignificante. Nel suo zelo di apparire - di essere - altruista, M.R. provava una sorta di vanit infantile nel fatto - s, era un fatto, lo coglieva anche negli occhi pieni di ammirazione dei suoi collaboratori - che si curava poco della propria comodit, e che ne era anche a malapena consapevole.
Bench risiedesse in uno degli edifici storici privati pi belli di tutto il New Jersey, a M.R. non importava niente di mangiare da sola nella monumentale sala da pranzo, o nella sepolcrale cucina; pi raramente di quanto avrebbe voluto, invitava a cena gli amici intimi che aveva tra i docenti, per quella che chiamava una prima serata, nel senso che gli ospiti dovevano andarsene verso le 21,30; se avesse avuto un'immaginazione pi fervida e si fosse curata di pi di certi dettagli, avrebbe potuto accendere il fuoco nel caminetto di marmo chiaro della biblioteca, e mangiare l, anche solo con un vassoio; avrebbe potuto leggere fra un boccone e l'altro; leggere mentre mangiava era un antico piacere ormai perduto; il suo amante (segreto) leggeva sempre durante i pasti, a volte anche quando erano insieme; a suo dire, ormai mangiava di rado con la moglie Erika, e in quei casi lei di solito accendeva la TV; ma quando M.R. consumava i suoi pasti veloci da sola, spesso lo faceva, o cercava di farlo, lavorando al computer, scorrendo fogli, prendendo appunti.
Che cosa terribile era successa a Stirk. Che cosa terribile si era fatto.
Non si sarebbe pi ripreso. Era in coma, paralizzato. Che espressione orribile, morte cerebrale.
Non respirava da solo, ma con l'ausilio di una macchina, e l'avrebbe fatto per sempre. Perch i genitori erano ferventi cattolici e non avrebbero mai chiesto ai medici di staccare la spina.
Dovevano considerarsi fortunati, aveva commentato Leonard Lockhardt con un sorriso afflitto: Se muore si configura un reato pi grave: omicidio colposo e non negligenza.
Meglio non pensarci! M.R. si sentiva svenire dalla fame, dall'ansia. Devo mangiare.
Aveva dimenticato qualcosa gi in cucina, cos'era? Ah, s, la scodella di zuppa nel microonde.
Scese in fretta la scala sul retro con gli scivolosi calzettoni di lana, perch appena arrivata a casa si era tolta le scarpe strette, e si era infilata quei calzettoni che in realt erano da trekking, glieli aveva comprati Andre da L.L. Bean quando facevano escursioni insieme, non spesso, qualche volta. And in cucina - oh! che posto deprimente: era asettica come la cucina di un hotel, con quella rastrelliera magnetica appesa in alto da cui pendevano grandi e sinistri coltelli da chef affilati come rasoi, il massiccio frigorifero-congelatore e un piano di cottura in acciaio con una dozzina di fornelli, uno spazio che consentiva di preparare e servire notevoli quantit di cibo - e si avvicin al microonde, che si era spento da solo. A quell'odore di zuppa calda - zuppa calda di pollo e lenticchie - M.R. fu sul punto di svenire per la fame.
Ma c'era qualcosa che non andava, vero?
Con un certo fastidio not che in fondo al corridoio, dietro il ripostiglio che dava sulla cucina, la porta della cantina sembrava di nuovo socchiusa.
Uno dei domestici doveva averla lasciata cos. M.R. and a chiuderla bene.
Un debole, inconfondibile odore di umido.
Si era avventurata solo una volta nella cantina di Charters House e non aveva voglia di tornarci. Era scesa in una zona infernale, che puzzava di umido, dal pavimento di cemento ruvido, la mesta mobilia abbandonata ricoperta da lenzuoli simili a sudari, e nel retro della lavanderia un profondo, vecchio lavandino dai rubinetti corrosi come oggetti in un mattatoio, che emanavano ancora un lieve odore, ricordo della loro funzione originaria. Per un attimo fu colta dall'orrore, e prov comprensione per i domestici di Charters House che, durante i secoli, come in un'infinita processione nell'Ade, avevano dovuto sgobbare in quelle condizioni, per un infimo salario.
Al secondo piano di quell'ampia vecchia casa c'erano stanze - per gli ospiti, come venivano genericamente chiamate - che M.R. non aveva ancora visto, n aveva il minimo interesse a farlo.
Da bambina, forse, ne sarebbe stata incuriosita. Gironzolava nelle case degli adulti: in quella degli Skedd - una casa-famiglia - dove la piccola Jewell aveva un letto, o meglio una branda, in una fila di tre brande per altrettante bambine, al secondo piano.
Ma Jewell non era mai scesa nella cantina. Scantinato lo chiamavano.
Non ci pensava. Qualche altra bambina, pi grande, forse s. Ma non Jewell.
Delle spine, la bambina doveva averle inghiottite. Dei frammenti di spine, che le graffiavano la gola. E fango, fango nero. Il fango l'aveva soffocata. Ci avrebbe impedito a Jewell di gridare aiuto, se avesse avuto bisogno di farlo, per cui era improbabile che si avventurasse di sua volont nelle zone proibite della casa degli Skedd.
E l, a Charters House, M.R. aveva assicurato a Mildred, la donna di servizio, di non avere alcun interesse ad avventurarsi in cantina, come se non l'avesse gi visitata; e Mildred aveva blandamente obiettato che la cantina non era poi un posto cos brutto, una volta che ci si era abituati, c'era la lavanderia, dove si dividevano e stiravano i vestiti, c'erano le caldaie e gli impianti termici, e poi per lo pi roba messa da parte, vecchi mobili, porcellane, scatole e casse che non si aprivano da decenni, o pi.
Non fa per me, odio le cantine! aveva risposto M.R. rabbrividendo.
In quel periodo della sua vita, pronunciava quasi sempre le frasi in tono esclamativo, con un sorriso, come se, quando non era M.R. Neukirchen a parlare in modo serio e profondo, fosse l'attrice di una commedia musicale, che suscitava sorrisi indulgenti, come Ethel Merman.
Mildred aveva riso, come se M.R. avesse fatto una battuta.
Be', non tutti possono stare alla larga dalle cantine, signora Neukirchen.
Se si trattava di un rimprovero, era pieno di tatto.
Perch M.R. non viveva in una casa ma risiedeva in una residenza; la distinzione doveva essere chiara.
A quel punto, M.R. commise un errore tattico.
Distratta da quei pensieri, M.R. fece un errore quasi fatale.
In seguito non sarebbe riuscita a comprendere perch si era comportata in modo cos irrazionale; perch, quando aveva tolto la ciotola di zuppa bollente dal microonde, non l'avesse semplicemente poggiata su un altro vassoio per portarla di sopra. C'erano molti vassoi a sua disposizione, in cucina. E prenderne un altro non sarebbe sembrato futile: non c'era nessuno a guardarla!
Eppure, chiss perch - le mani le tremavano, aveva una fame da lupo -, M.R. aveva deciso di portar su la ciotola di zuppa bollente senza vassoio, tenendola in mano - saldamente, pensava - non con le presine pi spesse, che le sembravano troppo grosse e scomode, ma con quelle pi sottili; sebbene si fosse resa conto quasi subito che la ciotola era troppo calda e le presine non erano abbastanza spesse da impedirle di bruciarsi le dita, nonostante tutto, caparbiamente, non era tornata indietro (M.R. non era una che faceva storie! In qualsiasi situazione si poteva star certi che non avrebbe fatto storie come gli altri bambini) e mentre saliva le scale tenendo la ciotola bollente tra le mani (a malapena protette) emise un gridolino di sgomento, disgusto di s, sorpresa, dolore, mentre la ciotola le cadeva - le bruciavano le dita, non pot evitare di lasciarla cadere - un grido le sfugg dalla gola, Oh oh oh oh, come quello di un uccellino che viene schiacciato, un istante prima di essere schiacciato, M.R. non riusciva a parlare, la gola era serrata, in quel silenzio attonito manc un gradino, cadde pesantemente, in modo goffo e sciocco e in un parossismo di acuto dolore - di dolori - perch aveva sbattuto la testa contro la ringhiera, un colpo che la stord, mentre la bocca, la mandibola e la morbida bocca aperta, sbatterono sui gradini, diversi scalini in rapida successione, e il liquido bollente le col sulle dita, sui polsi, sent una fitta acuta come un calcio nelle costole e le gambe d'un tratto inerti le si intrecciarono sotto il corpo, cos continu a cadere, a scivolare per le scale e a cadere - inevitabilmente, assurdamente -, stramazz sulla rampa che si avvolgeva su se stessa come un cavatappi, incapace di gridare, di chiamare aiuto, ripetendosi disperatamente Sto bene, non mi sono fatta niente di grave.
Quando si cade cos all'improvviso, si ha un'aria incredula, si  quasi convinti che non sia vero.
Si pensa che quel che  accaduto potrebbe non essere accaduto.
Come la bimba che giaceva indifesa nel fango. La bimba del fango, gettata l come la piccola bambola del fango, nuda e rotta.
Si pensa che quel che  accaduto non sarebbe potuto non accadere.
In filosofia, si  ipotizzata l'esistenza di contro-mondi, per accogliere possibilit immaginate ma non vissute di questo mondo.
Lei aveva scritto di quei mondi. I suoi colleghi avevano scritto di quei mondi. Nessuno di loro credeva che quei mondi fossero reali ma non autentici, o autentici ma non reali.
Ci sono questioni a cui la filosofia non pu accostarsi. Ci sono questioni cos scoperte, cos esposte, un grottesco cuore pulsante, che nessuna parola pu racchiudere.
Giaceva senza osare muoversi, stramazzata sulle scale. Cercava di riprendere fiato. Il cuore sembrava un aquilone spinto in alto fra le cime degli alberi, che ondeggiavano e stormivano. E le ossa, le gambe, le braccia: aveva qualche osso rotto? Aveva sbattuto la testa - forte - contro la ringhiera.
Non ho perso conoscenza. Sono sicura.
Lo stava spiegando a qualcuno: a un medico. L'uomo aveva un viso giovane e poco definito, come se non fosse ancora ben formato. Quell'altezzoso sconosciuto avrebbe esaminato le sue condizioni neurologiche, puntandole negli occhi indifesi il raggio di una torcia sottile come una matita.
Avrebbe esaminato le sue condizioni spirituali, puntandole negli occhi il raggio di una torcia sottile come una matita.
Se la pupilla non reagiva, c'era un danno neurologico.
Il danno spirituale sarebbe stato pi difficile da diagnosticare.
Era certa di non aver riportato una commozione cerebrale. Era fondamentale.
Il ragazzo - Stirk - aveva riportato una commozione cerebrale. Cio, aveva perso conoscenza per un colpo o pi alla testa. Anche quello era fondamentale.
Certo che stai bene, Meredith! Conta fino a sessanta e poi alzati! Come se non fosse successo niente.
Questo era il consiglio di Agatha. Agatha non sopportava l'autocommiserazione, i piagnistei e la malvagit.
M.R. cominci a contare. Ma presto perse il conto, il battito del cuore si faceva sempre pi irregolare ed era spaventata dalle pulsazioni che avvertiva nelle orecchie, perch indicavano ipertensione, un martellio contro una membrana sottile che poteva rompersi.
Doveva farsi visitare, al pi presto. Era talmente impegnata che aveva rimandato diverse volte il controllo annuale.
Provava vergogna fisica e disagio per la visita ginecologica, durante la quale era decisa a intrattenere una vivace, animata, stoica conversazione con il simpaticissimo medico (donna).
Non aveva tempo! Non aveva tempo! Non aveva tempo per il suo povero essere.
Nessuno ama una bimba debole e bisognosa. Nessuno ama una bimba debole, bisognosa e bruttina.
L'aveva capito a casa degli Skedd: chi poteva amare la bimba del fango? Solo un angelo del Signore poteva salvarla.
Era stesa sulle scale, la zuppa le stava ancora colando addosso! In cucina aveva un odore delizioso, adesso invece... orribile.
Prima aveva tanta fame, adesso le era del tutto passata. Sentiva scorrere dentro di se l'adrenalina, come una corrente elettrica. Che stupidaggine aver preso una ciotola bollente dal microonde, pensando di poterla portare su senza proteggersi adeguatamente le dita; Mildred avrebbe scoperto la moquette macchiata.
L'astuta Mildred avrebbe dedotto in parte quel che era successo quella notte. Senza i suoi collaboratori - domestici, segretari - M.R. Neukirchen era indifesa come una bambina.
Ma ecco una nuova sorpresa, uno shock: il sangue.
Stava... sanguinando?
Stupita, M.R. si tocc il viso palpitante e si ritrov le dita insanguinate; perch fosse cos meravigliata, non sapeva dirlo. Ma le sembrava un nuovo rimprovero, una minaccia al suo precario benessere. A quanto pareva sanguinava non solo dalla bocca, dove i denti erano affondati nella morbida gengiva, ma anche da un taglio sulla fronte.
Le ferite alla testa possono sanguinare copiosamente. I capillari arrivano sotto la superficie della (sottile, fragile) pelle. Oh, a Mildred non sarebbe sfuggita quella prova!
Alzati! In piedi! Prendi un asciugamano per fermare il sangue, dei fazzoletti di carta. Nessuno se ne accorger.
M.R. si stava rimproverando perch era molto disgustata di s.
Stava rimproverando lui.
Aveva cercato di impiccarsi, vero? Aveva tentato e aveva fallito.
Dopo la falsa denuncia dell'aggressione, chi gli avrebbe creduto?
Chi  disperato  spinto a compiere gesti disperati. Ma lei non era disperata, non aveva mai desiderato farsi del male.
Quando sono gli altri a voler farci del male, non abbiamo bisogno di farcelo da soli.
Forse, dopo tutto, il suo forte senso di colpa l'aveva spinta a farsi del male. Il ragazzo era sotto la sua responsabilit, o lo era stato. E lei aveva fallito.
Non pu essere colpa mia. Quel che gli  successo non  colpa... mia.
Ma la voce le tremava, incerta.
Doveva essere cos: il ragazzo aveva dei genitori, un padre. Era saltato fuori che il padre aveva parlato duramente al figlio in una serie di telefonate successive alla presunta aggressione. Fin dall'inizio, il signor Stirk non aveva dato molto credito all'ultima accusa, mossa dal suo inquieto ragazzo, di essere stato molestato, minacciato e aggredito.
In realt, il signor Stirk non si era mostrato comprensivo come la rettrice dell'universit.
O cos si vociferava. M.R. detestava prestare ascolto alle voci. Ci si ritrova a voler credere al peggio, per alleviare la propria responsabilit.
Tremando per lo sforzo, sollev con un movimento sgraziato il corpo, improvvisamente pesante come un mucchio di torba, ma riusc a rialzarsi, ansimando. Una premonizione dell'et, della vecchiaia, di quella terribile pesantezza dell'essere.
Oh! Oh, Dio.
Piagnucolava di dolore, e di vergogna. Non ricordava di avere il viso insanguinato, sulle dita c'era del sangue fresco. La porta della cantina... ancora una volta era rimasta socchiusa. Si rifiutava di pensare che l'avessero lasciata cos per irritarla, era un'idea assurda.
La felpa, i jeans, perfino i calzettoni di lana odoravano, puzzavano di zuppa. Che odore nauseante! Non avrebbe pi sopportato l'odore della zuppa di pollo e lenticchie, al solo pensiero le veniva da vomitare.
Strano che il viso continuasse a sanguinare. La cosa era pi grave di quanto credeva. Non era la ferita alla bocca, il labbro (gonfio!), ma quella alla testa. Oddio, forse aveva bisogno di punti!
Andre avrebbe saputo cosa fare. Andre Litovik, cos abile nelle emergenze.
In particolare, Andre era bravissimo nell'affrontare le emergenze provocate da lui.
Nel quotidiano quell'uomo tergiversava e andava alla deriva come un canoista che abbia trascurato di portarsi la pagaia, ma nelle accelerazioni di quel quotidiano improvvisamente si scuoteva e diventava abilissimo.
Non era colpa della vita di tutti i giorni, ammetteva Andre, se era priva di sufficiente coerenza e prevedibilit per uno dall'indole scientifica come la sua, eppure era fuggito dalla quotidianit per rifugiarsi nel gelo dello spazio interstellare.
Consolava M.R. dicendole: Non essere catastrofica!.
L'aveva consolata molte volte. Spesso per il male che le aveva fatto, sempre involontariamente.
Sottolineava uno dei vantaggi di vivere da soli: nessuno sa quanto siamo meschini e ridicoli, quando siamo soli.
Nessuno conosce la nostra disperazione, quando siamo soli.
Da lontano, sembriamo tutti equilibrati. La nostra apparenza nasconde il nostro essere.
Ma, se M.R. si fosse ferita gravemente, per esempio se avesse riportato una frattura del cranio, nessuno se ne sarebbe accorto fino al mattino.
Se si fosse spezzata l'osso del collo. La spina dorsale. Se - per ipotesi - fosse morta.
E allora, che casino! Che allarme!
Se si fosse ferita gravemente e avesse avuto bisogno di aiuto, avrebbe dovuto strisciare - trascinarsi - di nuovo al piano di sotto, in cucina, e chiamare il pronto soccorso.
In cucina avrebbe dovuto afferrare il telefono appeso al muro. Che istanti di atroce dolore per afferrare il telefono di plastica alla parete. E se fosse riuscita a chiamare il pronto soccorso, un'ambulanza sarebbe arrivata a tutto gas lungo il viale della storica Charters House in un turbinio di luci rosse roteanti, di sirene che avrebbero allarmato tutti i vicini: che vergogna!
 caduta dalle scale? La Neukirchen? Era ubriaca?
No, peggio.
In che senso peggio?
Sta dando i numeri.
M.R. si mise in piedi, appoggiandosi pesantemente alla ringhiera che ora le sembrava piuttosto instabile, traballante. Continuava a sanguinarle la fronte, si asciug con la manica della felpa con lo stemma dell'universit. Le faceva male il costato, la caviglia destra era intorpidita, sentiva dolore alla testa, alle mandibole, alla bocca, il sangue pulsava freneticamente nelle orecchie, il cuore era ancora rapido e aritmico, l'aquilone sbatteva al vento, aggrovigliato fra i rami degli alberi. Ma avrebbe riconquistato il controllo, come afferrando un volante che aveva cominciato a sterzare da una parte all'altra: Stavolta sei stata risparmiata. Sopravvivrai!.
Ai piedi della scala a chiocciola, sempre aggrappata alla ringhiera, M.R. trasse un profondo - cauto - respiro per prepararsi a tornare in cucina, dove avrebbe tamponato con dei tovaglioli di carta il viso sanguinante; avrebbe tentato di sciacquarsi nel lavandino, l'acqua fredda avrebbe arrestato l'emorragia e ridotto il gonfiore, si sentiva gi la bocca tumefatta come se l'avesse morsa una vipera. Era risoluta come Agatha quando insisteva che chi dimora nella Luce trionfer sulla confusione, sull'ignoranza, sul male. Certo che stai bene. Altrimenti non saresti stata risparmiata, ma una nera nebbia vorticosa l'avvolse come per schernirla e con orrore vide il ragazzo, un'immagine vivida come se le stesse davanti, come le stava davanti appoggiato alla stampella nel suo ufficio, il cui destino era scritto negli occhi, il ragazzo con l'umida lingua rosa puntata verso il cuore di M.R.
Non ha cosa, rettrice Neukirchen? Non mi ha colpito?
Aveva cercato di morire, ma non era morto.
Aveva cercato di morire, di una morte terribile.
Per disperazione, vergogna, ripicca. Per ripicca, con quel gesto voleva disorientare i suoi nemici. E la sua stessa famiglia, forse.
Nella convulsa settimana successiva alla denuncia di aggressione nel campus universitario da parte di una banda di altri studenti, Alexander Stirk era stato intervistato sui notiziari, il caso Stirk si era diffuso su Internet come un materiale radioattivo, ogni numero del giornale universitario aveva dedicato gran parte della prima pagina agli sviluppi del caso Stirk con l'isterismo a malapena trattenuto di un tabloid. L'ammissione di aver mentito a proposito delle molestie alla scuola preparatoria diversi anni prima - un'ammissione che Stirk aveva fatto alla polizia tre giorni dopo aver denunciato l'aggressione, visto che ormai non aveva alternativa - era stata accolta con costernazione dai suoi sostenitori, e con soddisfazione dai suoi detrattori; gli agenti di polizia si erano rifiutati di illustrare il caso agli organi di informazione, anche se ben presto si era sparsa la voce che le indagini degli inquirenti si erano concentrate soprattutto sullo stesso Stirk.
Poi all'improvviso quasi la maggior parte dei commentatori di orientamento conservatore che avevano appoggiato Alexander Stirk al fine di criticare la politica progressista dell'universit lo ripudiarono pubblicamente; sul giornale universitario si scrisse che i suoi amici studenti della YAF si sentivano traditi e disgustati da lui; i suoi professori, tra cui Oliver Kroll, non vollero rilasciare commenti o dichiararono sbrigativamente che si riservavano di esprimere un giudizio quando il caso fosse stato risolto.
Nel frattempo, con atteggiamento caparbio e provocatorio, Alexander Stirk continu a insistere di essere stato aggredito, proprio come aveva affermato; s, aveva mentito a proposito delle molestie di qualche anno prima, ma ora non mentiva. Stirk sosteneva, come rifer a M.R. uno dei suoi assistenti, che gli studenti che lo avevano aggredito sapevano dell'episodio alla scuola preparatoria, e avevano agito in base al cinico presupposto di potergli fare qualunque cosa - impunemente - poich se li avesse accusati nessuno gli avrebbe creduto.
Ormai chiunque poteva fargli del male. Era una constatazione che aveva fatto la stessa M.R.
Ad ogni modo, nel sostenere quella posizione Alexander Stirk si comportava in modo imprudente, provocatorio. Eppure, la sua sfrontatezza era quasi ammirevole.
Quel ventenne aveva capito (circostanza che M.R. a quarant'anni suonati non osava nemmeno prendere in considerazione) che in quest'era dominata da Internet, in cui l'impiego di una forza micidiale contro un presunto nemico veniva presentato al credulo pubblico come un evento mediatico intitolato, neanche fosse l'ultimo successo multimilionario di Hollywood, Shock e sgomento, non sembrava avere molta importanza cos'era realmente successo, ma cosa un considerevole numero di persone credeva fosse successo.
Nei sondaggi, i cittadini americani discutevano i meriti della nuova, esaltante guerra in Iraq e della passata, meno esaltante guerra in Afghanistan. Nei sondaggi, sembrava un dato di fatto che gli Stati Uniti stavano combattendo contro le forze terroristiche, gli uomini responsabili della catastrofe dell'11 settembre. Che questo fosse un fatto storico o no non era cos rilevante, visto che la maggioranza dei cittadini americani ne era convinta.
Stirk le aveva mentito; l'aveva guardata negli occhi e le aveva mentito. E lei aveva voluto credergli. Era nella propria forza di persuasione - prova della luce interiore che costituiva il suo nucleo pi profondo - ci in cui M.R. aveva voluto credere.
La presunta aggressione ad Alexander Stirk nel campus cadeva sotto la giurisdizione congiunta del professore addetto alla disciplina degli studenti, del responsabile della sicurezza e dell'ordine pubblico nell'ateneo, del capo dei servizi di assistenza socio-psicologica, e del consigliere legale dell'universit. Costoro avevano espresso a M.R. la forte convinzione che Alexander Stirk dovesse essere allontanato dall'universit a tempo indeterminato, in attesa della conclusione delle indagini; la sua presenza a Harrow Hall era una distrazione per gli altri studenti, e comportava una persistente responsabilit per l'universit, obbligata a garantirgli protezione quando si avventurava fuori dalla sua stanza. Aveva smesso di frequentare le lezioni, non sembrava essersi ristabilito dalle lesioni, ma si rifiutava di sottoporsi a ulteriori cure. Stirk, comunque, non intendeva ritirarsi, farsi bandire; nelle interviste affermava di voler rimanere sugli spalti nemici, a lottare per la giustizia.
Dopo l'imbarazzante confronto avvenuto nel suo ufficio a Salvager Hall (di cui alcuni dettagli erano trapelati nel cyberspazio come spore maligne), M.R. aveva imparato a mantenere un dignitoso riserbo sul caso Stirk. La rettrice si comportava in maniera stoica, paziente; in privato si asteneva dal fare commenti, e ancora di pi in pubblico; non ci fu bisogno che il consigliere legale dell'universit le raccomandasse di non rilasciare dichiarazioni. Persino con Leonard Lockhardt, nell'intimit del suo ufficio, si mostr reticente, circospetta; a Leonard che credeva, come ormai quasi tutti, che l'aggressione fosse una menzogna, e Stirk un bugiardo spudorato, M.R. disse: S, ma non possiamo averne la certezza. Nemmeno adesso. Dobbiamo attendere l'esito delle indagini.
Questo accadeva un mercoled sera. Poi all'improvviso, la mattina seguente, in uno dei numerosi interrogatori della polizia, Alexander Stirk ammise che s, aveva esagerato un po' l'aggressione.
In realt, confess Stirk, era stato aggredito verbalmente, con perfidia da alcuni studenti, in diverse occasioni durante l'anno passato, ogni volta in maniera pi minacciosa, finch quella sera nemici omofobi della YAF lo avevano accerchiato nel campus rivolgendogli frasi come Crepa, finocchio!, lui era scappato e loro gli avevano riso dietro, e quando era rimasto da solo gli era scattato qualcosa dentro; senza capire cosa stava facendo aveva cominciato a sbattere la testa contro il muro, ripetutamente, e si era procurato le ferite che in cuor loro i suoi nemici avrebbero voluto infliggergli... Dopo quell'ammissione Stirk ritir la denuncia che aveva sporto alla polizia, rendendosi passibile di arresto per calunnia; anche l'universit stabil che il suo caso sarebbe stato esaminato dal consiglio di disciplina, e nel frattempo gli fu chiesto di allontanarsi dal campus; doveva considerarsi sospeso. I genitori lo raggiunsero in aereo per riportarlo a casa, a Jacksonville, in Florida, visto che alla fine Stirk aveva acconsentito a liberare la sua stanza; avrebbe lasciato l'universit; ma dopo l'incontro con i suoi a Harrow Hall, durato diverse ore, e dopo che i genitori furono tornati in un albergo del posto per trascorrervi la notte, Stirk tent di impiccarsi in maniera ingenua e frettolosa; pass una corda di nylon sulla porta di uno stanzino, assicurandone un capo alla maniglia e facendo un cappio dall'altra parte, ma non calcol bene la lunghezza del filo e l'altezza da cui doveva cadere con la corda stretta attorno al collo; scalci via la sedia sulla quale era salito, ma non cadde con il peso e dall'altezza sufficienti a rompersi il collo, e nemmeno a strangolarsi, perch tocc terra con la punta dei piedi, una scena orribile; si appur che Stirk doveva aver sofferto atrocemente per diversi minuti prima di perdere conoscenza. Dal suo lettore CD per tutta la notte era risuonato in loop, l'estatico Inno alla gioia di Beethoven, un contrasto stridente.
Quando il ragazzo fu ritrovato il mattino presto - visto che il figlio non apriva i genitori sconvolti avevano insistito che gli agenti di sicurezza sfondassero la porta - si constat che il cervello, rimasto privo di ossigeno cos a lungo, aveva riportato danni irreversibili.
La sua ultima e-mail, inviata a un gran numero di destinatari, consisteva di due sole, concise righe:
LA VENDETTA  MIA, DICE IL SIGNORE,
LA GIUSTIZIA TRIONFERR
Certo che stava bene. E avrebbe perseverato.
Il ragazzo - Stirk - era tenuto in vita da una macchina presso l'ospedale dell'Universit della Pennsylvania. Le sue condizioni potevano rimanere stazionarie oppure peggiorare, lentamente o in fretta.
Ci sarebbe stato un processo, era inevitabile. L'universit era stata avvisata.
Erano passati diversi giorni, circa due settimane, da quando M.R. aveva avuto notizia del tentato suicidio di Stirk, con una telefonata mattutina del capo della sicurezza dell'universit.
Aveva tentato di uccidersi! Di impiccarsi! E i genitori l'avevano trovato cos...
M.R. era rimasta sbalordita nell'apprendere il fatto. Quanto doveva essere disperato Alexander Stirk, malgrado la sua aria spavalda! E quanto doveva aver sofferto.
E ora i genitori. Il dolore non sarebbe cessato presto.
Leonard Lockhardt aveva voluto incontrare quasi subito M.R., nell'intimit dell'ufficio del rettore. I telefoni squillavano gi furiosamente, i mezzi di informazione chiedevano interviste, i collaboratori della rettrice erano sotto assedio, i volti torvi e l'aria incerta. Il legale dell'universit sembrava essersi vestito e rasato in fretta: una barba corta e ispida riluceva sulla lunga mascella. Lockhardt tremava di indignazione per l'ultimo oltraggio compiuto da quel maledetto povero ragazzo, per l'incubo della pubblicit negativa che ne sarebbe seguita: Pensare che ha tentato di impiccarsi a Harrow House! Non era mai successo niente del genere a Harrow House.
John Harrow, da cui la storica residenza in pietra prendeva nome, era stato un patriota e il fido braccio destro del generale George Washington nella Guerra di indipendenza. M.R. si aspettava che Lockhardt citasse il fatto, ma lui continu, adirato: Il peggior scandalo all'universit in oltre duecento anni.
Non  uno scandalo, Leonard,  una tragedia.
Una tragedia per chi? Per il ragazzo? Per i genitori? Per noi?
Lockhardt parlava in tono aspro. Il volto aristocratico era irrigidito dal disprezzo; M.R. dovette chiedersi se quel disprezzo fosse verso di lei, un sentimento che il distinto Lockhardt non si sforzava pi di nascondere.
 colpa dei criteri di ammissione! Come ha fatto quel ragazzo disturbato, malato, intrigante a entrare! Dovremmo intentare causa alla sua scuola preparatoria, hanno espunto quell'episodio dai loro archivi. E le sue lettere di raccomandazione: balle! Ho tentato di metterti in guardia, Meredith; avremmo dovuto fare il possibile per sbarazzarci di Stirk appena ha confessato di essersi inventato quella storia con la polizia. Avremmo dovuto espellerlo immediatamente, prima che recasse danno a se stesso o a qualche innocente; in effetti avrebbe potuto aggredirti, proprio in questa stanza.
Il caso Stirk aveva esaurito Leonard Lockhardt, e pareva averlo involgarito. Mentre sbraitava, M.R. si premette le dita sulle tempie, non voleva sentire quel che l'uomo stava dicendo. Naturalmente aveva ragione: Leonard Lockhardt aveva sempre ragione. Che eccellente parere legale, che consiglio sensato le aveva elargito, ed M.R. aveva deciso di ignorarlo, senza nemmeno sapere perch.
Che motivi aveva, vista l'insolenza, la mancanza di rispetto di Stirk.
Che motivi aveva, quando era evidente che Stirk la considerava una nemica.
Prima di lasciare l'ufficio di M.R., Lockhardt aggiunse, quasi casualmente, ma con quella sua aria sprezzante, che stava meditando di andare in pensione.
Non subito, si affrett a precisare. Non avrebbe abbandonato l'universit finch il caso Stirk non fosse stato risolto - cio, fino al processo - ma subito dopo.
A M.R. sembr di ricevere un calcio allo stomaco, ma non doloroso come si sarebbe aspettata.
In pensione! Sar la fine di un'epoca.
Se Lockhardt si aspettava che M.R. protestasse, probabilmente rimase deluso. M.R. parl con aria di preoccupata-sorridente-stoica rassegnazione, ma non protest affatto.
Si congedarono dandosi la mano. M.R. di solito salutava cos il capo dell'ufficio legale dell'universit. Ma com'era fredda la mano dell'uomo quella mattina, com'era debole la sua stretta! Normalmente bisognava farsi coraggio per stringere la mano a Leonard Lockhardt.
Sai che tengo a te, Meredith, personalmente, intendo. E come rettrice... promettevi... prometti... bene...
La voce di Lockhardt si affievol, poi l'uomo si volt proprio mentre la segretaria di M.R. le si avvicinava concitata.
Una tragedia, camuffata da farsa. In cui siamo tutti attori.
Percorse il buio corridoio sul retro ed entr nella gelida, asettica cucina. Si sentiva gi meglio, pi forte. Fece scorrere l'acqua fredda per sciacquarsi il viso che le pulsava. Si deterse la bocca insanguinata e con dei tovaglioli di carta tampon l'emorragia dalla fronte. Port al piano di sopra una borsa del ghiaccio, da premere sulla bocca gonfia in maniera preoccupante.
Fece una lunga doccia, con acqua calda al limite della sopportazione, finch non ebbe tolto per bene ogni traccia di quel che aveva fra i capelli, qualunque cosa fosse, e nei giorni seguenti evit di guardarsi allo specchio perch il volto riflesso era un rimprovero e un ammonimento alla consapevolezza di s che doveva essere mantenuta in pubblico a ogni costo.
Una farsa! Ma non dobbiamo dire che lo sappiamo.
Prov a chiamare diverse volte la famiglia Stirk. Invi loro una lettera scritta a mano su carta intestata del rettore, alla quale non si aspettava una risposta, che infatti non venne. Capiva che forse sfidava Leonard Lockhardt, cercando di mettersi in contatto con quelle persone che avrebbero fatto causa a lei e all'universit per negligenza per quel che era accaduto al loro figlio, eppure voleva disperatamente contattarli.
Mi dispiace tanto. Vi prego di accettare la mia comprensione.
Ci costituiva un riconoscimento di responsabilit legale? M.R. non osava pensarlo.
Sarebbe stata esclusivamente una questione tra avvocati. La rettrice dell'universit non doveva essere coinvolta personalmente in quella faccenda.
Naturalmente c'era anche lei fra gli oltre cento destinatari.
Aveva pensato che si trattasse di un messaggio personale per M.R. Neukirchen, ma non lo era.
L'estrema maledizione del ragazzo, come una poesia in due versi. Un distico non in rima che aveva il morso di una vipera.
LA VENDETTA  MIA, DICE IL SIGNORE,
LA GIUSTIZIA TRIONFERR
Quel trionferr era un errore di ortografia? Rileggeva quella parola, che sembrava mutare significato.

La bimba del fango in affidamento
La bimba del fango riceve un dono
Giugno 1965
Sei una bambina molto fortunata, Jew-ell. Spero che tu te ne renda conto!
Il posto dove abitavano gli Skedd, alla periferia di Carthage, era molto distante dalla campagna dove la mamma con le sue due bambine si nascondeva da Satana (come diceva la mamma). Mai la bimba del fango avrebbe sperato di ripercorrere nella memoria tutte quelle miglia e nemmeno avrebbe potuto ricordare la strada tortuosa che l'aveva condotta in quella tozza casa dai muri incatramati, in un campo ricoperto di pietrisco, che era la casa-famiglia degli Skedd.
Quelli erano Il signor Floyd Skedd e signora.
Erano degli sconosciuti come quelli che la mamma malediva, con cui raccomandava alle figlie di non parlare, ma la mamma non c'era e non poteva vedere che la bimba del fango le disobbediva.
Solo che all'inizio la bimba del fango non riusciva a parlare. Nella gola serrata aveva una specie di cardo, o di spina, e qualcosa che sembrava fango, se il fango era cos appiccicoso e grumoso che nessun suono n respiro riusciva a penetrarvi. Nessuna parola usciva dalla gola della bambina, n dalla bocca serrata e dalle piccole mascelle strette ermeticamente.
Quando era sola la bimba del fango sussurrava quella parola, che le suonava strana: Carr-th'ge.
Pronunciava quelle poche sillabe solo quando credeva che nessuno potesse udirla.
Era una parola eccitante, misteriosa. Una parola che la mamma non conosceva (cos credeva). Anche Skedd era un nome nuovo, strano, che la mamma non conosceva.
E il nome che aveva ora, Jewell. Come sarebbe rimasta sorpresa la mamma!
Come quando vedi una moneta sul marciapiede, o un bottoncino lucente che sembra una moneta, e non c' nessuno nei paraggi: hai il diritto di chinarti a prenderla e stringerla fra le dita.
Jew-elle adesso era lei.
Nell'ospedale di Carthage, dov'era rimasta cos tanti giorni da non saperli contare, era venuta della gente a trovarla - alcuni uomini, una donna - che le chiedevano come si chiamava, e lei doveva sussurrare molte volte Jew-ell prima che capissero. Poi le chiedevano dov' tua madre? dov' tua sorella Jedina?
A quelle domande la bambina non sapeva rispondere. Oppure non voleva rispondere. Anche se glielo chiedevano parecchie volte. Dove? Dove? Tua madre ha portato tua sorella da qualche parte, dove?
Quando tua madre ti ha portato nelle paludi, c'era anche tua sorella? Tua sorella era in macchina con te? C'era un uomo?
Spesso non era chiaro se la bambina capiva quelle domande, perch le sue palpebre tumefatte erano cos pesanti, riusciva a rimanere sveglia solo qualche minuto. Aveva la carnagione giallognola e dall'aspetto malsano, come il ventre molle di una creatura del fango, e la sua povera testa rapata era uno spettacolo penoso, con i sottili capelli scuri che ricrescevano in mezzo a un intrico di graffi, croste, sfoghi e abrasioni.
Le braccia! - le sue povere braccia! - magre come stecchini e scolorite dagli innumerevoli aghi. I liquidi le venivano somministrati con delle flebo, e gocciolavano nelle pallide vene.
Il piccolo scheletro premeva contro la pelle giallognola come l'armatura in filo metallico di una rozza bambola di cartapesta.
I piccoli polsi ossuti, come le caviglie, il bacino, le spalle.
I piccoli occhi pesti e gonfi dalla pupilla spesso dilatata.
Le prelevarono diverse volte il sangue. Aveva capito che tirarsi indietro o resistere all'ago che si avvicinava era inutile. La bambina venne sottoposta a esami neurologici, TAC, radiografie al cervello e alla spina dorsale. Non c'era motivo apparente per cui la bambina non dovesse parlare. Non aveva menomazioni all'udito e non sembrava mentalmente ritardata o autistica, anche se avrebbe dovuto apprendere di nuovo alcune capacit, la coordinazione motoria: camminare, correre, salire le scale, che erano svanite dalla sua mente come umidit evaporata al sole.
Dopo un po', i visitatori smisero di chiederle dov' tua madre? dov' tua sorella Jedina? Forse i primi avevano cessato di andare all'ospedale ed erano stati rimpiazzati da altri e la bambina non riusciva a distinguerli perch erano adulti, uguali uno all'altro, ed erano degli sconosciuti.
Comunque, nessuno di loro - nessuna delle donne - era la mamma. A parte questo, alla bambina non interessava granch.
Probabilmente la signora e il signor Skedd erano andati a trovare Jewell Kraeck in quel periodo. Glielo dissero in seguito. Eppure lei non se li ricordava proprio. Aveva capito che la signora Skedd non era la mamma, e che il signor Skedd non era uno degli amici della mamma.
Le infermiere - che gentili! - le portavano il cibo e la convincevano a mangiare - all'inizio solo roba liquida, zuppa calda, succo di frutta, poi pietanze in pur, come pappe dolci -, lavavano il suo corpicino malridotto e livido, le cambiavano le lenzuola e le camicie da notte macchiate, stavano attente a non farle mai domande che la rendevano tesa e tremante. Non le facevano mai domande a cui non sapeva rispondere. Parlavano allegramente di Jewell e di quanto fosse buona e brava, dicevano che sarebbe guarita presto, e sarebbe andata via da l, in una nuova famiglia dove nessuno le avrebbe fatto del male.
Dietro la tenuta degli Skedd c'era un ripido canale di scolo.
Il terreno degli Skedd consisteva in meno di un ettaro di erba alta e incolta, arbusti striminziti, carcasse arrugginite di veicoli abbandonati e attrezzi agricoli su cui ai bambini in affidamento veniva raccomandato di non giocare perch potevano farsi male. Quando pioveva forte il canale di scolo straripava. Nell'acqua tremolante le nuvole spinte dal vento si riflettevano come pensieri fugaci.
E al di l del canale c'era una distesa di paludi dove si radunavano molti uccelli, tra cui i pi chiassosi erano i corvi.
Ogni mattina si veniva svegliati da acuti, striduli versi che irrompevano nel sonno come artigli che laceravano un foglio di carta o un tessuto di crespo.
La prima mattina che si svegli nella nuova casa, nel suo lettino che era una stretta branda con un materasso piatto e maleodorante, in una fila di altre brande simili nella stanza dal soffitto inclinato chiamata la stanza delle bambine, prima di aprire gli occhi Jewell ud... il Re dei Corvi!
L'aveva seguita dalle paludi fino a quel posto lontano, fra sconosciuti. Non aveva dimenticato la bimba del fango.
E cos, nella casa-famiglia degli Skedd aveva ragione di credere che il Re dei Corvi si sarebbe preso cura di lei, anche se a distanza.
Dagli Skedd la bambina si mostrava timida in presenza di altri.
Era lenta nel parlare e nel muoversi, come fosse vittima di un sortilegio.
Pareva che stesse ascoltando qualcuno - qualcosa - in lontananza, oltre la casa. Pareva che non sentisse quel che le veniva detto a pochi centimetri di distanza.
Jewell! Svegliati.
La signora Skedd - Livvie - era decisa a occuparsi in modo particolare della piccola Kraeck. Alla signora Skedd dispiaceva molto per la povera bimba del fango e aveva garantito ai servizi sociali della contea che l'avrebbe protetta da ulteriori pene. Sei una bambina molto fortunata, Jewell ripeteva spesso la signora Skedd. Molto fortunata a essere stata ritrovata, salvata e portata qui.
La signora Skedd era una donna di buon cuore ma si esauriva facilmente - per sua stessa ammissione - perch a casa Skedd c'era parecchio da fare, specialmente in cucina, che sembrava un nido di vespe in mezzo a cui la signora Skedd era di frequente costretta ad alzare la voce. La sua espressione abituale era di esasperata incredulit in quanto, come una casalinga televisiva, la sua resistenza era messa a dura prova e la sua pazienza cristiana spinta al limite dal frastuono insopportabile dei quattro figli - il pi piccolo di sette anni, il pi grande di quindici - e di un numero variabile di bambini in affidamento, che andavano dai tre quattro anni agli undici dodici. E poi c'era il signor Skedd - Floyd -, un uomo tarchiato dai vestiti - maglietta e pantaloni da lavoro - macchiati d'olio, che andava sempre di fretta e sporcava sempre di fango quel dannato pavimento di linoleum che Livvie e le bambine avevano appena pulito, poi cercava quelle dannate chiavi del camioncino, che aveva buttato chiss dove, si toglieva la giacca e la gettava da qualche parte, scalciava via le scarpe da ginnastica o gli stivali, apriva come una furia il frigorifero e trangugiava qualunque cosa trovasse a portata di mano; la signora Skedd doveva urlare al marito di starla a sentire, e nemmeno allora il signor Skedd prestava attenzione alla donna, ammiccando ai bambini presenti con un sorriso che metteva in mostra i larghi incisivi. La signora Skedd aveva la gola in fiamme a forza di urlare al marito e di gridare su per le scale dove, al piano di sopra, si sentiva un tramestio di passi, perch, come si lamentava, se si parlava in tono normale, cortese, nessuno la sarebbe stata a sentire.
In mezzo a tutto quel trambusto le bambine pi piccole - tra cui Jewell era la minore - si rannicchiavano tutte insieme in cucina. Fra un urlo e l'altro degli Skedd c'erano momenti di improvvisa calma, perfino di tenerezza; la signora Skedd amava sorprendere le sue predilette con bacetti appassionati sulla testa, con pani di zenzero appena sfornati, un invito a salire sul camioncino per accompagnarla a fare la spesa: Solo noi. Loro no.
Sopra il frigo nella cucina degli Skedd c'era una radio di plastica rossa che la signora Skedd teneva accesa tutto il giorno a tutto volume: trasmetteva musica, notiziari, jingles pubblicitari. Anche la mamma aveva una radio - lei ascoltava soprattutto programmi religiosi - e cos Jewell traeva conforto dalla radio della signora Skedd perch le voci alla radio non erano mai agitate, confuse, arrabbiate o sommesse, le voci alla radio, sia di donne che di uomini, erano chiare, sicure di s e apparentemente sagge, quindi era possibile parlare anche in quel modo.
Jewell! Cos' che ascolti cos attentamente?
La signora Skedd ricordava che la bambina aveva lo sguardo - come descriverlo - di una persona molto pi grande. Un'espressione che non si vede sul viso di un bambino, di ascolto, di riflessione.
La signora Skedd era contenta che, nella sua famiglia, la piccola bimba del fango si stesse riprendendo. Con i vicini, e con altri genitori affidatari che conosceva, o con chiunque ascoltasse, la signora Skedd era solita vantarsi con modestia, ripetendo quella che suonava come una frase di rito: Io e Floyd sappiamo aggiustare le cose rotte, se non sono troppo rotte.
Cos la piccola Jewell stava imparando a parlare, e a mangiare, non in fretta, piano piano. Il viso giallognolo riacquistava colore, e i sottili capelli ondulati le stavano ricrescendo; stava imparando a camminare senza barcollare o fuggire via come un granchietto; in presenza degli altri bambini pi grandi era timida, ma aveva un'espressione rilassata e felice quando era in cucina con la signora Skedd e faceva la piccola aiutante della mamma; ancor pi felice quando la signora Skedd le assegnava semplici incarichi, alla sua portata.
Sfregava una pesante padella di ferro con la paglietta finch non le dolevano le dita. Detergeva con tovagliolini di carta umidi i piani in formica perennemente appiccicosi.
Ripuliva il vecchio frigorifero della General Electric in cui si accumulavano avanzi come se producesse muffa e un miscuglio di odori; metteva in ordine i ripiani - bottiglie grandi (latte, birra), yogurt e bottiglie pi piccole, contenitori di plastica con gli avanzi - e riponeva i cibi freschi nei due cassetti in basso. Apparecchiava il lungo tavolo a cui sedevano dodici persone in un guazzabuglio di sedie scompagnate, aiutava a servire le pietanze, che venivano portate in tavola direttamente dalla cucina a gas in pentole e padelle sfrigolanti, aiutava a sparecchiare, a lavare i piatti, a gettare l'immondizia alla fine della giornata, rovesciando i rifiuti con un grosso colino nel composto della signora Skedd, in un campo dietro la porta di servizio.
Brava, Jewell!
I giornali e i periodici che capitavano in casa, e tutto, dai volantini che finivano nella spazzatura alla rivista cui era abbonato il signor Skedd, Vero: rivista maschile, la piccola Jewell li esaminava con quell'espressione seria da adulta (la bimba del fango sapeva leggere? aveva imparato da sola? cos piccola?) ma se le si diceva ad alta voce: Jewell! Cosa diavolo leggi cos attentamente? la bambina smetteva come se fosse stata sorpresa a fare qualcosa di proibito.
Una volta la signora Skedd tolse di mano a Jewell dei fogli di giornale, il Carthage Sun-Times. In prima pagina c'era la foto di un giovane marine, di nome Dewater Coldham, diciannovenne, di Keene, New York, ucciso dal fuoco nemico in Vietnam. Vedendo lo sguardo spaventato della bambina, la signora Skedd accartocci subito il giornale dicendo: Santo Dio, piccola, che c'entriamo noi?.
La bambina non seppe rispondere. Non pareva che Jewell conoscesse il povero Dewater Coldham, per quanto ne poteva capire la signora Skedd, n che sapesse cosa significava la parola Vietnam.
Certo, ho dei parenti - un cugino o due - in Viet-nam, ma non c' tempo per pensarci, sai? aggiunse la signora Skedd, con voce stridula ed esasperata. Quando avrai la mia et capirai che in questo maledetto mondo c' fin troppa malvagit, e dovrai arrangiarti da sola, quindi non andartene a cercare dell'altra, cavolo.
Di fronte a quell'improvvisa veemenza, la bambina indietreggi come un topolino spaventato e la signora Skedd fece un movimento involontario come per spingerla, o afferrarla, o toccarle la spalla; Jewell si rannicchi, coprendosi la testa con le mani; e a quel punto al colmo dell'esasperazione la signora Skedd esclam: Cristo! Nessuno vuole picchiarti, cazzo, mi credi pazza come tua madre?.
In assoluto silenzio - come in seguito avrebbe ricordato la signora Skedd, tanto silenzio non sembrava normale - la bambina scapp dalla cucina, usc e scomparve da qualche parte nel campo dietro la casa, forse per nascondersi in qualche carcassa di macchina arrugginita oppure, anche se ai pi piccoli era proibito, pi lontano, in quel dannato canale di scolo puzzolente.
Perch lei lo sapeva: il Re dei Corvi vegliava su di lei.
Presto il Re dei Corvi sarebbe venuto a prenderla.
Gli Skedd - sia Livvie che Floyd - non esitavano a urlare, sgridare, affibbiare ceffoni, sberle, perfino calci e pugni se serviva a ristabilire una parvenza di ordine. Specie durante i pasti, quando il precario equilibrio della casa era pi in pericolo. Infatti alcuni dei bambini in affidamento a dodici anni erano quasi adulti e l'unica possibilit era trattarli con le maniere forti.
Due fratelli di Floyd Skedd erano guardie carcerarie su a Watertown.
Se lo si chiede a una qualunque guardia carceraria, risponder che per mantenere la pace bisogna usare le maniere forti.
A meno che la situazione non precipitasse, gli Skedd non si preoccupavano di intervenire quando i ragazzi litigavano fra loro, nemmeno quando erano coinvolti i loro figli. Lizbeth Skedd, di dieci anni, era scontrosa e scorbutica e le piaceva tormentare chiunque le capitasse a tiro, e al piano di sopra della casa, cos affollato, qualcuno dei pi piccoli capitava sempre. La signora Skedd urlava su per le scale fino a diventare paonazza, poi all'improvviso smetteva, perch, diavolo: Bisogna che impariate, non si pu essere dei piagnucoloni tutta la vita.
La cosa la irritava molto, ma non poteva perdere le staffe una dozzina di volte al giorno, quando i ragazzi pi grandi picchiavano i pi piccoli, senza motivo, con la meschinit e l'indolenza con cui torturavano una rana, un gatto o un cane. Allo stesso modo due ragazzine - Ginny, di undici anni, e Bobbie, di dodici - si coalizzavano contro la piccola Jewell apostrofandola Bimba del fango! Bimba del fango! come fosse la cosa pi buffa che avessero mai sentito.
A quel punto la signora Skedd, se era nei pressi, interveniva.
Accidenti, marmocchie, chiudete il becco e non apritelo pi. Non sapete di che diavolo state parlando, maledette marmocchie.
Era cos: Ginny e Bobbie non sapevano proprio perch la bimba del fango fosse la bimba del fango. E nemmeno avrebbero saputo dire da dove fosse uscito quel nome cos strano e brutto.
In casa Skedd nessuno aveva il cognome a parte Floyd e Livvie. I bambini avevano solo il nome di battesimo, Lizbeth, Ginny, Bobbie, Arlen, Mickey, Darren, Steve, Cheryl Ann e Jewell. Uno di loro - Darren, di dieci anni - se ne and poche settimane dopo l'arrivo di Jewell perch un parente (un uomo di mezz'et) si era accordato con i servizi sociali della contea di Beechum per portarselo a casa, a Nettle, in Alaska.
In Alaska! Era cos lontano che il viaggio avrebbe richiesto giorni, forse settimane.
Sul portico anteriore della casa dai muri catramati degli Skedd, in Bear Mountain Road, l'intera famiglia si radun per salutare Darren mentre zio e nipote si allontanavano su un furgoncino con la targa dell'Alaska. Jewell salutava come le era stato detto di fare, ma non capiva perch gli altri fossero cos allegri e festosi; cosa significava in realt essere portati in Alaska?
Gli Skedd erano contenti che lo zio, o chiunque fosse l'uomo che si era presentato, adottasse Darren.
Visto? Se fate i bravi, maledizione, capitano cose belle.
Le belle cose capitano alle brave persone. Proprio cos.
Mentre uno dei due Skedd pronunciava queste allegre parole, l'altro sbuffava, in allegra derisione.
Proprio cos un cazzo.  un fottuto modo di dire.
Buona osservatrice, la signora Skedd si era accorta che i bambini pi grandi arrivavano furtivi alle spalle di Jewell per spaventarla battendole le mani vicino alla testa e farla sobbalzare, e che la piccola stava imparando a interpretare la loro crudelt come una semplice presa in giro, o come uno scherzo; Jewell stava imparando qual era la giusta reazione: ridacchiare.
Non fuggire via spaventata e nemmeno rannicchiarsi e ripararsi il capo, solo ridacchiare.
Visto, tesoro? Ridi, e il mondo rider con te. Piangi, e piangerai da sola.
La signora Skedd pronunciava quella frase come se l'avesse appena coniata. Per quanto ne sapeva Jewell, era proprio cos.
Puoi ridere, ridi. Perch piangere se puoi ridere.
Ridi, ridi! E la faccia, maledizione, rider anche lei.
Bench la casa degli Skedd, su Bear Mountain Road, nei sobborghi di Carthage, fosse cos lontana da Star Lake, l'ultimo posto dove avevano vissuto, a volte la notte ai piedi della branda c'era la mamma, e la fissava cos intensamente che la bimba del fango si destava dal sonno. Ed esprimeva il suo disgusto: In ogni cosa che fai, confida in Lui. Non hai confidato in Lui. Immobile, senza quasi osare respirare, la bambina giaceva sotto le lenzuola finch all'alba i corvi nella palude attaccavano le loro acute strida beffarde di antico sconcerto di fronte alla follia e alla vanit del genere umano. E la bimba del fango udiva il Re dei Corvi in mezzo agli altri. Li ha mandati Satana diceva sua madre con violento disgusto, ma la bambina teneva gli occhi chiusi e sentiva le parole della madre sempre meno chiaramente man mano che sorgeva la luce del mattino. Satana ti porter via l'avvertiva sua madre, ma la bambina, furba, giaceva immobile, sollevata perch la madre sembrava non poterla toccare come un tempo, e ora, mentre il sole si apriva lentamente, simile a un occhio infuocato, l'unico suono erano le strida dei corvi nella palude e tra esse, pi alte, pi acute e selvagge nel suo trionfo, quelle del Re dei Corvi.
Un giorno, in un tempo lontano che la bimba del fango non avrebbe potuto comprendere pi di quanto avrebbe compreso l'esistenza di una galassia, di una costellazione nel cielo notturno sopra la palude, avrebbe confidato all'astronomo: Sono stata salvata dal Re dei Corvi. Non ridere di me, so di essere fortunata. Sono stata fortunata a nascere e a non morire subito dopo.
Una volta la chiamarono fuori dalla cucina degli Skedd.
Sulla veranda laterale c'erano Ginny e Bobbie che urlavano e ridevano: Jew-ell! Jew-ell!.
Jewell non era mai stata chiamata cos per nessun motivo. N il suo nome era mai stato gridato con tanto ardore.
E quindi era terrorizzata che (in qualche modo) la mamma alla fine fosse venuta a prenderla.
Invece nel vialetto vide un giovane allampanato con una giacca color cachi, pantaloni da lavoro, stivali chiazzati di fango e un berretto di maglia calcato sulla fronte, solcata da rughe come quella di un vecchio. Peli radi simili a spine gli coprivano in parte le guance.
Ginny e Bobbie fecero capolino dalla porta fingendo di parlare a bassa voce: Qui fuori c' un montanaro! Ehi, Jewell,  venuto a trovarti un montanaro!.
Non si capiva mai se le ragazzine dicessero sul serio o scherzassero. Come Lizbeth, anche loro emettevano risate stridule e sfrenate come urla che scoppiavano per qualunque motivo e allora ridevano come se qualcuno facesse loro il solletico o le stesse scannando. Jewell and alla porta, profondamente imbarazzata, perch le ragazzine parlavano senza badare che l'uomo nel vialetto le sentisse. Poi cominciarono a fischiare e a dire in tono lamentoso, in preda a una spudorata ilarit:  carino! Ohhh, cavolo!.
Jewell fu costretta a uscire. Le giunse un rombo alle orecchie, come un tuono in lontananza.
Eccola, signore! Jew-ell.
Ridacchiando, Bobbie spinse gi per i gradini Jewell verso il giovane che la fissava, mangiandosela con gli occhi nocciola, mentre Jewell lo fissava a sua volta.
Lo conosceva? Lui la conosceva?
Pareva un ragazzo cresciuto troppo in fretta; aveva la pelle rovinata dal sole, dal vento e dal freddo, come indurita dalle intemperie. Era snello, con braccia muscolose, gambe corte e capelli arruffati fino alle spalle. I suoi lineamenti erano lievemente irregolari ma non brutti, n incutevano timore; aveva il mento sfuggente sotto i baffi appuntiti, e nella bocca si vedevano denti piccoli e macchiati come quelli di un visone o di una volpe.
Ciao. Salve...
Il giovane dai capelli arruffati e Jewell avevano la stessa timidezza, si sarebbero detti cuccioli della stessa figliata anche se erano completamente diversi nell'aspetto e diffidenti l'una dell'altro. Nessuno dei due fece caso alle maleducate ragazze che sghignazzavano e prorompevano in scoppi di risa, sui gradini di casa.
Mi sa che non ti r-ricordi di me... Sono quello che...
Fissava Jewell con una sorta di sbigottita meraviglia e si sforzava di sorridere con quei piccoli denti macchiati. Disse il suo nome ma Jewell non lo ud, come i bambini che non sentono i nomi degli adulti, anche i loro volti di solito si confondono, si sfocano e si mescolano nei ricordi infantili. Jewell aveva nelle orecchie quel rombo che copriva tutti i suoni tranne le strida martellanti e acute dei corvi in fondo al canale di scolo.
Tu dovresti essere Jew-ell. Ti ho visto sul giornale...
Sudato, senza aggiungere altro, il giovane dai capelli arruffati porse a Jewell una busta di carta con dentro qualcosa.
Era un normale sacchetto di carta marrone grande come quelli in cui il signor Skedd portava a casa le sue sei confezioni di birra, o la signora Skedd qualche acquisto.
Quasi senza volerlo, Jewell prese la busta di carta dalle mani del giovane. Appena la afferr, il ragazzo indietreggi sollevato: Ok. Stammi bene.
Pochi minuti dopo il suo arrivo alla casa dai muri catramati in Bear Mountain Road, il ragazzo dai capelli arruffati se n'era gi andato.
Era venuto con uno scassato furgoncino a sponde basse. Sal in fretta nell'abitacolo, fece marcia indietro sul vialetto e spar su per la Bear Mountain Road prima che Jewell potesse vedere cosa c'era nel sacchetto.
Cos'? Una bambola? Perch quel montanaro ti ha dato una bambola?
Una bambola? E Jewell  troppo stupida per ringraziare.
Jewell guardava la bambola, sbalordita. Non ne aveva mai avuta una - una bella bambola - tutta sua. Era una bambola bionda di morbida gomma color carne, della grandezza giusta perch una bambina potesse cullarla fra le braccia.
Aveva una boccuccia di rosa, pomelli rosei sulle guance e folte ciglia che incorniciavano occhi di plastica azzurra spalancati, di quelli che si chiudono quando si mette la bambola a dormire.
Jewell si ricord chiaramente di una bambola nuda di gomma che roteava forsennatamente braccia e gambe mentre volava in aria e poi cadeva nel fango nero della palude.
La bambola nuova non era nuda, ma indossava un vestitino elegante di satin rosa con il collo di merletto, lustrini e paillette. La bambola nuova non aveva capelli crespi di gomma colorata, ma soffici e setosi capelli biondo cenere.
Ginny e Bobbie erano curiose, risentite. Tentarono di strappare la bambola dalle mani di Jewell, che la stringeva forte.
Perch quel montanaro l'ha data a te? Perch dovrebbero regalare una bambola a te? Chi , tuo padre?
La bimba del fango ha un padre! La bimba del fango ha un padre!
Jewell cerc di sfuggire alle ragazzine stringendo la bambola tra le mani. Non aveva mai ricevuto un dono se non dall'uomo dai capelli a spazzola e non aveva mai avuto una bambola sua; la bambola di gomma gettata nel fango non era sua ma della sorella maggiore, Jewell.
La signora Skedd usc per vedere cos'era tutta quella cagnara.
Jewell? Che diavolo succede? Cos' quella? Chi diavolo te l'ha data?
La signora Skedd le strapp la bambola dalle mani per esaminarla. Alcune settimane prima, quando Jewell era venuta a vivere nella casa-famiglia, i servizi sociali della contea avevano consegnato loro una scatola con dei vestiti di seconda mano e qualche giocattolo, oltre a qualche altro oggetto donato in beneficenza, ma la signora Skedd cap che quella costosa bambola bionda non era stata donata in beneficenza; non era nemmeno un po' macchiata, sembrava nuova di zecca.
Eccitate, Ginny e Bobbie spiegarono alla signora Skedd che un montanaro dall'aria strana aveva parcheggiato nel vialetto e aveva chiesto di Jewell perch voleva darle una cosa. Perch non mi avete chiamato? domand la signora Skedd, irritata. Qui sono io l'adulta.
Intanto la signora Skedd rigirava la bambola tra le mani con aria sospettosa. Jewell pens persino che l'avrebbe odorata. Aspettava, non osava parlare, nemmeno respirare, fin quando in ultimo la signora Skedd le restitu la bambola con una risatina malinconica: Qualcuno ha letto di te sul giornale, o ti ha visto alla TV. Qualcuno prova compassione per te e non crede che io e Floyd possiamo prenderci cura di te. Peccato che quel coglione non ha detto il suo nome, forse gli piacerebbe regalarti anche altre cose.

La donna del fango fa una promessa
E la donna del fango fa una scoperta
Aprile 2003
Che razza di lavandino! Non ne aveva mai visto uno cos... infossato.
Era una cavit a forma di conchiglia nel vecchio e consunto ripiano di marmo color salmone, oltretutto troppo in alto e profondo: per usare il lavandino, cos scomodamente infossato, dovevi alzarti in punta di piedi, sporgerti in avanti e sollevarti puntellandoti sui gomiti, reggerti bene, chinarti sul lavandino a rischio di spezzarti la schiena; poi dovevi allungare la mano verso i rubinetti, antiquati impianti di ottone dalla foggia assurda, a forma di grosso artiglio, distanti l'uno dall'altro almeno quindici centimetri, cos che, se pure riuscivi a raggiungere il rubinetto di sinistra - dell'acqua calda - non potevi girare facilmente quello di destra - dell'acqua fredda, quindi dovevi appoggiarti sul ripiano almeno con un avambraccio per mantenere l'equilibrio e non scivolare all'indietro.
Maledetto lavandino.
Era la voce di Livvie Skedd, vibrante di disprezzo misto a sconcerto e incredulit.
Non c'erano sedie o sgabelli da portare in quel vecchio bagno dal soffitto alto per montarci con le ginocchia. Il pavimento era di marmo, di un color salmone pi smorto, annerito dalla sporcizia accumulatasi nei decenni.
Era giorno o notte? L'alba o il tramonto? Dall'unica minuscola finestra non filtrava alcuna luce, tanto il vetro era opaco per la polvere, e in quel bagno sembrava che non ci fossero lampade, sopra il lavandino per esempio, o incassate nel soffitto.
Eppure una sorta di luce c'era: il pallido chiarore di una giornata nuvolosa, quando una smorta illuminazione sembra provenire da ogni parte, senza una sorgente precisa.
Maledetto lavandino.
La signora Skedd avrebbe riso dello storico lavandino di marmo che si trovava nell'ala pi antica di Charters House, sbuffando ansante, con la sua espressione di scherno.
Ma ne sarebbe rimasta anche impressionata: avrebbe dovuto ammettere che la povera piccola bimba del fango ne aveva fatta di strada.
Alla fine M.R. riusc ad aprire il rubinetto di sinistra. Ansimava per lo sforzo. Si era allungata scompostamente sul ripiano di marmo, e quella posizione le provocava un dolore all'altezza del bacino. L'acqua calda che schizzava nel lavandino infossato divenne quasi subito bollente, troppo calda per lavarsi, cos dovette aprire il rubinetto dell'acqua fredda per miscelarla, e l'operazione richiese una certa fatica poich l'acqua - che fuoriusciva bollente - continuava a riversarsi nel lavandino con ossessivo abbandono.
Era troppo bassa per quel lavandino: era quello il problema? A piedi nudi, si sforzava di raggiungere i rubinetti. Le gambe erano troppo corte. I tendini delle ginocchia le dolevano per lo sforzo, e le mani che cercavano di afferrare i rubinetti a forma di artiglio erano troppo piccole.
Da due piani sotto, ai piedi della scalinata principale, giunsero attutite le terribili parole, che la raggelarono: Signora Neukirchen? Gli ospiti stanno arrivando....
Era una sua fidata collaboratrice. Una delle giovani donne che adoravano M.R. Neukirchen, ma che avevano cominciato a temere per lei, e a temerla.
Le aveva pregate di chiamarla M.R. Dio santo, perch non lo facevano?
Naturalmente sapeva di essere in ritardo. Chiss come, ma era successo: M.R., sempre puntuale, stasera era in ritardo. A casa sua! A una riunione di amici organizzata da lei!
Non c'era niente di pi orribile - di pi tremendo! - che essere in ritardo.
Sapere che delle persone ti stanno aspettando, ti stanno cercando.
Sentiva il campanello suonare, al pianoterra. Quel suono la faceva inorridire.
Sent che aprivano la porta. I saluti le giungevano attutiti. Visto che M.R. ancora non c'era, con ogni probabilit era stato il decano dei docenti a fare gli onori di casa, in sua vece.
Quando la rettrice dell'universit era assente, la sostituiva qualche alto dirigente. A quella cena, oltre al decano, era presente il vicerettore, responsabile della ricerca.
Erano incarichi amministrativi di prestigio. Erano entrambe persone molto competenti.
Dannazione!
Era l'esclamazione della signora Skedd, una via di mezzo tra un'imprecazione e una richiesta d'aiuto.
La donna del fango non poteva scendere, se non era pronta non poteva farsi vedere da nessuno. La donna del fango non poteva mostrarsi in pubblico se non era preparata.
Era davvero un'impresa lavarsi il viso in quel lavandino, arrivava a malapena a quei maledetti rubinetti!
Dalla tazza di porcellana macchiata proveniva un odore di fogna, come dalla vasca di porcellana macchiata dai piedi a forma di artiglio, con la sudicia tenda della doccia color giallo urina. Per qualche ragione il suo bagno privato non era utilizzabile, per questo, in preda alla disperazione, si era spinta al secondo piano di Charters House, sulla scala a chiocciola che sbucava in fondo al soffocante ultimo piano, dove c'erano stanze per gli ospiti chiuse, ripostigli vuoti e alcove dove nessuno si avventurava per settimane o mesi; una volta, invece, quando Charters House era regolarmente abitata, all'epoca in cui vi dimoravano i rettori dell'universit con famiglie numerose, che vi ricevevano molti parenti, quelle stanze venivano usate.
Fino a qualche tempo prima a Charters House vivevano dei bambini. Ma ormai nemmeno i loro fantasmi scorrazzavano per i piani superiori. I gemiti disperati e le grida che vi risuonavano erano solo i cigolii di tubature antiquate, che di notte si udivano pi distintamente.
Che Dio mi aiuti.
M.R. si guard in viso, sgomenta. C'era qualcosa che non andava nello specchio appeso sul lavandino, il vetro era cos vecchio che deformava le immagini, come sott'acqua. M.R. aveva gli occhi iniettati di sangue, le labbra sembravano irritate, screpolate. Sul sopracciglio destro c'era una piccola, netta ferita verticale non del tutto cicatrizzata, i cui bordi rilucevano d'un umidore rossastro. La brutta ecchimosi sul sopracciglio si era estesa, nelle ultime due settimane la piccola tumefazione livida sulla parte destra del viso si era spostata in gi, assestandosi sulla guancia, sotto l'occhio.
Il viso le doleva ancora per la caduta. Le dolorose pulsazioni alla spalla, alle costole, alla caviglia e alla tempia destra erano una sorta di rimprovero.
Aiutami, per una volta.
Nel vapore che saliva dal basso il volto appariva d'un colorito livido, spettrale. Riusc a chiudere il rubinetto sinistro e ad aprire il destro - basta acqua calda, solo fredda - in modo da immergere il viso in fiamme nell'acqua fredda, per rinfrescarlo.
Ma lo scarico di ottone era rotto. Cos, l'acqua che scendeva nel lavandino insolitamente largo e profondo, defluiva.
Con l'astuzia dettata dalla disperazione, M.R. appallottol un pezzo di carta e lo inser a mo' di tappo nello scarico. Almeno cos il deflusso rallentava. Lentamente il lavandino si riemp di acqua fredda, e alla fine M.R. pot chinarsi sul bordo e immergervi il viso: che sollievo!
Adesso era convinta che tutto si sarebbe sistemato. Quel colorito livido, spettrale, sarebbe scomparso e con il trucco avrebbe cercato di migliorare il suo aspetto. Le bastavano pochi minuti.
Ma dal piano di sotto giunse la voce, cortese ma implorante:
Signora Neukirchen? Stanno arrivando gli ospiti...
Signora Neukirchen! Era lei la signora Neukirchen!
Le pareva di cogliere un accenno beffardo in quel nome, e nel titolo: Rettrice!.
Dal lungo tavolo di assi nella cucina degli Skedd, che traballava e s'inclinava durante i pasti affollati, risuon una risata derisoria.
Rettrice Neukirchen! Chi diavolo vuole prendere in giro la bimba del fango? Le dita brancolavano alla cieca sul ripiano del lavandino in cerca del vasetto di fondotinta. Era di un colore miele rosato, con cui sperava di mascherare la pelle giallastra e i lividi.
In tutta fretta, maldestramente, M.R. si applic sul viso il fondotinta. Si vergognava a tal punto della sua disperazione che non riusciva a concentrarsi su quello che faceva, sperava solo di stendere abbastanza uniformemente il trucco, in modo da apparire naturale.
Sua madre, Agatha Neukirchen - della quale, nelle interviste, M.R. parlava con disinvoltura e orgoglio -, di fede quacchera, che ancora viveva a Carthage, nello stato di New York, ovviamente non aveva mai fatto uso di cosmetici. Cos come suo padre Konrad Neukirchen non si prendeva la briga di radersi, considerandola una colossale perdita di tempo, anche se ogni tanto si accorciava i peli della barba, che gli spuntavano disordinatamente sulle guance come fili metallici, stranamente grigi sulle punte.
Per i quaccheri, tutto ci che era indimostrato, inconsistente, artificioso, era astratto.
Termine ben pi elegante di quello cui ricorrevano gli Skedd: Stronzate!.
Laddove altri si sarebbero espressi dogmaticamente, o avrebbero detto Lo so!, un quacchero avrebbe usato un'espressione pi interlocutoria: Lo spero.
Come rettrice di un'universit, M.R. era insolitamente affabile, garbata. Non avrebbe mai affermato Lo so, quanto piuttosto, con voce ferma, Lo spero.
Eppure in quel momento M.R. non era cos lucida, n cos fiduciosa. Il cuore le batteva allarmato. Nell'udire di nuovo la voce ansiosa dal pianoterra: Signora Neukirchen. I suoi ospiti....
I suoi collaboratori la proteggevano. In effetti la rettrice ne aveva due gruppi: quelli di Charters House, e quelli di Salvager Hall. Tra i due staff c'erano pochi rapporti, ciascuno coadiuvava la rettrice in modo diverso ma sempre pi assiduo, e si preoccupavano di metterla al riparo da eventuali errori di giudizio, da passi falsi.
Era in ritardo per la cena che seguiva la conferenza organizzata a Charters House, ma di quanto? Non pi di dieci minuti, no?
Si stese il fondotinta sul viso convulsamente, con rapidi movimenti verso l'alto. Doveva nascondere la pelle cadente sotto gli occhi; i lividi le conferivano un aspetto cadaverico.
O forse era solo la luce di quel bagno antiquato, diffusa dalle lampadine a basso voltaggio appese al soffitto alto pi di quattro metri. M.R. non riusciva a leggere l'ora sul quadrante dell'orologio.
Non poteva essere in ritardo di pi di... venti minuti?
In quel momento giunse una voce maschile, pi profonda.
Tutto bene, M.R.? Gli ospiti della conferenza sono arrivati quasi tutti...
Era S., il decano dei docenti. Era stata lei a conferirgli quell'incarico, S. non aveva il diritto di rivolgersi a lei con quel tono brusco, davanti ad altri.
E la sua voce era risuonata inquietantemente nitida, come se S. fosse salito fino al pianerottolo del primo piano.
Va' via! Lasciami in pace! Non hai alcun diritto di salire quass!
Allo specchio, l'aspetto di M.R. appariva decisamente migliore. Il trucco aveva coperto l'ecchimosi sulla guancia, adesso avrebbe fissato il tutto con un po' di cipria, usando una spugnetta in gomma sintetica. Le dita le tremavano: per l'ansia? per l'eccitazione?
Voleva sporgersi dalla porta del bagno e gridare a S. che era pronta, sarebbe scesa fra tre minuti.
Voleva gridare forte, in modo che tutti udissero, con la sua voce allegra e sicura di s: Tutto bene, grazie!.
Avrebbe spiegato loro - mentendo in modo assolutamente convincente, come sa fare bene un alto funzionario esperto e fidato - che proprio mentre stava per scendere aveva ricevuto una telefonata molto importante, per questo aveva tardato suo malgrado.
Naturalmente si sarebbe scusata. M.R. si scusava sempre, se lo reputava necessario. Ma senza esagerare, come quando si ha una buona ragione per scusarsi.
Si sarebbe giustificata per il ritardo in modo che nessuno, nemmeno S., che era suo amico, o quantomeno un buon conoscente, sin dai tempi in cui era arrivata in quell'universit, potesse chiederle quale fosse la ragione di quella telefonata cos importante, e se si trattasse di una situazione di emergenza.
I suoi ospiti a quella cena si sarebbero certo dimostrati comprensivi e rispettosi, poich, nonostante la maggior parte di loro fossero ben pi affermati nel loro campo di quanto M.R. Neukirchen fosse nel suo (cio nell'insegnamento universitario della filosofia), nessuno di loro avrebbe potuto essere nominato rettore di quella illustre universit, n sarebbe stato in grado di svolgere il lavoro che svolgeva lei.
S, ne era certa!
M.R. sbirci l'orologio; si era avvicinata alla finestra, eppure non riusciva a vedere l'ora. Gli aperitivi sarebbero stati serviti alle 18, la cena alle 19: rabbrivid al pensiero che fossero quasi le 19: non poteva essere in ritardo di oltre venti minuti, no?
Non ancora vestita - sotto una vestaglia di flanella lievemente macchiata indossava la biancheria intima, ed era scalza -, M.R. si precipit nella sua stanza, al piano inferiore. Il tailleur leggero di cashmere grigio chiaro acquistato da Bloomingdale era steso sul letto, appena tornato dalla lavanderia. L'avrebbe indossato con una camicetta di seta bianca, dai grossi bottoni di madreperla, chiusa sino al collo. E con un foulard di seta di un tenue arancione, regalo di un collega che l'aveva comprato in Thailandia: uno dei foulard di seta caratteristici di M.R.
Aveva belle scarpe in pelle, dal tacco basso, ben pi costose di quelle che lei avrebbe acquistato, ma dalla rettrice Neukirchen ci si aspettava abbigliamento, aspetto e contegno di un certo tipo.
Che sollievo, una volta pronta! E con il viso truccato in modo da sembrare quasi normale.
Solo che... i capelli... Aveva dimenticato i capelli, che le ricadevano informi, flosci, con la ricrescita grigia... Ges! Sembro uno spaventapasseri avrebbe ghignato la signora Skedd nel vedere la sua immagine allo specchio, mentre si passava le dita ruvide tra i capelli color carota.
Come la signora Skedd, M.R. non pot far altro che stringersi nelle spalle e buttarla sul ridere.
Adesso non c' tempo. No.
In tutta fretta M.R. si sistem i capelli, cerc di riavviarli, di metterli in ordine, con le dita. Aveva deciso di prendere un appuntamento dal parrucchiere per tagliarli e fare la piega, ma non aveva avuto tempo, o se n'era dimenticata; cos come aveva dimenticato, o aveva annullato, gli appuntamenti dal dentista, dall'oculista, dal commercialista.
M.R. si pettin i capelli dietro le orecchie, e quando allo specchio vide che non erano troppo voluminosi si tranquillizz. Comunque, non aveva altro tempo.
A essere sinceri, la rettrice Neukirchen non era molto chic. In certi ambienti, non essere chic era segno di sincerit, assenza di vanit.
Ma di nuovo, in maniera esasperante, giunse la voce, ancora pi vicina: M.R.? Scusami, ma...
Maledetto S.! Il decano dei docenti, che doveva a lei quel posto di potere - e che di certo le parlava alle spalle, lamentandosi di lei, per quanto benevolmente, con affetto - non aveva alcun diritto di salire nemmeno un gradino di quelle scale, di entrare nell'appartamento privato della rettrice.
Da dietro la porta (chiusa), M.R. gli grid: Tutto bene! Tutto bene! Grazie! Sono al telefono, un affare urgente, scendo tra cinque minuti!.
Come se S. potesse sentirla, due piani pi sotto.
Ma M.R. continu a voce alta: Fai tu gli onori di casa! Solo cinque minuti, Dio santo! Grazie! Grazie mille! Sto bene.
Ma... la voce di S. cos vicina, le altre nell'atrio, il campanello che suonava, e lei in ritardo per i suoi doveri di ospite... M.R. era agitata, e sent come una morsa, una fitta, un groviglio nelle viscere: doveva andare al bagno, di corsa.
Oh, Dio! Aiutami...
Nelle ultime settimane aveva sofferto di una specie di infezione intestinale, o di diarrea - non una forma acuta, e niente di cronico -, comunque una specie di infiammazione, una forte irritazione che le faceva contrarre la parte terminale dell'intestino, procurandole acuti dolori, nei momenti di particolare apprensione.
Ma adesso? Il momento non poteva essere peggiore.
Di tutti gli impianti antiquati del bagno al secondo piano, il pi vecchio, il meno ristrutturato, era il gabinetto, sistemato in una nicchia della stanza, nascosto rispetto al lavandino, come se la sola vista di quella tazza grezza, fuori misura, d'un vistoso bianco opaco, potesse disturbare le persone pi raffinate. Ma M.R. non aveva scelta, dovette correre l, tenendosi la pancia. Che dolore! E cos all'improvviso! La tazza era fuori misura, come il lavandino, cos che, cercando di sedervisi sopra, M.R. toccava a malapena terra con la punta dei piedi; per di pi attorno alla tazza il pavimento era tutto appiccicoso. Dal grosso serbatoio screziato di ruggine attaccato al water colava incessante un triste rivolo d'acqua, come un dolore inconfessato; la tazza, un tempo di porcellana bianca, era tutta macchiata: per quanto ci avessero provato, nessuno dei domestici di quella casa sarebbe riuscito a pulire il sudiciume accumulatosi nei decenni. Seduta sulla tazza, M.R. si sent all'improvviso come paralizzata; non riusciva a liberarsi l'intestino dalla diarrea bruciante, malgrado il bisogno urgente; non riusciva nemmeno a urinare; le doleva la vescica, ma non ci riusciva; dentro di s avvertiva una tremenda pressione, ma non riusciva a liberarsi perch temeva che da un momento all'altro bussassero alla porta: forse S. non solo era salito al primo piano (dove c'erano le sue stanze private), ma si era spinto sino al secondo (ancor pi riservato), e adesso avrebbe osato bussare alla porta del bagno; oppure, ipotesi ancora pi terribile, avrebbe afferrato la maniglia e spalancato l'uscio, visto che la serratura di quella vecchia porta non funzionava, cos come, a casa degli Skedd, la porta del bagno dei bambini non aveva serratura perch - gli Skedd lo avevano spiegato un sacco di volte - non si poteva correre il rischio di mettere la serratura a quelle maledette porte, uno di quei demoni poteva chiudersi dentro e allora il signor Skedd avrebbe dovuto sfondare quella maledetta porta, ecco perch.
Eccitata, la signora Skedd aveva ipotizzato un simile scenario - o forse era gi accaduto -, una ragazza si era barricata nel bagno e si era tagliata i polsi, cos'era successo dopo, Jewell non l'aveva mai saputo, perch il signor Skedd aveva interrotto la moglie ringhiando: Santiddio, chiudi la bocca, donna. Queste vecchie storie non interessano a nessuno.
M.R. stava rannicchiata e tremante su quell'orribile tazza. Non riusciva a capire che piega avesse preso la sua vita, tuttavia non aveva scelta, era quella la vita che doveva vivere. Ma dal piano di sotto, nell'atrio, parve levarsi un coro di voci:
Signora Neukirchen? Sono quasi le sette, sono arrivati quasi tutti gli ospiti...
Non erano voci beffarde. Ne era certa!
Una tragedia, dicevano.
Quelle persone dall'espressione grave. Perch ovviamente l'argomento che stavano dibattendo - quello affrontato nel convegno durato tre giorni - concerneva una tragedia che colpiva altri popoli, offriva il destro a speculazioni intellettuali, dibattiti etici, possibilit di intervento.
... al di l delle nostre previsioni pi pessimistiche. E i dati demografici in nostro possesso dimostrano che la situazione peggiorer, a meno che non si intervenga.
Quindi non stavano parlando di Alexander Stirk.
Nella sala da pranzo dall'alto soffitto di Charters House M.R. era seduta a capotavola, di spalle alla porta della cucina che si apriva e chiudeva in continuazione, mentre i domestici servivano le pietanze ai suoi illustri ospiti. Le venne da sorridere pensando a cosa avrebbe detto la signora Skedd: La bimba del fango servita come una regina!. La stessa bimba del fango a cui la madre aveva riempito la bocca di fango per ridurla al silenzio, per sempre.
M.R. Neukirchen a capotavola. M.R. Neukirchen rettrice dell'universit.
Per quale ragione, si chiese M.R., nelle ultime settimane, sempre pi velocemente, come un ruscelletto che scorreva in una fenditura della roccia, allargandola, per fluire pi rapido, quei vecchi, remoti ricordi, riaffioravano in lei, minacciando di annegarla?
Perch, si chiese, non era pi spaventata?
Non  semplice intervenire. Gli Stati Uniti devono rispettare i diritti degli stati sovrani...
Stati sovrani! La Liberia, lo Zimbabwe...
... ricordiamoci del Ruanda...
... il prossimo sar il Darfur.
M.R. sent un campanello d'allarme. Il Darfur? Era abbastanza informata sugli altri stati africani, ma non sapeva praticamente nulla del Darfur.
Era abbastanza informata su quasi tutto, o dava quell'impressione. Come ogni manager di successo, sapeva quali domande porre, per permettere agli altri di mostrare la propria competenza.
Che sollievo trovarsi l! Al pianoterra, con i suoi ospiti!
Al posto che le competeva, a capotavola. Come se un'ora prima non fosse successo tutto quel pandemonio.
All'altro capo del tavolo era seduto S., il decano dei docenti. Le lanciava sguardi... preoccupati? ansiosi? che lei pareva non notare.
Sto bene. Te l'ho detto: sto bene! E adesso sono qui, sono la padrona di casa.
M.R. non aveva fatto aspettare poi troppo i suoi ospiti, che, come appur, S. aveva fatto accortamente accomodare in due stanze, nel soggiorno pi grande e nella biblioteca; accorta strategia, convenne M.R.: gli ospiti radunati in una stanza avrebbero immaginato che la padrona di casa fosse nell'altra stanza, e non avrebbero notato la sua assenza.
Poi naturalmente M.R. era comparsa tra loro, ben prima dell'ora di cena.
Trafelata e contrita: Una telefonata! All'inizio sembrava proprio un'emergenza, ma poi... adesso la situazione  sotto controllo, pi o meno... si era giustificata, lo sguardo fermo e diretto, sincero.
Ovviamente le avevano creduto, non potevano non credere a M.R. Neukirchen.
Persino S. le aveva creduto (ne era certa!).
Il ricordo di ci che le era accaduto su, al secondo piano, o il rischio che aveva corso, stava svanendo in fretta, come un brutto sogno al risveglio.
La cena! Era un piacere trovarsi l, in compagnia di persone cos illustri. Le loro conversazioni impegnate le mulinavano intorno; ascoltava con avidit e interesse.
... certo, intervenire non  semplice. Per questo bisogna intraprendere dei passi coraggiosi. Attualmente la nostra diplomazia...
... s, ma sono in ballo anche dei principi religiosi. Non tutti vogliono essere salvati secondo i nostri principi laici...
Salvati dall'AIDS? Vuole scherzare?  ovvio che chi soffre vuole essere salvato.
... non sempre, e non secondo i nostri principi laici.
... non laici, scientifici.  diverso.
In qualit di rettrice dell'universit, M.R. aveva organizzato una cena a Charters House in concomitanza con la Conferenza Annuale sull'Etica e l'Economia; quell'anno il tema era Le relazioni tra i paesi industrializzati e i paesi del Terzo mondo, con un convegno speciale sull'AIDS in Africa.
Era la terza e conclusiva serata della prestigiosa conferenza che si teneva dal 1991 grazie alla donazione milionaria di un ex allievo di quell'universit, che aveva fatto una ragguardevole carriera diplomatica, e che aveva ereditato un considerevole patrimonio. Tra i partecipanti figuravano il presidente del Comitato Nazionale di Bioetica, un economista della Banca Mondiale insignito del premio Nobel, il direttore esecutivo dell'Istituto Rawling dell'Universit di Chicago e la regista di un documentario sulla vita delle bambine e delle donne nell'Africa occidentale, che aveva vinto un premio ed era stato proiettato durante i lavori.
C'erano ventisei ospiti, ed M.R. Neukirchen era seduta a capo della lunga tavola apparecchiata con cura, mentre i convitati discorrevano animatamente degli argomenti pi svariati: AIDS, carestie, guerre, le atrocit dei conflitti bellici, le responsabilit dei paesi industrializzati, le responsabilit delle universit americane nell'approfondire questioni di ordine morale, politico, economico, sanitario, l'opportunit o la sconsideratezza dell'intervento militare in Iraq, che, come in Afghanistan, aveva subito scatenato una rivolta, inaspettata per alcuni, inevitabile per altri, contro le forze della coalizione capeggiata dagli Stati Uniti e, oh, gli orrori della circoncisione femminile nell'Africa occidentale, della quale la regista parl in termini assolutamente crudi e realistici, persino mentre i camerieri (dai volti impassibili) servivano squisite pietanze. Per quanto M.R. seguisse con estrema attenzione le conversazioni degli interlocutori pi vicini, con una parte della mente - ricord un'altra volta l'immagine di un ruscello impetuoso che scavava la superficie di una roccia - si ritrov a un tavolo del tutto diverso, lungo, di assi, nella cucina degli Skedd, in mezzo a una confusione di voci - che confusione! -, dove quella (sommessa) di Jewell non si sentiva mai, Jewell se ne stava con il corpo (minuto) irrigidito, per non farsi schiacciare, il bicchiere d'acqua (di plastica, sporco) rovesciato, mentre l'allampanato adolescente seduto accanto le sgraffignava dal piatto pezzi di polpettone di carne intrisi di ketchup; perch a casa degli Skedd durante i pasti c'era sempre quello che la signora Skedd definiva un dannato casino, per cui i coniugi Skedd dispensavano una raffica di pizzicotti, schiaffi, spinte e imprecazioni per cercare di mantenere un minimo di ordine (per quanto provvisorio); M.R. sorrise al ricordo della tovaglia di plastica appiccicosa che ricopriva il tavolo di assi e che lei aveva il compito di mantenere pulita, tra un pasto e l'altro; un incarico semplice, che svolgeva passando una delle tante spugne da cucina dai colori vivaci della signora Skedd, sempre pi annerite con il tempo; quella tovaglia di plastica su cui, nei momenti di nervosismo o inquietudine, tracciava leggeri segni con i denti della forchetta; cos come, negli anni seguenti, a scuola durante le lezioni, cercava di controllare l'energia quasi incontenibile che le attraversava il corpo come una corrente elettrica, sedendo perfettamente immobile, dritta, a testa alta, gli occhi ben aperti fissi sull'insegnante - l'adulto nell'aula - in segno di massima attenzione e rispetto, come faceva con ogni persona adulta, perch percepissero quella sorta di supplica: Vi ascolto, su di me potete contare, sar la prima della classe.
Perch nel mondo sono gli adulti gli angeli del Signore.
Perch nel mondo sono gli adulti che, se vorranno, ti salveranno.
Mentre il discorso si spostava sullo sfruttamento della donna in Africa - il fatto , come spieg con una certa veemenza la regista, che quasi ovunque nel subcontinente africano le relazioni sessuali hanno luogo per iniziativa dell'uomo, non importa se il maschio sia malato di AIDS e si sappia, cos come non importa che il partner sia una bambina (e d'un tratto parve imbarazzante che alla cena di M.R. su ventisei ospiti le donne fossero soltanto sette, delle quali quattro erano mogli di personalit illustri) -, M.R. si ritrov a pensare al secondo piano della casa degli Skedd, dove le ragazze dormivano nell'angusto e quasi sempre maleodorante abbaino, comunque meno angusto e maleodorante di quello dove dormivano i ragazzi, all'altro capo della casa; a ricordare certe cose che i ragazzi grandi facevano in assenza degli adulti, e ancor pi le cose che dicevano, parolacce e oscenit irripetibili per le ragazze, almeno in presenza di adulti; perch esiste il mondo dei bambini e il mondo degli adulti, in cui bisogna navigare con la massima attenzione. E cosa avevano fatto a Jewell? Le avevano fatto qualcosa? In confronto alla palude, le crudelt subite in seguito erano ben poca cosa.
Mortalit infantile, bambini malati di AIDS, infanticidio, Soprattutto l'uccisione delle bambine indesiderate, gettate nella boscaglia come spazzatura; M.R. era seduta a capo della lunga tavolata apparecchiata con cura e a lume di candela, che, sopra un grosso e antico tappeto cinese, sembrava fluttuare su un mare scuro e insondabile; pensava con singolare tenerezza alla bambola; non quella di gomma che aveva buttato via, brutta, nuda e tutta sporca, ma all'altra, quella che le era stata regalata, bella e con i capelli biondi, con il vestitino da festa di raso, che le aveva regalato il montanaro suo amico. Perch tra loro c'era un tacito legame. Era stato lui a tirar fuori dalla melma la bimba del fango, si era reso conto che lei non era una bambola di gomma o un rifiuto gettato nel fango: lui vuole bene alla bimba del fango. Eppure, per qualche motivo, per timidezza, Jewell non era riuscita a esprimergli la propria gratitudine, non era riuscita nemmeno a farfugliare Grazie del regalo, figuriamoci Grazie di avermi salvato la vita.
La bambola! Quanto aveva amato quel regalo Jewell! Anche dopo aver scoperto, malgrado il suo amore per la bambola bionda, di non poter impedire che le fosse rubata da una delle ragazzine pi grandi, Bobbie o Ginny, o forse era stata quella meschina di Lizbeth, gelosa delle premure che la signora Skedd riservava alla bimba del fango, invece che a lei.
Le pareva di vederlo seduto a quel tavolo, l a Charters House, il montanaro con la barba rada e gli splendidi occhi scuri e lucidi, e prov un languido desiderio, uno struggimento per tutto quello che aveva perduto, che le avevano sottratto; come la bambola bionda, a cui non aveva osato dare un nome, sapendo per istinto che era meglio non farlo, che le era stata rubata dopo una settimana e non aveva pi visto; non aveva mai saputo se a prenderla fosse stata una delle femmine o uno dei maschi; gliel'avevano rubata per pura cattiveria, dato che non aveva mai visto nessuno giocarci. Il suo cuore di bimba aveva sofferto tanto, e aveva provato un forte rancore verso la signora Skedd, a cui, quando l'aveva trovata in lacrime, sembrava non importare che le avessero rubato la bambola, visto che le aveva detto con una scrollata di spalle: Accidenti, piccola, le cose vanno e vengono.
Era una frase che gli Skedd ripetevano volentieri. Come i loro vicini di Carthage. Crescendo, M.R. l'aveva sentita spesso. Le cose vanno e vengono.
Quel che si ottiene facilmente, facilmente si perde.
Quel che si ottiene facilmente,  giusto che si perda.
Signora Neukirchen? Posso portare via il piatto?
Stavano sparecchiando. M.R. fiss il suo piatto - spigola cilena, l'aveva appena toccata -, sbigottita di trovarsi qui e non l.
Signora Neukirchen...?
La cameriera - una ragazza ispanica dal viso dolce di cui M.R. non ricordava il nome - la osservava con espressione preoccupata. (Il personale di Charters House cominciava a notare che M.R. ultimamente mangiava poco? E che si soffermava poco a parlare con loro? Quando era andata a vivere l, a Charters House, si era dimostrata molto amichevole, e i domestici l'adoravano.)
S, grazie.
Ma c'era dell'ironia: tutto quello che M.R. aveva realizzato, tutto ci che gli altri consideravano come una sua conquista, non lo aveva ottenuto facilmente. Aveva lavorato, sgobbato. Aveva lavorato duramente, con grande determinazione e un idealismo frutto della disperazione. Eppure, avrebbero potuto toglierle tutto con estrema facilit, come se non si fosse guadagnata con il duro lavoro la posizione raggiunta.
Anche in America esiste la povert, non solo economica. La povert dello spirito...
M.R. fece quell'osservazione a bassa voce, nel brusio e nel parlottio dei convitati la sentirono in pochi.
Uno dei commensali pi autorevoli era il filosofo ed economista E. di Cambridge, in quel periodo ospite dell'universit, il cui (controverso) settore di competenza era l'etica dell'omicidio; quel pomeriggio M.R. aveva spostato diversi incontri per poter assistere alla conferenza presieduta da E., L'etica dell'omicidio: combattimento militare, eutanasia, aborto. Durante i lavori E. aveva fatto alcune osservazioni che avevano offeso K., la giovane regista, e ora i due stavano discutendo animatamente sulla distinzione tra omicidio e aborto, distinzione che la regista riteneva essenziale e fondamentale, mentre il filosofo ed economista la reputava sostanzialmente una questione terminologica.
Le altre conversazioni attorno al tavolo scemarono. E. era risoluto quanto K., che non voleva dargliela vinta. Si apr un accanito dibattito sui significati specifici e legali dei termini feto, infante e infanticidio. A quanto pareva era l'unica questione su cui non sembrava esserci accordo quasi unanime tra i conferenzieri, politicamente per lo pi progressisti.
In quale momento un feto diventa un essere umano? Un feto ha personalit giuridica?
Nell'America contemporanea quelle appassionate discussioni erano diventate l'equivalente delle dispute tomistiche medievali sul sesso degli angeli, ma con maggior coinvolgimento.
Come una pulsazione ritmica nella testa di M.R. risuon una poesia beffarda, recitata dalla voce familiare e insolente di un ragazzo:
Libera scelta  solo mentire
Nessun bambino vuole morire
LIBERA SCELTA  SOLO MENTIRE
NESSUN BAMBINO VUOLE MORIRE
A quanto ne sapeva, nessuno dei partecipanti al convegno aveva fatto domande, n parlato, nemmeno alluso, al caso Stirk. Molto probabilmente, nel loro mondo iperspecializzato quel tipo di notizia - quasi da giornale scandalistico, bench riportata sollecitamente dal New York Times - non era considerata significativa, con suo gran sollievo!
Naturalmente M.R. aveva ereditato dal rettore precedente numerose azioni legali contro l'universit che si trascinavano da tempo, su questioni contrattuali relative ai docenti di ruolo, che non erano certo in cima alle sue preoccupazioni e non la coinvolgevano personalmente, a differenza del caso Stirk; erano argomenti che interessavano poco i mezzi d'informazione.
Alcuni docenti erano stati intervistati in merito, com'era inevitabile. Conservatori di primo piano come Oliver Kroll e G. Leddy Heidemann, che comparivano spesso nei notiziari televisivi. M.R. aveva letto con sollievo la dichiarazione rilasciata al New York Times da Oliver Kroll, secondo cui l'universit si era comportata in maniera responsabile, anzi ammirevole; nello stesso articolo, Heidemann sosteneva che l'universit con il suo integralismo progressista aveva agito irresponsabilmente, permettendo a un giovane emotivamente disturbato di tentare il suicidio.
Ah, se Heidemann avesse lasciato quell'universit per trasferirsi in qualche ateneo pi conservatore! Oppure, se l'universit avesse potuto licenziarlo.
Quant'era doloroso pensare ad Alexander Stirk! Un argomento che a M.R. procurava grande angoscia: si diceva che Stirk fosse in uno stato di coma profondo, n vivo n morto, tenuto in vita da una macchina in un ospedale di Philadelphia.
La famiglia Stirk aveva intenzione di adire le vie legali contro l'universit. Il signor Stirk si era rivolto a un costosissimo principe del foro per sostenere l'accusa di negligenza colposa nei confronti dell'ateneo e di numerosi amministratori, tra cui la rettrice Neukirchen. (M.R. considerava una benedizione il fatto che Alexander Stirk non si fosse scagliato solo contro di lei nei suoi blog deliranti.) Sarebbero trascorsi mesi prima che la causa divenisse di dominio pubblico, e nel frattempo i legali dell'universit avevano consigliato a M.R. di non rilasciare dichiarazioni, e di non preoccuparsene nemmeno, poich in pratica lei non poteva fare nulla.
Ma naturalmente nei momenti di debolezza si ritrovava a pensare a Stirk. Anche quando non pensava consciamente al ragazzo in coma, lo aveva in mente.
Ma io non ne ho colpa... Che colpa ne ho? Perch sarebbe colpa mia?
Stirk la odiava. Le aveva fatto la linguaccia.
Eppure lei aveva visto i suoi occhi. Vi aveva letto la sofferenza. Lo struggimento. Occhi bellissimi dalle ciglia folte, che brillavano di dolore e rabbia. In qualche modo M.R. aveva sbagliato con Stirk. Non era riuscita a convincerlo a fidarsi di lei.
Non era riuscita a convincerlo ad amarla.
Suttis Coldham: si chiamava cos.
Aveva guardato Jewell con occhi... innamorati? Che tenerezza in quel montanaro baffuto! Suttis Coldham l'avrebbe amata senza secondi fini, d'un amore purissimo e ineffabile... e lei l'aveva respinto.
Coldham l'avrebbe riconosciuta oggi? L'avrebbe riconosciuta, adesso?
M.R. sent scendere un rivoletto sulla fronte. Era freddo, malgrado fosse sangue. Senza dare nell'occhio tir fuori dalla manica un fazzolettino di carta ripiegato e subito tampon il taglietto. Nessuno la vide, ne era certa.
Ormai le ferite sul viso avrebbero gi dovuto essere guarite. Erano passate almeno due settimane da quando si era fatta male cadendo stupidamente sulla scala del retro. (Nessuno l'aveva saputo. Era la sua unica consolazione.) E invece, se la toccava, quella brutta ecchimosi sulla guancia pulsava ancora. Confidava nel trucco per nascondere il livido; con il fondotinta, il suo viso tornava ad assumere un aspetto normale, gradevole.
Senza rossetto, le labbra di M.R. erano smorte, terree. Aveva le sopracciglia folte e aggrottate. Quella sera aveva colto - o cos le era parso - degli sguardi interrogativi rivolti a lei. Da parte di Audrey, la sua segretaria, e di un'altra ragazza del suo staff, una certa Felice. E da parte di S.
Ma se pure quelle persone avevano notato qualcosa che non andava nel suo viso, non avrebbero osato farne menzione.
Infatti nelle ultime settimane non era facile parlare con la rettrice. Un tempo M.R. aveva la risata pronta, tra una pausa e l'altra dei suoi gravosi e prolungati impegni amministrativi a Salvager Hall, ma in quel periodo appariva distratta, cupa. E spesso impaziente.
E, fatto ancor pi allarmante, colei che un tempo sorprendeva i suoi collaboratori per la memoria prodigiosa, cominciava a dimenticare o a confondere i nomi.
Nemmeno quello sbruffone di Evander, con i capelli rasta e la risata stridula e penetrante, riusciva ad attrarre l'attenzione della rettrice come prima.
Sul volto di M.R. si notava la tensione. E con quanta goffaggine, in che modo maldestro si era truccata il viso, come una bambina, applicandosi strati irregolari di fondotinta beige fissati in maniera approssimativa con la cipria.
Se solo riuscissi a superare questa serata. Non chiedo altro.
Ridi, ridi! Questa maledetta faccia rider anche lei.
Lei cosa ne pensa, rettrice Neukirchen? C' consenso in questa universit?
La domanda le fu posta da un gioviale ospite dell'Universit di Toronto, di cui M.R. sapeva solo che si occupava di teoria politica; era cos persa nei suoi pensieri, cos morbosamente incantata, che ignorava l'argomento della domanda, pur arguendo che non doveva essere lo stesso di qualche minuto prima. Con un sorriso disarmante, senza lasciar minimamente trasparire che stava pensando a tutt'altro rispetto a quel che si stava discutendo al suo tavolo, M.R. rispose: Consenso? Qui? Non direi.
Ma un attimo dopo si rese conto con un certo imbarazzo che la domanda dello studioso canadese di teoria politica riguardava la guerra in Iraq, e il tenore del dibattito pubblico che aveva suscitato nella comunit universitaria.
E l'Operazione Enduring Freedom, quella vostra azione militare in Afghanistan dal nome bizzarro?
L'argomento fu presto al centro della discussione, come una palla lanciata in aria: vi si avventarono tutti, ansiosi di dire la loro. Tra gli invitati seduti al tavolo, solo un paio erano a favore della guerra, o almeno in parte, ma di fronte alla veemenza degli altri rimasero in silenzio.
M.R. rispose che s, sull'argomento si erano svolti diversi dibattiti pubblici. Il pi importante si era tenuto in una sala con soli posti in piedi, una conferenza seguita da ottocento persone, molte delle quali appartenenti alla comunit universitaria.
Non appena M.R. ebbe pronunciato quelle parole - che a lei sembravano assolutamente ragionevoli e pertinenti - le sent risuonare come in una camera d'eco, tronfie, vane, assurde; e la signora Skedd l accanto che la derideva: Che brutta opinione abbiamo di noi! Uno schifo, eh?.
Da quell'argomento, la conversazione si spost sulla bellicosit, sull'irrazionalit; perch l'elemento irrazionale si accompagna sempre all'elemento bellicoso; la bellicosit era irrazionalit. M.R. si sent in dovere di citare Nietzsche, come molto probabilmente aveva fatto spesso negli ultimi tempi, dall'inizio dello sconsiderato intervento militare in Iraq: La follia  rara negli individui, ma comune nelle nazioni.
Uno degli ospiti obiett, intelligentemente: In realt la follia negli individui non  poi cos rara. E sono gli individui en masse a costituire le nazioni.
S, ma... esiste certo una mentalit collettiva, un'isteria collettiva. La collettivit  qualcosa di pi, e qualcosa di meno, della somma dei suoi individui.
 la salute mentale degli individui, come delle nazioni, a essere rara.
Tutti risero. Era un'osservazione arguta, e molto probabilmente vera. Com'era bello, riflett M.R., stare l a ridere tutti insieme, rassicurati dalla consapevolezza di essere tutti sani.
Poi, per un po', il discorso cadde sugli attentati suicidi: l'11 settembre, e ci che era seguito.
Quindi, sul suicidio in s: l'atto puro, assoluto, non politicizzato.
La questione fu dibattuta con freddezza: lo status etico del suicidio, cio dell'omicidio di s, e la sua relazione con l'omicidio; com'era possibile che concetti cos radicalmente diversi derivassero l'uno dall'altro?
Quell'argomento cos inquietante parve scaturire dal nulla. M.R. avvert un certo rancore, quella discussione le sembrava cos fredda, impersonale. Il filosofo-economista di Cambridge sosteneva che il suicidio  un atto volontario, mentre l'omicidio, per la vittima, non lo  mai: L'espressione inglese, self-murder, omicidio di s,  fuorviante.
Chi l'ha detto? Il suicidio  l'omicidio di s.
Ma cos' il suicidio? Esistono gradi della volont, come dell'azione. Non sempre il suicidio si compie in un singolo atto, magari si porta a termine in una serie, in una successione di atti, in un periodo di tempo...
Quella vivace discussione somigliava a una partita di pallavolo. I partecipanti si esprimevano in maniera cos ben articolata, si rimpallavano le opinioni con tale scioltezza, che quasi non si capiva, in senso strettamente letterale, di cosa stessero parlando.
 stato spesso osservato che in periodi di disordini sociali si verificano pochi suicidi. La sofferenza, se  collettiva, ci spinge alla vita. Siamo coinvolti in un dramma, e vogliamo sapere come va a finire.
S. Come per esempio nei campi di sterminio nazisti. Gli individui altrimenti inclini al suicidio - l'esempio pi celebre  Primo Levi - lottano per rimanere vivi.
M.R. ascoltava, con un lieve disgusto. Sembrava proprio un gioco, quel rimpallo di opinioni. I suoi ospiti sapevano quanto le loro osservazioni pungessero nel vivo, in quel momento, quella comunit accademica? Si sforz di parlare con calma - naturalmente doveva mostrarsi imparziale - anche se con la forchetta tracciava profondi solchi sulla tovaglia di lino, lo sguardo fisso sul tavolo.
Il suicida crede di avere il controllo della situazione, di esercitare la sua volont. Ma nel momento in cui agisce, perde quella volont. Diviene materia: un corpo. E se non riesce a uccidersi...
M.R. era conscia degli sguardi degli ospiti, sorpresi dalla sua improvvisa emozione.
Perch agli altri M.R. appariva cos, una persona che di rado alzava la voce, di rado rivelava - tradiva - le proprie emozioni!
La sua argomentazione non prevalse. Non concluse il discorso. Con suo sollievo, altri presero la parola.
Perch niente le pareva pi orribile della sorte toccata ad Alexander Stirk. Non essere n vivo n morto, ma esistere.
Nella palude, esistere.
Con il fango negli occhi, nel naso. Con il fango nella bocca, e le tue parole che si perdono.
Quante vittime al mondo, gettate via come immondizia, come rifiuti viventi. E quante donne, meri oggetti.
Il miracolo della sua vita, di cui non osava parlare con nessuno, era che in fondo l'angelo del Signore era venuto per lei.
All'ospedale non l'avevano lasciata morire. Si era aggrappata disperatamente a quell'appiglio: Se io sono Jewell, diventer grande. Diventer pi forte. Perch era Jedina, la sorella pi piccola, quella gettata via come spazzatura.
Non esistevano certificati di nascita delle sorelle Kraeck. Come se in realt non fossero mai venute al mondo.
M.R. pens: Dobbiamo partorirci da noi! Io sono forte abbastanza.
Era un fatto, M.R. era forte abbastanza. E ne andava fiera. Impulsivamente, mentre venivano portati via i piatti da dessert, e l'argomento dell'oppressione delle donne e delle bambine in Africa veniva ripreso, aggiunse che desiderava estendere alla regista K. e ai suoi collaboratori, agli altri registi e scrittori che avevano affrontato quel tema, l'invito a un convegno organizzato dall'universit in merito, da tenersi probabilmente nella primavera del 2004.
Torner? Anzi, le andrebbe di presiedere il convegno?
La regista - una bella ragazza dal viso pulito, la pelle ambrata, folti capelli ricci quasi a spazzola sulla testa perfettamente modellata - fiss M.R. con gli occhi sgranati e un sorriso sbigottito: quell'invito ricevuto dalla rettrice di una prestigiosa universit, formulato in modo cos spontaneo, era indubbiamente lusinghiero, e inaspettato. Certo, naturalmente, balbett sorpresa: Che magnifica idea!.
Al che M.R. aggiunse: L'universit  in grado di finanziare un convegno ambizioso come questo: possiamo permetterci compensi generosi. Non le chiediamo di sacrificare il suo tempo. Anzi, lei sar ospitata in qualit di ricercatore della facolt di scienze umanistiche, o forse di lettere. I dettagli li definiremo in seguito.
M.R. parl in maniera estremamente assertiva, come se lei e la giovane regista K. fossero sole e stessero conversando a quattr'occhi. Gli altri ospiti assistettero alla scena, perplessi.
M.R. evit intenzionalmente di rivolgere lo sguardo all'altra estremit del tavolo, dove S., il decano dei docenti, stava di certo ascoltando quel dialogo con stupore e riprovazione. Che atteggiamento irrituale! E inopportuno. M.R. non stava agendo come un rettore esperto, non aveva alcun diritto di prendere una decisione cos impulsiva e unilaterale, che se si fosse realizzata avrebbe coinvolto molte altre persone dell'universit. Con fanciullesco entusiasmo, M.R. chiese a K. se aveva un bigliettino da visita: Oppure... mi lasci nome e indirizzo e-mail, ci scriveremo.
S, certo...
Sono convinta che simili argomenti - etici, politici - siano pi efficaci se presentati con immagini visive, che colpiscono. Con dei documentari. Per far cambiare opinione alla gente bisogna far leva sulle emozioni. Solo le arti hanno questa capacit.
Mentre la giovane donna tirava fuori dalla tasca un taccuino, per scriverci su, M.R. aggiunse, in tono esuberante, rendendosi conto che tutti la stavano guardando come in attesa di qualcosa: Signori... spero che tutti voi torniate per questo convegno. Possiamo considerarlo una continuazione di quello tenuto quest'anno. E se non ci sono fondi sufficienti, in qualche modo... be', bisogner reperirli, provveder io stessa - voglio dire a reperire i fondi necessari - con il mio stipendio.  una retribuzione fin troppo cospicua per una donna sola, ne spendo sempre soltanto una piccola parte.
M.R. parlava concitatamente, in tono quasi allegro. Gli ospiti la guardavano con espressione interrogativa, mentre i colleghi dell'universit, che la conoscevano da anni, la fissavano muti, a occhi spalancati.
Finalmente la cena fin!
Finalmente M.R. pot lasciare il suo posto a capotavola, con i camerieri che andavano e venivano per servire quella cena interminabile, mentre qualche metro dietro di lei la porta della cucina si apriva e chiudeva di continuo, mettendola in agitazione.
M.R. si alz in piedi. Aveva bevuto un bicchiere di vino a stomaco quasi vuoto, e l'alcol le aveva dato alla testa, ma provava una sensazione piacevole, di sollievo dopo tanta tensione.
Gli ospiti cominciavano a lasciare discretamente Charters House. Era evidente che alcuni non vedevano l'ora di andarsene: la giornata era iniziata con la colazione al circolo dei docenti, dodici ore prima; altri si raccolsero intorno a M.R., nell'atrio, quasi restii a congedarsi, per ringraziarla della serata e stringerle la mano. Il gioviale ospite di Toronto osserv che Charters House era una magnifica dimora: Ma dev'essere un po' come vivere in un museo, vero?.
S e no. M.R. riflett prima di rispondere.
Be', naturalmente non ci vivo... Voglio dire, non abito in queste sale di rappresentanza, ma al piano di sopra. Ci sono gli appartamenti privati del rettore.
Che presunzione parlare di s come il rettore. Eppure non le sembrava corretto dire i miei appartamenti.
Il decano dei docenti, che conosceva bene la storia di Charters House, spieg, come in difesa di M.R., che l'ultimo rettore risiedeva spesso altrove, non ufficialmente; il predecessore di M.R. e la moglie si fermavano quasi sempre nella loro casa a un chilometro e mezzo da l. A dire il vero, la moglie di Leander non si  mai trasferita qui. Ma ovviamente interveniva alle cerimonie tenute a Charters House. Senza il suo aiuto lui non ce l'avrebbe fatta.
Davvero?
M.R. rise. La cosa la divertiva molto. E la entusiasmava: aver superato quella serata cos brillantemente le dava una segreta euforia; aveva affrontato, con la consueta disinvoltura, quell'abile messinscena; la donna del fango al piano di sopra in quell'orribile bagno; le lacrime che le rigavano il viso pieno di lividi, ed M.R. Neukirchen al piano di sotto, nel luogo che le si confaceva.
I miei predecessori - sin dalla fondazione dell'universit, nel Diciottesimo secolo - hanno avuto un evidente vantaggio, che io temo di non avere.
Sarebbe? Essere uomo?
No. Avere una moglie.
Alle sue parole fece eco una risata gioviale. Gli ospiti di M.R. si stavano accomiatando. Risuonarono gli ultimi saluti, poi la porta si chiuse.
A quel punto, d'un tratto, M.R. si sent esausta.
A quel punto, d'un tratto, M.R. si rese conto di non poter sopportare un secondo di pi la tensione, quella messinscena.
Ai domestici a portata di voce disse: Grazie! Siete stati tutti...meravigliosi.  andato tutto molto... molto... - cercava la parola giusta, come si cerca una monetina nella tasca - bene.
Non aveva la forza di andare in cucina a ringraziarli.
Il cuoco, i camerieri: li avrebbe ringraziati ed elogiati, M.R. elogiava sempre i dipendenti, ma non adesso. L'avrebbe fatto l'indomani.
Si volt rapida, evitando gli sguardi (preoccupati? interrogativi?) di eventuali presenti nell'atrio e si avvi per la scala principale.
Temendo di incespicare sui gradini, di perdere l'equilibrio, si appoggi alla ringhiera. Nella manica della giacca che le andava un po' larga aveva nascosto un fazzolettino di carta con cui di tanto in tanto durante la cena si era discretamente, o cos sperava, tamponata gli occhi, aveva l'impressione che le lacrimassero, e il labbro superiore, irritato e screpolato, come se la piccola ferita che si era procurata giorni prima non si fosse rimarginata e sanguinasse. E quel maledetto taglio sulla fronte, rivelatosi inaspettatamente profondo, e cos lento a cicatrizzarsi...
Mentre stringeva con vigore la mano all'ultimo ospite, il fazzolettino macchiato di sangue le era scivolato dalla manica ed era caduto per terra.
Nessuno se n'era accorto. A quanto pareva nessuno aveva visto. Non se n'era accorta nemmeno lei, si era gi voltata e avviata in fretta su per le scale. Il fazzolettino di carta macchiato di sangue che giaceva sul pavimento dell'atrio sarebbe stato raccolto da qualche domestico e buttato via con gli avanzi della cena.
Si svegli di soprassalto.
Dopo circa un'ora di sonno.
Subito dopo la cena di chiusura del convegno... quel senso di eccitazione, di nervosa esaltazione che segue una discussione stimolante... il pensiero di aver messo chiss dove il foglietto su cui la regista K. aveva appuntato il proprio nome e indirizzo e-mail.
Le promesse che aveva fatto a K., davanti a tutti quei testimoni!
Era stata davvero poco professionale, eppure... non era affatto pentita.
Sent il bisogno di leggere il foglietto e con l'improvvisa angoscia di averlo sbadatamente smarrito - mentre era impegnata a salutare gli ospiti che si accomiatavano -, scalza, in camicia da notte di flanella, ridiscese le scale - l'ampia, curva scalinata principale - e accese la luce nell'atrio: all'improvviso le ombre nelle grandi sale di rappresentanza balzarono all'indietro, il lampadario era enorme, con una dozzina di lampadine sfavillanti che simulavano la luce delle candele; M.R. si guard ansiosamente intorno, ma not solo le superfici lucide dei tavoli: com'era tenuta bene Charters House, e con quali costi per l'universit! Perch quell'antica dimora storica era un punto di riferimento della nazione, e ovviamente un fiore all'occhiello: solo temporaneamente era la residenza di M.R. Neukirchen.
Ho bisogno di una casa.  arrivato il momento: ho bisogno di una casa.
A K. avrebbe potuto spiegarlo. A un'estranea comprensiva, comunque a un'altra donna.
Ma non ad Andre, l'uomo che amava. Doveva solo sperare che il suo amante lo capisse, senza bisogno di dirglielo.
Nel lungo atrio non c'era nulla, nessun foglietto di carta appoggiato da qualche parte. Nella biblioteca sul retro, dove si erano radunati gli ospiti prima della cena, ma dove, lo ricordava, non erano pi tornati in seguito, sul pavimento accanto al camino scorse qualcosa... ma era solo uno stuzzicadenti sporco di sugo, che raccolse per gettarlo.
Non posso averlo perso. Devo averlo appoggiato da qualche parte...
Nella biblioteca con il soffitto dai travetti di legno c'erano una serie di luci che si accendevano da interruttori sulle pareti, M.R. cerc di accenderle ma non tutte si illuminarono. Poi, su una delle poltrone di pelle che somigliavano a pezzi degli scacchi, scorse un pezzetto di carta, lo afferr con ansia, lo avvicin alla luce e cerc di leggerlo...

Che sensazione frustrante, e strana! M.R. avrebbe voluto piangere, era ben decisa a mantenere la promessa fatta alla giovane regista...
Nella biblioteca di Charters House dopo la cena di chiusura del convegno. Una sera di aprile del 2003. La settimana precedente la dichiarazione ufficiale del Presidente degli Stati Uniti della fine delle operazioni militari in Iraq, anche se la rivolta degli iracheni continuava a estendersi e le operazioni belliche sarebbero sfociate nell'abisso di una guerra. Quella notte, troppo agitata per tornare a dormire al piano di sopra, in una nicchia della biblioteca, dietro una vetrinetta, M.R. scopr il fondo Dikes di Letteratura per l'infanzia: una dozzina di scaffali con edizioni rare di libri per ragazzi, donati nel 1959 a Charters House da un facoltoso ex allievo di quell'universit, tale Simon Dikes.
La vetrinetta aveva delle serrature, ma non erano chiuse.
Gli scaffali erano pieni di vecchi libri, volumi in latino che avevano l'aria di sbriciolarsi se fossero stati aperti, prime edizioni in francese, tedesco, inglese: Le favole di Esopo, Le favole di La Fontaine, La Barbe bleue, le fiabe francesi raccolte da Charles Perrault e quelle tedesche raccolte dai fratelli Grimm, Le storie di Hans Christian Andersen, numerose edizioni di Der Struwwelpeter di Heinrich Hoffmann, Racconti da Shakespeare di Charles e Mary Lamb, Il libro della giungla di Kipling, Une semaine de bont di Max Ernst, Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett, Alice nel paese delle meraviglie e Alice attraverso lo specchio di Lewis Carroll.
E l su uno scaffale, tra i classici americani - Il libro degli schizzi di Washington Irving, Il richiamo della foresta di Jack London, Huckleberry Finn, Tom Sawyer e Gli innocenti all'estero di Mark Twain -, c'era un volume illustrato fuori misura su cui non compariva il nome dell'autore, dal titolo Il Re dei Corvi. Racconti.
M.R. prese il libro dallo scaffale. Era un vecchio volume, sembrava rovinato dalle intemperie, come se fosse stato lasciato sotto la pioggia; le pagine erano friabili e odoravano di muffa. Il testo dai caratteri rozzi era inframmezzato da illustrazioni - a penna e inchiostro, anch'esse alquanto grossolane - che ritraevano una bimba in fuga in un'oscura foresta, con sullo sfondo confuse figure minacciose di animali selvaggi, esseri umani in agguato, demoni. La bambina aveva lunghi capelli biondi impigliati tra rovi e rami di alberi. Dal faccino delicato, a forma di cuore, non traspariva spavento, ma soltanto sorpresa e timore. La bimba scivolava su un pendio roccioso e finiva in una forra piena di fango. Sarebbe affondata tra le sabbie mobili se il Re dei Corvi - un magnifico uccello dalle piume nere, grande quanto un'aquila, con gli occhi fiammeggianti e gli artigli sfoderati - non fosse accorso a salvarla.
Rannicchiata vicino al davanzale della finestra, alla luce di una lampada che aveva sistemato in modo da leggere senza troppo sforzo le pagine consunte e ammuffite, M.R. sfogli il volume Il Re dei Corvi. Racconti, come rapita, per il resto di quella notte di aprile del 2003.

La bimba del fango ha una nuova casa
La bimba del fango ha un nuovo nome
Settembre 1965 - Settembre 1968
Sei una bambina molto fortunata, Jew-ell. Accidenti, spero proprio che tu te ne renda conto.
La signora Skedd sibil quelle parole a mezza bocca, in modo che solo Jewell potesse sentirle.
Jewell era sorpresa: quei nuovi genitori sembravano essersi materializzati dal nulla nella casa degli Skedd: i New-kitchen.
Per lei era un nome assolutamente misterioso, ed ebbe a lungo difficolt a pronunciarlo, anche quando vi si fu affezionata.
I New-kitchen avevano cominciato a far visita a Jewell a casa degli Skedd in estate. La palude, la mamma, l'ospedale: ormai sembrava passata un'eternit. E, pi di recente, il montanaro nel vialetto degli Skedd che la fissava, e che le aveva regalato la bellissima bambola bionda, ma anche quel ricordo ormai svaniva, come acqua gi per uno scarico.
Nemmeno uno scarico intasato riesce a trattenere l'acqua.
Quell'idea le era di conforto, la bimba del fango lo sapeva. L'aveva gi capito.
I New-kitchen si recavano a casa degli Skedd sulla Bear Mountain Road ormai da parecchi mesi, di solito la domenica, e Jewell di certo conosceva i loro nomi, eppure, ogni volta che la bimba veniva chiamata al cospetto della coppia nel soggiorno degli Skedd, la signora Skedd si premurava di ripeterle il loro cognome, come fosse la prima volta: New-kitchen.
E i loro nomi: A-ga-tha, Kon-rad.
Sorrideva, e si capiva che era stata una bella ragazza, fino a non molto tempo prima, quando non era ancora la signora Floyd Skedd che viveva laggi sulla Bear Mountain Road, in una vecchia e tozza casa dai muri catramati, a badare a una nidiata di marmocchi viziati, molti dei quali, maledizione, non erano nemmeno suoi, e le diceva, dandole di gomito: Vero che ti ricordi, Jewell, eh? Ti ricordi del signore e della signora....
Jewell annuiva timidamente. Era questo che ci si aspettava da lei.
Non poteva che rispondere s.
I New-kitchen erano una coppia sempre gentile e sorridente. Erano radiosi come il sole, i New-kitchen. Non erano vecchi, ma non sembravano nemmeno giovani. La signora New-kitchen indossava una gonna lunga e ampia che le arrivava alle caviglie, come il personaggio di un vecchio libro di fiabe, mentre il signor New-kitchen portava una giacca intonata ai pantaloni e un panciotto abbottonato stretto in vita. Poich i New-kitchen erano cos sorridenti e gentili, e rivolgevano domande su Jewell alle quali rispondevano loro stessi, e parlavano in continuazione come le persone alla TV - non quelli che urlavano arrabbiati, ma gli altri, che dovevano mostrarsi cortesi, sorridenti, simpatici e piacevoli, e che quando li ascoltavi, ma anche se non li ascoltavi, ti si chiudevano le palpebre - e poich all'epoca Jewell non riusciva a guardare troppo attentamente quegli estranei - non era una bambina che guardava attentamente gli adulti, per paura di quel che poteva scorgere in loro - quindi, poich non guardava i New-kitchen n li ascoltava, le veniva sonno, e si sforzava di non chiudere gli occhi e di rimanere sveglia, e comunque la signora Skedd le dava dei pizzicotti e le lanciava occhiatacce furtive come rasoiate. Maledizione Jew-ell non rovinare tutto.
La signora New-kitchen era una donna flaccida e grassoccia, con il corpo a forma di melone, il viso tondo come un melone, ed emanava un lieve odore dolciastro, proprio come un melone aperto e lasciato fuori dal frigorifero.
Spesso la signora New-kitchen era accaldata e sudata, e aveva il respiro affannato, gli occhi lievemente sporgenti, che parevano senza ciglia, dallo sguardo diretto e risoluto; guardando quegli occhi Jewell provava un'emozione che non avrebbe saputo spiegare, che la spaventava.
Il signor New-kitchen era poco pi alto della moglie, sembrava una grossa zucca, con un fisico robusto, una faccia larga e asimmetrica che pareva chiazzata, come un oggetto lasciato alle intemperie, anche lui aveva gli occhi un po' sporgenti, che parevano senza ciglia, dallo sguardo diretto e risoluto; anche quegli occhi la spaventavano, se li guardava con troppa attenzione.
Non potevo saperlo, c'era amore in quegli occhi.
In quegli occhi risplendeva l'amore per la piccola bimba del fango.
Non potevo sopportare quell'amore! Come poteva la bimba del fango sopportare quell'amore?
Altra cosa strana era la grande somiglianza tra i New-kitchen, si assomigliavano cos tanto che li si sarebbe scambiati per fratello e sorella pi che per marito e moglie, al contrario degli Skedd, cos diversi tra loro che nessuno li avrebbe presi per consanguinei.
Non era solo la forma dei loro corpi, del viso e degli occhi, il modo di parlare e i piccoli movimenti della bocca, delle mani e dei muscoli facciali, quelle risatine nervose, i mormorii tra s, il respiro corto, ma il fatto - gli Skedd lo trovavano molto divertente - che anche il loro cane, che si chiamava Polpetta, assomigliava a loro, era un incrocio di Labrador, grosso come un maiale pasciuto, timido e ritroso ma anche energicamente affettuoso, a quanto pareva per farlo felice bastava permettergli di leccarti mani, braccia e gambe con quella sua lingua morbida, flaccida e umida: aveva gli stessi occhi senza ciglia, lo sguardo bramoso, speranzoso e risoluto, che lasciava Jewell affranta e confusa, perch era uno sguardo a lei sconosciuto.
Scoprire questo amore significava sapere che non l'avevo mai conosciuto prima.
Era come essere finalmente sfamati, dopo aver sofferto cos a lungo la fame.
Com'erano strane quelle persone sempre cos simpatiche! E ancor pi misterioso era il motivo per cui chiedevano di vedere Jewell Kraeck.
Dei numerosi bambini dati in affidamento alla famiglia Skedd - tra i molti adottabili - la bimba del fango sembrava la meno adatta a essere scelta da una coppia ragionevole. Eppure, quando l'assistente sociale contatt per la prima volta gli Skedd comunicando l'interesse dei Neukirchen a adottare un bambino, specific che volevano vedere solo la povera piccola Kraeck, quella abbandonata dalla madre.
(Come se, comment in seguito la signora Skedd con una certa irritazione, chiunque dovesse conoscere Jewell e lei sapere di chi diavolo stessero parlando!)
Poi quell'estate la coppia cominci a venire a trovare Jewell, sempre rivolgendosi a lei con quegli strani sorrisi stampati in faccia, parlandole dolcemente, sorridendo incoraggianti; a volte le stringevano la manina inerte e remissiva, ponendole domande confidenziali che sembravano carezze - Oh, come stai, Jewell? -, a cui loro stessi si affrettavano a rispondere d'un fiato: Stai benissimo, Jewell! Come sei carina, come stai bene... con voci tremule che si affievolivano per l'emozione. La signora Skedd era tesa ed eccitata, sapeva che Agatha Neukirchen era bibliotecaria presso la sede di Convent Street della biblioteca comunale di Carthage - non che Livvie Skedd fosse mai entrata in una biblioteca comunale, ma su di lei un tale impiego faceva colpo - e che Konrad Neukirchen lavorava nel palazzo della contea di Beechum. (Tutto quel che riguardava il tribunale, o la contea, che aveva la supervisione dei Servizi sociali, suscitava diffidenza e apprensione negli Skedd, che, come tutti coloro che gestivano una casa-famiglia, temevano visite improvvise degli ispettori o dei funzionari della contea.)
Adesso tutti i bambini in affidamento erano invidiosi della bimba del fango! Perch i Neukirchen erano considerati persone speciali, diverse da quelle che si vedevano nei dintorni, e in generale l a Carthage. Solo a sentirli parlare - non importava se capivi quello che dicevano - avevi l'impressione di essere a scuola, dove le cose andavano prese sul serio.
Una volta, durante una visita dei Neukirchen, la signora Skedd dovette quasi trascinare Jewell gi per le scale per portarla nel soggiorno, dove la coppia l'accolse sorridendo; Jewell rimase con lo sguardo fisso a terra, come se la loro vista fosse accecante, al che la signora Skedd esclam: Jew-ell  un po' timida. Forse anche... un po' tarda. Non dico ritardata, ma....
La signora Neukirchen si affrett a replicare: No che non lo ! mentre il signor Neukirchen obiett: Non c' niente di male a essere ritardati, signora Skedd. Giusto perch lo sappia.
La signora Skedd rispose imbarazzata: Oh, s, lo so. Certo che lo so. Nella nostra famiglia noi accogliamo tutti... ogni tipo di... I bambini che prendiamo qui sono tutti ugualmente ben accetti. Senza sapere bene cosa stesse dicendo, s'interruppe, mordendosi il labbro. Vogliamo bene a tutti.
Asciugandosi i grandi occhi umidi senza ciglia, la signora Neukirchen disse: Un tempo, tanti anni fa, quando eravamo giovani, avevamo una figlia, una bambina nostra, nacque prematura, non ce la fece a crescere... i polmoni, il cuore....
Il signor Neukirchen le prese la mano. Seduti l'uno accanto all'altra sul divano affossato sotto il loro peso, i Neukirchen sembravano condividere lo stesso mesto ricordo, che il marito un attimo dopo allontan con un sorriso allegro: Siamo tutti figli di Dio, per cos dire. Quindi, ritardata o no, a noi non interessa.
Tutto questo mentre Jewell era tesa ad ascoltare, ma non i discorsi degli adulti.
Per tutta la mattina i corvi erano stati in fermento nella palude oltre la forra, e adesso le strida risuonavano pi forti ai margini della propriet degli Skedd, ma non si capiva se fossero di giubilo o di protesta, n si riusciva a distinguere il verso del Re dei Corvi.
La mamma  andata via? La mamma  morta? A Jewell non passava nemmeno per la testa di chiederlo.
Mamma verr a riprendermi? Era una domanda pi accettabile, ma non faceva nemmeno quella.
D'ora in avanti Dio ti protegger, Jewell.
Non si conosceva la data di nascita di Jewell Kraeck, n quella della sorellina pi piccola, Jedina Kraeck, cos i suoi genitori adottivi fissarono come data del compleanno il giorno in cui al tribunale della contea di Beechum si concluse il procedimento di adozione: il 21 settembre.
Anno presunto di nascita: 1961.
Adesso Jewell aveva una nuova madre e un nuovo padre. Una volta che i Neukirchen ebbero preso la loro decisione, le procedure per l'adozione filarono lisce, perch coloro che conoscevano la storia della bimba abbandonata provavano parecchia compassione e furono ben lieti che quella bella coppia di quaccheri volesse adottarla.
Diamine! Quella marmocchia  proprio fortunata. E grazie a noi!
Quell'ultimo giorno i signori Skedd, i loro figli e i bambini in affidamento si radunarono sul portico per salutare Jewell, che i coniugi Neukirchen erano venuti a prendere per condurla nella loro casa di Carthage, a pochi chilometri da l, ma per i bambini potevano essere anche mille chilometri, tanto non si sarebbero pi incontrati.
La mano stretta in quella umida e calda della signora Neukirchen, Jewell li fiss uno per uno con attenzione, come se volesse imprimerseli tutti nella memoria: quegli strani volti lividi e sorridenti sprofondarono presto nell'oblio, rievocati solo fugacemente in rapide immagini ipnagogiche che guizzavano davanti agli occhi di M.R. quando il sonno la coglieva esausta, per poi sparire all'istante. Ma in quel momento, mentre la bambina veniva condotta via per sempre da loro, con quale impeto agitavano le mani per salutarla! Come sembravano contenti per lei! Ogni occasione per salutare, schiamazzare, fischiare - quello che la signora Skedd chiamava un dannato casino - era buona. Sorridevano tutti eccetto la signora Skedd, che aveva il viso teso come una corda sul punto di spezzarsi, e gli occhi lucidi per le lacrime: Oh, merda, non voglio piangere, maledizione, questo  un momento felice.
La signora Skedd dovette rincorrere Jewell nel vialetto, e l'abbracci cos forte da farle male alle costole. Senza badare al fatto che la signora Neukirchen stringeva la mano della bambina, la signora Skedd l'afferr e la tir un attimo da parte. Poi arriv anche il signor Skedd, con un sorrisetto compiaciuto e ammiccante, che disse: Se non farai la brava bambina, Jewell, questi cari signori ti riporteranno qui. Ti scaricheranno nel vialetto. Capito?.
Sul sedile posteriore della macchina dei Neukirchen c'era un grosso cane che fremeva e uggiolava per l'eccitazione. Con occhi umidi e adoranti, si gett su Jewell leccandole con la morbida lingua umida il viso, le mani, le braccia e le gambe, facendole il solletico, e a lei, impaurita, sfugg una risatina stridula.
Anche Polpetta ti vorr bene, Jewell! Se glielo permetterai.
Meredith Ruth Neukirchen.
Era il suo nuovo nome. Non si chiamava pi Jewell.
Si ricordava solo vagamente di Jedina.
(Ma non rammentava dov'era andata Jedina. Non riusciva a riandare con la memoria cos indietro nel tempo, poich nemmeno quando era accaduta quella cosa sarebbe stata in grado di dire senza ombra di dubbio se fosse accaduta proprio a lei o all'altra; n avrebbe saputo dire se Jedina era lei, o l'altra.)
(Le bastava sapere che Jedina era scomparsa.)
Meredith Ruth Merry: Merry, cio Gioia, perch gioia devi portare.
Nella casa dei Neukirchen non si udivano le risa sfrenate che risuonavano dagli Skedd, e nemmeno le grida, lo schiocco dei ceffoni, lo sbattere delle porte, il rumore sordo dei passi sulle scale.
E neanche il cigolio dei letti striminziti delle femmine, le scazzottate tra i maschi.
Quando erano venuti a prenderla, lei non aveva quasi niente da portare con s. La signora Skedd aveva messo in una logora sacca qualche capo di vestiario ormai consunto dai tanti bucati. Un pettine di plastica rosa, qualche forcina di plastica. Dei lacci di scarpe spaiati che nessuno voleva.
La signora Neukirchen vuot la sacca sul letto, corrugando la fronte.
Ti compreremo dei vestiti nuovi, cara! Stai crescendo.
Era una cosa buona, crescere.
Sin da bambini ci si rende conto che bisogna crescere, altrimenti si sparisce.
Ormai la mamma stava sparendo. Come la sua rabbia, la sua indignazione.
La sua stretta, le dita di ghiaccio.
Perch adesso lei era Meredith Ruth Neukirchen, detta Merry, e abitava in una nuova casa, lontano, dove la mamma non poteva raggiungerla. Adesso non si svegliava pi la notte aspettando che la mamma apparisse ai piedi del letto.
E in quel posto nuovo all'alba i corvi erano meno numerosi. A volte, addirittura, Jewell - cio, Merry - non sentiva affatto le strida di quegli uccelli.
Perch i Neukirchen non vivevano in campagna ma a Carthage, in un quartiere residenziale. Non abitavano su una strada di scorrimento ma in un viale e, cosa strana, vicino c'erano altre case - per lo pi edifici di mattoni rosso scuro, arancione scuro, beige, con tetti spioventi di assicelle e stretti vialetti d'accesso lastricati che conducevano a un garage sul retro con un solo posto macchina - cos simili a quella dei Neukirchen da non poterle distinguere, se non per il fatto che nel giardino dei Neukirchen c'era un groviglio di fiori dai colori vivaci e cespugli fioriti, alcuni veri, altri finti, comprati al negozio. (A volte la signora Neukirchen piantava dei gerani veri in mezzo a quelli finti, i cui petali d'un rosso vivido non si scurivano e non cadevano mai.) Su Mt Laurel Street c'erano alberi di alto fusto che facevano ombra, le altre propriet erano molto pi piccole del disordinato e vasto giardino sul retro degli Skedd, e non c'era nessuna forra.
Adesso  questa la tua casa, bambina cara. Mount Laurel Street numero 18, Carthage, stato di New York: non dovrai andartene mai pi.
Il signor Neukirchen fece tale dichiarazione con la sua voce affabile e profonda come quelle della radio, un po' alta, formale.
Oh, Konrad! Ma cosa dici! Certo che nostra figlia andr via, un giorno, non prima di molti anni, speriamo, ma... un giorno... e se siamo molto fortunati Merry torner a vivere a Carthage, perch qui sar stata molto felice.
La signora Neukirchen pronunci quelle parole in tono concitato, assertivo. Malgrado i gesti solenni e affettati, spesso quando parlava sembrava che avesse appena fatto di corsa una rampa di scale.
Per favore, bambina cara, vuoi imparare a memoria il tuo nuovo indirizzo? Nel caso ti dovessi perdere.
Oh, Konrad! Ma cosa dici!  ben difficile che nostra figlia si possa perdere, cos presto...
Non intendevo presto, Agatha. Voglio dire - be', che volevo dire? - con il tempo.
Il tempo era un argomento di insolito interesse per il signor Neukirchen, che ogni mattina cronometrava il tragitto di andata e ritorno dal lavoro: una camminata veloce di ventisei minuti esatti. (Anche se il passo del signor Neukirchen non si poteva definire proprio veloce.)
Il tempo era l'argomento di molti libri economici - romanzi di fantascienza - che il signor Neukirchen leggeva in soggiorno seduto sulla poltroncina accanto al camino. Viaggio nel tempo. I paradossi del tempo.
Per esempio, Meredith: se viaggiassi nel tempo in un momento precedente la tua nascita, ti ritroveresti in un mondo in cui non esistevi; ma se tornassi indietro in un momento in cui eri gi nata, ti ritroveresti in un mondo dove esiste una tua gemella pi piccola! Pensa un po'.
Se capitava che la signora Neukirchen lo ascoltasse, invariabilmente esclamava: Oh, Konrad! Non confondere la nostra bambina con i tuoi ridicoli paradossi! Non starlo a sentire, Meredith, Merry.  solo uno dei suoi rompicapi.
Se Polpetta ritrovasse il Polpetta, diciamo, della scorsa settimana, immagina come si metterebbe ad annusare e a uggiolare! I cani hanno sensi molto pi sviluppati degli esseri umani, da questo punto di vista.
In cucina, la signora Neukirchen scoppi a ridere.
Il senso dell'olfatto di un cane  di gran lunga pi sviluppato di quello di un essere umano. Il signor Neukirchen si rivolse con gravit alla figlia, con un dito sul grosso naso bitorzoluto dalle larghe narici scure, da cui fuoriuscivano peli ispidi, come quelli che aveva sulle orecchie. Sai cos' il senso dell'olfatto, Meredith?
La bimba non lo sapeva. Ma indovin: L'odorato.
S! Assolutamente esatto! Il signor Neukirchen grid all'indirizzo della moglie in cucina: La nostra bambina  molto intelligente, Agatha!.
La signora Neukirchen replic in tono entusiasta e fanciullesco: Certo che lo , Konrad. Ed  anche molto carina.
D'improvviso nel corridoio si ud il suono argentino d'uno scampanio: un orologio? Quello del nonno del signor Neukirchen, che lui aveva ereditato dai genitori. Ogni volta che udiva quel suono - delicato e singolarmente nitido - il signor Neukirchen si fermava a grattarsi la barbetta. Disse gravemente alla figlioletta: Sai, Meredith, il tempo sana tutte le ferite. S'interruppe, aggrottando la fronte. O meglio: il tempo non sana tutte le ferite, ma, sicuramente, alcune ferite. Proprio cos, bambina cara.
Nei primi tempi, la piccola trovava strano quel particolare modo di parlare tra loro dei Neukirchen, tra l'allegro e il canzonatorio, il serio e il concitato. Sembrava che il signor Neukirchen volesse sempre far ridere la signora Neukirchen: quella donna aveva una risata calda e pronta, era un piacere sentirla. Ben presto, la loro figlioletta adottiva impar a imitare quella risata sonora, entusiasta e fanciullesca.
Che differenza con gli Skedd, che quando si rivolgevano l'uno all'altra sembrava si stessero scazzottando, e avevano un modo di ridere che feriva i timpani. I Neukirchen non alzavano mai la voce con nessuno, erano sempre gentili, se gli Skedd li avessero sentiti si sarebbero sganasciati dalle risate. Quando il signor Neukirchen chiedeva un favore, diceva: Scusa, posso darti l'incomodo... e, una volta che si era acconsentito alla sua richiesta, replicava cortesemente: Grazie infinite. La signora Neukirchen si comportava esattamente allo stesso modo, solo che spesso aggiungeva un bacio sulla guancia. Il mio caro marito, La mia cara moglie, La mia cara figlioletta: pronunciavano quelle frasi in tono scherzoso, volevano far sorridere ma non erano battute.
Mentre a casa degli Skedd si scambiavano quasi solo battute che non facevano ridere, dai Neukirchen si dicevano cose divertenti che non erano battute.
La mattina presto dei giorni feriali il signor Neukirchen si recava a piedi, col suo passo lento ma regolare, al palazzo della contea di Beechum, dove ormai da duecento anni era a capo del Dipartimento Servizi Futili, frase che la signora Neukirchen doveva tradurre all'eventuale ascoltatore sconcertato: Dipartimento Servizi Pubblici.  un incarico di grande responsabilit!.
 vero: se non fosse per me si spegnerebbero tutte le luci della contea di Beechum. E l'acqua non scorrerebbe pi, eccetto quella delle fogne. Ma il mio non  un lavoro di responsabilit quanto il tuo, cara Agatha. Tu ti occupi del pi meraviglioso dei regni: quello dei libri.
I Neukirchen avevano un grande rispetto per i libri. Secondo la stima del signor Neukirchen (o forse scherzava?) c'erano 11. 677 volumi e mezzo sparsi per i due piani della casa, nel solaio e nel seminterrato. Libri ammucchiati su scaffali alti sino al soffitto, alcuni orizzontali, altri in doppia fila, uno dietro l'altro, di cui non si vedevano i titoli. Accanto a copie rilegate in pelle dell'Iliade e dell'Odissea, L'opera completa di Shakespeare e libri di autori quali Sir Walter Scott, Charles Dickens, Wilkie Collins, George Eliot e Thomas Hardy, c'erano volumi economici, scaffali interi di romanzi gialli, polizieschi e di fantascienza, dai titoli quali La guerra dei mondi, Io, robot, Cronache marziane e Crociera nell'infinito. C'erano opere di consultazione di ogni sorta: Il libro dell'anno del 1952, 1955, 1959, 1964; l'Enciclopedia britannica e copie sparse dei Time-Life Books; un'intera parete dedicata a opere di filosofia, da Abelardo a Zoroastro, tomi di Platone, Swedenborg, John Stuart Mill, Kant, Hegel, Cartesio, Agostino, Tommaso d'Aquino, Jean-Jacques Rousseau. Uno scaffale era riservato a volumi antichissimi che avevano l'aria di non venire aperti da decenni - come il Diario, lettere e sermoni di George Fox - frammisti a libri pi nuovi dai titoli quali Storia della Societ degli Amici, Il patrimonio spirituale dei quaccheri, Dire la verit al potere. Accanto alla poltroncina del signor Neukirchen, che aveva assunto la forma del suo corpo massiccio, erano ammonticchiate altre cataste di libri da leggere, per lo pi opere di filosofia, storia, quelle che lui definiva di elevazione morale, e qua e l qualcosa di meno impegnativo, come I racconti umoristici raccolti da Mark Twain, Il libro della calunnia di H.L. Mencken, e edizioni economiche dei gialli di Ellery Queen, Agatha Christie, Cornell Woolrich. Ai piedi della poltroncina della signora Neukirchen, uguale a quella del marito e posta all'altro lato del camino, c'erano volumi biografici e romanzi per lo pi di scrittrici - Pearl Buck, Edna Ferber, Taylor Caldwell -, libri di giardinaggio, di cucito e di cucina; e naturalmente c'erano libri per l'infanzia, sia nuovi che usati, alcuni presi in prestito dalla biblioteca dove lavorava.
Merry! Guarda cosa ho portato annunciava la signora Neukirchen tutta eccitata, sventolando un libro dalla copertina illustrata: Il vento tra i salici, Le avventure di Peter Rabbit, I racconti di Mamma Oca, Heidi. Li leggiamo stasera prima di dormire.
Spesso la bimba vedeva i genitori baciarsi: non in modo sensuale o spinto, sulla bocca, ma con un bacio lieve, sulla guancia, e un sorriso; e se la vedevano le facevano segno di avvicinarsi, con le braccia aperte: Merry, vieni! Fatti dare un bacio.
Ma lei non si avvicinava: non voleva essere baciata.
Si copriva il viso. Scappava a nascondersi. Indietreggiava, lo sguardo fisso, muta, disgustata: quegli estranei si comportavano in modo cos stupido, si credevano chiss chi.
Io non sono Merry. Sono Jewell.
Merry, vieni qui! Corri!
 meglio che ti sbrighi, Merry: i baci non aspettano!
E cos, suo malgrado, con un risolino nervoso, si avvicinava remissiva, a passo esitante.
Correva verso i Neukirchen, che si chinavano ad abbracciarla.
Si avvicinava cos: remissiva e a passo esitante, per farsi baciare.
Se ti guardi dentro, Meredith, non ti accadr mai nulla. Perch la luce del Signore dimora in noi.
I Neukirchen si riferivano a loro stessi come Amici - membri della Societ degli Amici, il movimento religioso di cui facevano parte - anche se a Carthage non c'era un luogo di culto per loro. Il pi vicino si trovava a Watertown, a oltre dieci chilometri.
Cos lontano! Ai Neukirchen non piaceva percorrere in macchina tutta quella strada.
In particolare, ad Agatha non piaceva guidare. Prendere la patente era stata una brutta esperienza - aveva ventinove anni, era stato Konrad a insegnarle a portare la macchina - e non si sentiva sicura; andava troppo piano, e gli automobilisti le strombazzavano di continuo; se era costretta a stare al volante per un po', a causa dell'artrite cominciavano a farle male schiena, collo e braccia.
E non le piaceva guidare con Konrad, che era abile:  cos aggressivo!  impressionante come un brav'uomo si trasformi quando  alla guida.
Comunque, i Neukirchen non andavano alle funzioni religiose degli Amici. Non valeva la pena imbarcarsi in un simile viaggio per starsene seduti immobili, senza parlare (a Konrad invece piaceva cos tanto conversare). Li aveva sposati un pastore quacchero della Keene Valley, negli Adirondack, sul finire di un'estate, e quella era stata l'unica volta che avevano partecipato a una funzione religiosa.
Il pastore pronunci poche parole: il rito degli Amici  breve. Ma chiese se qualcuno avesse da dire qualcosa contro questa unione, e subito dopo ci fu un gran trambusto: uno stormo di oche canadesi si lev in volo su un lago l vicino, starnazzando e sbattendo forte le ali. Scoppiarono tutti a ridere, ma d'un riso nervoso. Non so perch, ero cos... cos imbarazzata.
Konrad rise. Be', io no. Non lo ero nemmeno un po'. Se Dio avesse voluto mandarci un messaggio per dirci che non approvava la nostra unione, di certo l'avrebbe fatto in modo meno buffo.
Konrad era stato educato alla fede quacchera, mentre Agatha si era convertita. Erano devoti agli ideali e all'etica quaccheri; Konrad credeva poco in Ges Cristo, del quale aveva predicato il fondatore del movimento quacchero, George Fox, e Agatha era indecisa.
Erano entrambi convinti che la Societ degli Amici fosse l'unico gruppo religioso al quale potevano aderire, poich non richiedeva eccessiva devozione e non dava particolare importanza al peccato originale - in realt, a ogni tipo di peccato. Per loro il pacifismo - che Konrad considerava un istinto pi connaturato all'uomo dell'aggressivit - era un fatto puramente logico, come lo era l'obiezione di coscienza. Konrad ammirava George Fox per il coraggio di dire la verit al potere in circostanze pericolose, poich era finito numerose volte in prigione durante i lunghi anni della sua predicazione, e aveva rischiato spesso la vita, pur non essendo particolarmente attratto da tali dimostrazioni di coraggio, e comunque non avendo alcuna propensione al martirio. Credeva sinceramente che Dio fosse un concentrato di straordinario buon senso, che non aveva niente a che fare con la cieca obbedienza allo stato, n tanto meno lo si trovava nelle chiese, nei rituali o nei luoghi sacri: Quando avrai bisogno di Lui, Dio verr da te. Non devi fare chilometri per trovarLo.
E aggiungeva: Dio  gi in te, Meredith! Dio  la Gioia che  in te: la piccola scintilla della tua anima. Pensa a Dio in questi termini, e Lui ti sar amico per tutta la vita.
Ogni religione era un percorso alla ricerca di Dio, quindi bisognava rispettarle tutte.
Per quanto - si sentiva in dovere di aggiungere Konrad - alcune religioni erano pi degne di rispetto di altre.
Per esempio, tutte le razze canine appartengono alla specie Canis familiaris, ma non tutti i cani sono uguali. Capisci?
Konrad fece l'occhiolino alla bimba che lo fissava con un sorriso perplesso. Se pure si accorgeva che lei si torceva convulsamente le mani in grembo, non diede segno di aver visto; Konrad non era il genere di padre che vuole dimostrare alla propria figlia di conoscerne a fondo il cuore. Agatha, che aveva sentito, interloqu: Basta, Konrad! Non confondere la bambina con i tuoi sciocchi paradossi.
Non devo?
Certo che no! La nostra bimba  molto piccola, lo sai.
Quanto molto piccola?
Meredith rise nel suo modo entusiasta, chiedendosi se si aspettavano da lei una risposta.
In realt ignorava quanti anni avesse. Presumibilmente ne aveva sei, perch tanti ne aveva Jewell Kraeck. Ma nemmeno quella supposizione era una certezza.
Be', se non riusciamo a stabilire quant' piccola, possiamo ipotizzare di sapere cosa sia un paradosso?
La bambina continuava a guardarli sorridente, gli occhi spalancati che fissavano ora il padre ora la madre. Sapeva che, se non avesse risposto, lo avrebbero fatto i Neukirchen; non avrebbero continuato a parlare di un argomento che chiaramente la confondeva, n a guardarla se si fossero accorti che quelle domande la mettevano a disagio.
Un paradosso  - cosa? - un para-osso...
Non dire sciocchezze, Konrad!
Un paradosso  una specie di enigma, e la gente sbaglia quando pensa di dover risolvere gli enigmi, poich la loro vera essenza sta nel fatto che gli enigmi non si possono risolvere.
Be', s. Forse.
Certo, Agatha.  cos. Un paradosso non va risolto, e non bisogna nemmeno capire cosa cerca di dire: con un paradosso si pu solo convivere. Ci si vive.
Dai Neukirchen era possibile convivere con i paradossi.
In quella casa era possibile convivere solo con i paradossi.
Perch lei non li amava! Si sentiva sola nella casa di mattoni scuri di Mt Laurel Street, malgrado gli sforzi di Agatha, di Konrad e di Polpetta, malgrado gli scaffali traboccanti di libri che attiravano la sua attenzione come piccole anime ridotte al silenzio, come in un mausoleo, e la esortavano: Aprimi! Leggimi!.
Perch, forse, la donna che era stata la sua mamma - la donna che era ancora la sua mamma - aveva nascosto nel suo cuore una specie di subdolo vermiciattolo di cui non era facile liberarsi. Proprio quando si era convinta che la mamma fosse svanita e dimenticata, quella stessa notte fece un sogno che la lasci tutta sudata e tremante, poich le fu chiaro - dovette esserle chiaro - che la sua nuova mamma e il suo nuovo pap non erano cristiani ma emissari di Satana, come tutta la gente della citt e del tribunale che aveva rapito le figlie a Marit Kraeck, costringendola a prendere misure drastiche per proteggere la loro anima. Cos diversa dai Neukirchen, che ignoravano cosa fosse la vita.
La signora Skedd ne avrebbe riso: i Neukirchen erano dei sempliciotti, degli stupidi grassoni! Potevano anche vivere in una dimora lussuosa (la signora Skedd non aveva mai visto la casa dei Neukirchen) e fare strani lavori (l'unico termine di paragone che la signora Skedd aveva riguardo al lavoro altrui era il proprio: madre affidataria di una nidiata di poveri disgraziati, reietti, ritardati e monelli). Tutte quelle patetiche smancerie sull'amore, i baci, e quella maledetta cortesia, come quegli stupidi alla TV. Nemmeno il signor Skedd era un tontolone, capiva che erano tutte stucchevoli fesserie: Stronzate!.
Al tempo stesso, li amava. Certo che li amava.
S, Agatha e Konrad erano stupidi, sdolcinati, sempre pronti a sbaciucchiarsi, a sbaciucchiare lei: li amava per questo. O, almeno, desiderava tanto poterli amare.
Erano gentili, divertenti, intelligenti; a vederli, non si sarebbe detto quanto fossero intelligenti; e non gridavano mai, non davano spintoni, pizzicotti, non sghignazzavano.
Nemmeno quando rimproveravano Polpetta, che coi suoi modi sbadati da cane lasciava impronte di sporco per casa, o anche peggio, nemmeno allora gridavano, davano spintoni o pizzicotti.
Per favore! Prova a chiamarci pap e mamma, se ci riesci. Magari non subito, ma... con il tempo.
S! Ogni cosa a suo tempo.
S, ci avrebbe provato. Presto.
Perch doveva mettersi in testa che non era Jewell: era Meredith Ruth. Non si chiamava Kraeck ma Neukirchen. Presto sarebbe andata a scuola: avrebbe frequentato la prima elementare all'istituto di Convent Street.
Com'era eccitante la prospettiva di andare a scuola! L'altra, Jewell, non ci era mai andata perch la mamma non si fidava delle scuole, cos come non si fidava di quelli che avevano a che fare con il governo.
Ma adesso non viveva pi con quella madre nella baracca cadente dietro la stazione di servizio della Gulf a Star Lake, cos come non viveva pi nella casa tozza dai muri catramati degli Skedd a Bear Mountain Road: adesso abitava a Carthage, in Mt Laurel Street. Non divideva la stanza con nessuno, nemmeno con un'altra bambina: aveva un letto tutto per s. Aveva una stanza con una carta da parati verdina con dei coniglietti bianchi che saltellavano, e un lettino con la spalliera bianca e una coperta lavorata all'uncinetto dalla signora Neukirchen di un arancione che metteva allegria. La sera, prima che si addormentasse, la signora o il signor Neukirchen le leggevano dei libri che lei stava imparando a leggere anche da sola: volumi illustrati, con animali parlanti, bellissimi! Aveva parecchie bambole, anche se nessuna speciale come quella bionda con il vestito di raso, dei pupazzetti di peluche, un piccolo com in lucente legno d'acero e nei cassetti degli abitini acquistati appositamente per lei, e altri appesi nell'armadio: vestiti, gonne. Aveva una camicia da notte di flanella con dei gattini disegnati, che non sarebbe mai stata messa in lavatrice insieme ai panni di altri, n indossata da un'altra bambina. Aveva una piccola scrivania, e una sediolina. Adesso che era Meredith Ruth sembrava sapere che un tempo, in quella stanza, forse in quello stesso letto, c'era stata un'altra Meredith Ruth, che se n'era andata dalla casa dei Neukirchen ma il cui spirito vi aleggiava.
E con quello spirito - con quell'altra bambina dispersa, un'altra naufraga - lei poteva vivere, cos come viveva con se stessa. S, sarebbe vissuta con lei.
Dammi la mano, Merry! Soprattutto quando attraversi la strada.
Presto avrebbe compiuto sei anni, o cos si pensava. Appariva meno sviluppata degli altri bambini di quell'et, ma sapeva gi leggere abbastanza bene; e il signor Neukirchen le aveva anche insegnato le operazioni aritmetiche.
E cos, grazie ai documenti prodotti dai servizi sociali della contea di Beechum e a un certificato di nascita sostitutivo rilasciato dall'anagrafe della contea, nell'autunno del 1968 Meredith cominci a frequentare la scuola elementare di Convent, che si trovava a soli quattro isolati dal civico 18 di Mt Laurel Street.
Agatha l'accompagnava a piedi, il tragitto le veniva comodo perch la biblioteca dove lavorava, un edificio in pietra, distava un solo isolato dalla scuola. Aveva cominciato a lavorare a ventidue anni, nel 1955; all'epoca non prestava servizio in quella piccola sede distaccata ma nella biblioteca centrale, in centro.
Agatha aveva raccontato con grande gioia a Meredith come aveva conosciuto il signor Neukirchen. Glielo ripeteva spesso, con l'aria di chi non si stanca mai di raccontare storie allegre.
Erano otto mesi che lavorava nel bellissimo tempio in pietra calcarea della biblioteca gi in citt, nella sala consultazione, quando si era presentato il giovane e appassionato Konrad Neukirchen, chiedendo di esaminare le collezioni speciali conservate negli archivi riguardanti la storia della Black Snake Valley dal Diciassettesimo secolo al Novecento. Tuo padre era cos affascinante. E aveva modi - come adesso - piuttosto autoritari e imperiosi.
Sin dal primo incontro tra loro era scattato qualcosa: Come una scintilla. Ma naturalmente io ero timida... Non ero mai uscita con un ragazzo o con un uomo prima d'allora.
Tre mesi, due settimane e un giorno dopo essersi conosciuti, Agatha e Konrad Neukirchen convolarono a nozze tra lo stupore e (in una certa misura) la disapprovazione dei loro conoscenti.
All'epoca Agatha aveva ventitr anni. Non aveva alcuna esperienza in fatto di uomini, sapeva di dover ridere - un riso concitato, nervoso - praticamente a ogni frase pronunciata da quel giovane loquace, divertente o no che fosse; da parte sua, nemmeno Konrad aveva esperienza in fatto di donne, malgrado i suoi modi affettati, ma era convinto di non dover nemmeno sfiorare Agatha, in maniera innocente, o per caso, nel timore di offenderla. Naturalmente non avrebbe mai provato a baciarla senza chiederle il permesso.
Come abbiamo fatto a superare tutte queste sciocchezze, non lo so. Un giorno ci siamo svegliati - voglio dire, ciascuno a casa propria - e io mi sono resa conto: Oh! Lo amo! E lui, a sua volta: Oh! La amo.  stato molto semplice.
Per c'erano degli aspetti di Konrad Neukirchen che lasciavano perplessa Agatha.
Il fatto che si definisse un amico, intendendo con quella parola Amico, cio un quacchero.
E il modo in cui le confid, con fare misterioso, mettendosi un dito sulla bocca, come a imitare qualche parente pi anziano, che i Neukirchen, nessuno escluso, avevano una debolezza segreta.
Che intendi per debolezza segreta'? gli chiesi, e lui rispose: Che segreto sarebbe, cara Agatha, se lo rivelassi?.
A volte, quando era sola con Meredith, mentre l'accompagnava alla scuola elementare di Convent, Agatha parlava in tono affettuoso e malinconico, a voce bassa, della bimba venuta al mondo prematura, che non ce l'aveva fatta a vivere.
Ma l'anima di Merry dimora nella luce, da qualche parte. Certo, non possiamo conoscere i dettagli, ma questo lo sappiamo.
La madre strinse forte la mano a Meredith. Respirava affannosamente tra le labbra socchiuse.
Meredith evitava di guardare il morbido viso tondo della donna che le camminava accanto, aveva paura di quel che poteva scorgervi.
Meredith vide una luce confusa - anzi, delle luci - e in mezzo delle figure indistinte, simili a bianchi coniglietti che giocavano in un prato verdino. Una di quelle figure era Merry, ma non sapeva quale.
Agatha camminava con una lentezza esasperante anche per una bambina. Come una bimba birichina, Meredith avrebbe voluto divincolarsi dalla mano di quella donna ansimante e mettersi a correre, fuggire via, per uno di quegli angusti vialetti che si aprivano tra le case di mattoni tutte uguali e attraverso i giardini sul retro, e poi... dove? dovunque, lontano da l. Era sin troppo agile per finire in una forra e rompersi una caviglia o quel maledetto collo - come diceva la signora Skedd - e se i corvi le avessero rivolto i loro richiami non avrebbe avuto paura. Ma naturalmente Meredith non si sarebbe mai comportata in maniera cos sfrenata e maleducata, come facevano i bambini che aveva conosciuto a casa degli Skedd.
Con i vestitini nuovi che la signora Neukirchen le aveva comprato, o cucito con le sue mani, i calzini bianchi e le scarpette di vernice nera, Meredith Ruth Neukirchen non era una bambina maleducata, mai. Meredith Ruth era una bimba sveglia e intelligente, dolcissima, anche se un po' silenziosa, che si mordicchiava il labbro.
Ben diversa dai bambini che aveva conosciuto a Star Lake. Del tutto differente dai bambini che vivevano nella famiglia affidataria, e che all'improvviso scappavano di casa, dal giardino sul retro e lungo la forra; lo facevano tutti, i bambini in affidamento e i figli degli Skedd, ragazzini turbolenti, insolenti, irrequieti come animaletti chiusi in gabbia.
Davano sfogo alla propria energia per divertirsi. Era pi forte di loro.
Accendevano fiammiferi sul ciglio della forra. Cominciavano i ragazzini pi grandi, subito imitati dai pi piccoli, ma non Jewell, lei mai. Rubavano le scatole di fiammiferi della signora Skedd da dietro la cucina a gas, li accendevano e li facevano cadere nella forra profonda venti metri.
Se la fiamma non si spegneva, Jewell scappava via spaventata. Gli altri si inerpicavano lungo la forra, gettando pietre di sotto, senza prestarle attenzione; e lei non faceva la spia alla signora Skedd, che guardava la televisione stravaccata sul divano in soggiorno, con una lattina di birra in mano.
Chi ? Sei Jew-elle? Vieni qui, cara, fatti abbracciare.
Ormai Meredith non ricordava pi quei giorni. Non voleva. Avrebbe tanto voluto che la signora Skedd fosse carina con Lizbeth come lo era con lei, quando diceva:  proprio un peccato che non sei figlia mia, anche se, merda, credo che se lo fossi saresti una teppista come Lizbeth.
Meredith camminava irrequieta accanto ad Agatha, e anche impensierita. Perch sapeva - l'aveva sentito - che Konrad era preoccupato per la sua cara moglie, che aveva problemi a camminare, pur essendo ancora giovane (aveva poco pi di trent'anni), e a volte aveva bisogno di un bastone, per via di una dolorosa artrite alle anche.
Meredith aveva visto le gambe di Agatha, grosse e solcate da vene simili a corde. Le calze opache le avvolgevano come bende, e ai piccoli piedi portava scarpe con i lacci e le suole di para.
Agatha faceva smorfie di dolore e si lamentava dell'ar-tri-te, ma in tono allegro, come chi si lamenta del tempo. Agatha era quasi sempre di buon umore. Era la sua natura, cos come Polpetta aveva una natura canina allegra (sebbene anche le sue zampe si stessero indebolendo: Polpetta non era giovane, pi che camminare si trascinava, e perdeva il pelo ovunque strusciasse). Agatha amava il suo lavoro alla biblioteca di Convent Street. Anche se non aveva un buono stipendio - cos affermava Konrad - le piaceva la tranquillit di quel vecchio edificio rivestito di ciottoli. Le piaceva dare in prestito gli stessi libri, anno dopo anno, e rimetterli a posto, le piacevano le colleghe, pi o meno sue coetanee, corpulente come lei e dall'indole simile alla sua, e amava conversare con i frequentatori abituali della biblioteca, per lo pi donne, salvo un piccolo plotone di pensionati, tutti gentiluomini, che adoravano Agatha Neukirchen.
A volte, quando il lavoro languiva, Agatha sferruzzava, o lavorava all'uncinetto, o addirittura si cimentava nel cucito. Era abile e veloce con l'ago. Le piaceva confezionare da s abiti, comodi e larghi in vita, e gonne lunghe e ampie, perch non si sentiva a suo agio con i vestiti acquistati nei negozi. (Pi il negozio  elegante, pi ti fanno sentire a disagio!) Quando usciva, Agatha indossava gonne lunghe fino alla caviglia che le conferivano un'aria dignitosa e composta: Konrad la definiva regale. Portava camicette con rouches e merletti, ornate da curiose vecchie spille e collane che Konrad le regalava a sorpresa. Aveva capelli di un bel castano lucente come quelli di una ragazza, che fermava dietro le orecchie e sulla fronte liscia con mollette di tartaruga. Nella stanza della figlia sedeva sul bordo del letto che cigolava sotto il suo peso, a pettinare e spazzolare i capelli della bimba che apparivano meno lucenti dei suoi, una chioma rada che tendeva a incresparsi e aggrovigliarsi.
Oh! Scusa se ti tiro i capelli, Merry! Ti prometto che non accadr pi.
Poi le leggeva qualcosa. C'era un'infinita raccolta di libri per l'infanzia, molti bellissimi, che aveva comprato o preso in prestito dalla biblioteca appositamente per la figlia; Merry preferiva i libri con gli animali parlanti e quelli in cui si narrava di bambine, come l'Alice di Alice nel paese delle meraviglie, i cui capelli arruffati delle illustrazioni somigliavano ai suoi.
Agatha evitava di leggere i brani pi inquietanti del libro di Alice. Non le piacevano i brani inquietanti, in nessun libro, per l'infanzia o per adulti.
Quando leggi un libro ci entri dentro, e l sei al sicuro.
Mentre leggeva ad alta voce a sua figlia, Agatha seguiva lentamente con l'indice le lettere stampate a caratteri grandi, in modo che, senza quasi rendersene conto, la bimba cominci a leggere con lei, a riconoscere le parole familiari perch Agatha le aveva gi lette, o a ricordarle.
Era cos facile leggere, se non ci si sforzava. Se si lasciavano scivolare le parole nella testa.
Le letture prima di dormire finivano a una certa ora. Nel primo anno a casa dei Neukirchen, alle 20,30.
Nell'ingresso al pianoterra, sotto la stanza della bambina con la carta da parati con i coniglietti e il letto dalla testiera bianca, c'era lo splendido alto vecchio pendolo del nonno, che il signor Neukirchen diceva fosse uno Stickley.
Quando non riusciva a prendere sonno, Meredith ascoltava il tranquillo ticchettio di quell'orologio e i suoi rintocchi dolci, nitidi, tranquillizzanti - il pendolo batteva anche i quarti d'ora (con un solo rintocco) -, un suono bellissimo per quanto inquietante - a volte - perch i rintocchi si susseguivano di continuo, e non lo si poteva fermare.
Allora faceva un esperimento: quando sentiva il primo rintocco, contava gli altri - uno, due, tre, quattro - provando a indovinare quando si sarebbero fermati, ma spesso continuavano - cinque, sei, sette, otto - come in un rimprovero.
Meredith esaminava l'orologio affascinata: il lungo pendolo di ottone che oscillava lentamente con movimento languido, e che ogni tanto rallentava e smetteva di funzionare. Il signor Neukirchen sapeva aggiustarlo, mentre sua moglie professava la pi assoluta ignoranza in materia, e non lo toccava mai.
A casa degli Skedd, un orologio cos bello e grande sarebbe durato pochi giorni. Il meccanismo era cos visibile, quasi provocante, che ti invogliava a ficcarci dentro le dita. Ti veniva voglia di fermare quel dannato ticchettio e quei rintocchi.
Ma i Neukirchen amavano il vecchio orologio del nonno:  un po' il cuore pulsante di questa casa disse una volta Agatha, e Konrad aggiunse, ammiccando a Meredith: Questo orologio  una vera antichit. Ce lo tramandiamo di generazione in generazione. E mi ricorda - anche se vorrei dimenticarlo - che noi Neukirchen abbiamo una debolezza segreta, che non ha risparmiato nessuno.
Meredith sorrise nervosamente. Si torse le mani nascondendole alla vista acuta del padre e sorrise a disagio, ma non chiese quale fosse la debolezza segreta; la cosa sorprese Konrad, che domand, aggrottando leggermente la fronte: Uhm. Non domandi al tuo pap qual  la debolezza segreta dei Neukirchen?.
Meredith scosse la testa: no.
E rise nel vedere l'espressione sul volto di Konrad.
Davvero? Non vuoi saperlo?
Meredith scosse la testa: no.
La mia cara figlia  l'unica persona di mia conoscenza, a cui ho parlato di questo segreto, che non mi ha chiesto quale fosse. Sorprendente.
Ma Konrad non lasci cadere il discorso, e poco dopo aggiunse: Ma perch non vuoi saperlo, Meredith? Non sei neanche un po' curiosa di sapere qual  la debolezza segreta dei Neukirchen?.
Meredith scosse la testa: no.
Ma disse Konrad, simulando irritazione e tirandosi la barbetta, perch non sei curiosa?
Perch... non sarebbe un segreto, se venisse rivelato.
Konrad fiss la bambina. Per un attimo rimase ammutolito.
Be', allora... certo... mia cara figlia... hai ragione.
Konrad non riprese mai pi l'argomento con Meredith.
Un mattino - Meredith frequentava la terza elementare, aveva otto anni (se si contava la sua et dal 21 settembre 1961) - dopo una di quelle notti passate ad ascoltare l'orologio del nonno nell'ingresso al piano di sotto, mentre si chiedeva se sua madre era ancora viva, e in tal caso dov'era, e se sua madre poteva trovarla in quella nuova casa, giunse una terribile notizia, che a Meredith non avrebbe mai dovuto essere data.
Esistono due generi di notizie nella vita di un bambino: quelle che gli si danno, e quelle che non gli si danno.
Eppure, in qualche modo, Meredith ne venne a conoscenza.
Era la settimana in cui si teneva la gara alla scuola elementare di Convent, nel giugno del 1969. Malgrado fosse tre anni pi piccola di molte campionesse che partecipavano a quella gara, Meredith Ruth Neukirchen divenne la campionessa della scuola grazie alla corretta compitazione della parola soqquadro. In quella settimana i quotidiani e i telegiornali diffusero una notizia, definita come una scoperta raccapricciante: il corpo avvizzito e mummificato di una bambina molto piccola, rinvenuto in un frigorifero gettato ai margini di una discarica pubblica, diciotto chilometri a ovest di Star Lake.
L'inquietante comunicato venne trasmesso dalla TV locale, e apparve sul giornale di Carthage.
Naturalmente i Neukirchen risparmiarono alla loro figlia una storia cos orrenda.
Eppure, in qualche modo, Meredith ne venne a conoscenza.
... si ritiene che i resti mummificati siano quelli di una bambina di tre anni, Jedina Kraeck, scomparsa nell'aprile del 1965 dalla casa di Star Lake dove viveva con la madre, Marit Kraeck, e la sorella maggiore Jewell.
Nell'aprile del 1965 furono emessi dei mandati di cattura nei confronti di Marit Kraeck, accusata di abbandono di minore, abuso su minore e tentato omicidio, ma i mandati non furono mai notificati.
I resti mummificati sono stati rinvenuti in un frigorifero da un cittadino di Star Lake e da suo figlio che stavano pescando nel Black Snake River, i quali hanno avvertito l'ufficio dello sceriffo della contea di Beechum.
Gli investigatori dell'ufficio dello sceriffo hanno riferito che sono in corso indagini sulla scomparsa di Marit Kraeck.
Un'altra volta, molti anni dopo.
Quando Meredith Ruth Neukirchen vinse il premio di ragazza pi studiosa della seconda media di Carthage.
In quegli anni capitava spesso che Meredith rendesse i suoi genitori adottivi felici e fieri di lei.
Non che fosse difficile rendere felici i Neukirchen.
Non spronavano mai la figlia a studiare molto, non la costringevano mai a comportarsi diversamente da come desiderava. Erano meravigliati, eppure, in qualche modo, la cosa non li sorprendeva troppo, perch consideravano un miracolo che Merry fosse tornata da loro: era quello il vero miracolo, gli ottimi voti che la bambina prendeva e la sua indole dolce erano un aspetto secondario.
Molto intelligente, e dolcissima! Da Konrad sembrava aver acquisito la spiccata sete di conoscenza, forse anche una propensione alla prolissit, da Agatha una lieve inclinazione alla goffaggine nei movimenti. Erano tutti concordi nel definirla una ragazza taciturna, dalla natura introversa, matura per la sua et.
Per non ferire o offendere i genitori, che stravedevano per lei, non chiudeva mai del tutto la porta della sua stanza, ma l'accostava, quando se ne stava da sola alla minuscola scrivania che in pochi anni divenne troppo piccola per lei, come anche il lettino dalla testiera bianca e i vestiti che Agatha le cuciva a mano di stagione in stagione. A un certo punto della sua vita, nei momenti pi imprevedibili, cominci a essere colpita da amnesie e vuoti di memoria, e in quelle occasioni ai genitori adottivi appariva come un essere misterioso che dimorava nella loro casa, come un elfo del mondo delle fate o un alone luminescente, che pu comparire nei luoghi pi normali, e ti invita a toccarlo, ad attraversarlo con la mano.  un dono di Dio, non l'abbiamo meritato diceva Agatha, con un brivido; e Konrad, irritato, replicava: Se Dio ci ha dato questa figlia, puoi star certa che la meritiamo. Dio non fa mai errori, come ha notato Einstein: Dio non gioca ai dadi con l'universo.
La cosa che affascinava di pi Meredith erano i libri: le pagine stampate, le parole. Non erano meri testi scolastici o passatempi, ma vie d'accesso a luoghi sconosciuti. Come la bambina aveva appreso a leggere precocemente senza sforzo apparente, cos sembrava memorizzare senza sforzo: riteneva a memoria pagine intere, lunghi brani, in maniera vivida, entusiasmante.
E di solito riusciva anche bene nello sport, quando imparava a imitare gli altri. Non aveva il talento naturale dell'atleta per l'improvvisazione, n l'ardore per la competizione, per la vittoria; ma si inseriva bene nei giochi di squadra, era affidabile, accanita, paziente. Sebbene fosse vigile e attenta a scuola, durante le lezioni, a volte appariva lievemente sconnessa, completamente immersa nei suoi pensieri, che la estraniavano dal mondo esterno; badava poco alle conversazioni futili, ai nomi e alle facce di certe persone che incontrava spesso: il gruppo di amiche di Agatha, le compagne di scuola meno interessanti. Nostra figlia mal tollera gli stupidi diceva Konrad. Per quanto non possa affermare che sia geneticamente merito mio, spero almeno di poter dire che sia stata influenzata dal mio esempio.
Oh, ma Merry non intende offendere nessuno, vero? Il fatto che non ricordi i visi, o i nomi...
L'offesa  nell'occhio di chi guarda. Nostra figlia  d'uno stampo superiore.
I Neukirchen erano convinti che la saggezza del passato fosse importante, e quella saggezza era custodita nei libri. Quando si legge, il libro penetra nell'anima, e il lettore entra nel libro; il libro, una volta penetrato nell'anima,  un aspetto della luce interiore, cio di Dio.
Erano convinti che tutto il resto, il vasto, caotico mondo cacofonico, non interessasse alla loro figlia. Meredith sarebbe diventata insegnante, probabilmente, e se avesse insegnato alle superiori, come sarebbe stato bello se fosse tornata a Carthage!
O magari potrebbe diventare bibliotecaria, sai? Ama i libri.
S e no. La nostra Meredith ama i libri, ma ancor pi ama riflettere su di essi. I bibliotecari, Dio li benedica, sono il sale della terra, ma, vedi, non riflettono, non nel modo che intendo io.
E cos, come furono entusiasti i Neukirchen quando Meredith vinse il premio come ragazza pi studiosa della seconda media. Nella riunione che si tenne in primavera alla scuola media di Carthage, per la gioia dei genitori, Meredith Ruth Neukirchen fu chiamata sul palco per ricevere l'attestato con tanto di cornice e un'edizione illustrata di Piccole donne in regalo; e il giorno dopo apparve sul giornale di Carthage insieme alle altre compagne di scuola vincitrici.
A pagina 6, sotto la foto, compariva la didascalia: PREMIAZIONE DEGLI ALUNNI PI STUDIOSI DELLA SCUOLA DI CARTHAGE. E a pagina 7 un altro titolo: PROSEGUONO LE INDAGINI SULL'INCENDIO DOLOSO DI BEAR MT ROAD.
Non era una notizia nuova, risaliva alla settimana precedente.
Meredith non aveva letto il primo articolo. Molto probabilmente glielo avevano nascosto.
E, apparentemente, Meredith non lesse per intero nemmeno l'articolo che aveva davanti.
Una fugace occhiata alla colonna, un rapido sguardo, come un dito che scorra verso il basso senza fermarsi.
... la casa di Olivia e Floyd Skedd in Bear Mountain Road, distrutta da un incendio scoppiato di notte, probabilmente doloso, in cui hanno perso la vita otto persone che vivevano nella casa. Il signore e la signora Skedd, rispettivamente di quarantuno e trentanove anni, erano genitori affidatari, tenuti in grande considerazione dal Dipartimento dei servizi sociali della contea di Beechum. Delle otto vittime, quattro erano bambini in affido fra i tre e i tredici anni, affidati agli Skedd; due erano figli naturali degli Skedd, di undici e quattordici anni. Tracce di liquido infiammabile sono state rinvenute tra le rovine fumanti al pianoterra. L'unica sopravvissuta al grave incendio che ha mobilitato cinque unit dei vigili del fuoco di ben tre distretti della contea di Beechum  la figlia sedicenne degli Skedd, Lizbeth, attualmente detenuta nel carcere minorile della contea di Beechum.
Anche se Meredith aveva avuto appena il tempo di dare una fugace scorsa all'articolo - mentre Agatha le sfilava via il giornale da sotto gli occhi con un risolino nervoso, per mostrare a Konrad la bellissima fotografia a pagina 6 - le parole le si impressero a fuoco nella mente. Non ebbe bisogno di rileggerlo.
Quella sera, i Neukirchen festeggiarono il conseguimento del premio da parte della figlia con una cena speciale: Agatha prepar il polpettone al forno alla Mexicali con ketchup piccante, patate al gratin e torta di zucca con panna montata. Non parlarono dell'articolo sull'incendio doloso, o dei notiziari al riguardo: i Neukirchen evitavano sempre argomenti cos sconvolgenti. Il loro era un Dio della luce, non delle tenebre, e non c'era altro da dire.
Quando quel pomeriggio l'avevano chiamata sul palco, Meredith aveva provato una grande timidezza, ma anche gioia; era contenta di aver vinto il premio, e ancor pi che i suoi genitori fossero tra il pubblico ad applaudirla. Ma quel premio sembrava imbarazzarla, e non ne volle pi parlare; nascose l'attestato incorniciato da qualche parte nella sua stanza. Piccole donne l'aveva gi letto, naturalmente, in quinta elementare.
Durante la cena di festeggiamento i Neukirchen conversarono allegramente, mentre Meredith sedeva taciturna tra loro; con la forchetta tracciava lievi segni sulla tovaglia dai motivi a girasole. Non poteva parlare con nessuno, se pure avesse avuto qualcosa da dire; se pure ci fosse stato qualcuno con cui parlare.
La sua giovane vita stava cominciando. Avrebbe spiccato il volo da Carthage, anche da quella casa dove, come nella pi incredibile delle fiabe, veniva amata: chiunque lei fosse, l le volevano bene. Che fosse Meredith Ruth - Merry - l'amore non le era mai mancato.
Sei una bambina davvero fortunata, Jew-ell. Spero che te ne renda conto!
S. Se ne rendeva conto.
E si rendeva conto che il Re dei Corvi era scomparso dalla sua vita.
Il Re dei Corvi le mancava tanto. La mattina, quando si svegliava presto, non sentiva pi le strida rauche e bramose dei corvi che risuonavano oltre le mura e il tetto della casa, ma il monotono ticchettio del vecchio pendolo del nonno del signor Neukirchen, i suoi inesorabili rintocchi argentini.

La donna del fango si accoppia
Aprile 2003
Preparata, doveva essere preparata.
Quella mattina erano venuti a prenderla senza preavviso, ma pur nella sua cecit avrebbe dovuto comunque averne sentore.
Doveva essersi addormentata, il pesante volume le era scivolato dalle mani svegliandola di soprassalto.
Balz in piedi: che ora era? Dove si trovava?
... nella biblioteca al pianoterra di Charters House. Nella residenza del rettore, scalza e tremante, in camicia da notte, in una delle stanze al pianoterra, e nelle finestre dai vetri a piombo a pochi metri da lei una figura spettrale si aggirava incerta, anonima e priva di identit, come il manichino d'un sarto.
Ripose in fretta l'ingombrante volume, senza nemmeno guardare la copertina. Un'antica, rara edizione di un libro per l'infanzia, forse del Diciannovesimo secolo, che aveva preso dalla vetrinetta, dov'era la Collezione Dikes.
Quanti libri c'erano nella casa del rettore, e quanto raramente si sfogliavano!
Era davvero un museo, un mausoleo. Non loculi con mummie e corpi calcificati, mucchi di vecchie ossa friabili come nelle antiche catacombe, ma centinaia di volumi, tutti dai titoli altisonanti, con il nome dell'autore altrettanto altisonante impresso sul dorso.
Cosa ci faceva M.R. l, a quell'ora? Cos, seminuda, a piedi scalzi.
Tra lucidi pavimenti di legno duro, lampadari di cristallo, tappeti cinesi sbiaditi.
Da tempo provava un'irrazionale paura, non una vera paura, ma un sottile, sciocco timore, di cui (naturalmente) rideva: che dei malintenzionati la notte sbirciassero dalle finestre del pianoterra dell'elegante dimora, costruita sulla sommit di un'erta collina alle estreme propaggini del campus universitario.
Fino al 1919 il rettore dell'universit alloggiava in una residenza coloniale vicino alla cappella, al centro del campus. Durante i loro bagordi serali gli studenti erano soliti sconfinare nella propriet del rettore e mettersi a sbirciare sfrontatamente dalle finestre, spaventando gli occupanti della casa, sin quando, in seguito a un episodio increscioso, l'abitazione del rettore era stata trasferita a mezzo chilometro da l, a Charters House.
Protetta da una recinzione in ferro battuto alta tre metri e mezzo e (almeno in teoria, visto che non era mai chiuso) da un cancello in fondo al viale, Charters House era molto meno accessibile della residenza precedente.
Naturalmente l M.R. era perfettamente al sicuro. Gli studenti non avevano il bench minimo interesse a spingersi fin lass. La collina era ricoperta da un fitto bosco di conifere. L'abitazione principale, la rimessa, il garage con cinque posti auto erano protetti da telecamere di sorveglianza. Il terreno circostante era disseminato di rilevatori di movimento controllati dagli addetti alla sicurezza del campus.
Malgrado ci, M.R. si sentiva a disagio a gironzolare tra le stanze del pianoterra cos in dshabill.
Per quale motivo una o due ore prima fosse scesa, non riusciva a ricordarlo.
L'insonnia distrugge il cervello. Pozze scintillanti come schegge di vetro nelle vaste distese di paludi all'orizzonte.
Cosa...
Su uno scaffale a circa mezzo metro, M.R. not quello che sembrava un biglietto ripiegato. Lo afferr... ma non era un biglietto, solo un altro tovagliolo di carta sporco di salsa cocktail, sfuggito ai domestici.
Si ud il rintocco di un orologio proveniente dal corridoio buio: le tre.
Risal in camera e cerc di dormire, fin quando alle 5,10 si arrese. Si liber delle lenzuola, si vest in fretta e furia, scese di nuovo e usc nella fredda aria umida, odorosa di aghi di pino e di terra bagnata, fu come un balsamo per quell'oscuro dolore, per quell'indefinibile inquietudine.
Diverse volte a settimana andava a nuotare nella piscina universitaria. Con maggiore intensit e frequenza nei giorni di stress, e sempre di buon'ora, per non incontrare nessuno.
Trovava oltremodo sgradevole essere vista, riconosciuta, in tali circostanze.
In quelle ore antelucane il campus era deserto. Era accesa solo qualche luce, e dietro le persiane e le veneziane abbassate s'intravedevano aloni spettrali. La palestra universitaria e la piscina, che aprivano alle cinque, distavano quattrocento metri a piedi, e quando giunse all'edificio che ospitava la piscina erano le 5,25.
Un tempo andava in piscina alle 7. Nuotava quasi sempre per quarantacinque minuti. Ma nel frattempo arrivavano parecchi altri nuotatori, la maggior parte dei quali riconoscevano M.R. Neukirchen, anche se in pochi le rivolgevano la parola se non era lei a farlo. Un paio di volte, mentre andava via, aveva incrociato Oliver Kroll, che arrivava in quel momento, e che l'aveva guardata con un'espressione di muta sorpresa, cos aveva deciso di anticipare di mezz'ora la nuotata. Poi l'aveva incontrato un'altra volta, quindi aveva anticipato di un'altra mezz'ora; da allora non lo aveva pi incrociato.
Adesso, alle 5,30, la piscina era deserta. Nel giro di un quarto d'ora sarebbe arrivato un ragazzo solo, dalle spalle ampie, un nuotatore solitario dai capelli neri e lisci che M.R. vedeva spesso a quell'ora, ma che non conosceva, n il ragazzo, molto probabilmente non ancora laureato, dava segno di riconoscerla, in costume da bagno e cuffia di gomma. Verso le 6 ne arrivavano un altro paio, e dopo quell'ora l'afflusso diventava costante; a quel punto rimanere in piscina non era pi consigliabile, se si voleva stare soli.
Ma era ancora presto. Con un costume intero scuro in maglina e una cuffia di gomma bianca, M.R. scivol in acqua e cominci a macinare vasche nella solita corsia all'estremit sinistra della piscina, verso la parte pi profonda, con bracciate non veloci, ma costanti, avvertendo un piacevole indolenzimento ai muscoli delle braccia, mentre la rigidit delle spalle cominciava ad allentarsi. Da ragazza le sembrava una magia: l'inaspettata spinta dell'acqua, la facilit con cui il corpo, che sulla terra pareva cos pesante e goffo, si muoveva grazie alla propulsione di braccia e gambe. E poi in acqua si sentiva invisibile.
Nell'ambiente dall'alto soffitto risuonavano echi attutiti, come di voci lontane. Sul soffitto c'era un mosaico raffigurante nubi marine. M.R. nuotava con gli occhi socchiusi. Che sollievo trovarsi l, lontano da Charters House e dalle notti insonni!
Le veniva quasi da pensare: Forse non ho bisogno di dormire. Dentro sento un non so che di incandescente, al calor bianco.
Avrebbe nuotato quarantacinque minuti, sarebbe tornata a casa, avrebbe fatto la doccia, e alle 7,30 sarebbe arrivato Evander per accompagnarla in macchina a Philadelphia, dov'era in programma una riunione per discutere una proposta di donazione da parte di una grande societ.
L'incontro era stato organizzato da uno dei membri pi anziani e influenti del consiglio di amministrazione dell'universit. La rettrice Neukirchen non aveva scelta, almeno all'inizio doveva conferire con i rappresentanti della societ, anche se quel che sapeva sul conto di quell'azienda - si trattava del terzo fornitore mondiale di gas naturale - la riempiva di sgomento e ripugnanza.
Quel denaro aveva forse una provenienza poco pulita, era denaro sporco?
E chi riceveva quel denaro sporco si sporcava a sua volta?
Il consigliere di amministrazione le aveva rivelato in confidenza che la donazione poteva ammontare sino a trentacinque milioni di dollari.
Trentacinque milioni! Anche per l'universit, che poteva contare su sovvenzioni pari a diciotto miliardi di dollari, era una somma ragguardevole. Gi solo quella donazione sarebbe bastata a coprire le rette universitarie di tutti gli studenti, indipendentemente dalla possibilit contributiva delle loro famiglie.
M.R. era indecisa se seguire personalmente quella questione o delegare il vicerettore, e se bisognava accettare la donazione.
Era scoppiato un piccolo scandalo quando era venuto fuori che l'universit aveva investito in societ sudafricane durante gli anni dell'apartheid, anche se negli anni Sessanta l'ateneo si vantava di essere un'istituzione ultraprogressista in materia di questioni razziali e all'avanguardia tra le universit della Ivy League nell'adozione di misure concrete contro il razzismo; uno scandalo ancor pi grave era scoppiato quando un giovane storico dell'universit aveva scoperto le prove che l'ateneo, che si vantava di avere una propria fermata della metropolitana gi negli anni Cinquanta e Sessanta del Diciannovesimo secolo, alla fine del Diciottesimo aveva tratto profitti dal traffico di schiavi dall'Africa occidentale.
L'eco di quei piccoli scandali, che avevano suscitato accese discussioni all'interno dell'ateneo, era giunta fino ai mezzi d'informazione, in particolare fino alle pagine del New York Times.
M.R. era convinta che si trattasse di una seria questione etica. Tuttavia, in qualit di rettrice, aveva il dovere di considerare la proposta di donazione della societ fornitrice di gas anche da un punto di vista economico.
Qualche mese prima, M.R. sarebbe stata in apprensione alla prospettiva di quell'incontro a Philadelphia; adesso, fatto davvero strano, lo attendeva con impazienza, con eccitazione: un po' come il brivido che si prova nel gettare un fiammifero acceso in una forra.
Per vedere se qualcosa prende fuoco. Un esperimento.
Man mano che nuotava era sempre pi sveglia!
Non era inusuale che venissero a prenderla a Charters House alle 7,30. M.R. aveva di frequente incontri di lavoro a colazione, a pranzo o a cena. Molto spesso nei giorni feriali era piena di impegni che si protraevano per l'intera giornata, e la sera partecipava a una serie di eventi mondani, che sovente erano a tutti gli effetti vere e proprie riunioni, una forma di diplomazia camuffata. Anche i fine settimana a volte erano dedicati a conferenze e viaggi di lavoro. Se M.R. rimaneva a casa, la sera doveva invariabilmente prendere parte a dei ricevimenti.
Una giornata piena di impegni si riscattava da s. Se c'erano dei buchi, come chiazze di cielo vuoto, M.R. si sentiva inattiva, senza ormeggi e alla deriva.
In passato, quando aveva da poco assunto quell'incarico, avrebbe desiderato avere pi tempo libero, per pensare, riflettere su questioni filosofiche, scrivere i suoi saggi meticolosamente redatti, accuratamente argomentati, per i quali riceveva gli elogi dei colleghi (per lo pi uomini), di solito parchi di lodi. Adesso, invece, la prospettiva di avere del tempo libero non le pareva cos allettante.
Nemmeno ad Agatha piaceva avere del tempo libero. Anche quando leggeva o guardava la TV, sferruzzava, lavorava all'uncinetto, cuciva trapunte, muovendo con sorprendente rapidit le mani grassocce.
Konrad era molto diverso. Io ozio, ed esorto la mia anima diceva spesso, e per Meredith era stata una sorpresa scoprire, alle superiori, che quel verso cos incisivo non era suo, ma di Walt Whitman.
I suoi meravigliosi, amorevoli genitori! Nelle interviste M.R. li colmava sempre di lodi.
Per lei rimaneva un mistero la ragione per cui, una volta lasciata Carthage (prima per frequentare la Cornell University, poi per conseguire il dottorato a Harvard) sembrava aver dimenticato i Neukirchen. Si riprometteva sempre di telefonare, o di scrivere; in quegli anni le e-mail non esistevano ancora, e scrivere una lettera poteva rivelarsi un'incombenza piacevole. Era come se una nebbia le si fosse addensata in fondo al cervello, gelida e insidiosa.
E prima di quei meravigliosi genitori quaccheri, come li definiva nelle interviste, negli anni precedenti al suo trasferimento nella casa in mattoni scuri di Mt Laurel Street dove era stata cos felice, cos amata, la nebbia era ancor pi insidiosa, implacabile. M.R. ignorava cosa vi fosse avviluppato, cosa fosse caduto nell'oblio.
Di quegli anni M.R. non parlava mai nelle interviste.
L'oblio! M.R. considerava quel fenomeno come un concentrarsi sul presente, un tuffarsi a capofitto nel presente. Come quando si punta una torcia nelle tenebre, e gli occhi seguono la traiettoria della luce, ignorando l'oscurit che si estende oltre.
Ma difficilmente dimenticava le esigenze del suo fisico, come, per esempio, il nuoto.
Spesso, rovistando tra le sue carte - appunti, abbozzi, prime stesure di saggi - scopriva di non ricordare a cosa stesse lavorando, o perch quell'argomento un tempo fosse cos importante per lei.
Persino la sua grafia sembrava diversa, visto che ormai non scriveva quasi pi a mano.
Nella nostra famiglia c' una debolezza segreta. Nessuno di noi ne  esente.
Non aveva mai scoperto quale fosse il segreto della famiglia di Konrad. Anche se, adesso che era adulta, poteva intuirlo.
Oh,  solo una specie di... enigma! Uno dei suoi rompicapo, lo sai com' fatto tuo padre.
Agatha accompagnava quelle frasi con una delle sue risatine affannate. E con un lampo di paura nei grandi occhi limpidi d'un castano intenso, che subito svaniva.
Signora?
Non conosceva quell'uomo: un giovane dai capelli neri e lisci, le spalle larghe, riccioli di peli scuri sul petto, sulle spalle, sulle braccia, sulle gambe, scompostamente accovacciato a bordo piscina mentre M.R. si issava fuori dall'acqua. Gli occhi dell'uomo seguirono i suoi movimenti, mentre lei calpestava le piastrelle umide, con le gambe gocciolanti, tanto da avvertire intensamente la propria femminilit, e un profondo imbarazzo.
Era lui il nuotatore solitario che vedeva spesso l in piscina? Non aveva affatto l'aria di uno studente.
Non sembrava appartenere alla comunit universitaria.
S? Dice a me?
S, signora. A lei.
Si era alzato in piedi: la sovrastava di parecchi centimetri. Anche lui era appena uscito dalla piscina; gocce d'acqua rilucevano sul compatto corpo muscoloso. Era meno giovane di quanto M.R. pensava, sui venticinque anni o anche pi, con lineamenti rozzi e grossolani, la testa simile a quella di una foca, lucenti occhi scuri animaleschi; il sorriso beffardo, che gli scopriva in parte i denti, le ricordava la fotografia, o il disegno, della testa di un cane ringhioso che aveva visto in un libro di Charles Darwin, L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali.
M.R. fu colta di sorpresa: uno sconosciuto - un intruso - le aveva rivolto la parola all'interno del campus universitario!
E che insulto, il fatto che quello sconosciuto ignorasse chi era.
M.R. stava per allontanarsi irritata quando il giovane la prese per il gomito. Da questa parte, signora.
Era troppo sbalordita per opporre resistenza. L'aveva afferrata con una tale rapidit, in quel luogo praticamente pubblico, all'interno del campus universitario, un posto in cui si sentiva a casa, che non ebbe modo di opporre resistenza e, impacciata, segu a passo incerto il suo rapitore, mentre lui la conduceva a forza e senza tante cerimonie lungo il bordo della piscina verso l'uscita; le si rivolgeva a voce bassa, in un mormorio suadente eppure autoritario, come si apostroferebbe un animale catturato: com' remissivo un animale ipnotizzato, in preda al terrore! M.R. trasse un respiro per protestare, per gridare, ma non riusciva a emettere alcun suono, mentre nella grande piscina dai vistosi mosaici azzurri e il soffitto ornato da nubi marine in movimento i numerosi nuotatori continuavano a macinare vasche, ciascuno nella propria corsia, come automi, incuranti di M.R. Neukirchen, che veniva trascinata via, cos com'erano incuranti di lei quando nuotava accanto a loro.
Preparata, deve essere preparata, signora.
Dietro la palestra dell'universit c'era un parcheggio asfaltato, oltre il quale s'innalzava una ripida collina e al di l, irriconoscibile, un'altra area asfaltata simile a una darsena, dove l'aria puzzava di catrame e petrolio come un fiume inquinato; atterrita e sgomenta, M.R. vide altre donne come lei costrette dai loro rapitori a percorrere un sentiero che si snodava parallelo al fiume, come profughi sospinti e spintonati, a cui ci si rivolgeva aspramente, che avanzavano esitanti per paura di cadere, perch cadere in un posto simile significava morire: non era quello il momento per dimostrare debolezza, vulnerabilit di alcun genere, sensibilit femminile. M.R. si accorse che insieme al giovane dai capelli lisci e la testa da foca c'era un altro ragazzo, somigliava a Evander (ma non era lui), e un altro, pi vecchio, che somigliava a Carlos (ma di certo non era lui), la soppesavano entrambi con occhiate indelicate e sprezzanti, poich non era pi una donna giovane.
Insieme alle altre, barcollanti come bestiame, M.R. fu costretta a passare tra fiamme divampanti lungo un sentiero infossato e ad attraversare un ponte con le travi corrose dalla ruggine, mentre dal basso saliva un fragore di impetuose acque scure simile a urla di dannati. Non conosceva le altre donne, n loro conoscevano lei, e nessuna desiderava porgerle la mano per confortarla, e del resto lei non poteva offrire alcun conforto, terrorizzata com'era. Le pareva di conoscere quel posto - quel ponte, il fiume - ma non ne ricordava il nome, perch aveva dimenticato il nome dei luoghi, e si rese presto conto di essere stata privata del proprio nome e dell'identit di cui andava cos ridicolmente fiera: M.R. Neukirchen. Come in un solitario gioco fantasioso di bimba, era sotto gli occhi di tutti: le avevano strappato dalla testa la brutta cuffia bianca di gomma, tirato gi, lacerato e stracciato le bretelle del costume che non le donava, lasciandole i seni in parte scoperti, mentre da sotto il ponte le acque tumultuose le urlavano contro deridendola: Credevi di poter scappare in eterno? Credevi di poter fuggire da tutto questo per sempre?.
Alludevano alla sua femminilit.
Al fatto di essere donna, di essere nata con un corpo di donna.
Lo sapeva, vero? No, non lo sapeva, aveva rimosso quella consapevolezza, disgustata, incredula. Non aveva mai amato davvero un uomo, non aveva avuto figli n era mai rimasta incinta, il solo pensiero la riempiva di inquietudine, di sdegno. Non era per lei. Non lo voleva.
Erano venuti a prendere lei e le altre donne che si erano preservate troppo, che avevano custodito il proprio corpo cos come avevano custodito la propria anima. Adesso era giunto il momento, adesso era sotto gli occhi di tutti, il conforto e l'inganno del loro nome - della loro identit -, il pathos delle loro vite.
Era nella natura delle cose, le donne erano propriet degli uomini: padri, fratelli, mariti. Non era nella natura delle cose che le donne fossero padrone di se stesse, del proprio corpo. Si sarebbe unita a un uomo, sarebbe rimasta incinta, troppo a lungo era sfuggita alla vita del suo corpo di donna, alla profonda e inevitabile vita del suo corpo di donna, come accadeva a casa dei genitori affidatari, tanto tempo prima, dove i ragazzi usavano violenza alle ragazzine pi piccole, che terrorizzate si contorcevano, strillavano, scalciavano e si dimenavano sotto di loro; ma la bimba del fango era stata risparmiata, la bimba del fango voleva credere di essere stata risparmiata da quei ragazzi dai gomiti appuntiti, che ridevano sguaiatamente, simili a cani, rozzi, crudeli, dallo sguardo inespressivo, che dopo minacciavano di strangolarle se avessero parlato, anche se forse quello che era successo era uno scherzo e non una minaccia, uno scherzo e non una minaccia, non era vero, cos come tante cose dell'infanzia erano (forse) uno scherzo, non una cosa vera, e comunque non ricordava, come quando la signora Skedd le aveva chiesto se quei bastardelli l'avessero toccata e lei aveva scosso il capo evasivamente, senza rispondere, e la signora Skedd aveva deciso di crederle, o comunque di non indagare oltre, e quando lei si era nascosta - strisciando nel maleodorante sottoscala buio -, quando l'uomo dai capelli a spazzola l'aveva tirata fuori afferrandola per le caviglie, ridendo, l'aveva fatto per istinto, e anche ora, per istinto, os allontanarsi dagli altri, chinandosi e rannicchiandosi, e con suo sollievo in qualche modo si ritrov sotto il ponte, oppure - ma questo in seguito, pi gi lungo il sentiero, ore dopo - accovacciata sotto la strada dentro la tubatura di una fogna, nuda, tremante, eppure immensamente sollevata, desiderosa di credere che era riuscita a scappare, e adesso doveva tornare a casa - qualunque fosse la sua casa - con l'astuzia, come un animale selvatico; di notte, in modo che nessuno la vedesse; rimase accucciata nella lurida tubatura di scolo chiss per quanto tempo, finch non ud un rumore, come di qualcuno che raspava, e vide l'improvviso bagliore di una torcia, poi ud un fischio e una risata, l'avevano sorpresa a nascondersi, nell'ansia di nascondersi, naturalmente gli uomini l'avevano rintracciata, l'avevano trascinata fuori per le caviglie, escoriandole il corpo, aveva la pelle lacerata e piena di ferite che iniziarono a sanguinare: Credevi di poter fuggire da tutto questo?.
La portarono in uno dei depositi lungo il fiume, uno stanzone che sembrava una caserma, insieme ad altre donne barcollanti, stordite, esauste, terrorizzate, con lo sguardo vuoto, donne distrutte, che provavano una tale vergogna da non sopportare di riconoscersi l'un l'altra, e lei era una di loro, non diversa dalle altre, una delle tante, in un posto che puzzava di catrame e sudiciume, la gettarono a terra e le strapparono di dosso i resti del ridicolo costume, e una figura maschile - uno sconosciuto, grande e grosso, sembrava un mulo, - senza una parola le si stese sopra, grugnendo per lo sforzo, costringendola a giacere immobile con le gambe divaricate, e brutalmente venne penetrata, mentre la testa sbatteva a terra, uh! uh! uh!. Cerc di gridare, ma ancora una volta dalla gola non usc alcun suono, cerc di lottare contro il suo aggressore, il suo stupratore, scalciando, dimenandosi, graffiandolo, ma lui la inchiod con le ginocchia e la schiaffeggi, la colp con i pugni duri come pietre, le vecchie ferite sul viso si riaprirono, eppure, col volto lacerato e sanguinante, lott, lott in preda al terrore, sgomenta per la sua vita lott, e in qualche modo, pi tardi, dopo che quell'uomo ebbe finito con lei o, disgustato, si sollev con un grugnito e and via, si ritrov a trascinarsi carponi in un campo aperto; era riuscita a fuggire, vero? Oppure avevano finito con lei, e adesso era sola, strisciava come un animale ferito, il corpo martoriato dal dolore e il viso sanguinante, alle sue orecchie giunse il richiamo eccitato dei corvi, un turbinio di nere ali svolazzanti tra alberi simili a quelli d'una giungla che sorgevano al margine del campo, ed ecco, il Re dei Corvi si librava su di lei sbattendo furiosamente le ali, se per proteggerla, punirla, o disgustato di lei come gli altri, non sapeva.
Presto! Qui! Da questa parte!
Procedeva carponi, come una grottesca creatura con il dorso spezzato, facendosi largo in mezzo all'erba in una zona paludosa dove i piedi affondavano nel fango e gli insetti le si avventavano sul viso e sulla pelle nuda, mentre in alto il Re dei Corvi continuava a gridare Presto! Qui! Da questa parte!, fino a che non giunse in una radura vicino a un ruscello poco profondo dove innumerevoli impronte di uccelli erano impresse nel fango come idiomi folli, assordanti e contraddittori, ed era suo compito dare loro un senso, doveva farlo anche se il cervello umano non era in grado di comprendere tutti quegli idiomi, un tale numero di idiomi, mentre in alto gli uccelli emettevano i loro richiami beffardi e il Re dei Corvi gridava al suo indirizzo, ma lei era troppo stanca per continuare e cos si addorment l nella mota, i capelli incrostati di fango, le narici e la bocca piene di fango, pensando Adesso sogner Dio. Solo Dio pu redimere un posto simile. Quando si svegli, si accorse che il sole era ormai basso all'orizzonte, come se quello fosse il tramonto di un remoto passato ormai perduto, che poteva richiamare alla memoria solo con uno sforzo estremo, di cui lei, cos debole, non era capace. E in quello spazio aperto si ritrov nuda, terribilmente esposta, vulnerabile e piccola, con i seni che le dolevano, sensibilizzati dalle ferite procurate dai morsi, l dove il suo stupratore aveva affondato i denti nella carne - lo aveva fatto? - strizzandole i capezzoli, succhiandoli con violenza, mordendoli. E anche da ci cap: Tutto quel che ti  successo  gi successo ad altre prima di te. Cos persino il dolore che provava era un rimprovero nei suoi confronti.
Eppure anche quel luogo aveva una sua bellezza, che era come un rimprovero alla sua disperazione. La distesa fangosa era punteggiata da galassie di baluginanti pozze di luce, un vasto specchio infranto che rifletteva un cielo infranto.
In quel giorno leggermente velato il sole splendeva con un'intensit innaturale. Persino dietro una coltre trasparente di nubi simili a occhi socchiusi il sole splendeva con un'intensit innaturale.
Si svegli con l'odore dell'acquitrino nelle narici, nei capelli e nella bocca, e il Re dei Corvi era lass, su un'alta conifera a punta, quasi spoglia di aghi e contorta come una colonna vertebrale deforme, eppure anche quell'albero aveva una sua singolare bellezza, come l'uccello dalle lucide penne nere e il rabbioso occhio giallo, e la donna del fango cap di essere incinta; ma ignorava cosa sarebbe nato dal seme che il suo stupratore le aveva infilato a forza.
Oh, Dio.
Doveva essersi addormentata, il pesante volume le era scivolato dalle mani svegliandola di soprassalto.
Balz in piedi: che ora era? Dove si trovava?
... nella biblioteca al pianoterra di Charters House. Scalza e semisvestita, scossa da brividi convulsi come uno squilibrato in preda al terrore relegato nell'angolo di un manicomio del passato, si dest da un sogno cos viscerale da sembrare privo di contenuto visivo, intellettuale o persino emotivo, ma che le aveva lasciato la sensazione di essere intrappolata in una campana dal clangore assordante, o di essere trascinata da un veicolo lanciato a tutta velocit lungo una strada sterrata, ma lei non avrebbe ceduto, non si sarebbe arresa, di qualunque cosa si trattasse, di qualunque visione o brandello di visione, perch era forte e determinata, lei era M.R. Neukirchen: si ricord il suo nome, esultante, un nome autorevole e rispettabile, il suo nome, avrebbe superato quel giorno come aveva superato tutti gli altri, perch era in grado di farlo, e cos risal al primo piano di Charters House e cerc di dormire, fino a quando non fu ora di alzarsi, mentre fuori cominciava a risuonare il cinguettio degli uccelli, e si avvi da sola verso la palestra universitaria, diretta alla cavernosa piscina che apriva alle 5 del mattino per accogliere i nuotatori solitari come lei, e se quel giorno era simile a tutti gli altri sarebbe arrivata non pi tardi delle 5,30.
Adesso  questa la mia vita. E voglio viverla!

La bimba del fango amata
Maggio-Giugno 1968
Camminavano insieme sul ponte di Convent Street. Anche se non era pi una bambina piccola, la signora Neukirchen la teneva saldamente per mano, con affetto, e le raccontava una storia, come spesso faceva in quelle occasioni, quando erano sole, con la sua voce infantile ed entusiasta che a Meredith faceva pensare che la storia fosse realmente accaduta, anche se in realt era una favola, di quelle a lieto fine cos adatte a una bambina: Rosaspina.
Che gioia! La signora Neukirchen e la figlioletta passeggiavano insieme, gomito a gomito, sullo stretto passaggio pedonale del ponte di Convent Street.
Ma la signora Neukirchen era costretta a camminare piano per via delle gambe e delle caviglie gonfie, e Meredith doveva rallentare per tenere il passo della madre; la bimba del fango avrebbe voluto divincolarsi e correre, correre, correre sul ponte di Convent Street come un inquieto bastardino che vuole solo liberarsi dalla stretta della padrona e scappare via.
Scappare dove?
Sei gi stata l. Non si arriva da nessuna parte.
Rosaspina era una storia un po' paurosa, perch Rosaspina era vittima dell'incantesimo di una strega crudele, e dormiva, dormiva, dormiva per tantissimo tempo finch non veniva svegliata da un principe, ma a quanto pareva la signora Neukirchen non si rendeva conto che era una storia paurosa, anche se finiva cos: Poi furono celebrate con gran fasto le nozze del principe e di Rosaspina, che vissero felici e contenti fino alla fine dei loro giorni.
A parte il finale, era una storia paurosa. Ma quel finale pretendeva di cambiare la storia, come se si potesse cambiare una storia a partire dall'epilogo.
Mentre ascoltava la signora Neukirchen che raccontava, con il particolare tono che usava quando narrava le favole, rapita e concentrata, Meredith fissava attraverso la balaustra del ponte le acque che scorrevano l sotto, bisbigliando e ridacchiando piano, mentre un brivido la percorreva, e cos si sorprese a dire, come se il fiume parlasse per bocca sua: Mamma, mi hai trovata da qualche parte e mi hai portata a casa?.
Non era stato facile imparare a pronunciare la parola mamma. Le avevano insegnato a dire mamma e pap, come si insegna a una bimba sordomuta ad articolare suoni che non pu udire. E adesso aveva detto una cosa inopportuna. La bimba del fango avrebbe dovuto saperlo. E la bimba del fango se ne rese conto, negli attimi di sbigottito sgomento che seguirono la sua domanda, cos simile alla domanda posta ingenuamente in una favola a una matrigna.
La signora Neukirchen la fiss inorridita. Il viso a forma di luna piena, grazioso ma segnato dal tempo, avvamp, gli occhi umidi si riempirono di risentimento e rimprovero.
Trovata! Portata a casa! Che diamine stai dicendo, Merry? Sei sempre stata nostra: Dio ti ha mandato a noi. Tu sei nostra figlia, per tutti.
La voce della signora Neukirchen vibr di offesa e indignazione. Perch se una matrigna si sente offesa, prova anche indignazione.
La signora Neukirchen non lasci la mano di Meredith, la strinse ancora pi forte. A causa del traffico che transitava sul ponte di Convent Street, la vecchia struttura in ferro battuto vibrava e tremava, le assi cigolavano; sotto, dove Meredith teneva puntato lo sguardo, il fiume scorreva rapido, come diretto a una meta. La signora Neukirchen continuava a parlare, ma Meredith sent solo ripetere quelle parole disperate: Lo sai, Merry, vero? Lo sanno tutti: Dio ti ha mandato a noi, al signor Neukirchen e a me, lo sai, vero?.
Era vero? La bimba del fango non riusciva a ricordarlo.
Al rumore del fiume, che pareva un allegro mormorio, si mescolava il ricordo di... una casa, non quella dei Neukirchen, ma pi piccola, e l'acuta voce nasale di una donna che chiamava: Jew-ell!.
Ma in realt quel ricordo era ormai svanito. Sbiadito e scolorito come un cartellone pubblicitario consunto dal tempo. Proprio come il ricordo del povero, ansimante Polpetta, che persino negli ultimi mesi di vita dimenava tutto festante la tozza coda; avevano tanto amato Polpetta, e lui aveva tanto amato loro, ma un giorno il cane era morto, e non era bello, non faceva bene starci troppo a rimuginare.
In lacrime, la signora Neukirchen si chin per abbracciare la sua bambina. Ormai non c'era scampo, la bimba del fango doveva rimanere ferma, senza opporre resistenza, stretta nell'abbraccio ansioso della madre.
E la bimba del fango era davvero una brava bambina. Aveva imparato a esserlo, e come ipnotizzata, con un sorriso terrorizzato, balbett: S-s. S-s, mamma, non piangere.
Un bel giorno capisci che il fiume scorre rapido solo in una direzione, e nulla pu invertire la corrente.
Mi hai trovata da qualche parte, pap? E mi hai portata a casa?
Quelle parole saltarono fuori dalla bocca della bambina come i rospetti velenosi delle favole.
Il signor Neukirchen guidava lentamente, in maniera fin troppo cauta, sul ponte di Convent Street. Perch era un ponte stretto, vecchio e sferragliante, e il padre faceva attenzione quando attraversava i ponti, come spiegava ai passeggeri, e in particolare alla sua amata figlia. E com'era pi bello guidare - o farsi trasportare - su quel ponte, invece di attraversarlo a piedi, in macchina si potevano chiudere gli occhi senza essere costretti a guardare le acque color ardesia che scorrevano impetuose al di sotto, o la balaustra di ferro accanto alla macchina. E quando arrivavano all'altro capo, Meredith apriva gli occhi e le acque che scorrevano erano scomparse: il pericolo era passato.
Quel giorno - un sabato mattina di giugno - erano trascorse alcune settimane dalla passeggiata sul ponte con la signora Neukirchen, quando Meredith aveva formulato quella strana domanda che tanto aveva turbato sua madre; nel frattempo sia la signora Neukirchen che la figlia avevano dimenticato quella conversazione, come se non avesse mai avuto luogo, quindi per Meredith fu una sorpresa, inaspettata, quando le uscirono di nuovo quelle parole sconvolgenti mentre era con il signor Neukirchen: Mi hai trovata da qualche parte? E mi hai portata a casa?.
Perch davvero non riusciva a ricordare. Solo molto vagamente nella memoria risuonavano i nomi Jew-ell e Jedina, come distanti rintocchi di campane.
Ma, a differenza della madre, la domanda della figlia non turb il padre. Di rado lui si lasciava turbare come la moglie: era per via del suo spirito flemmatico, come diceva. Rimase per un attimo in silenzio, mordendosi il labbro, profondamente assorto, con un'espressione comica, poi rise e rispose tranquillamente, come se quella della figlia fosse la domanda pi naturale del mondo: Ma certo, Meredith! S! Ti abbiamo trovata! Ma non da qualche parte, bens in un posto molto speciale. Non puoi ricordarlo, eri troppo piccola: ti abbiamo trovata sotto un fungo, nel giardino sul retro di casa nostra, vicino al cancello; non sotto uno di quei minuscoli funghetti che crescono dappertutto, ma sotto un grosso fungo, uno di quelli che chiamano sgabello del rospo, grande come... il padre rimase un attimo a riflettere, come in cerca di un'immagine carina e buffa una gallina rossa del Rhode Island. Grande cos.
Meredith ridacchi, pap era sempre cos divertente. Un fungo! Una gallina rossa! Anche quando non sapevi di cosa stava parlando, pap era sempre molto divertente.
Ma poi pap fece una smorfia, aggrottando la fronte. Be'? Che c' di cos divertente?  la sacrosanta verit: tua madre e io ti abbiamo trovata, un esserino grande come un pulcino, sotto un fungo vicino al cancello del giardino. Sai, non puoi ricordarlo, e adesso il fungo non c' pi.
Meredith conosceva quel fungo, uno sgabello del rospo, glielo aveva spiegato pap. Non aveva mai visto un rospo seduto su un fungo, ma a quello servivano le strane escrescenze grigie che inghirlandavano il giardino di primo mattino, che se non le toccavi con grande delicatezza si sbriciolavano.
Ma era sciocco, no?, credere che i suoi genitori l'avessero trovata sotto un fungo. Anche se era grosso.
Il padre insistette: Oh, s. Ti abbiamo trovata l, eri proprio l quando ti abbiamo vista per la prima volta.
Meredith ridacchi, no, non era l.
S che c'era insistette pap.
Naturalmente ti abbiamo ordinata. Come ordiniamo la pizza da Luigi, al telefono. Invece di una pizza con pomodoro, formaggio e salame piccante abbiamo ordinato una bellissima bimba, grande come un pulcino, con i capelli castani ondulati, gli occhi castani, i piedi lunghi e stretti: Meredith Ruth, Merry.
Ormai Meredith rideva a crepapelle, quasi se la faceva addosso. Rideva di rado, solo quando pap scherzava in quel suo modo divertente, e andava avanti cos, sollevando le mani dal volante per gesticolare e arruffarsi la barbetta; non c'era modo di fermarlo, nemmeno di fargli una domanda, perch quando pap era in quello stato sembrava un vortice che attirava tutto a s, sempre pi veloce, e qualsiasi cosa Meredith gli avesse chiesto se la dimenticava, nemmeno lei la ricordava pi, debole, senza fiato e sovreccitata per il troppo ridere, e anche pap rideva, poi all'improvviso - pap era fatto cos, passava repentinamente da uno stato d'animo all'altro, come un televisore che viene spento - si mise l'indice sulla bocca, per farle capire che quello era un segreto e che la mamma non doveva saperlo.
E cos anche quell'episodio ebbe un lieto fine. Meredith non avrebbe fatto mai mai mai mai pi una domanda cos stupida.

La donna del fango sola
Aprile 2003
Per favore, chiamami. Ho bisogno di...
Lui stava viaggiando in remote nebulose. Attraverso costellazioni i cui nomi non le dicevano niente: Centauro, Idra. Era lontano anni luce da lei, eppure gli telefon, o prov a farlo, ai numeri imparati a memoria tanto tempo prima, di Cambridge e dell'Osservatorio nazionale di Kitty Peak, in Arizona, lasciando messaggi concisi ed enigmatici, nel caso la sospettosa moglie controllasse la sua segreteria telefonica.
Per favore, Andre, chiamami. Ho bisogno di... verificare... una cosa.
Pronunci quelle parole con il consueto tono allegro, non poteva farci niente, doveva sempre rassicurare l'interlocutore che sotto la mera preghiera c'era una tranquillit spirituale, un sano buon senso. Non si trattava di isteria femminile.
Oltre la Terra non esiste giorno, non esiste notte. C' solo la luce delle stelle: la pi splendida di tutte. E il silenzio assoluto, la musica pi meravigliosa.
Dopo la nuotata nella piscina dell'universit si sentiva insolitamente stanca, malgrado non avesse forzato pi del solito. Dopo un'intensa mezz'ora di nuoto aveva cominciato a sentire le braccia affaticate, aveva il fiato corto e irregolare e il battito cardiaco accelerato; era uscita dalla vasca barcollando e si era ritrovata a fissare costellazioni di minuscole bollicine nell'acqua, lungo la scia dello studente nuotatore con i lucidi capelli neri e le spalle larghe.
La bolla temporale! La bolla temporale in cui siamo vissuti insieme, che si contrae cos rapidamente...
Quella constatazione la sgomentava. Il pensiero che la sua vita stava passando cos in fretta, e ancor pi velocemente stava passando il tempo in cui avrebbe potuto amare ed essere amata vivendo in intimit con un'altra persona.
A quanto pareva il ragazzo dalle spalle larghe non l'aveva riconosciuta, o era troppo timido, o troppo riservato. In quella universit gli studenti assumevano precocemente il ruolo di adulti, con zelo e accortezza, e non si tiravano indietro quando c'era da stringere la mano a una persona pi anziana; ma non quel ragazzo, che probabilmente faceva parte della squadra di nuoto, un campioncino delle superiori della sua regione - di dov'era? Forse del Midwest - che era l a quell'ora per intensificare gli allenamenti, da solo; e alla vista del suo corpo sinuoso e nerboruto, del torace scolpito, dei fianchi stretti, del rigonfiamento all'altezza dell'inguine e delle gocciolanti gambe muscolose che parevano due colonne, lei avvert di nuovo quel brivido di sgomento, di rimpianto - a livello sessuale - mentre le bollicine emergevano dall'acqua ribollente per sparire un attimo dopo. E le venne da pensare: Sto perdendo tutto, vero? Ma perch sto perdendo tutto, perch  successo?.

La bimba del fango desiderata
Ottobre 1977
In quegli anni la bimba del fango si muoveva in mezzo agli altri come fosse una di loro.
Meredith Ruth Neukirchen: quel nome serio e scialbo le si addiceva.
Era un'atleta, ma non di prima grandezza. Faceva parte della squadra di basket femminile, l'affidabile ragazza dalle lunghe gambe smilze, che giocava come guardia e passava la palla alle compagne pi veloci e aggressive di lei, che andavano a canestro: un'ottima giocatrice di squadra.
Naturalmente era una ragazza intelligente. Per quanto timida e non incline a parlare volentieri in classe, eccelleva nei compiti scritti ed era cos dotata - almeno secondo gli standard delle scuole pubbliche di Carthage - che i suoi insegnanti pi accorti facevano attenzione a non lodarla troppo davanti ai compagni, o anche in presenza dei suoi genitori, essendosi resi conto che erano iperprotettivi e troppo apprensivi verso la loro unica figlia. I pi avveduti evitavano persino di lodare Meredith, ravvisando nella ragazza un eccesso di zelo e una lieve propensione all'iperattivit, che se assecondati avrebbero potuto danneggiarla. Giunta all'ultimo anno di liceo a Carthage, Meredith aveva accumulato numerosi premi scolastici e note di merito ed era considerata dai compagni con quella sorta di orgoglio condiscendente che si prova per i successi di una sorella pi grande, magari zoppa, con un braccio offeso o una malformazione del palato.
Per la bimba del fango era fondamentale essere accettata. Che gli altri non provassero invidia, o gelosia nei suoi confronti. Che nel microcosmo del liceo di Carthage vi fosse una nicchia per Meredith Ruth Neukirchen, che le permettesse di sopravvivere, persino di fiorire.
Avendo ottenuto la media dei voti pi alta, fu scelta per tenere il discorso di commiato per la sua classe. Ma sebbene dirigesse con una compagna il comitato organizzatore del ballo studentesco di fine anno, e lavorasse instancabilmente per ore ad addobbare la palestra con carta crespa e lampioncini, a imbandire tavole e sistemare sedie, a ordinare cibo e bevande analcoliche, a nessuno venne in mente di esortare qualche ragazzo a invitarla al ballo, e cos il fine settimana del ballo dell'ultimo anno Meredith rimase a casa con i genitori, come spesso accadeva in quelle occasioni. Se era rimasta delusa, offesa, imbarazzata o umiliata, non ne diede mostra: era troppo buona, o troppo abituata allo stoicismo. Il signor Neukirchen scherz sulla faccenda del ballo di fine anno, proponendo di accompagnare lui Meredith: Se sono ammessi i pap che sanno ballare solo il foxtrot e hanno una gamba di legno..., ma la signora Neukirchen obiett che era un'idea assolutamente ridicola: Merry non ha bisogno di andare a quello stupido, antiquato ballo di fine anno, come non ha bisogno di quella gente. Lei ha noi.
Questa cosa non accadde a Meredith nella tarda primavera dell'ultimo anno di liceo, ma nell'autunno precedente.
Meredith non l'avrebbe mai rivelata a nessuno. E tantomeno ai Neukirchen!
Lui era il suo insegnante di matematica, il professor Schneider. Di gran lunga il meno popolare al liceo di Carthage, vuoi per la difficolt della materia che insegnava, vuoi per l'abitudine di assegnare compiti in classe a sorpresa e la tendenza a mettere voti bassi, vuoi per il malcelato disprezzo che manifestava verso i suoi studenti, i colleghi e la stessa citt di Carthage. Era un individuo cupo e malinconico, dall'et indefinibile, poteva avere trentacinque come cinquant'anni, con la fronte solcata da rughe verticali, un naso adunco e una narice pi larga dell'altra, simile a un'orbita oculare. Hans Schneider era alto e magro; aveva spalle cadenti, come ali spezzate; indossava abiti larghi, sempre gli stessi: una camicia di cotone bianca a maniche lunghe, cravatta a strisce, calzoni di gabardine lisi sul didietro. Portava spessi occhiali dalla montatura di plastica nera, quasi sempre storti sul naso. Emanava un odore di polvere di gesso, di latte o burro lievemente rancido, o di aglio; aveva denti irregolari, grigiastri, piccoli come quelli di un bambino. Era soggetto a infreddature, o anche peggio: nel bel mezzo della lezione si voltava e cominciava a starnutire, a tossire, a tirare su col naso, a soffiarselo ripetutamente con una serie di fazzolettini di carta, che accumulava in maniera disgustosa sulla cattedra; a volte, tra il disagio e l'imbarazzo degli studenti, ricorreva a un inalatore di plastica che teneva in un cassetto della cattedra.
Di Hans Schneider si diceva che fosse un tipo strambo, un finocchio, un nazi, ma a lezione nessuno osava mancargli di rispetto. Gli si riconosceva una grande intelligenza: era di gran lunga l'insegnante pi brillante del liceo di Carthage. Di certo era uno strenuo sostenitore della disciplina. Quando si avvicinava alla lavagna col suo passo dinoccolato per tracciare velocemente col gesso disegni geometrici, scrivere equazioni e numeri tra la confusione di molti in classe, Meredith pensava che camminasse cos perch gli doleva una gamba, oppure ne aveva una lievemente pi corta dell'altra; i suoi modi evasivi, il frequente ricorso a un pesante sarcasmo erano una sorta di maschera, come quella che portava lei.
Meredith aveva cominciato a leggere i classici della biblioteca del padre, tra cui il voluminoso Dialoghi di Platone: vi aveva letto, tra molte altre cose di cui aveva capito poco, pur trovando entusiasmanti le certezze dogmatiche e i paradossi, che la bellezza  armonia ed equilibrio di proporzioni. E cos si era resa conto che il signor Schneider in qualche modo mancava di simmetria.
Proprio come lei, pensava Meredith.
Spesso, quando si guardava allo specchio, Meredith notava con sgomento che aveva un occhio pi grande dell'altro, o lievemente fuori asse; le sopracciglia le crescevano fitte fino all'attaccatura del naso, e lei di nascosto, senza che sua madre lo sospettasse, le depilava con le pinzette prese dal beauty-case della signora Neukirchen. E durante le lezioni di educazione fisica talvolta aveva l'impressione di correre un po' storta, anche se nella confusione e nell'eccitazione generale forse nessuno lo notava.
La bimba del fango si muoveva tra gli altri come fosse una di loro - poich aveva imparato, cos pensava, a imitarne abilmente il modo di parlare, i gesti, il portamento, il tono della risata e i mutamenti d'umore, rapidi e apparentemente casuali come un improvviso volo d'uccelli -, ma naturalmente un acuto osservatore come Hans Schneider era in grado di smascherare subito quella finzione, malgrado la sua grande intelligenza e la condotta in classe.
Meredith sapeva che quell'uomo la capiva. La capiva come nemmeno i Neukirchen riuscivano a fare.
E spesso durante la lezione di matematica la fissava, senza motivo apparente, con un'intensit sconosciuta agli altri insegnanti.
Allora, Mere-dith! Hai capito bene, eh?
Restituendole il quaderno con i compiti, gli esercizi e i problemi accuratamente svolti, il professor Schneider le si avvicinava e si chinava sul banco, tanto che lei sentiva l'odore del suo corpo, e l'alito che le compagne di classe sostenevano puzzasse di aglio, o, pi crudelmente, di mummia. Quell'uomo, che aveva un modo di ignorare gli studenti come se la loro stessa esistenza lo irritasse, si chinava su Meredith Neukirchen, seduta al banco in prima fila, e la guardava socchiudendo gli occhi dietro gli occhiali sghembi come fosse una creatura di una specie rara.
Hai fatto un ottimo lavoro, sempre che a casa tu non abbia un padre che ti aiuta le disse in tono goffamente gioviale, una rozza imitazione del modo in cui supponeva parlassero gli altri insegnanti del liceo di Carthage per suscitare l'ilarit dei propri studenti. E se ad aiutarti  la mamma,  molto brava per essere una casalinga di Carthage, nello stato di New York.
Meredith rise, a disagio. Era una battuta? Non ebbe il coraggio di insistere che i compiti li aveva svolti da sola - ovviamente li faceva sempre da sola - poich temeva che il professore la prendesse come una sfida.
Alla fine lui si ammorbid, notando lo sguardo allarmato sul volto arrossito di Meredith, e il modo in cui gli altri studenti in classe lo fissavano increduli, come fosse uno zombie tornato in vita: non increduli che uno zombie potesse imitare un essere umano in maniera convincente, ma che potesse tornare in vita.
In un'altra occasione, il professor Schneider intercett Meredith alla fine della lezione, mentre i suoi compagni di classe sciamavano fuori dall'aula.
Mere-dith! Dimmi un po', ti piace la geometria?
S. La geometria le piaceva.
E per quale ragione ti piace, Meredith?
Perch nella geometria esistevano forme geometriche e numeri: i problemi si potevano visualizzare, non solo concepire mentalmente. E poi perch, almeno cos riteneva, la geometria non cambia mai.
Ma come fai a dire che la geometria non cambia mai, Meredith? Conosci la geometria della Cina? Dell'India? Di Marte?
No, dovette ammettere Meredith.
Allora come puoi essere certa che la geometria non cambia mai? Vedi, esistono leggi di natura che non valgono nelle remote galassie. Ci sono luoghi dove il tempo non esiste, o se esiste ci lascia sconcertati, perch scorre all'indietro, e quindi non  mai ora di andare a letto, anche se siamo stanchi e annoiati.
Meredith sorrise, l'espressione incerta. Non sapeva cosa rispondere. Cerc di pensare a come avrebbero replicato Platone, o Socrate, o magari Isaac Asimov; ma non le venne in mente niente.
Non disse al suo insegnante: La geometria mi piace perch  un gioco in cui niente  vero. Perch ha delle regole che si possono apprendere per giocarci.
Pur rendendosi sicuramente conto che la sua studentessa era intimidita e imbarazzata, e non vedeva l'ora di sgusciare via, il professor Schneider continu a interrogarla: E dimmi un po', Mere-dith, che ne pensi dello strano anno 1111?.
Lo strano anno 1111? Anche questa era una specie di battuta?
Quando gli altri insegnanti le si rivolgevano, Meredith comprendeva subito e con chiarezza cosa dicevano, senza bisogno di decodificare le loro parole, ma quel che diceva il professor Schneider, di qualunque argomento si trattasse, aveva poco a che fare con le parole che pronunciava in quel suo tono falsamente gioviale.
Meredith mormor che non sapeva cosa pensare dell'anno 1111.
E che ne pensi dello strano anno 3011?
Nemmeno dell'anno 3011 sapeva cosa pensare.
Allora come puoi essere certa che la geometria non cambia mai? disse ridacchiando il professor Schneider, trionfante.
Meredith lo ascoltava educatamente, l'espressione seria; era cos che la bimba del fango rabboniva gli adulti.
Ci si rifiuta di credere che gli adulti possano essere squilibrati, ignoranti, stupidi o malvagi. Ci si rifiuta perfino di pensare una cosa del genere, per paura che uno di loro ti possa leggere nella mente, dietro il sorriso educato e serio da brava bambina.
Si ritiene che la matematica sia eterna, immutabile, e che questa sia la sua bellezza. Ma come si pu essere certi - non pensare, ma essere certi - che sia eterna e immutabile? Nella fisica quantistica...
Meredith si rese conto che il professor Schneider la stava prendendo in giro per la sua seriet da scolaretta, come faceva spesso suo padre. Solo che il signor Neukirchen lo faceva con affetto, mentre con il professor Schneider non si poteva esserne certi, quell'uomo aveva modi imperiosi. Meredith aveva l'inquietante sensazione che se fosse scappata dall'aula il professor Schneider l'avrebbe rimproverata, o magari l'avrebbe bloccata e trattenuta.
...  necessario credere in ci che  impossibile. Perch ci che  semplicemente possibile  inadeguato.
Gruppi di studenti stavano entrando rumorosamente nell'aula per l'ora successiva di matematica. Meredith non scapp, ma si allontan in fretta.
Mere-dith, per favore, passa da me alla fine delle lezioni.
Nell'ottobre di quell'anno, Hans Schneider cominci a mormorare pi frequentemente quelle parole a Meredith, a voce bassa, come se non volesse farsi sentire dagli altri studenti.
Da notare che l'insegnante di matematica non le chiedeva di presentarsi da lui dopo la sua lezione, come spesso intimava agli altri, ma al termine delle lezioni, alle 15,15, quando con ogni probabilit era solo nell'aula, e avrebbe ricevuto solo lei.
Meredith sapeva che il professore voleva stabilire una relazione. Sin dall'inizio del primo semestre dell'ultimo anno scolastico si era resa conto che l'interesse del professor Schneider per lei era ben diverso da quello degli altri docenti; era il primo anno che lo aveva come insegnante, e quell'uomo la disorientava. Il fatto che le desse sempre voti alti ai compiti scritti, scarabocchiati con la sua grafia illeggibile, a penna rossa, non la metteva al riparo dai suoi modi imperiosi, rozzamente gioviali.
Il professor Schneider era solito chiamare alla lavagna gli studenti che andavano meglio, per risolvere i problemi davanti al resto della classe. Ce n'erano diversi, ma quella che chiamava pi spesso era proprio Mere-dith. Le prime volte lei era intimidita e imbarazzata, come fosse nuda davanti ai suoi compagni, ma piano piano, settimana dopo settimana, si era abituata a scrivere alla lavagna mentre spiegava i vari passaggi. Durante le lezioni di Hans Schneider, Meredith impar a insegnare: le era chiaro che il professore conosceva a fondo la sua materia ma non sapeva relazionarsi con gli studenti; presumeva che gli alunni fossero tutti pi o meno allo stesso livello, e non si accorgeva di quelli che rimanevano indietro, completamente disorientati; non prendeva neanche in considerazione la possibilit che l'atteggiamento scontroso e risentito di uno studente dipendesse da lui, ma ne attribuiva la causa solo alle lacune dell'alunno. Meredith pensava che l'abituale sarcasmo di quell'uomo era forse dovuto a una sorta di timidezza, una maschera dietro cui nascondersi.
Al contrario del professor Schneider, che parlava strascicando e borbottando le parole, a volte dando le spalle alla classe, indifferente al suo uditorio, Meredith impar a esprimersi con chiarezza, in modo da farsi sentire anche dagli studenti seduti in fondo all'aula. Lei che non sarebbe riuscita a parlare con disinvoltura a un gruppo di compagni di scuola, per esempio al bar, scopr che le risultava facile rivolgersi a loro quando era in classe, perch l'attenzione che le riservavano l'autorizzava a farlo; anzi, era un po' come se facessero appello a lei, perch Meredith era il loro intermediario nelle lezioni di matematica, l'unica speranza che avevano di capire qualcosa. Meredith riteneva che insegnare a una classe di alunni fosse in fondo un modo per parlare individualmente a ciascuno: fissavi lo sguardo su di loro, sorridevi, ti esprimevi in modo concreto, senza ombra di humor o ironia, per non confonderli; se ne eri capace, li spingevi a pensare che stavano apprendendo solo nozioni dettate dal buon senso, che gi conoscevano. Trasmettere la conoscenza era un piacere, mentre il professor Schneider pareva sempre riluttante a impartire ai suoi studenti le sue nozioni di matematica, quasi che fossero loro a dovergliele cavare fuori, come spremendo qualche goccia d'acqua da uno straccio.
Mentre Meredith risolveva uno dei classici problemi assegnati come compito a casa, il professor Schneider se ne stava in piedi a qualche metro da lei, osservandola, pronto a piombarle addosso se commetteva qualche errore; ma lei non ne commetteva. Se il professor Schneider le avesse dato da risolvere dei problemi che esulavano dai compiti assegnati, molto probabilmente Meredith si sarebbe confusa, ma questo non accadeva mai. Se ne stava in piedi vicino a lei a tamponarsi il naso con un fazzolettino, o a gingillarsi con un gessetto; andava avanti e indietro con la sua andatura dinoccolata, come un corvo con la schiena spezzata; in effetti, qualcosa in lui ricordava un corvo, il modo strano in cui la sorvegliava con quegli occhi gialli, un modo che a Meredith sarebbe forse stato di conforto se non l'avesse messa cos a disagio.
Immagino tu sappia, Mere-dith, che tra i nostri studenti di Carthage tu sei speciale.
Era una frase affermativa o una domanda? La stava prendendo in giro?
Meredith avvamp. Era una sensazione piacevole e al tempo stesso inquietante.
Una voce l'ammon: La bimba del fango non  affatto speciale! Lo sai.
Non sei naturalmente portata per la matematica, voglio dire, non hai un'autentica prediposizione. Sei una studentessa di liceo che va bene in matematica, ma all'universit ti renderai presto conto dei tuoi limiti. Da quello che si dice, sei portata per altre cose - la scrittura - ma la matematica  una materia molto particolare, e pochi di noi ne sono all'altezza. Il professor Schneider formul quelle frasi in tono categorico, come fossero verit che andavano enunciate anche se potevano ferire Meredith. Comunque, a parte la matematica, tu hai una certa profondit d'animo Hans Schneider cominci a esprimersi in modo esitante, sbattendo le palpebre dietro gli enormi occhiali, come se non fosse sicuro di cosa volesse dire, che nessun altro dei tuoi compagni di classe ha. E questa... profondit...  di gran lunga pi preziosa di un... di una predisposizione... perch... La sua voce si affievol, come quella di chi brancoli nel buio.
Profondamente imbarazzata, Meredith si fissava i piedi, sbattendo le palpebre. Stringeva convulsamente al petto i libri e i quaderni. Cosa le stava dicendo quello strano corvaccio?
Profondit? Anima? Lei era certa che la bimba del fango non avesse un'anima.
Era lui quello che l'aveva tirata fuori dalla palude, da bambina? Le pareva quasi di vedere la sua faccia, il volto deformato da una smorfia dell'uomo che, grugnendo, l'aveva afferrata per le ascelle, tirandola fuori. Le sembrava... quell'uomo era Hans Schneider, o no?
Credo che tu sia stata adottata. Non si sa chi sono... i tuoi veri genitori?
Il professor Schneider le si rivolgeva in tono sorprendentemente pragmatico. Meredith rimase cos sbalordita che non riusc a replicare.
Non voglio ficcare il naso nella tua vita, non tradirei mai la tua fiducia. Sai, le circostanze della tua vita - quella precedente - non sono un segreto, sono di dominio pubblico. Comunque non voglio... se ti senti a disagio a parlare di certe cose...
Meredith scosse la testa. No.
No? Che intendi?
No. Non  vero.
Non ... vero? Non sei stata adottata?
Non sono stata... adottata.
Capisco.
Il professor Schneider corrug la fronte. Non era da Meredith Neukirchen - non lo faceva nessuno dei suoi studenti - contraddirlo cos apertamente. Ma lei non avrebbe fatto marcia indietro. Aveva il cuore traboccante di rabbia come quello di una piccola creatura infuriata, e con calma disse: Lo chieda ai miei genitori, professor Schneider. Glielo diranno.
S... Capisco.
Credo che li abbia incontrati - loro sono venuti a conoscerla - alla riunione tra genitori e insegnanti. Lo chieda a loro se sono stata adottata...
Era un momento di grande imbarazzo, ma il professor Schneider non voleva che Meredith andasse via, non ancora. Con una certa goffaggine riprese l'argomento precedente: Meredith era davvero brava in matematica, anche se non particolarmente portata; all'improvviso cominci a colmarla di elogi, e le disse che a suo avviso doveva certamente iscriversi all'universit, ma non alla facolt di scienze dell'educazione di un college dello stato di New York, in qualche ateneo prestigioso, per esempio la Cornell.
I Neukirchen avevano frequentato le scuole pubbliche: Agatha si era diplomata alla scuola per bibliotecari di Albany, Konrad all'Universit statale di Buffalo. La Cornell era un'universit privata notoriamente molto costosa e Meredith non aveva concrete speranze di esservi ammessa, n i suoi genitori potevano permettersi la retta, e comunque si aspettavano che si iscrivesse a una facolt di scienze dell'educazione, volevano che diventasse insegnante di scuola superiore e tornasse a Carthage.
Naturalmente non ti facciamo pressioni, cara Merry! Ti farai strada nel mondo come desideri: ne siamo certi, sei una ragazza di grandissimo talento! Ma l'insegnamento ti  congeniale - come per me fare la bibliotecaria - e potrai vivere nella nostra stessa strada... potrai vivere a casa nostra... potrai abitare dove abiti adesso... quando saremo anziani e ci sentiremo soli e avremo bisogno della nostra bambina. Lo pro-metti?
Era arrivato il momento di uscire dall'aula del professor Schneider, con le sue cinque file di banchi, la lavagna impolverata di gesso e l'odore di stantio. Il professore indugiava, non la lasciava andare; stringeva nervosamente tra le dita un pezzo di gesso, che fin per spezzare, apparentemente senza accorgersene.
Ho... ho l'allenamento di basket, signor Schneider. Adesso devo andare.
Aspetta un minuto! I vostri ridicoli sport di squadra possono aspettare.
Comincia alle...
Ascolta, Meredith: tu non sei come gli altri. Anche gli studenti pi in gamba... credimi, so leggere nella loro anima. Tu invece...
Meredith cominciava a sentirsi in ansia. L'orologio alla parete segnava le 15,49, l'allenamento di basket iniziava alle 15,30. Non aveva nemmeno sedici anni, e gi si preoccupava di arrivare in ritardo.
Insistente, il signor Schneider disse, come leggendole nel pensiero: Hai sedici anni, vero, Meredith? Tra cinque anni ne avrai ventuno. Io ne ho ventinove e tra cinque anni ne avr trentaquattro. Non c' molta differenza d'et. In alcune culture, la differenza non esiste.
Ventinove! Meredith gliene avrebbe dati dieci di pi.
Si guardava i piedi, intontita. Le orecchie le ronzavano. Non era sicura di aver capito bene.
Tu non sei una ragazza frivola, Meredith. Non sei carina, vanitosa e infantile. Non hai vissuto la tua infanzia. Sei matura, in confronto a quegli altri. Tu... come me...
Sul volto di Hans Schneider si dipinse lo sguardo di sfida di chi aveva trascorso l'intera esistenza a costruirsi un'elaborata armatura con materiale fragile come carta, che adesso, con gesto sconsiderato, stava distruggendo. La cravatta a strisce dai colori smorti era allentata, come se l'avesse tirata. Aveva le dita tutte sporche di gesso, persino sul viso aveva delle macchie di polvere. Con voce tremula disse: Potresti aspettarmi. Non avrai molti uomini - ragazzi - che ti verranno dietro. Da un punto di vista fisico la vita non sar facile per te, puoi esserne certa. Noi - tu e io - potremmo stringere un patto, una specie di... contratto.
Se i Neukirchen avessero saputo di quella conversazione! Meredith doveva tenerli all'oscuro, proteggerli.
Tra noi c' gi un'intesa, no? Dal primo giorno che sei entrata in classe. E poi, quando ti ho chiamato alla lavagna per dimostrare le propriet del triangolo isoscele...
Meredith ricord che, dopo aver conosciuto Hans Schneider a scuola, alla riunione tra genitori e insegnanti, il signor Neukirchen era rimasto molto colpito dall'insegnante di matematica della figlia - Ha una personalit cos originale! - e aveva fatto ricerche sui suoi studi, scoprendo che aveva frequentato l'universit in un posto davvero insolito: in Scozia! Hans Schneider si era laureato all'universit di St Andrews. I suoi nonni vivevano a Watertown, a poco pi di trecento chilometri da Carthage, e i suoi genitori a Boston, e lui si era iscritto all'Universit di Boston per prendere un master in matematica; poi aveva integrato quei corsi accademici con un'abilitazione all'insegnamento nelle scuole superiori conseguita all'Universit di stato di New York ad Albany. Era arrivato a Carthage nel 1973 e nel primo anno d'insegnamento si era segnalato per i voti bassi che assegnava, per cui era stato aspramente criticato da studenti e genitori; era stato consulente del Club dei matematici, una piccola associazione presto scioltasi; aveva avuto dissapori con i colleghi e con il preside. Malgrado ci, era rimasto nel corpo insegnante, avendo imparato a adattare i suoi criteri agli standard di Carthage; perch nel sistema delle scuole pubbliche di quella citt era raro che vi fosse un insegnante con una specializzazione conseguita in un'universit rinomata come quella di Boston, e il comitato scolastico non aveva voluto perderlo.
Hans Schneider viveva da solo in un appartamento in affitto a Midland Street, e andava a scuola a piedi o in bicicletta. Lo si vedeva al cinema, sempre da solo. Mangiava in vari ristoranti economici, sempre da solo. Pareva non avere una vita privata o familiare, e quando Konrad Neukirchen lo aveva invitato a cena era sembrato andare completamente nel pallone (come disse il signor Neukirchen) e aveva declinato l'invito.
Probabilmente non vi era una relazione tra l'invito del signor Neukirchen a Hans Schneider e l'interesse dell'insegnante di matematica per sua figlia. Anche se in qualche modo Schneider poteva aver frainteso. Meredith ricordava il modo in cui il professore l'aveva chiamata alla lavagna, uno dei primi giorni di lezione: Mere-dith Neu-kirchen si faccia avanti, per favore aveva detto, con quel suo modo malizioso, schioccando le dita come se stesse chiamando un cane. Voleva suscitare l'ilarit della classe - qualche compagno accenn un risolino - ma la battuta, se tale era, cadde nel vuoto. Eppure, con il passare dei giorni, si aveva l'impressione che tra il professor Schneider e Meredith Neukirchen ci fosse davvero un legame, e si sarebbe potuto notare che il professor Schneider chiamava Meredith alla lavagna pi spesso degli altri studenti, e che, come avevano sentito alcuni di loro, di frequente lui le chiedeva di fermarsi dopo la lezione e dopo la scuola.
Lei pensava: Posso scappare via. Non pu fermarmi!.
E anche: Ma  un comportamento infantile. Non sono una bambina.
Non aveva ancora sedici anni, secondo i documenti, ma non era certo una bambina.
Apparentemente senza rendersene conto, con un gessetto tra le dita irrequiete, Hans Schneider aveva sbarrato il passo alla studentessa spaventata, impedendole di uscire dall'aula. Parlava in modo concitato, sconnesso e sconclusionato; la fronte madida di sudore era solcata da rughe che parevano frecce con la punta all'ingi. Durante le sue lezioni, a Meredith capitava spesso di ritrovarsi a guardare le mani di quell'uomo, le dita, con una sorta di inorridita fascinazione: il professore di matematica si gingillava con i gessetti, all'inizio della lezione ne sceglieva uno intero, e poi, minuto dopo minuto, lo spezzava in due; gettava il pezzo pi piccolo sulla cattedra, e continuava a giocherellare con quello pi grande, fino a spezzare anche quello; e cos via, per tutti i cinquanta minuti della lezione. Non era facile calcolare quanti pezzi di gesso rompeva il professor Schneider, perch nessuno si spezzava in pi di due met, e quindi, per le sue limitate conoscenze matematiche, Meredith non sapeva impostare un'equazione in grado di calcolarli; per aveva la sensazione che se avesse potuto continuare, se non fosse stato interrotto dalla campanella, il professor Schneider sarebbe andato avanti all'infinito; ma se nessuno l'aveva visto spezzare gessetti all'infinito, era corretto affermare una cosa del genere?
Meredith osservava assorta le dita nervose infarinate di gesso, lunghe, in qualche modo simili ad artigli, e le unghie, scolorite, cortissime, con le pellicine arrossate come se quell'uomo avesse il vizio di mordicchiarsele. Il professor Schneider stava spiegando - come si pu spiegare a una bambina impressionabile - che lui non era un tipo solitario, anche se s, era solo, che si era concesso sei anni per diventare una persona ordinaria, esteriormente, e poi... Poi chiss come si mise a parlare dei movimenti rotatori delle stelle e dei pianeti che erano prevedibili come un orologio finch, un giorno, l'irruzione eccezionale di una cometa li rendeva imprevedibili. Delle forze in equilibrio - centrifughe, centripete - e dell'elemento umano, il cui nucleo era il vero mistero.
Meredith udiva appena la voce del professore di matematica, le orecchie le ronzavano. Non mi perdoner mai pensava.
In sostanza, in una vita da bruti si pu vivere da soli o no. Se scegli di vivere solo, devi essere molto pi resistente di quanto si ritenga. Chi sta sempre solo non smette mai di pensare, non spegne mai il cervello. Non  possibile condurre un'esistenza in cui si pensa ininterrottamente: l'ho scoperto in questo posto spaventoso, Carthage, Cartagine. Oh, mai nome fu pi appropriato! Quando sei in mezzo agli altri, le loro chiacchiere ti inebetiscono. Ma non  una cosa cos terribile, in realt. Certo, potevo vivere con i miei genitori, e invece no, sarebbe stato logorante, per tutti. E io non chiedo l'elemosina.
Con movimenti lenti, quasi impercettibili, Meredith stava cercando di oltrepassare il professor Schneider e di guadagnare la porta. Ma come un'attentissima guardia alta e allampanata su un campo di basket, Schneider le sbarrava la strada.
Era stata proprio una stupida, ingenua, cieca. Si era rifiutata di credere che il professore di matematica la fissasse, pensasse a lei, in modo cos strano, ossessivo. Meredith non aveva mai attratto l'attenzione dei ragazzi, tanto meno degli uomini. A quanto pareva nessuno l'aveva mai desiderata, nessuno si era comportato male con lei. Nessuno aveva scarabocchiato il suo nome o le sue iniziali nei graffiti sulla fiancata del ponte di Convent Street, o sulla Water Tower, o sul retro dell'edificio scolastico, come facevano con i nomi e le iniziali di altre ragazze. Quando era sola e nessuno la guardava, Meredith si fermava a esaminare quei rozzi segni con l'ansiosa speranza di scoprire il suo nome tra gli altri; perch persino un insulto avrebbe significato che l'inganno della bimba del fango non era ancora stato scoperto.
Pi in generale, si preoccupava di essere normale: come aveva detto il signor Schneider, ordinaria. La sua condizione di donna - di adolescente - era costellata di piccoli imbarazzi e inquietudini; quel che la signora Neukirchen definiva con curioso eufemismo il marchese non le veniva tutti i mesi (ogni ventotto giorni?), ma a intervalli irregolari, per cui non si poteva mai prevedere con precisione. E il suo corpo non le sembrava esattamente quello di una donna. Non femminile quanto i corpi delle sue compagne di classe.
Aveva seni piccoli, duri, rigidi, diversi da quelli delle ragazze che vedeva di sfuggita nello spogliatoio, turgidi, pi morbidi; in pratica non aveva fianchi, n natiche; ma aveva spalle ampie, membra lunghe, braccia e gambe muscolose: il corpo di un ragazzo magro. Quando indossava pantaloni sportivi e giacca a vento veniva spesso scambiata per un maschio: non si truccava, al contrario delle compagne di classe, e aveva il viso d'un pallore lucido, scialbo; non conosceva ancora il misterioso termine androgino, che forse in qualche modo l'avrebbe confortata, o magari le avrebbe trasmesso pi inquietudine. Malgrado i Neukirchen facessero di tutto per proteggere la figlia, e malgrado il conforto spirituale che dava loro la religione quacchera, simile a una benigna luce accecante che inghiottiva tutte le oscure fenditure in cui potevano fiorire il dolore, il male, la crudelt, l'afflizione, la malvagit, Meredith capiva che il mondo era governato da forze brute e selvagge: la lotta per il territorio, e la lotta per la riproduzione.
Era alla biologia che i goffi disegni dei peni (cazzi) e delle vagine (fiche) tracciati dagli adolescenti si riferivano ossessivamente. Com'era ingenua la bimba del fango a immaginare di poter comparire tra quei disegni.
Si rifiutava di credere che fosse la biologia ad aver attratto il suo professore di matematica verso di lei. Verso la bimba del fango! Era di certo un terribile sbaglio.
Adesso devo... devo andare, professor Schneider...
Perch? Perch devi andare?
Perch...  ora.
 ora... per cosa? Per chi?
Per l'allenamento di b-basket...
Meredith balbettava come una bambina colta in fallo.
Le dita simili ad artigli del professore di matematica spezzarono il corto gessetto. Met cadde a terra, inavvertitamente. Adesso il professor Schneider respirava con affanno, come se avesse i polmoni serrati in una morsa dolorosa, e incombeva su di lei a meno di mezzo metro, il busto proteso in avanti; Meredith not sulla sua fronte delle goccioline oleose, e lo sguardo fanatico di quei grandi occhi che la fissavano sbarrati. Le disse freddamente: Sai benissimo che tra noi c' un'intesa. Lo sai e l'hai sempre saputo, Mere-dith.
Io... io non credo, professor Schneider...
S. Certo che lo sai. Non sei una stupida.
Con gesto audace Meredith avanz di un passo, alla cieca. Doveva correre il rischio, fuggire da quello strano individuo scosso da fremiti.
Forse fu allora che accadde, in un attimo, in modo confuso: il signor Schneider l'afferr per la spalla destra, poi per il braccio. La colse di sorpresa, le sue dita la stringevano come una morsa. Ma lei si divincol, all'istante. Perch la bimba del fango aveva l'istinto di salvarsi, di fuggire da chi le era ostile. Ed era scattante, forte, agile: l'uomo rimase sconcertato, si aspettava un atteggiamento pi remissivo.
Meredith! Non ti ho dato il permesso di uscire: torna qui...
Scapp via. Spalanc la porta e si gett di corsa nel corridoio. Attravers l'androne dov'erano allineati gli armadietti, sempre correndo.
Non lo raccont a nessuno. Non ne avrebbe mai parlato ad anima viva. Nascose il livido sull'avambraccio sotto camicette a maniche lunghe, fin quando i segni degli artigli scomparvero. Quel pomeriggio balbett una scusa, rossa in viso, con le compagne della squadra di basket, che la guardarono stupite (si erano accorte della sua assenza?), e ai Neukirchen non disse niente, sapeva di doverli risparmiare, a ogni costo. Il mattino seguente a scuola venne dato l'annuncio che Hans Schneider aveva avuto un incidente e che quel giorno non avrebbe fatto lezione; l'avrebbe sostituito una supplente.
E il giorno successivo fu annunciato che Hans Schneider sarebbe stato assente per tutta la settimana. L'avrebbe sostituito la stessa supplente, una donna di mezza et con un sorriso nervoso.
Infine, la settimana seguente, venne comunicato che non si sapeva quando Hans Schneider sarebbe tornato al liceo di Carthage.
Meredith non rivel ai genitori il comportamento tenuto dal professor Schneider nei suoi confronti - non avrebbe mai detto che quell'uomo aveva tentato di impedirle di uscire dall'aula -, ma rifer loro con grande naturalezza che il suo insegnante di matematica aveva avuto un incidente e non avrebbe fatto pi lezione, e che la supplente era simpatica, ma non certo intelligente come il professor Schneider.
In seguito Meredith sent di sfuggita i genitori che parlavano tra loro a bassa voce, perch lei non sentisse, del professor Schneider.
Poveretto! Dicono che  stato un farmaco per l'asma... E un medicinale per l'artrite. Forse corti-sone? Una dose eccessiva.
Aveva solo ventinove anni! Sembrava molto pi vecchio...
Ma dicono che sia ancora vivo. In ospedale.
All'ospedale di Watertown. Non qui.
Sai, mi ero accorto che aveva qualcosa che non andava.
Davvero? E come diamine hai fatto?
Perch ha declinato il nostro invito a cena, cara. L'ho capito quando l'ho invitato a mangiare i deliziosi manicaretti preparati dalla mia cara moglie, e lui mi ha guardato come se gli avessi proposto di inghiottire del veleno.

La donna del fango contestata
Maggio 2003
Preparata! Doveva essere preparata.
In quel luogo buio cercava disperatamente uno specchio per guardarsi il viso, perch il suo viso aveva qualcosa che non andava, che poteva tradirla; c'era qualcosa che non andava nel suo viso e bisognava rimediare; c'era qualcosa che lo deturpava, e bisognava camuffarsi e prepararsi.
Perch quell'evento, quella riunione, era molto importante per la sua vita. Ignorava chi fossero quegli individui, persino dove si erano dati appuntamento (in un edificio lontano da l? Quello era il campus universitario?), ma sapeva che si erano riuniti per giudicarla, e la stavano aspettando, perch era in ritardo, era gi in ritardo, cercava disperatamente di nascondere l'insolita bruttezza del suo viso, i lividi apparsi sulle guance e sulla morbida pelle attorno alla bocca come il dito accusatore di Dio, sembrava che avesse divorato qualcosa di crudo e sanguinolento; avrebbe fatto ancora pi tardi.
La fine, quando arriva, arriva in fretta.
A M.R. quella non sembrava la fine. La considerava piuttosto una sorta di interruzione, un piccolo contrattempo.
Una seccatura, un malinteso. Al massimo un equivoco. Ma non... la fine.
Come una persona a cui, in un pomeriggio pieno di appuntamenti urgenti, il medico annunci che non pu essere operato, che il suo  un male incurabile, allo stadio terminale, che le rimangono poche settimane di vita, che non c' niente da fare; eppure quella persona sembra non udire, e continua a occuparsi dei suoi pressanti impegni per il resto del pomeriggio, lamentandosi: Quanti impegni! Devo proprio essere una persona importante....
In ritardo! S, era davvero in ritardo.
La parola ritardo le rimbombava nelle orecchie come una folle pulsazione.
Sei in ritardo sei in ritardo... ritardo.
Un principio del Tempo: se si  in ritardo, non si pu essere non in ritardo.
Se si  in ritardo, non si pu cambiare la propria sorte.
Era inspiegabilmente, imperdonabilmente in ritardo di diciotto minuti.
Diciotto minuti! Per la riunione del consiglio di amministrazione a Charters Hall. Per quell'importante incontro di maggio che M.R. aveva convocato da tempo immemorabile.
Da ore, giorni, settimane. Indetto dalla rettrice Neukirchen!
Il bilancio per l'anno seguente, le rette di ammissione, la proposta di sussidi agli studenti, lo sviluppo... E lei era in ritardo, trafelata, lo sguardo febbrile, le mani tremanti (ma come parecchie persone soggette a tremore sapeva tenerle abilmente ferme, afferrando o stringendo qualcosa per mascherare il tremito che l'aveva colta inaspettatamente quella mattina) e non poteva fare niente per non essere in ritardo.
Vogliate perdonarmi! Sono desolata, ma ho avuto... un'emergenza... una telefonata...
Le credevano? E perch non avrebbero dovuto crederle?
(M.R. Neukirchen non mentiva: per quale ragione non avrebbero dovuto crederle?)
(Aveva gi dato quella giustificazione? Aveva gi balbettato quelle parole di scusa? Davanti a quelle stesse persone? Non le sembrava. No, le pareva di no. Anzi, ne era certa. Eppure... perch la fissavano increduli? E l'espressione sui loro volti, preoccupata, sorpresa, ansiosa. Cosa significava? Che, essendo una sorta di fiduciari, M.R. doveva avere fiducia in loro?)
La riunione del mese di maggio. Quell'importante riunione del mese di maggio. Una riunione annuale, delicata, con i membri del consiglio di amministrazione.
I membri del consiglio di amministrazione dell'universit che avevano nominato M.R. Neukirchen. In un certo senso, erano i suoi datori di lavoro. Coloro che sovrintendevano al suo operato. Erano loro a stabilire il suo stipendio e a redigere il contratto. Il rettore viene stipendiato dal consiglio di amministrazione e non pu andare contro la volont dei suoi membri, non pu contravvenire alle loro decisioni: non pu perdere la loro fiducia.
Eppure era in ritardo di diciotto minuti! M.R. immaginava che ci sarebbe stato un verbale di quella riunione. Le sedute del consiglio di amministrazione venivano meticolosamente messe a verbale, per motivi pratici e legali.
Le riunioni degli esimi membri del consiglio di amministrazione dell'universit si tenevano, per tradizione, nella sala ottagonale di Salvager Hall. Una splendida, vecchia rotonda con i soffitti di vetro istoriato, antichi arredi in mogano intagliato riccamente ornati, un tavolo ottagonale con sedie imbottite, e alle pareti i ritratti dei primi, venerabili rettori dell'universit, tra cui il pi distinto, il reverendo Ezechial Charters, le cui opinioni sul genere femminile, sui bambini, sui selvaggi indiani, sui neri e sulle sette religiose esclusa la propria, quella protestante, erano diametralmente opposte a quelle della rettrice Neukirchen, che anzi le trovava indecenti, ripugnanti. Eppure, lei e il reverendo Charters erano d'una stirpe unica, eccezionale.
Sorridi, sorridi! Quella maledetta faccia non cambia.
Rettrice Neukirchen? Qualcosa non va?
No! si affrett a rispondere.
Assolutamente no!
Le sarebbe piaciuto sottolineare quanto fosse ironico (appropriato?) il fatto che lei avesse ereditato il rettorato di quell'universit, quando, agli occhi del primo rettore Ezechial Charters, lei non avrebbe mai potuto aspirare a quel ruolo, in quanto donna, o peggio, una femmina selvaggia non timorata di Dio.
No, assolutamente no.
Era l'unica risposta a quella domanda oltraggiosa.
I ventotto membri del consiglio di amministrazione erano riuniti attorno al tavolo ottagonale. Li cont a uno a uno, non riusciva a fare a meno di contarli.
Il governatore dello stato del New Jersey, membro di diritto, non era presente; si trovava a Trenton, impelagato nel suo rischioso attivismo politico.
Alcuni degli individui seduti attorno al tavolo ottagonale erano consiglieri di M.R.: il direttore della societ azionaria dell'universit, il vicerettore addetto alle finanze, il vicerettore addetto allo sviluppo, il direttore amministrativo, il presidente della societ di investimenti dell'universit, i cui nomi naturalmente lei conosceva benissimo, come i loro volti, ma che in quel momento aveva dimenticato.
Visto che ci siamo tutti, almeno i presenti, credo si possa cominciare.
M.R. scocc uno dei suoi sorrisi radiosi! Diciotto minuti di ritardo rispetto all'orario previsto.
Ma adesso la riunione era cominciata, e sarebbe andata avanti sino alla fine.
Quando si  all'inizio, non si pu mai prevedere la fine.
Perch lei preferiva pensare - voleva disperatamente illudersi - che per lei quello fosse ancora l'inizio, o quasi.
Il primo anno da rettrice. Non ancora concluso.
La prima donna, il primo anno. Il primo rettore donna di quell'universit.
Com'era riconoscente! Eppure cos piena di risentimento.
La prima donna, la prima femmina. Perch era cos importante? Perch il sesso aveva tutta quell'importanza?
Era un classico paradosso filosofico: dove risiede l'io?
Nel corpo o... nell'anima?
Ma in realt esiste un'anima?
Esiste l'io?
O piuttosto... una pluralit di io?
O ancora (riflessione angosciosa, che il pi delle volte giunge con la violenta e intensa luce del giorno dopo una notte insonne), non esiste alcun io, ma solo una materia cerebrale sempre sul punto di estinguersi.
M.R. era ansimante, turbata e agitata come dopo l'improvviso risveglio da un sogno. Gli indumenti che indossava erano... non spiegazzati, ma comunque non abbastanzain ordine, e di certo aveva i capelli arruffati, come se non avesse avuto il tempo di pettinarli o spazzolarli, e il viso - il suo povero viso devastato! - alla fine l'avrebbe tradita, stranamente gonfia com'era intorno alla bocca; si era truccata in fretta, in uno strano modo, applicandosi un fondotinta pastoso che, una volta asciutto, si era scurito come fango.
Non aveva pi il viso luminoso e giovanile di una valchiria, ricordava piuttosto una di quelle maschere primitive che compaiono nel quadro Les demoiselles d'Avignon di Picasso.
Malgrado ci, la rettrice Neukirchen parlava con insolita chiarezza, come chi pronunci delle parole in una lingua straniera il cui significato non gli sia del tutto chiaro. Stava dando il suo cortese benvenuto ai membri del consiglio di amministrazione dell'universit, ringraziandoli di essere intervenuti. Nel mezzo del suo discorso di benvenuto, d'un tratto colse a sinistra del suo campo visivo una figura, come uno di quei pupazzi che saltano fuori da una scatola, un uomo il cui volto le era familiare, un vecchio gentiluomo, dai capelli argentati, con un abito elegante e il cravattino: ne conosceva il cognome - Lockhardt? - ma non il nome di battesimo, e lo rampogn gentilmente, nel tentativo di mascherare l'irritazione per essere stata interrotta in quel modo irriguardoso: Ehi, Lockhardt! Si sbuca cos, all'improvviso?.
Segu un momento strano, carico di tensione. Leonard Lockhardt fiss M.R., in silenzio; poi, mormorando una scusa, prese posto al tavolo ottagonale.
M.R. non ebbe il tempo di chiedersi come mai il capo del suo ufficio legale si era materializzato dal nulla nella sala ottagonale, sedendosi insieme agli altri come se niente fosse.
Le venne da pensare - in quello stesso istante, e ne fu certa - che il capo dell'ufficio legale si era gi incontrato con i membri del consiglio di amministrazione, a sua insaputa.
 un mio nemico. Una serpe in seno.
E con ogni probabilit anche i suoi collaboratori - alcuni - erano a conoscenza della cospirazione.
Ma naturalmente lei non avrebbe detto niente. Avrebbe reagito all'offesa e all'indignazione con l'astuzia.
M.R. si esprimeva con insolita lucidit, e con altrettanta insolita lucidit ascoltava i dirigenti dell'ateneo che leggevano le loro relazioni, le domande che i membri del consiglio ponevano loro e le relative risposte, e si stup che non venisse fatta alcuna menzione - non vi fu nemmeno una domanda - del ragazzo che aveva tentato il suicidio, non lontano da Salvager Hall; non ne ricordava il cognome, rammentava solo che cominciava con la S, eppure le sembrava di averlo l davanti! Il giovane viso afflitto, gli occhi pesti, e la bocca!
La voce, provocatoria e angosciata. Come se accusasse lei.
Era ancora vivo. Era tenuto in vita da una macchina in un ospedale della Florida. Il cervello era pi o meno spento. L'io che aveva ingiustamente accusato la rettrice Neukirchen si era spento, ma il giovane, esile corpo sopravviveva. Era un destino crudele, tremendo. Quella era la vita che lo aspettava.
L'avvocato degli Stirk non aveva ancora adito le vie legali.
(Stirk: ecco come si chiamava.)
Molto probabilmente i membri del consiglio di amministrazione stavano pensando al caso Stirk, ma non ne parlavano, non ancora. La riunione era appena cominciata, avevano un sacco di tempo. Il capo dell'ufficio legale dell'universit aveva certo confidato loro: L'avevo avvisata. Non parlare di persona con il ragazzo. Quella stupida donna naturalmente non ha seguito il mio consiglio. E adesso....
M.R. si chiese quali tra quei consiglieri fossero i suoi amici. E quali i suoi nemici.
Nei primi tempi era convinta di averli tutti dalla sua parte, che fossero tutti sostenitori di M.R. Neukirchen. Tutti entusiasti di lei, ammirati di lei. Ma poi aveva dovuto scartare quell'ingenua supposizione. Perch adesso erano l riuniti per giudicarla.
L'avevano salutata con una certa freddezza, questo era un fatto. Non tutti le avevano sorriso con calore come lei desiderava. Non tutti avevano pronunciato il suo nome, Meredith!, in quel modo particolare con cui si intende: Mi piaci, ti sono amico.
Perch (ovviamente) avevano letto gli articoli sul caso Stirk, avevano seguito i servizi alla TV, e non tenevano pi in grande stima la rettrice Neukirchen.
E che sguardo gelido aveva uno dei membri pi anziani, un facoltoso uomo d'affari originario del Midwest che, come molti componenti di quel consiglio di amministrazione, vi faceva parte dai tempi del predecessore di M.R. Non ricordava come si chiamava - il cognome cominciava con la D - ma aveva un nome ingannevolmente affabile, comune: Bob, Rob, Ron. Si era laureato in quell'universit una vita fa, quando le donne non erano ancora ammesse e prima che una piccola percentuale di non bianchi (e di ebrei) iniziassero a frequentare il campus; e quei pochi erano stati ammessi in base al criterio delle quote a loro riservate.
Quell'uomo, che giudicava le donne in modo brusco, diretto e privo di sentimentalismi, aveva accettato M.R. Neukirchen non in quanto donna ma come una sorta di uomo ad honorem, pur se di una specie inferiore.
Ma forse D. non era nativo del Midwest, forse lo confondeva con qualcun altro. Aveva una stretta di mano forte ed energica, era un saluto e un avvertimento.
Non credere di darmela a bere. Io non sono uno di quei coglioni progressisti tuoi lacch.
M.R. stava ancora contando mentalmente i presenti seduti al tavolo: ventinove, trenta, trentuno, trentadue... Con una parte della mente contava mentre con un'altra, come un faro che brilla nelle tenebre, percepiva la situazione con terrificante lucidit.
Il particolare che nessuno avesse tirato in ballo la faccenda di Stirk era significativo.
Il loro piano, forse lo avevano persino provato, era che D. sorprendesse la rettrice Neukirchen con una dichiarazione su Stirk appositamente studiata (era evidente che D. stava per uscirsene con un'osservazione polemica: le mascelle da bulldog gli tremavano), ma l'astuta rettrice Neukirchen port il dibattito in un'altra direzione, saltando i punti all'ordine del giorno in modo da presentare al consiglio di amministrazione il suo nuovo ambizioso piano di riforma per gli aiuti economici agli studenti, che prevedeva borse di studio per l'intero ammontare delle rette universitarie, indipendentemente dalla condizione economica familiare, con particolare attenzione ai ragazzi provenienti da famiglie a basso reddito, gravemente trascurati per l'eccessiva attenzione dimostrata dall'universit verso le minoranze razziali.
Come tutti i consiglieri sapevano bene, l'universit versava in ottime condizioni finanziarie: nonostante il momento di flessione economica, la dotazione per studente su cui poteva contare l'ateneo era la pi alta del paese. E, in ogni caso, le rette coprivano solo una piccola percentuale dei costi operativi dell'universit.
Pur essendo piuttosto distratta, mentre parlava M.R. era consapevole che il suo discorso non stava ottenendo dagli individui seduti attorno al lucente tavolo ottagonale quei sorrisi di assenso, quei cenni del capo, quei mormorii di approvazione che era solita ricevere durante riunioni come quelle. In qualche modo, era cessata la corrente di lusinghiera attenzione a cui era abituata.
Pochi consiglieri sembravano persuasi dalle sue parole. M.R. aveva preparato per quella presentazione diagrammi, grafici, statistiche... Se nessun'altra strategia avesse funzionato, avrebbe stroncato ogni opposizione!
Con una parte della mente stava cercando a tutti i costi di rammentare il nome di D. Sarebbe stato tremendamente imbarazzante se quell'individuo dall'aspetto bellicoso, con la testa calva a forma di proiettile, le mascelle serrate, un miliardario che compariva su Forbes, e grazie alla cui donazione era stato costruito il nuovo, fastoso edificio della facolt di scienze dell'universit, si fosse reso conto che M.R. aveva dimenticato il suo nome.
 mio nemico. Uno dei miei nemici.
Le furono poste domande sulla fattibilit della sua proposta.
In quell'universit c'era un numero fisso di studenti, ed era tradizione non ampliarlo: si trattava di un'accademia d'lite e tale doveva rimanere, non doveva soccombere alle pressioni dell'istruzione pubblica.
E poi naturalmente bisognava mantenere i posti liberi per chi aveva effettuato dei lasciti.
Per i figli e i nipoti degli ex allievi.
Degli ex allievi facoltosi: i donatori.
Dei membri del consiglio di amministrazione.
(Era una tacita tradizione di quell'universit, tra le pi ambite della Ivy League: i parenti dei membri del consiglio di amministrazione che presentavano domanda di iscrizione beneficiavano di uno statuto speciale. Si usava l'espressione seguire le orme dei padri.)
Mi scusi. Forse non mi ha ascoltato. Qui non si tratta di istruzione pubblica: qui si tratta di un istituto di istruzione privata con una responsabilit in un settore pubblico. Penso a un'istruzione di lite per tutti - tutti! - coloro che meritano di riceverla. La nostra nazione  fondata sulla meritocrazia, non sull'aristocrazia. La pensi in termini di noblesse oblige: lei pu provvedere alla noblesse, noi educatori all'oblige.
Rospi velenosi! Quelle parole rimarchevoli uscirono dalla bocca della rettrice Neukirchen saltellando proprio come i rospetti velenosi di un tempo.
Una volta liberati, quei deliziosi rospetti velenosi non possono pi essere richiamati indietro.  questa la natura del genere rospo velenoso.
I presenti seduti intorno al tavolo ottagonale fissarono M.R. Neukirchen prima basiti, poi affascinati.
La sua era un'osservazione arguta? Intendeva esserlo? Molti sorrisero, incerti. Diversi altri la guardavano sorpresi. Nessuno rise.
Ventotto, ventinove, trenta, trentuno...
Chi sta sempre solo non smette mai di pensare, non spegne mai il cervello.... trentadue, trentatr, trenta...
Straordinariamente calma, nell'occhio del ciclone! Malgrado il tremore alle mani (che teneva sotto controllo serrando con le dita il bordo del lucente tavolo in mogano), M.R. si sentiva benissimo: sicura di s, fiduciosa, con un'acuta percezione della sua autorit. Come il suo insegnante di scienze al liceo, una persona paziente, cordiale, appena condiscendente, cominci a svolgere davanti a quell'assemblea d'lite una lezione sul fenomeno della successione vegetale.
Immaginate una sterile distesa rocciosa dove all'improvviso appare la vita, dove attecchiscono e sopravvivono alcune spore trasportate dall'aria; sono semplici licheni che diffondono la loro specie, e si riproducono, fino a creare un ambiente ospitale per una specie vegetale pi complessa, che prender il suo posto, e cos via fino alla comparsa dell'erba. Ogni specie diffonde il proprio genere, e cos facendo crea un ambiente ospitale per una specie pi complessa che prender il suo posto. Dopo l'erba germoglieranno le piante, specie vegetali sempre pi complesse, e infine, dopo un centinaio d'anni o anche pi, gli alberi! Una specie di alberi crescer un giorno su quella che un tempo era un'arida superficie rocciosa, piano piano ricoperta da uno strato di terra abbastanza profondo e di consistenza tale da sostentare le specie al culmine della successione. E allora... be', perch mi guardate con quell'espressione cos perplessa? osserv M.R. ridendo, nel modo tipico che M.R. Neukirchen aveva di disarmare ogni critica con un sorriso franco, ignara del fatto che, in quella circostanza, quei suoi modi non sortivano pi effetto. State forse pensando: E io, la mia specie, cosa c'entriamo in questa parabola?. Il mistero della successione vegetale sta nella sua imprevedibilit: analizzando il terreno roccioso originario, non si pu prevedere tutto ci che seguir: in particolare, non si pu prevedere che in quel posto sorger una bellissima pineta. In una tale parabola, dalla situazione iniziale non  possibile prevedere quella finale, perch tale situazione finale contrasta in maniera stridente con quella iniziale. La successione delle persone - le razze, le classi - deve seguire un principio simile, altrettanto ineludibile. Non  un evento tragico - non stiamo parlando di istruzione pubblica - perch ogni specie ha origine a spese di quella che l'ha preceduta e in natura di solito  soppiantata da quella che prender il suo posto. Ma la razza umana, ovvero il consorzio umano, la civilt, non sono inevitabilmente determinati da tali principi. Un progressista  un educatore che desidera il bene di tutti, che desidera creare l'ambiente ideale per tutti. Questo  il principio progressista che anima la nostra grande universit...
Rospetti velenosi! Saltellavano sul lucente tavolo in mogano come creature balzate fuori da un libro di fiabe per l'infanzia.
Ci aggrappiamo alla nuda roccia. La nostra specie vi si aggrappa, con un disperato bisogno di sopravvivere. Ecco perch siamo cos pericolosi!
Malgrado lo sbigottito silenzio del suo uditorio e le espressioni che indicavano grande preoccupazione - per esempio sul volto di Leonard Lockhardt -, M.R. parlava in tono appassionato e senza esitazione, come deve fare ogni educatore; malgrado il tremito che sentiva dentro di s, e che le dita serrate sul bordo del tavolo accentuavano, non potendosi muovere liberamente. E poi avvertiva un fastidioso calore intorno alla bocca, come per un afflusso eccessivo di sangue, che la distraeva anche se pensava - voleva crederlo - di essersi truccata in modo da nascondere quelle ecchimosi deturpanti.
Pi tardi avrebbe scoperto, con orrore, che il pesante fondotinta (acquistato in una farmacia gi in citt, dopo aver passato accuratamente in rassegna gli scaffali dei cosmetici) che aveva applicato a strati si era asciugato in modo imprevedibile, assumendo una tinta pi scura di quel che si aspettava. Dallo specchio la fissava la donna del fango!
Ma adesso, affettando charme, come se il pensiero le fosse venuto in quel momento, aggiunse: Sapete, l'essenza della religione quacchera sta nel non fare alcun tipo di voto. Nemmeno allo stato, per esempio il servizio militare. Sta nel non rinunciare alla propria integrit morale, per uno stato, un'istituzione.... La voce le manc, non ricordava pi perch aveva tirato in ballo il quaccherismo... forse perch il reverendo Charters era stato tra i persecutori dei quaccheri? O stava cercando di definire l'identit di M.R. Neukirchen, poich era stata attaccata la sua posizione morale quale educatrice progressista?
Adesso D. balz veramente all'attacco.
Un individuo con la testa a forma di proiettile e la faccia da bulldog, dallo sguardo torvo. C'era da pensare che M.R. Neukirchen avesse vergato di proprio pugno la parola RESPINTO sulla domanda di ammissione all'universit presentata dal figlio di quell'uomo.
Ma l'argomento in questione non erano i figli che seguivano le orme dei padri. Era qualcosa che M.R. aveva completamente dimenticato, e per un confuso istante le sembr quasi di ricordare: la proposta di donazione di trentacinque milioni di dollari avanzata dalla societ fornitrice di gas naturale i cui rappresentanti M.R. aveva rifiutato di incontrare a Philadelphia.
La mascella da bulldog si serr: D. aveva subito un grave affronto, la rettrice Neukirchen non solo aveva rifiutato la donazione di trentacinque milioni di dollari che lui con la sua diplomazia aveva favorito, ma lo aveva fatto unilateralmente, a quanto pare senza consultare nessuno, e, cosa ancor pi grave, si era persino rifiutata di incontrare i dirigenti della societ per discutere della proposta.
E, peggio ancora, lo aveva fatto con una e-mail.
... infatti, rettrice Neukirchen, ho provato a contattarla numerose volte, ma lei non ha risposto alle mie chiamate. Speravo... mi aspettavo... che mi avrebbe richiamato... per darmi una spiegazione...
D. non riusciva quasi a parlare, l'avversione nei confronti di M.R., l'indignazione per la mancanza di rispetto manifestata nei suoi confronti, sembravano paralizzargli la bocca.
M.R. si affrett a scusarsi: naturalmente aveva in animo di richiamarlo. Aveva chiesto alla segretaria di trovare un momento per telefonare al consigliere, ma... era successo qualcosa.
Non possiamo permetterci di rifiutare una simile donazione! Se si vuole aumentare il sostegno agli studenti, rettrice Neukirchen, ci sar bisogno di molto pi denaro, e comunque l'Excellis  tra le societ che hanno elargito le maggiori donazioni agli istituti di ricerca, e nessuno le ha mai rifiutate. Lei deve spiegare a questo consiglio la sua singolare decisione di agire senza interpellare i consiglieri, senza consultare noi.
M.R. rabbrivid leggermente: l'uomo aveva pronunciato le parole rettrice Neukirchen con vibrante ironia, ostilit.
Rettrice Neukirchen! Non credere di darmela a bere.
Era vero: la settimana precedente M.R. con una decisione impulsiva aveva cancellato la colazione di lavoro che doveva tenersi a Philadelphia. Provava una tale ripugnanza per il compito che l'attendeva in qualit di rappresentante dell'universit: prostrarsi davanti alla terza societ fornitrice di gas al mondo, come se ignorasse completamente le catastrofiche conseguenze sull'ambiente, negli Stati Uniti ma ancor pi nei paesi del Terzo mondo, causate dall'attivit di quella societ dal nome cos assurdo, Excellis. La prospettiva di quell'incontro la disgustava a tal punto che non era riuscita nemmeno a prepararsi il discorso che avrebbe dovuto fare a quattr'occhi al dirigente della Excellis responsabile delle donazioni, non si era consultata con il suo staff, e nemmeno con il vicerettore addetto allo sviluppo, o con il legale dell'universit. Invece di inviare una lettera formale di scuse redatta in maniera meditata e accorta, M.R. aveva inviato a quel dirigente una succinta e-mail, cancellando poi la sua risposta, senza nemmeno leggerla.
Era una cosa cos terribile? L'e-mail  un modo per risparmiare tempo da parte di un amministratore efficiente.
... l'Universit  grata per la donazione proposta ma, al momento, non possiamo accettare. Ringraziamo infinitamente per l'interesse manifestato verso la nostra istituzione. Con voce carica di rabbia, D. lesse l'e-mail che M.R. aveva inviato al dirigente della societ, come fosse una prova schiacciante contro di lei.  come se avesse declinato l'invito a un battesimo!
Battesimo. Mai una parola cos innocente e innocua era stata pronunciata con tale virile disprezzo!
Ho rifiutato perch era l'unica decisione etica possibile, cio rifiutare una donazione da parte di una societ nota per l'immorale saccheggio delle risorse ambientali. Ho fatto delle ricerche su questa compagnia: investe milioni di dollari ogni anno per ripulire la sua immagine pubblica: pubblicit su autorevoli organi di stampa, finanziamenti a televisioni pubbliche ed emittenti radiofoniche, un concorso per un progetto scientifico nelle scuole superiori, tutto alla luce del sole. Con tante altre cose urgenti da fare, ho ritenuto che fosse un'assoluta perdita di tempo, oltre che degradante, aprire un discorso con... questa Excellis...
Mi scusi, rettrice Neukirchen, ma questo  scandaloso! Nessuna universit o istituto di ricerca avrebbe rifiutato una donazione di trentacinque milioni di dollari da qualsivoglia societ, e tanto meno dalla Excellis. Il vero problema  che lei non ha mandato di agire unilateralmente in simili questioni, e di tale problema avremmo dovuto discutere oggi...
M.R. si rese conto di aver irrimediabilmente offeso quel consigliere gentiluomo. Era evidente che D. era schierato con quella societ criminale; molto probabilmente ne era uno degli azionisti di maggioranza. Ma non cedette.
Non esiste alcun problema.  fuori discussione degradare la reputazione dell'universit allineandosi con una societ che notoriamente devasta l'ambiente ed  dedita a una sorta di riciclaggio di denaro.
Riciclaggio di denaro! Questo  un insulto.
La prego! Non intendo insultare nessuno, tantomeno i presenti. M.R. cercava di esprimersi con calma, vedendo tutti quegli occhi fissi su di lei, gli sguardi sorpresi, avversi e ostili; anche quelli dei dirigenti dell'universit, che sembravano averla abbandonata. Riciclaggio di denaro  un'espressione infelice, avrei dovuto dire corruzione, la cara, vecchia corruzione: un'impresa criminale cerca di associarsi con una grande istituzione americana lodata per i suoi ideali versando del denaro - una tangente, in questo caso sotto forma di donazione - per migliorare la sua reputazione non certo cristallina. Forse un giorno l'amministratore delegato della Excellis ricever un dottorato onorario dalla nostra universit, ma non certo fin quando sar io la rettrice.
M.R. fece una pausa, come chi si sia spinto baldanzosamente a grandi passi sino al bordo di un alto trampolino, e non abbia ancora guardato cosa lo aspetta in basso.
Adesso era agitata. Era eccitata e agitata, carica di adrenalina perch sapeva di essere moralmente nel giusto; sapeva di aver trionfato.
Mi rendo conto che voi - la maggior parte di voi - siete preoccupati, turbati, e mi rincresce molto di non aver avuto tempo di consultarvi, ma, dal mio punto di vista, non ce n'era bisogno. Voi mi avete eletta vostra rettrice. Mi avete eletta per prendere decisioni come questa, che sono fondamentalmente di ordine etico, non solo finanziario. Cos come qualche anno fa l'universit ha disinvestito le sue azioni nel Sudafrica dell'apartheid, e a met del Diciannovesimo secolo recise ogni legame con il traffico degli schiavi, cos oggi deve mantenere la sua indipendenza da societ che inquinano l'ambiente. Dobbiamo assumere l'imperativo morale dell'ideale di Kant: Agisci in modo che la massima della tua azione possa divenire, per mezzo della tua volont, legge universale della natura.
Molto bene! Era un degno finale.
... la riunione  aggiornata, per ora. Se siete d'accordo. Possiamo riconvocare...
Non aveva dato loro il tempo di protestare. Era una accorta amministratrice e sapeva quando porre fine a una riunione, cos come sapeva rintuzzare l'attacco di un nemico.
Per il momento, arrivederci!

La bimba del fango: il tradimento
Novembre 1978
Non ci lascerai, vero? Quando rimarremo soli - insieme - e tu sarai cresciuta... temo...
Naturalmente non ti facciamo alcuna pressione, cara Merry! Ti prego, cerca di capirmi.
Ma se... se dovesse accadere qualcosa a Konrad... e io rimanessi sola in questa casa...
Ma se... ti vogliamo tanto bene...
La cosa che pi ti si addice  l'insegnamento alle superiori, senza dubbio. Non alle medie, e nemmeno il lavoro da bibliotecaria. Non sarebbe adeguato a una ragazza intelligente e indipendente come la nostra cara figlia!
Sembrava un libro di fiabe: la sua vita era scritta da altri.
Lei non doveva scriverla, solo leggerla.
Anche le pagine, le giravano loro.
In quella storia, la bimba del fango era quasi del tutto scomparsa. Non esisteva pi la bimba del fango che viveva nella casa in mattoni piena di libri al civico 18 di Mt Laurel Street, a Carthage, nello stato di New York.
C'era solo Meredith Ruth, Merry.
Perch, come nella geometria, quello era un gioco le cui regole si potevano apprendere, e se si giocava con abilit si veniva ricompensati. E cos, durante l'ultimo anno di liceo, Meredith aveva ben poco da rimproverarsi.
La bimba del fango deve farlo. Bimba del fango, stai attenta!
A diciassette anni aveva preso la patente rilasciata dallo stato di New York. Aveva superato il corso di guida tenuto al liceo di Carthage con ottimi voti e la lode dell'istruttore: Questa ragazza guida come un uomo. Brava!.
Come premio per la provetta neopatentata in famiglia, il signor Neukirchen aveva comprato una nuova automobile, in realt una vettura usata: una Oldsmobile berlina del 1974 color crema, con i parafanghi un po' consumati e gli eleganti sedili beige lievemente macchiati. Avevano dato in permuta la vecchia Dodge tutta ammaccata, che era stata valutata 250 dollari.
Adesso Meredith poteva guidare la macchina di famiglia se uno dei genitori l'accompagnava. In famiglia si diceva scherzando che la figlia era infinitamente pi brava nella guida dei genitori (E non  complimento da poco osservava Konrad), eppure la povera Agatha proprio non poteva fare a meno di trasalire quando era seduta sul sedile del passeggero: arrossiva e si scusava ridendo, ma tratteneva il respiro e faceva persino il gesto di frenare con il piede destro mentre Meredith era al volante: Oh, perdonami, cara!  pi forte di me. Sei solo una bambina.
Una bambina! Era alta un metro e settantotto, pesava sessantun chili: Meredith - Merry - non era certo una bambina.
E immancabilmente Meredith rallentava, frenando adagio. Capiva che la sua nervosa madre andava rassicurata.
Be', sai, non vorrei che ci accadesse qualcosa, cara. Soprattutto a te.
Agatha stava diventando sempre pi inquieta, irritabile. Aveva le caviglie gonfie, le veniva subito il fiatone, e le gonne lunghe, i vestiti da contadina, gli scialli e i tintinnanti gioielli di monete di rame non erano sufficienti a nascondere il pingue corpo cadente, non ancora invecchiato, ma visibilmente non pi giovane; persino il viso da ragazza, con la pelle rosea, liscia e levigata, era ormai segnato dalla tensione agli angoli degli occhi. Aveva ridotto l'orario di lavoro in biblioteca e prestava servizio solo il marted e il gioved.
Sosteneva di essere a dieta, ma non perdeva mai pi di qualche etto, e con enorme sforzo: Konrad non rinunciava a una battuta, diceva a tutti che la sua cara moglie negli anni aveva perso qualcosa come trecento chili. La povera Agatha fissava in continuazione appuntamenti con i medici, ma per una ragione o per l'altra non si presentava mai: all'ultimo momento chiamava per disdire la visita, nascondendolo a Konrad.
Per favore, non dirglielo, Merry! Promettilo.
Ma secondo me...
Certo, ne prender un altro. Naturalmente, lo sposto soltanto. Ma non dirlo a Konrad, capito? Lo prometti?
Ma...
Agatha afferrava Meredith e le stampava un bel bacio sulla guancia. Faceva un risolino malizioso, come fossero due ragazze, magari sorelle, e Meredith - Merry - fosse la maggiore, poich era pi alta e pi responsabile.
In centro, cara! Devo fare una ricerca negli archivi della biblioteca centrale della contea di Beechum.
Il sabato per Konrad era giorno di commissioni. Per Meredith era un piacere accompagnare in macchina il padre, cos come lo era un tempo passeggiare con lui, perch l'irritabile Agatha rimaneva a casa. Ancor pi loquace di quando guidava, Konrad intratteneva la figlia con i racconti delle vite di americani illustri: George Washington, Alexander Hamilton, Benjamin Franklin, Andrew Jackson e Muro di pietra Jackson, Isabella Baumfree, detta L'ospite di Dio; era affascinato dalla figura di Abramo Lincoln, il quale, ne era convinto, malgrado possedesse un'anima profonda, capace e immensa come il Grand Canyon, nell'America contemporanea inquinata dalla TV probabilmente non sarebbe stato eletto alla presidenza poich non aveva un'indole solare e superficiale e non era fotogenico.
La brillante studentessa Meredith chiese a Konrad se riteneva che Abramo Lincoln fosse legittimato a dichiarare guerra al Sud, per evitare la secessione, invece di lasciare liberi gli stati sudisti. Perch era cos importante la salvaguardia dell'Unione, tanto da sacrificare la vita di migliaia di giovani?
Durante le lezioni di storia al liceo, Meredith aveva provato a porre quella domanda al suo insegnante, ma questi le aveva riservato uno sguardo di sbigottita ripugnanza, come se avesse proferito un'oscenit o, peggio, una scandalosa opinione antiamericana.
Ma perch? Perch la salvaguardia dell'Unione era cos importante, pi della vita di un solo soldato?
Bella domanda, Meredith! Una domanda davvero profonda.
A Konrad faceva sempre piacere quando la sua intelligente figlia studentessa gli poneva quelle che lui reputava domande profonde, anche se spesso non le forniva risposte altrettanto profonde.
Essa implica l'interrogativo fondamentale se un principio astratto valga anche solo una vita umana, figuriamoci migliaia di vite; e anche se nella vita esista qualcosa di importante quanto un concetto astratto. In altre parole, gli individui sono importanti quanto i principi? Saresti disposta a morire per salvaguardare l'Unione, acconsentiresti a uccidere, ferire, mutilare altri esseri umani?
Meredith serr le mani sul volante. Malgrado i parafanghi consumati e i sedili lievemente macchiati la Oldsmobile color crema era quella che Konrad definiva una macchina di classe, elegante. Guidarla le dava un brivido di piacere, una sensazione di euforia, in particolare quando attraversava uno dei numerosi ponti di Carthage. Largo! Fate largo! Una volta che la bimba del fango ha intrapreso il viaggio, niente pu fermarla...
Io... io non lo so, pap. Non vorrei... prendere una simile decisione...
Certo! Ma se dovessi farlo, cara, se tu fossi, per esempio, non una delle organizzatrici del ballo di fine anno della stimata classe del '79 del liceo di Carthage a Meredith Neukirchen avevano appena affidato quell'incarico, ma il nostro presidente Harry Truman, nel 1945, e dovessi dare l'ordine di sganciare la bomba atomica sulle citt giapponesi pur sapendo che la maggior parte delle vittime saranno dei civili, donne e bambini, ma sapendo anche che demoralizzando il nemico si accelererebbe la fine della guerra, salvando cos le vite dei soldati americani. Cosa decideresti?
Io... avrei dei collaboratori ad aiutarmi. Avrei dei consiglieri...
La responsabilit ultima  mia disse Harry Truman, com' noto, e questo vale per tutti noi, in quanto individui morali: la responsabilit  anche nostra.
Allora... credo che non potrei... che non prenderei una decisione che potrebbe procurare del male ad altre persone...
S, ma in questo caso salveresti delle vite, di cittadini americani.
Meredith rise nervosamente. Era tipico di suo padre confonderla: era un uomo che non aveva risposte chiare, ma poneva molte domande, quasi sempre paradossali.
Io credo che... non potrei condividere azioni che comportino la guerra. Mi dichiarerei pacifista, e mi farei da parte...
... e permetteresti che qualcun altro prendesse il tuo posto, magari qualcuno spiritualmente meno progredito di te? Be', questa non  certo un'idea ben meditata!
Ma pap, tu sei pacifista, no? Non lo sono tutti i quaccheri?
S. Ma solo in teoria.
Solo in teoria...?
Se tu o Agatha foste minacciate, non rimarrei pacifista, Meredith! Reagirei violentemente contro chiunque minacciasse la mia amata famiglia, per evitare che le si faccia del male; agirei d'istinto, e non avrei rimpianti.
Konrad si espresse con veemenza. Meredith era divertita ma anche commossa dalle parole del padre, perch a quanto pareva al signor Neukirchen sfuggiva che in una tale situazione lui stesso poteva essere in pericolo, e che anche a lui si poteva fare del male.
Erano ormai nei pressi della biblioteca pubblica in centro. Meredith parcheggi la Oldsmobile sul retro di un maestoso vecchio edificio, che ricordava un tempio greco, posizionando la macchina color crema esattamente a met tra altri due veicoli, come se avesse preso le misure.
La bimba del fango non  una pacifista. La bimba del fango lotter per la sua vita!
Quella mattina di un sabato di novembre Meredith vide un uomo che assomigliava parecchio a Konrad Neukirchen sgattaiolare dalla biblioteca meno di mezz'ora dopo il loro arrivo.
Stava lavorando nella sala consultazione su un compito di storia americana per la fine del trimestre, quando per caso alz lo sguardo alla finestra del secondo piano e not un uomo, alto e goffo, dalle spalle ampie, con un cappotto che sembrava quello del signor Neukirchen e con gli stessi capelli castani brizzolati dai folti ciuffi del padre, che usciva dall'ingresso posteriore e attraversava in fretta il parcheggio.
Meredith rimase a fissarlo attonita. Dove stava andando suo padre? E perch non l'aveva avvertita? Si erano dati appuntamento nell'atrio della biblioteca alle 13; adesso erano le 11,25. Konrad sembrava sempre molto sincero con la figlia - come in pratica con tutti - e per Meredith fu uno shock che non le avesse detto che si sarebbe allontanato dalla biblioteca, anche se per poco; e poi il modo in cui camminava, con aria risoluta, non era per niente da lui.
Meredith s'infil in fretta la giacca e si precipit verso le scale sul retro per seguire il signor Neukirchen.
Era la prima volta che pedinava uno dei suoi genitori! Non le era mai passata per la testa l'idea di farlo, come non aveva mai pensato di rileggere attentamente uno dei suoi libri di bambina - I racconti di Mamma Oca, per esempio, o Il vento nei salici - per vedere se le era sfuggito un passaggio, un'illustrazione o intere pagine.
Con sollievo not che Konrad non si dirigeva verso la Oldsmobile. Le sarebbe parso un duplice tradimento se fosse andato via con la macchina che lei aveva appena parcheggiato con tanta cura.
Era una giornata nuvolosa, fredda e cupa, uno strato di nevischio ricopriva il suolo come segatura metallica. Meredith si sentiva insonnolita per il tepore umido che fuoriusciva dai vecchi e rumorosi termosifoni della biblioteca, e prov una gradevole sensazione nel ritrovarsi all'aria aperta, cos all'improvviso e con quel senso d'urgenza. Il signor Neukirchen era quasi scomparso dalla sua vista, si muoveva con agilit sorprendente per un individuo cos corpulento, e Meredith dovette correre per stargli dietro, tenendosi a una certa distanza, avendo cura che vi fosse sempre qualcosa tra di loro: un veicolo parcheggiato, un muro o un palo, l'angolo di un edificio. Sembrava uno di quegli strani giochi violenti che facevano i ragazzi pi grandi dagli Skedd: dovevi partecipare senza conoscerne le regole, senza sapere cosa poteva capitarti. Non avevi scelta.
Il signor Neukirchen procedeva a passo rapido lungo una stradina laterale che correva parallela al corso principale di Carthage, dove si affacciavano dei negozietti. Non doveva trattarsi di una delle solite commissioni, quelle le sbrigava con Meredith - andare in lavanderia, in farmacia, dal macellaio, nel negozio di abbigliamento dove acquistava indumenti intimi, calzini e pigiami -; no, doveva trattarsi di qualcosa di particolare, una faccenda segreta. A quel punto ormai di sicuro aveva il fiatone, il respiro condensato per il freddo. In sovrappeso di almeno diciotto chili, Konrad sosteneva di essere grasso ma in buona salute (in realt non era proprio grasso, ma nemmeno cos in buona salute). Meredith era sorpresa da quella andatura sostenuta e da quell'aria cos risoluta, probabilmente non aveva mai visto il padre affrettarsi in quel modo; in famiglia circolava una battuta, diffusa dallo stesso Konrad: di solito lui camminava cos piano che se fosse stato in bicicletta avrebbe rischiato di cadere.
Konrad entr in un negozio - un piccolo fioraio - e presto ne usc con una pianta in un vaso di coccio avvolto con carta da regalo e ornato da un fiocco rosso.
Meredith lo stava osservando nascosta dietro una macchina parcheggiata. Non si curava pi che qualcun altro potesse osservare lei.
Un regalo! Pap sta portando un regalo a qualcuno...
Per Meredith non era stato facile abituarsi a dire pap. O mamma. L'aiutava esercitarsi: da sola, pronunciandoli a voce alta.
Forse Konrad andava a trovare qualcuno in ospedale? Forse... aveva voluto risparmiarle quell'incombenza
Sempre pi in apprensione, Meredith segu il padre lungo un'altra strada, in direzione del fiume, non dell'ospedale di Carthage; le vennero in mente quegli uomini che appaiono nei film o nei melodrammi televisivi, all'apparenza devoti alla famiglia, che avevano relazioni illecite con altre donne, persino una seconda famiglia; uomini di cui immancabilmente si diceva: Ma lui non farebbe mai una cosa simile! Non il nostro pap.
Stranamente, il signor Neukirchen non si era mai voltato a guardarsi indietro. Se lo avesse fatto, se avesse visto Meredith, sarebbe rimasto sbalordito, con ogni probabilit ci sarebbe rimasto male. Meredith non sopportava l'idea di essere scoperta. Tra lei e il signor Neukirchen - come anche tra lei e la signora Neukirchen - esisteva un legame di assoluta fiducia, da cui il sospetto era bandito.
Con la grossa pianta avvolta in una carta sgargiante tra le braccia, il signor Neukirchen attravers il parcheggio asfaltato di una scuola elementare cattolica e quello di una chiesa adiacente; entr nel Parco dell'Amicizia, che si estendeva per diversi chilometri lungo il Black River, dove spesso nelle giornate calde portava la sua famigliola a fare picnic e gite; in quelle occasioni Meredith non riusciva a sopportare la vista del povero, grasso Polpetta che correva come una papera dietro un bastoncino lanciato dal padrone nell'area picnic. Ma dopo qualche minuto il signor Neukirchen usc dal parco e imbocc un vialetto di ghiaia che conduceva al Cimitero dell'Amicizia, un cimitero comunale aconfessionale adiacente al parco. Ormai aveva percorso pi di un chilometro e mezzo, e aveva rallentato il passo.
Al cimitero! Ma perch...
Adesso Konrad procedeva a capo chino. Aveva perso del tutto i suoi modi gioviali, sembrava un pallone sgonfio.
Nella parte pi nuova, relativamente vuota, del Cimitero dell'Amicizia Konrad lasci il vialetto di ghiaia e si avvicin a una tomba. Dal punto in cui si trovava, a Meredith sembrava piccola, con una lapide minuscola, poco pi grande di una targa orizzontale in pietra. Con aria triste Konrad scart la pianta - una stella di Natale? finta? - di un rosso vivace, acceso, con il vistoso nastro rosso, e la depose sulla tomba come un'offerta.
Qualcuno  morto. Ma chi...
Meredith osservava la scena nascosta dietro il grosso tronco nodoso di una vecchia quercia. Per fortuna non c'era nessun altro in quella parte del cimitero, in quel mesto giorno di novembre. Intorno, la neve granulosa d'un colore metallico gettava sugli oggetti una luce neutra, fredda e pura, senza ombre. Il tipo di luce che trafigge il cuore, gelida, pura, neutra, asettica, del tutto inumana. Meredith non avrebbe dimenticato quel momento. Venticinque anni dopo, svegliandosi una notte con la terribile consapevolezza di aver con ogni probabilit rovinato la propria carriera di rettrice - come un ubriaco che inciampando e annaspando fracassi degli oggetti, ignaro dei danni che ha causato -, si sarebbe ricordata di quel momento al Cimitero dell'Amicizia, a Carthage, nello stato di New York, e della consapevolezza che lei, allora ragazza, in realt non conosceva Konrad Neukirchen.
Quel senso di totale, inesorabile rovina, la fredda, pura, neutra luce crudele senza ombre, n anima.
Oh, pap! Ti prego, torna indietro.
Adesso Meredith era turbata, spaventata. Quello non era un gioco, vero? Vide numerosi oggetti disposti intorno alla piccola tomba: animali e uccelli di ceramica, vasetti di coccio, fiori secchi e mazzolini di plastica. La maggior parte delle tombe vicine erano molto pi spoglie, alcune erano vuote.
Non era la prima volta che Meredith andava in un cimitero. Ma sino ad allora tra lei e quel luogo non esisteva alcun legame, per quanto indiretto come in quel caso.
Sino a quel momento non aveva mai pensato che sua sorella doveva essere sepolta da qualche parte.
Jedina? Jewell?
Da qualche parte.
Konrad sistem con cura la stella di Natale al centro della piccola tomba; con la stessa cura con cui posava su un ripiano della cucina la pesante teglia col pesce, dopo averla tirata fuori dal forno per Agatha; o con la cura che metteva nell'inserire e sistemare il nastro della macchina da scrivere che avevano regalato a Meredith per uno degli ultimi compleanni.
L'uomo rimase a lungo raccolto davanti alla tomba, a capo chino, le ampie spalle curve e le braccia pendenti lungo il corpo, come una scimmia, una posizione certo non comoda. Meredith non riusciva a immaginare l'espressione del viso di Konrad Neukirchen, era cos raro che suo padre non fosse in uno stato d'animo allegro ed esuberante.
Dopo una decina di minuti (Meredith aveva cominciato a tremare per il vento che si era alzato dal fiume), suo padre and a sedersi su una panchina di pietra l vicino. Adesso camminava lentamente, strascicando i piedi. Se ne stava a capo chino. Rimase seduto immobile, come profondamente immerso nei propri pensieri, quasi si fosse tramutato in pietra, mentre i fiocchi di neve mulinavano e gli cadevano sulle spalle, sulle mani, sul nudo capo chino.
Da dietro l'albero nodoso, Meredith lo fissava a occhi spalancati. Le sembrava che fossero entrambi personaggi di un film. Uno di quei gialli in bianco e nero degli anni Quaranta, trasmessi a notte fonda, che si seguono con crescente apprensione, sapendo che accadr qualcosa a uno dei personaggi, o a entrambi: ma cosa?
Se Meredith avesse chiamato Konrad, e gli fosse corsa incontro - era a meno di dieci metri - lui come avrebbe reagito? Il suo viso si sarebbe aperto in un largo sorriso come di consueto o l'avrebbe guardata in modo diverso, l'espressione seria, come se non la riconoscesse?
Meredith si rese conto di temere che lui potesse vederla.
Allora la messinscena finirebbe.
Meredith indietreggi, aspettando che il padre finisse la sua veglia, che dur altri venti minuti. Quando finalmente lui and via, si avvicin alla tomba e lesse la piccola lapide:
MEREDITH RUTH NEUKIRCHEN
21 settembre 1957 - 3 febbraio 1961
Figlia adorata
Sempre nel cuore
La stella di Natale era grande, sontuosa, bellissima, d'un rosso vivo, e non era finta: era una pianta viva che non avrebbe resistito a lungo nella gelida aria novembrina.
Si incontrarono come d'accordo nell'atrio della biblioteca alle 13.
Meredith not che il cappotto del padre era ancora un po' umido per la neve caduta nel cimitero, ma i folti capelli castani brizzolati sembravano asciutti.
Dopo aver esaminato attentamente la bacheca, Konrad richiam la sua attenzione su un volantino, su cui si annunciava che regalavano cuccioli di dobermann incrociati: Secondo te cosa direbbe la tua cara madre se ne portassimo a casa uno o due?.
Meredith rise. Naturalmente non diceva sul serio.
Mia figlia verr con noi. Guider lei!
Agatha aveva un modo cos ingenuo e amabile di vantarsi della sua adorata figlia, una ragazza goffa e sgraziata, che le amiche non si offendevano.
Guida molto bene: il signor Nash a scuola le ha fatto un bel complimento, ha detto che Merry  l'unica ragazza a cui abbia insegnato che guida come un uomo.
E cos si recavano nelle case incredibilmente tristi degli anziani, delle persone che vivevano sole, degli squilibrati, nei giorni sempre pi corti che precedevano la festa del Ringraziamento del 1978.
Era successo che un'anziana donna di Carthage che viveva sola era morta e il corpo era stato scoperto solo dopo una settimana, nella sua abitazione traboccante di rifiuti, a poco pi di un chilometro dalle decorose case in mattoni di Mt Laurel Street. La notizia aveva avuto parecchio rilievo sul giornale locale, con articoli sensazionalistici, recriminatori e sconvolgenti. Agatha aveva pianto davanti a una fotografia dell'anziana defunta, scattata nel 1934, quando era ancora una donna di mezz'et, apparentemente in salute e felice; Konrad aveva scosso la testa mormorando: Che tragedia! Una cosa tristissima. Meredith aveva fissato la foto in silenzio, avvertendo un brivido e uno strano sapore sgradevole in bocca, come di melma fredda e viscida.
E cos Agatha radun parecchie sue amiche, di cui un paio quacchere, per fare visita a persone che si sapeva vivevano sole, isolate, malate e anziane, in un modo o nell'altro a rischio; naturalmente Meredith le accompagnava, perch anche lei era rimasta profondamente commossa dagli articoli comparsi sul giornale.
In tutto le donne si recarono in una mezza dozzina di case: abitazioni con facciate dalle vernici scrostate, simili a psoriasi, finestre rotte e rappezzate alla bell'e meglio, verande, tetti e gradini malridotti, persino pavimenti sconnessi. C'erano cani rognosi che abbaiavano istericamente, gatti che soffiavano e sgusciavano via da sotto i pedi; in una casa trovarono numerose gabbie incrostate di sudiciume con canarini dai vivaci piumaggi, troppo debilitati per cantare. In quelle abitazioni vivevano donne sole, la pi anziana di ottantasette anni e la pi giovane di soli sessantotto, tutte chiaramente con problemi mentali; era solo un caso che quelle persone sole fossero donne, a vari stadi di follia, depressione e demenza? Dio non vuole che viviamo soli! diceva Agatha, rabbrividendo.  crudele che queste povere donne siano state abbandonate...
In mezzo a quel gruppo di visitatrici apprensive e ciarliere, Meredith appariva come una ragazza alta e dal portamento eretto, il sorriso pronto e radioso, silenziosa, sempre cortese, e forte: si poteva contare su di lei per aprire porte con i cardini marci, imbustare rifiuti e avanzi di cibo che imputridivano nelle cucine e gettarli nei bidoni dell'immondizia; non si tirava indietro se c'erano da lavare con la paglietta lavelli, vasche da bagno, persino gabinetti, nell'acqua lurida, indossando guanti di gomma che si strappavano subito; c'erano materassi talmente macchiati che non era possibile indovinarne il colore originario; li tirava su e li rivoltava, prima di risistemarli con la parte pulita su reti dalle molle sfondate; e armata di rastrello apriva dei varchi in stanze tra ammassi di immondizie, mentre Agatha e le sue amiche la seguivano timorose. Quando le donne non sapevano cosa dire, una volta entrate in quei tuguri dove regnava la follia, che nemmeno le migliori intenzioni di carit cristiana potevano esorcizzare, era Meredith a parlare con le persone che vi abitavano, o almeno cercava di farlo: Salve! Siamo delle vicine e siamo venute a salutarla, magari potremmo... aiutarla un po'.
Non era proprio vero che fossero delle vicine, ma erano comunque concittadine, di Carthage, nello stato di New York.
Insieme ad Agatha e alle sue amiche, Carrie, Phyllis e Irene, c'erano due ragazze, Meredith e Diane.
A dire il vero, Diane partecip a quelle visite di buon vicinato solo una volta. Era la figlia dodicenne di Irene, forte come un torello, diceva di lei sua madre con cupa allegria: una ragazza robusta dalla fronte larga e bassa, le sopracciglia che le conferivano uno sguardo torvo; con i suoi modi sorridenti ed esitanti Meredith tent di diventare sua amica, ma fu scortesemente respinta, come con una gomitata nelle costole.
Diane era una ragazza scontrosa, permalosa, ben poco entusiasta per la missione di aiuto in cui l'aveva coinvolta la madre, quando si recarono a casa della donna sessantottenne che apr loro la porta della sua bicocca pericolante solo dopo che Agatha ebbe coraggiosamente suonato pi volte, e che viveva - come scoprirono di l a breve - in un fetido tugurio che puzzava di cibo rancido, escrementi di gatto e un tanfo di animali morti e decomposti sepolti sotto cumuli di detriti ammonticchiati, alti parecchi centimetri. Ges! Adesso vomito! gemette Diane, mentre sua madre l'ammoniva con un sibilo.
Quella visita and male sin dall'inizio. A quanto pareva l'anziana che viveva sola - non volle dire il proprio nome - non capiva cosa volessero da lei quelle donne, e la loro presenza chiaramente la infastidiva. Aveva il cranio ricoperto di ciocche di capelli scoloriti come muschio secco su una roccia, e la faccia contorta in una smorfia maliziosa, gli occhietti dallo sguardo sospettoso. Era di corporatura minuta, come rattrappita, sul corpo scheletrico indossava una vestaglia sudicia, e ai piedi assurde pantofole con i lustrini. Chi? Cosa? Che dite? le apostrof con voce bassa, gutturale. Solo dopo molte insistenze accett dalle sue visitatrici le buste piene di spesa, che appoggi su un piano di lavoro lercio; contenevano per lo pi cibi in scatola, ma anche verdure fresche: carote con le loro lunghe foglie verdi simili a merletti, patate rosse lisce come sassi, un petto di tacchino surgelato avvolto nel cellophane e un contenitore con la farcitura, visto che era il periodo del tacchino ripieno. Phyllis apr il frigorifero, con l'intento di riporvi gli alimenti deperibili, ma era cos sporco e ne fuoriusc un puzzo talmente nauseabondo che si affrett a richiuderlo.
Oh. Oh, cara. Credo che... forse dovremmo... fare un po' di pulizie. Se...
... dovrebbero assegnare un assistente sociale a questa poveretta! Dovrebbe pensarci la contea.
... possiamo denunciare in che condizioni vive. Non credo che i servizi sociali siano a conoscenza della gravit della situazione.
Meredith rimase sbalordita da quello spettacolo e dal cattivo odore. Era evidente che la donnetta rattrappita voleva che quelle ospiti indesiderate andassero via: sebbene squilibrata, non era una vittima passiva delle circostanze; la vita che conduceva in quello squallore aveva una sua logica, per quanto contorta e inafferrabile a un estraneo. Da quanto tempo vive cos? Da quanto... vive da sola? Agatha cerc sollecitamente di intavolare una conversazione, ma la donna replic solo con grugniti e scrollate di spalle.
Per ragioni di salute, sa, per motivi igienici sarebbe meglio se... se ci permettesse...
Sul pavimento erano sparsi ovunque cartoni, lattine, buste di plastica e bottiglie. Cataste di vecchi giornali, riviste. Tappeti a brandelli che parevano lingue rosicchiate. Era evidente che in quel posto c'erano delle creature morte e decomposte. E alle pareti - almeno quel che se ne vedeva - erano appese delle immagini sacre: la crocifissione, la Beata Vergine Maria e croci di plastica, storte.
A Meredith cominciava a girare la testa a furia di trattenere il respiro per non sentire quel tanfo, ma era ben decisa a prestare il suo aiuto, per quanto fosse possibile. Cristo santo! borbott Diane. In un angolo della cucina aveva urtato con la punta dello stivale un mucchio di rifiuti che le era parso muoversi: ne era balzato fuori uno scheletrico gatto tigrato, che soffiava terrorizzato e si dilegu all'interno della casa alle grida delle donne. Che maledetto porcile inve Diane, malgrado la madre l'avesse severamente rimproverata: Shhhh.
Chi vive come un porco muore come un porco. Be'?
Shhhh. Pu sentirti.
No che non pu! Cavolo,  sordomuta.
Diane era di quelle ragazze - non infrequenti nelle scuole pubbliche di Carthage - dall'aspetto di nane: petto e fianchi abbondanti, lineamenti da persona matura, gambe tozze e piedi grossi. I capelli erano ossigenati in modo maldestro ma seducente, biondi con ciocche rosse, arancio chiaro e viola. Aveva la bocca carnosa atteggiata a un broncio, e un sorriso beffardo. La sua aria suscettibile e sicura di s stupiva Meredith, perch quella ragazza frequentava al massimo la seconda media. Sebbene fosse parecchi centimetri pi bassa di lei - alta e dritta- e pi piccola di diversi anni, Diane ostentava indifferenza e disprezzo nei suoi confronti.
Quella donna non sta bene, Diane. Le persone che andiamo a trovare, ad assistere, hanno bisogno del nostro aiuto. Non stanno... bene, come noi.
Meredith parlava impacciata. Per lei non era mai stato facile rivolgersi a ragazze come Diane, le ricordavano... le piccole orfane a casa degli Skedd.
Anni prima, dagli Skedd! Ma non era il momento per quei ricordi.
Diane sbuff, divertita: Come noi? Chi diavolo sarebbe quel noi?.
Meredith guard sbalordita quella tozza dodicenne. Perch mai la madre l'aveva portata l contro la sua volont, com'era evidente? La ragazza faceva solo finta di aiutare: bench forte, e lo era almeno quanto Meredith, non era per niente motivata; quando le donne assegnarono a lei e a Meredith il compito di trascinare i bidoni di immondizia sul marciapiede, Diane, con atteggiamento menefreghista, s'impegn ben poco.
Fuori, nell'aria che cominciava a essere fresca, le ragazze indugiarono per respirare a fondo. Vista dall'esterno, la casa di quella donna rattrappita assomigliava a una scarpa sformata, con il camino diroccato, le grondaie incurvate e le assi dei tetti marce. C'era una volta una vecchia che viveva in una scarpa, aveva cos tanti figli che non sapeva che fare se ne usc bizzarramente Meredith, ma Diane parve non udire. Con voce infantile e risentita disse: Mia madre rompe sempre: Di, bada a come parli... Di, chiudi quella boccaccia. Oggi mi ha portato qui per darmi un po' di disciplina. Una volta tanto imparerai un po' di carit cristiana.. Meredith rimase scandalizzata nel vederla infilare le mani in tasca e tirarne fuori un pacchetto di sigarette. Una volta tanto? Cavolo,  gi la seconda o la terza volta... Sono tante di quelle volte che potrei contarle con due mani, dannazione.
Meredith la seguiva a fatica, ma credette di capire. Fu scioccante ma anche divertente vedere quella dodicenne accendere la sigaretta e tirare una boccata profonda, come un'adulta; non gliene offerse una, come facevano spesso le compagne di scuola che fumavano, quasi volessero tentare maliziosamente quella brava ragazza di Meredith, per far fumare anche lei.
Meredith pens: Perch voglio riuscirle simpatica? Perch poi alla bimba del fango gliene dovrebbe importare qualcosa?.
Era proprio un mistero: cosa diavolo importava alla bimba del fango.
Irene fece capolino sulla porta di casa e chiam le ragazze.
Diane grid di rimando: S s, veniamo.
Poi disse a Meredith, come se le dispensasse in confidenza una perla di saggezza: Mia madre  una specie di cristiana fanatica. Va pazza per queste stronzate. Al diavolo la bont. Ognuno deve badare a s.
Meredith rise, sbigottita. Erano parole cos rozze, crudeli... Ma i deboli, quelli che hanno bisogno del nostro aiuto, come questa poveretta...
E allora? Aver bisogno non significa volere. Non hai visto come ci guarda storto? E quella stupida di tua madre che si sforza pure di farle delle domande: crede di essere in TV? La gente ha il diritto di vivere come le pare. Questi vivono in mezzo all'immondizia e alla merda, e allora? Siamo negli USA.
Ma...  malata di mente. Probabilmente sta anche male fisicamente...
E allora? Chi se ne frega!
Meredith sorrise, esitante. Preferiva pensare che Diane stesse scherzando: s, doveva essere cos. Diane, dal canto suo, espirando fumo dalle narici guardava Meredith, che le si stagliava davanti, come se non sapesse come comportarsi con lei.
Mass, tua madre  simpatica.  ok concesse poi di malavoglia; Meredith cap che, per una ragazza come Diane, quello era un gesto molto amichevole. Invece mia madre, Ges! Quella stronza mi sta sempre addosso. Per lei non ne faccio mai una buona, e allora che vada affanculo.
Che vada affanculo! Meredith era scioccata.
Che vada affanculo! Bene. Meredith rise.
A casa degli Skedd si parlava sempre cos. Non ci si dava arie, non si fingeva di essere quel che non si era.
E quella casa - a Star Lake? - dove tanto tempo prima aveva vissuto con la donna che si diceva fosse sua madre, nella casupola fatiscente dietro la stazione di servizio (le croci alle pareti! Erano anni che Meredith non ricordava quelle croci), ricordi come tuoni in lontananza, minacciosi, non distintamente udibili. Pens: Ma io non sono pi la bimba del fango. Questa ne  la prova.
Perch la bimba del fango non era una brava bambina: la bimba del fango avrebbe reagito in maniera sprezzante come Diane di fronte ad affermazioni del tipo: Bisogna aiutare gli altri. Si  felici solo quando si aiuta gli altri.
Sulla porta di casa Irene le stava chiamando a voce pi alta: Ragazze! Per favore, venite. Abbiamo bisogno di voi. Vedendo Diane che fumava, url: Spegni quella sigaretta! Dannazione, spegnila! Subito!.
S s, vaffanculo mormor Diane, dando di gomito a Meredith, con fare complice, come a una sorella.
Meredith pens: Anch'io detesto tutto questo! Ma non ho scelta.
Poco tempo dopo, la vigilia del giorno del Ringraziamento, Meredith vide Agatha che sfogliava lentamente le pagine di quello che sembrava un album fotografico, con una copertina dai colori vivaci come una trapunta, seduta sulla sua poltroncina nel soggiorno. Dalla visita alla donnetta rattrappita - la meno gratificante delle visite di buon vicinato e in effetti l'ultima che fecero - Agatha era parsa preoccupata, scoppiava spesso a piangere. Si era immersa nei preparativi di un festoso giorno del Ringraziamento, oltre alla famiglia Neukirchen ci sarebbero stati nove ospiti radunati attorno al grande e vecchio tavolo nella sala da pranzo, la maggior parte persone non sposate, senza legami sentimentali: Konrad le chiamava scarpe spaiate. (Che poi era proprio quello che sarebbe diventato lui, aggiungeva, se non avesse conosciuto Agatha, e se la loro cara piccola Meredith non fosse arrivata appena in tempo nella loro vita: la scarpa spaiata per eccellenza.) Ma la sera precedente il giorno di festa Agatha era seduta sulla sua comoda vecchia poltroncina, che le calzava come un guanto, a sfogliare le pagine, mordendosi il labbro come sul punto di piangere, l'espressione rapita.
Capitava che Meredith vedesse sua madre sfogliare quell'album. Aveva sempre quell'espressione intensa e preoccupata, e lei intuiva che non voleva essere disturbata. Perch quando Agatha voleva mostrarle un libro la chiamava tutta eccitata: Merry! Merry! Vieni a vedere, oh,  bellissimo.
Quella sera, percependo la presenza di Meredith, Agatha non alz lo sguardo ma chiuse l'album con aria indifferente, e lo ripose sotto una pila di libri sul suo tavolo. Pi tardi, l'album era scomparso.
Sebbene Meredith non fosse una ragazza che faceva le cose di nascosto, comportandosi male quando gli adulti non la vedevano, quella notte, dopo che i Neukirchen erano andati a letto e tutte le luci erano ormai spente, verso le undici sgattaiol al piano di sotto per cercare l'album, riposto in un cassetto dello scrittoio in fondo al soggiorno. Col fiato sospeso lo tir fuori e lo esamin alla luce della lampada.
LA MIA VITA DI BIMBA
Merry Neukirchen
La prima pagina era d'un rosa tenue, come il morbido interno dell'orecchio di un bimbo appena nato. Sotto la fotografia di un neonato dalla pelle arrossata, i capelli neri da esquimese e i lineamenti piatti, la bocca aperta in un pianto dirotto, erano state amorevolmente tracciate con un grosso pennarello nero delle lettere maiuscole:
MEREDITH RUTH NEUKIRCHEN, MERRY
3 CHILI E 700 GRAMMI
NATA IL 21 SETTEMBRE 1957
ALL'OSPEDALE GENERALE DI CARTHAGE, NEW YORK, USA
CON ORGOGLIO I GENITORI
AGATHA RUTH HINDLE
KONRAD ERNEST NEUKIRCHEN
In silenzio, sbalordita, Meredith sfogli le pagine rigide del voluminoso album. Non conteneva solo dozzine, centinaia di istantanee della bambina, ma anche di Agatha quando era molto pi giovane, quando aveva lucenti capelli castani intrecciati, un sorriso dolce e timido, e grandi, splendidi occhi; c'erano anche le foto di Konrad, un bel giovanotto senza barba, era difficile immaginarselo cos giovane. In alcune, la raggiante Agatha aveva la piccola Merry in braccio, in altre era l'altrettanto raggiante Konrad a tenere la piccola Merry tra le braccia, altre ancora ritraevano tutti e due con la piccola Merry in braccio, mentre si cingevano la vita. Ma la piccola Merry compariva in ogni foto.
Com'erano felici e orgogliosi i due genitori! Meredith sent una gelida staffilata nel cuore, come le era accaduto nel Parco dell'Amicizia. La stessa sensazione di perdita, di solitudine, di abbandono.
Nessuna fotografia della bimba del fango! Neanche una.
C'erano cos tante istantanee di quella neonata, che veniva da pensare che i genitori ne avessero documentato la crescita giorno per giorno; piano piano la neonata con il visino arrossato si trasform in una pupetta paffuta con le fossette, poi in una bimbetta paffuta con le fossette, quindi in una bella bimba di tre o quattro anni; i lineamenti piatti da eschimese lasciarono il posto a un visetto dalla carnagione rosea e il nasino schiacciato e all'ins, che ricordava il volto di Agatha e aveva qualcosa di Konrad, nel buffo taglio degli occhi e nelle sopracciglia; i capelli da neri erano diventati castano chiaro, lievemente ondulati, come quelli di Agatha. Per ogni ricorrenza c'erano fotografie: il primo mese, i primi sei mesi, il primo anno, il secondo, il terzo, il quarto... Torte di compleanno, alberi di Natale, regali dai vivaci incarti, animaletti di peluche, bambole, un triciclo, un trenino, scarpine nere di vernice, calzettini bianchi, completini da neve, muffole, cappellini di lana, pigiamini, pantofole; e i capelli castano chiaro ondulati e intrecciati, come li portava Meredith quando era andata ad abitare con i Neukirchen, legati con la stesso nastrino di velluto rosa. E c'erano i libri di fiabe che la raggiante Agatha leggeva alla piccola Merry, la quale ascoltava con espressione rapita: I racconti di Mamma Oca, Il vento nei salici, La storia di Peter Rabbit, Heidi...
Meredith richiuse con cura l'album. Non ne fece cadere nemmeno una foto.
Lo ripose nel posto esatto in cui era, nel cassetto dello scrittoio, in modo che nessuno si accorgesse che quel volume con i suoi preziosi ricordi era stato aperto da un intruso.
Un ateneo prestigioso, come la Cornell.
Preparava di nascosto la sua fuga.
Dedicava ben poco tempo a redigere domande di iscrizione a universit di stato con facolt di scienze dell'educazione - Albany, Buffalo, Binghamton - che formavano insegnanti, com'era nelle intenzioni dei Neukirchen; la maggior parte del tempo la dedicava a redigere la domanda di iscrizione alla Cornell, che nella sua immaginazione appariva enorme, come le Alpi in un libro illustrato per l'infanzia, ancor pi bella delle foto del campus che aveva esaminato al liceo, nell'ufficio del consulente per l'orientamento, in una brochure.
Non un college con scienze dell'educazione. Non tu. Un ateneo prestigioso, come...
Per quanto in modo vago, i Neukirchen avevano detto a Meredith che le rette delle universit private erano troppo alte, e certamente quella della Cornell era ben pi elevata degli istituti universitari statali; quindi avevano scoraggiato ogni discussione riguardo a un'eventuale iscrizione alla Cornell, poich Meredith non avrebbe mai osato contrariare i suoi amati genitori. Adesso, inoltrando di nascosto la domanda, si ripromise di non aspettarsi troppo, di non rimanerci male se non l'avessero accettata, anche se in cuor suo lo credeva, lo sperava vivamente: Forse ce la far! Mi daranno una borsa di studio.
Aveva sostenuto l'esame di maturit. Non sapeva ancora quali voti avesse ottenuto e si augurava che fossero sufficientemente alti da compensare la scarsa reputazione del liceo di Carthage.
Nemmeno gli amministratori e i docenti reputavano quel liceo particolarmente buono. L'insegnante di maggior spicco, Hans Schneider, era andato via all'improvviso, ed era stato sostituito da un'affabile donna di mezza et, con una laurea in matematica presa al college statale di Buffalo; durante le lezioni non riusciva a tenere a bada gli studenti pi turbolenti, e i pi bravi della classe, come Meredith, se ne stavano seduti raggomitolati al loro posto, imbarazzati e annoiati, mentre la professoressa s'impappinava con i problemi matematici pi complessi, facendo scricchiolare il gesso sulla lavagna.
Quando l'insegnante non sapeva pi che pesci pigliare, Meredith alzava la mano, naturalmente per aiutarla. Ma non andava pi alla lavagna, la nuova insegnante non aveva mai pensato di chiamarla.
S, anche agli studenti pi scalmanati mancava il signor Schneider. Persino a quelli pi mediocri, che non lo potevano soffrire. O per lo meno cos lasciavano intendere, con la crudelt tipica degli adolescenti, a quell'imbranata che ne aveva preso il posto.
Adesso a Meredith capitava spesso di pensare a Hans Schneider. A quanto ne sapeva lei, era scomparso da Carthage, e gli altri professori, se interrogati, non facevano commenti, o forse non sapevano nulla.
Ricordava che una volta Konrad aveva detto che il professore era ricoverato all'ospedale di Watertown. Ma era passato pi di un anno.
Meredith non poteva credere che Hans Schneider fosse morto, come diceva qualcuno. O che fosse stato internato in una clinica per malati di mente.
Ancor meno credeva che fosse fuggito in Germania, altra voce assurda che girava.
Nei suoi momenti pi privati, quando se ne stava chiusa nella sua stanza, mentre al piano di sotto i genitori guardavano la TV - si era resa conto che le dava un certo conforto sentirli ridere, in particolare Konrad, con la sua risata stentorea, eppure non le andava pi di unirsi a loro -, Meredith ricordava vividamente l'insegnante di matematica con il suo viso affilato a forma di becco, il sorriso inquieto, lo sguardo fiero, fisso su di lei. Era raro che un uomo o un ragazzo la guardasse in quel modo. Nei momenti in cui era particolarmente tranquilla riusciva a rievocare la sua voce: Tu non hai vissuto l'infanzia. Potresti aspettarmi. Noi - io e te - potremmo stringere un patto, una specie di contratto.
All'epoca era rimasta sbalordita, spaventata. Adesso, ripensando a quelle parole, si sentiva come sciogliere, le mancava il fiato. Nella solitudine della sua stanza provava a dire: Io l'amo, professor Schneider.
Era come assaggiare una spezia rara, sentendone dopo un po' il sapore pungente in bocca, una volta ingoiata.
Anch'io ti amo.
Aveva messo da parte del denaro, di nascosto, grazie a dei lavoretti che faceva dopo la scuola e con la piccola somma che le passavano i Neukirchen, e cos sped un vaglia di venticinque dollari per la tassa di ammissione alla Cornell. Non era una somma da poco per lei, era un azzardo, una scelta avventata. Come gettare i dadi, senza pensarci su. Per tranquillizzarsi si diceva che i Neukirchen non avrebbero mai saputo che li stava tradendo, A meno che non vinca una borsa di studio.

La donna del fango in extremis
Maggio 2003
Li accolse a Charters House con quel nuovo sorriso tirato. Lo sapeva: Mi sono nemici. Ma posso farmeli amici, forse posso convincerli.
Troppo tardi si rese conto che doveva essere stato proprio lui - l'uomo che la disprezzava, il suo nemico - a organizzare quella delegazione di colleghi universitari, con l'intento di nascondersi tra loro. Per essere invitato - e accolto cordialmente - all'incontro con la rettrice dell'universit a quell'ora non ortodossa, per discutere di questioni urgenti, per appellarsi alla ragione di M.R. Neukirchen, la quale, a quanto si diceva (ma era solo una voce), aveva rifiutato anche solo di discutere della possibilit di accettare una donazione di trentacinque milioni di dollari da un'importante societ americana, per ragioni politiche.
Non politiche. Etiche tenne a precisare lei, la voce pi stridula di quanto volesse. E con un sorriso pi duro e tirato, che le contrasse il viso (ancora gonfio e livido) in un modo che non le donava affatto.
Ovviamente loro le fecero notare che l'etica  politica, e la politica  etica. Ogni decisione importante del rettorato di M.R. era impregnata della sua ideologia politica, che stava diventando sempre meno negoziabile, unilaterale, dittatoriale.
Dittatoriale! M.R. rise stupita, ovviamente doveva trattarsi di una battuta.
Anche se lanciata da un nemico conservatore, una tale accusa non poteva che essere una battuta.
La delegazione di colleghi preoccupati - i cui volti naturalmente M.R. riconobbe, per lo meno quelli della maggior parte di loro, con un certo allarme, visto che era parecchio tempo che non incontrava quegli amici cos in privato (forse addirittura dal giorno del suo insediamento) - tenne a precisare che la richiesta che venivano a perorare era informale, improvvisata, erano particolarmente ansiosi di spiegarglielo, cos come ci tennero a farle sapere che erano preoccupati per le sue condizioni di salute, perch nella comunit universitaria correva insistentemente voce che M.R. fosse sovraccarica di lavoro, esausta, molto stressata, che aveva avuto problemi di salute, il che la fece anche ridere, era un tale luogo comune, oltre che una calunnia! Non parlereste in questo modo se al mio posto ci fosse un uomo, certo che no. Osate farlo con me perch sono una donna, con un uomo non l'avreste mai fatto.
Anche se con un angolo della sua mente acuta e saettante stava ancora passando in rassegna lievemente sgomenta i volti di quei membri del corpo docente che credeva suoi amici, sostenitori di M.R. Neukirchen, la cui presenza in quel gruppo la turbava, si rifiutava di credere a un loro tradimento.
Tra di essi c'era Kroll. Naturalmente, Kroll.
(Era dunque cos, M.R. aveva perso i suoi amici? Uno dopo l'altro, aveva perso tutti i suoi amici? Come da un sacchetto di polvere d'oro con un piccolo foro da cui la polvere fuoriesce: si perde, e alla fine va tutta perduta.)
M.R. era preoccupata: non si era consultata con il capo dell'ufficio legale sull'opportunit di quell'incontro. E adesso era troppo tardi!
Lockhardt sarebbe certo stato contrario a quella riunione in tarda sera, con la sua innocua veste informale. Le avrebbe fatto notare che la maggior parte di quei sedicenti delegati erano i soliti, vecchi docenti conservatori, quindi suoi avversari, e non conducevano certo quella che definivano un'opposizione leale, se l'adescavano per una riunione come quella, costringendola ad ascoltarli educatamente, invece di dire loro a brutto muso, come M.R. Neukirchen certo non avrebbe mai fatto: Fuori di qui, andate al diavolo.
Ma almeno nessuno di loro aveva tirato in ballo la questione di Alexander Stirk. M.R. s'illudeva che nella comunit universitaria si cominciasse ad accettare l'idea che lei aveva agito in maniera responsabile e che non era colpa sua se lo studente si era dimostrato emotivamente pi instabile di quanto si potesse sospettare.
Ma Leonard Lockhardt non era pi suo amico. All'interno della vasta rete universitaria di membri del consiglio di amministrazione, donatori miliardari, prestigiosi e influenti ex allievi, che rappresentavano la vera universit, ben distinta dalla sua immagine pubblica, Lockhardt stava cospirando contro di lei - lo sapeva.
Aspirava a diventare rettore!  ovvio.
Probabilmente lo sapevano tutti. Eccetto l'ingenua M.R..
Qualsiasi cosa le avessero domandato, qualsiasi richiesta le avessero fatto, qualsiasi appello le avessero rivolto in quella poco convincente manifestazione di collegialit, M.R. non doveva ascoltarli, cos come non avrebbe dovuto ascoltare lo studente Stirk, che era entrato nel suo ufficio di Salvager Hall con addosso un microfono.
Istigato da Heidemann, molto probabilmente. E Heidemann era compare di Kroll.
Bene, potete andare. Questo oltraggioso confronto  finito.
Dalla bocca di M.R. balzarono fuori i deliziosi rospetti velenosi! Ma in realt non aveva pronunciato quelle frasi, aveva la bocca troppo asciutta.
O, se l'aveva fatto, nessuno aveva sentito. Nessuno l'avrebbe ammesso.
Be', grazie a tutti!  tardi, domani devo alzarmi presto, mi avete esposto la vostra idea, le vostre idee, vi sono grata per le preoccupazioni che avete manifestato per la mia salute, ma...
Forse M.R. stava pronunciando quelle parole ad alta voce, in tono aspro e stridulo. E a ragione, vista l'ora tarda: era quasi mezzanotte.
Molti degli ospiti, che erano donne, le sorrisero come per dirle: Per favore, ascolta! Noi ti siamo amiche, Meredith.
E tra loro c'era Kroll. Kroll, che la tormentava e l'assillava con e-mail indesiderate: Stai sbagliando, Meredith! Ti prego di ascoltarmi, di ricevermi, io ti sono amico.
Aveva trovato il modo di bloccare le e-mail di Kroll. Se il server della sua posta elettronica registrava tali rifiuti, lui l'avrebbe saputo.
M.R. detestava la posizione politica di quell'uomo. Ne provava una ripugnanza morale.
La maggior parte di quei delegati aveva idee politiche che lei trovava offensive: durante l'intensificarsi delle campagne militari in Iraq e in Afghanistan aveva smesso di discutere con loro, sostenitori della guerra contro il terrore.
Chiss quali feroci maldicenze Kroll metteva in giro su di lei, che da giovane era stata emotivamente vulnerabile di fronte a lui, stupidamente legata a lui: pareva successo in un'altra vita.
Kroll e quel suo collega pi anziano e ancor pi infame: Heidemann.
Era tremendo, intollerabile: G. Leddy Heidemann aveva messo piede in casa sua. Rispetto a Heidemann, politicamente Oliver Kroll era di centro.
Ma dov'era... dov'era Heidemann? M.R. si guard intorno, allarmata.
Era certa di averlo visto entrare a Charters House insieme agli altri. Era il pi anziano di quel plotone, e il pi famoso.
Il docente dell'universit schierato a destra pi in vista, l'architetto, la coscienza morale delle guerre illegittime contro il terrore, consigliere del Segretario della Difesa e, cos si millantava in giro, o almeno correva voce, divenuto anche intimo amico del vicepresidente.
Un uomo corpulento, dal torace ampio e sporgente, alto un metro e ottantacinque, ormai sulla settantina, che cominciava ad afflosciarsi come una mongolfiera che si sgonfi lentamente, ma ancora energico, infaticabile; divorato dalla sete di celebrit, che M.R. riteneva simile alla sete di sangue: una volta provata diventa un'ossessione.
M.R. rifletteva: Heidemann si servir di me per catapultarsi ancora pi in alto. Mi perseguiter, getter lo scompiglio in questa grande universit.
Ad ogni modo... Heidemann era l? Insieme agli altri? A meno che non si fosse seduto in disparte perch lei non lo vedesse - cosa improbabile, considerando la sua autorit -, a quanto pareva non era in quella stanza.
Eppure era sicura di avergli stretto la grossa mano, dalla morsa ferrea che in un certo senso si prendeva gioco di lei, era inevitabile.
M.R.! Sei stata molto gentile a invitarci. Un gesto da persona davvero democratica.
La mente di M.R. saettava come una lama scintillante. Ma quello scintillio abbagliava, accecava. Si ricordava che Heidemann era venuto con gli altri, e che adesso sembrava sparito, e al tempo stesso non ricordava pi che Heidemann era venuto con gli altri, e che sembrava sparito.
Siete stati tutti molto gentili, premurosi, tuttavia non siete qualificati a discutere di tali questioni riservate: solo i consiglieri e pochi altri membri della nostra amministrazione sono al corrente... di quanto suggerite. Quindi, credo... credo che la nostra riunione possa terminare qui, vi ringrazio molto.
M.R. pronunci quelle parole ad alta voce, in tono fermo e disinvolto. Ne era certa!
Sentiva un forte prurito su tutto l'addome, sulla schiena, tra le scapole, aveva una gran voglia di grattarsi con le unghie, ma non poteva. I membri di quella delegazione di leali oppositori la stavano fissando come muti spettatori affascinati da uno spericolato funambolo che si esibisce su una corda tesa.
Li accompagn - si potrebbe dire che li spinse, come fossero un branco - verso l'ingresso e alla porta.
Buonanotte! Arrivederci!
Non sbatt la porta quando furono usciti. La chiuse piano, con calma, e tir il chiavistello.
Sent come un'ondata di sollievo, si era liberata di quegli ospiti indesiderati che la fissavano in modo cos scortese, che l'avevano insultata con le loro grossolane osservazioni.
In quel momento si rese conto di essere vestita solo in parte, di essere scalza!
Che silenzio in quella casa! Quel mausoleo, quel museo.
Era un errore vivere soli. E viaggiare tra le nebulose, soli.
In quel modo il cuore s'induriva, come lava. Diventava cos duro, cos freddo e arido, che il pi lieve respiro poteva ridurlo in polvere.
Aveva il fiato corto. I capelli le ricadevano sul viso, le ciglia erano appiccicate, come incollate. E quel prurito, adesso poteva grattarsi, finalmente grattarsi, che sollievo, grattarsi sino a sanguinare.
Ma... era sola? Aveva l'inquietante sensazione di non essere sola a Charters House.
Quello di sopravvivenza  l'istinto primario, cos pens: Forse sono in pericolo. C' qualcuno qui.
Aveva contato almeno dodici, tredici persone. Intrusi indesiderati e non invitati, e solo undici erano andati via.
Heidemann era venuto con gli altri! G. Leddy Heidemann, adesso ricordava.
Le apparve evidente che Heidemann aveva manipolato gli altri per formare la delegazione che aveva chiesto di parlare con lei. Avevano voluto incontrarla in segreto, in via confidenziale, per rispettare la sua privacy, ecco perch non avevano chiesto un appuntamento nelle ore d'ufficio a Salvager Hall.
Quell'Heidemann, era il pi odioso di tutti! M.R. Neukirchen non gli era piaciuta sin dall'inizio, forse in quanto donna; una donna del corpo docente dell'universit, con un dottorato di ricerca conseguito a Harvard; una donna i cui corsi di storia della filosofia avevano inaspettatamente riscosso un grande successo, attirando studenti che altrimenti (cos riteneva Heidemann) avrebbero seguito i suoi di corsi (notoriamente teatrali, popolari), di storia della filosofia politica. Quando aveva cominciato a insegnare in quell'ateneo, agli inizi degli anni Sessanta, Heidemann era un progressista, un attivista e sostenitore della Grande Societ, ma dopo il tumultuoso 1968 aveva reagito contro ogni forma di disobbedienza, di disordine civile, la Nuova America. Generazioni di studenti universitari avevano frequentato i famigerati corsi di Heidemann che esaltavano la saggezza dei Tre Tommasi: Hobbes, Malthus, D'Aquino (il santo), come di William Buckley e del compianto, martirizzato, senatore Joseph McCarthy; gestiva da anni un sito Internet, SFATA-MITI S.p.A., che conteneva link a siti negazionisti dell'Olocausto. Simile a una sanguisuga, aveva succhiato il sangue di giovani ingenui, divenendo cos un personaggio di quell'universit, perversamente ammirato persino dagli studenti che reputavano fasciste le sue opinioni politiche, eccentrico e irrilevante il suo assolutismo morale.
Dagli inizi degli anni Settanta Heidemann si era opposto agli sforzi dell'universit di assumere donne, appartenenti alle minoranze e omosessuali. Si era opposto a ogni tipo di ampliamento delle politiche dell'ateneo: assistenza psicologica, borse di studio e aiuti finanziari agli studenti, corsi sulla contraccezione, programmi di tirocinio estivi. Si era opposto al divieto di fumare nelle aree pubbliche del campus, alle manifestazioni contro la violenza sessuale, ai centri di assistenza diurna, si era opposto persino ai parcheggi riservati ai disabili negli spazi universitari, cos come stabilito da una legge dello stato del New Jersey. Non voleva essere considerato un conservatore, ancor meno un reazionario: si definiva garantista.
M.R. riteneva che Heidemann avesse un comportamento teatrale ed esibizionista: quell'uomo non poteva credere alle idee bizzarre che sosteneva in pubblico, ne era certa. In questo assomigliava al suo supposto eroe, Joseph McCarthy. Aveva una moglie, che nessuno aveva mai visto. Aveva dei figli, che una volta adulti erano andati via di casa, e si diceva tornassero di rado. Aveva sessantanove anni, e aveva giurato che non sarebbe mai andato in pensione, visto che una legge federale aveva abolito l'obbligo di collocamento a riposo per i docenti universitari. Nel caotico e orribile periodo successivo all'11 settembre si era gettato nella mischia, con le sue credenziali da Ivy League, con editoriali sul New York Times in qualit di opinionista, e pubblicando articoli su giornali di primo piano nei quali sosteneva che la guerra contro l'Islam terrorista era pi urgente di quanto lo era stato il secondo conflitto mondiale, poich i nazisti non si opponevano alla cristianit come i musulmani. La sua visione di una nazione cristiana che conduceva una crociata si era rivelata enormemente allettante per i conservatori del Partito repubblicano. Heidemann era diventato famoso sui canali televisivi di destra aggiornando alla contemporaneit gli aspetti pi estremi della guerra fredda: la diabolica Unione Sovietica aveva tramato per distruggere il libero mondo cristiano, e altrettanto stavano facendo i diabolici musulmani, a partire dagli Stati Uniti.
Le idee di Heidemann sull'aborto, sul controllo delle nascite, sulla promiscuit sessuale e sul pericolo del progressismo secolare avevano di certo avuto un influsso nocivo sull'impressionabile Alexander Stirk.
M.R. si disse: Ma io non devo pensare a lui. Non devo stare male per causa sua.
Ma lo far. S, lo far.
Prima che quegli ospiti indesiderati si presentassero a casa sua, tra un impegno e l'altro di quella giornata cos piena a Salvager Hall, M.R. aveva riveduto un suo scritto, Il ruolo dell'universit in un'era di patriottismo.
Quel discorso appassionato sarebbe stato il suo cri de cur. Non le avrebbero impedito di leggerlo: non l'avrebbero censurata.
Una tradizione bicentenaria! Il rettore dell'universit che pronuncia un discorso il giorno del conferimento delle lauree, lui e non un oratore invitato per l'occasione, di certo non una personalit.
L'anno accademico era come una tortuosa strada di montagna che saliva fino alla sua ufficiale cerimonia conclusiva: il weekend durante il quale si conferivano le lauree. Come il grande veliero Cutty Sark che solca mari tempestosi diretto a un porto in cui, una volta avvistato con eccitazione, fa il suo ingresso trionfale, alla fine dell'anno accademico l'universit si presentava con una sequela di eventi pubblici che somigliavano a un festival teatrale dalla connotazione quasi religiosa, in cui la pubblicit della propria immagine si ammantava di tradizione.
Alcune tradizioni avevano un valore commerciale maggiore di altre, ma erano tutte importanti, e nessuna lo era pi del discorso pronunciato dal rettore il giorno del conferimento delle lauree: in origine un sermone cristiano in piena regola.
Il fatto che l'universit si definisse politicamente neutrale era una tradizione pi recente. Il rettore non era tenuto a seguire un indirizzo politico, o almeno non in maniera evidente.
Ma M.R. era certa che in tutti quei decenni, durante i periodi di crisi sfociati in conflitti armati, come per esempio allo scoppio della Guerra Civile, gli insigni rettori suoi predecessori non avessero evitato di assumere posizioni politiche.
L'etica  politica, la politica  etica.
Tuttavia, coloro ai quali M.R. aveva mostrato la bozza del suo discorso pubblico, l'ottobre precedente, tra cui il direttore amministrativo e il legale dell'universit, le avevano sconsigliato di pubblicarlo sulla rivista ufficiale dell'Associazione Americana delle Societ Erudite.
Le avevano dato quel consiglio con il dovuto tatto. Non avevano intenzione di offenderla mettendo in discussione la sua capacit di giudizio.
Era proprio il discorso che M.R. non aveva potuto pronunciare, quell'ottobre! L'intervento di apertura del convegno!
Il cuore le batteva forte, si sentiva quasi euforica, pericolosamente eccitata, alla prospettiva dello scontro che l'attendeva.
Non mi censureranno.
In un certo senso era vero che negli ultimi tempi M.R. non era stata proprio bene: andava soggetta ad amnesie, non era completamente in s.
Per esempio, durante la riunione con i membri del consiglio di amministrazione era in uno stato di eccitazione febbrile, e si era convinta che l'incontro fosse andato bene, anche se le reazioni di dirigenti come Leonard Lockhardt parevano indicare il contrario. In quel momento, M.R. si rammaric di aver posto fine bruscamente alla riunione; perch non sapeva che non sarebbe ripresa dopo qualche ora. Con sua sorpresa, fu infatti informata dal presidente del consiglio di amministrazione che la riunione era stata rinviata a giugno: dopo la cerimonia di conferimento delle lauree.
Riflett, sbalordita: Si riuniranno senza di me? Voteranno la mia sfiducia?.
Non era possibile. A quanto ne sapeva, in duecento anni non era mai successo che il consiglio di amministrazione avesse revocato un rettore.
Il direttore amministrativo, il decano dell'universit, il vicerettore per lo sviluppo avevano cominciato a suggerire a M.R. di prendersi una pausa, un periodo di riposo, un congedo; magari di ricoverarsi in una clinica, sottoporsi a un check-up completo. Quel suggerimento l'aveva offesa, anche se l'aveva accolto con una risata.
Mancano solo tre settimane! Poi il semestre finir. Allora forse mi prender un periodo di riposo.
Con quella promessa le parve di averli rabboniti, di averli incoraggiati a esporsi, a parlare pi arditamente.
Le dissero che non c'era di che vergognarsi, non doveva sentirsi in imbarazzo! In quel primo anno da rettrice si era esaurita per il troppo lavoro.
Sentirsi in imbarazzo? Vergognarsi?
A quel punto se ne and. Si sentiva profondamente offesa.
Comunque aveva intenzione di seguire il loro consiglio, di farsi vedere da un medico. Non c'era certo niente di male in questo.
Aveva chiesto alla segretaria di fissarle un appuntamento, ma poi, il giorno prestabilito, si era resa conto che cos avrebbe stravolto il programma di lavoro di quel pomeriggio, e poich non poteva permettersi quel lusso l'aveva annullato.
Non aveva fissato l'appuntamento con l'internista molto stimata da cui andava da quando lavorava in quell'universit, ma con un medico stabilitosi di recente in zona, ovviamente anche lei donna, dato che negli ultimi tempi M.R. non sopportava di essere visitata se non da medici donne; poi, all'improvviso, si era resa conto che non sopportava di essere visitata da nessuno, uomo o donna che fosse, non tollerava che le mettessero le mani addosso.
Non sopportava che la esaminassero, che le facessero una diagnosi.
Misteriose ecchimosi, lividi, reazioni allergiche, eruzioni cutanee, una specie di violenta psoriasi che le procurava un forte prurito all'addome, tra le scapole: sintomi che credeva di poter facilmente nascondere sotto i vestiti, sapendo che si trattava di reazioni nervose e non di veri problemi di salute. E poi - lo ricordava con disappunto - aveva sotto gli occhi il cattivo esempio di Agatha, che annullava sconsideratamente gli appuntamenti con i medici, anche quando aveva cominciato a soffrire di ipertensione e di iperglicemia.
Di sicuro la maggior parte dei medici di quella zona sapeva chi era M.R. Neukirchen. E anche gli psicologi e gli psicoterapeuti.
Magari le avrebbero prescritto dei sonniferi, per esempio. O degli psicofarmaci.
Quelle maledette eruzioni cutanee si stavano propagando, e le procuravano dolore. Mentre i delegati la fissavano con sguardo grave il prurito la faceva impazzire. Ma non aveva ceduto.
In ogni caso un'eruzione cutanea non  un sintomo preoccupante ed M.R. si curava da s, con una blanda pomata al cortisone acquistata in farmacia.
L'insonnia, l'inappetenza, la sudorazione notturna: quei sintomi generici, tipici di una donna nevrastenica, M.R. li scacciava come si scacciano le mosche.
Era assurdo, le dolevano anche le unghie dei piedi! Persino le unghie dei piedi le si rivoltavano contro...
Quando presenziava ai pranzi ufficiali in cui doveva rivestire il suo ruolo per ore e ore, non osava grattarsi per timore che il prurito diventasse irrefrenabile. In tali occasioni, e ai ricevimenti dove era costretta a stare in piedi, non poteva fare a meno di indossare le scarpe (strette e costose), cos piano piano le unghie dei grossi piedi avevano preso una forma stranamente obliqua, si erano incarnite, e negli ultimi tempi avevano assunto un colore violaceo, come se sotto l'unghia si fosse rappreso del sangue irrancidito.
Difficile non ravvisare in quei disturbi segni di debolezza morale.
Difficile non ravvisare in quei disturbi segni di debolezza femminile, come avrebbe osservato con scherno un misogino al pari di G. Leddy Heidemann.
Comunque, M.R. si sarebbe presto rivolta a un podologo, e anche a un medico internista. Dopo aver assolto all'ultimo, l'ultimissimo dei suoi doveri in qualit di rettrice per l'anno accademico 2002-2003.
La fine. La fine, proprio quando lei credeva fosse l'inizio.
M.R. Sei sola, finalmente? I tuoi gentili ospiti ti hanno abbandonato?
Era una voce beffarda, con una lieve inflessione britannica: G. Leddy Heidemann si era laureato a Oxford.
L'uomo se ne stava stravaccato su una delle poltrone di pelle marrone della biblioteca, in attesa che M.R. desse un'occhiata nella stanza e spegnesse la luce.
E cos era rimasto l! M.R. l'aveva sospettato, anche se il cuore le batteva forte come se fosse stata colta di sorpresa.
M.R.! Mi sono sempre chiesto se queste iniziali indicassero - involontariamente, certo - la Mr di mister. Una sorta di travestimento, goffo e poco convincente, eh?
La stava provocando. Rideva di lei. Una risata cos carica di disprezzo, di desiderio di ferirla, che M.R. si sent stordita, sul punto di svenire: che errore madornale aveva commesso.
Stravaccato su una delle vecchie poltrone di pelle che arredavano la biblioteca, illuminata dalla luce tremolante di una lampada che si rifletteva su lucenti superfici di ottone, sulle linde vetrinette delle librerie e sulle finestre con le grate rese opache dal buio, Heidemann aveva le spalle da bisonte, un fisico massiccio e la postura ingobbita, una grossa testa rotonda e lineamenti che, in quella fioca luce, sembravano fessure nella roccia. Ma nessun minerale era cos vivo, cos minaccioso.
M.R. avvert un moto di vergogna. Di pura vergogna! Era scalza e in disordine; e probabilmente aveva parlato o mormorato tra s, rimproverandosi di qualcosa, come faceva spesso negli ultimi tempi, quando era sola.
Signor Heidemann... Se ne vada, la prego.
Signore! Ma sei tu il signore: credevo l'avessimo stabilito. Vedendo che M.R. lo fissava sbigottita, Heidemann scoppi in una risata che risuon come una lamina di metallo che venga scossa, malinconica ma martellante.
Sai, M.R., noi non abbiamo mai parlato. Quando hai invitato qui a Charters House dei miei carissimi amici, come Oliver Kroll, ti sei platealmente dimenticata di invitare G. Leddy Heidemann.
La prego, se ne vada...  tardi...
La voce di M.R. risuon come un rumore di foglie ormai secche scosse dal vento, su un albero in autunno inoltrato.
Lento, bellicoso, Heidemann si alz in piedi. Anche lui appariva in disordine, con i calzoni sgualciti e una giacca sportiva non intonata. Aveva il respiro affannoso, e l'alito gli puzzava di whisky. M.R. era sorpresa dall'aspro tono di rimprovero, e si chiese se stesse parlando seriamente.
In tutta coscienza, non potrei mai invitare a Charters House un individuo che sostiene l'idea della guerra - contro paesi del Medio Oriente non aggressivi - quale attacco preventivo. O che si schiera con coloro che negano l'Olocausto, solo per far discutere di s, per attirare l'attenzione.
Heidemann la fiss come se non si aspettasse una simile reazione.
Ma dopo quelle parole M.R. avvert una grande debolezza, era sul punto di svenire, come un pugile esausto dopo aver inferto un colpo poderoso.
Lo aveva insultato, vero? Heidemann avanz barcollando verso di lei, per spaventarla, ed M.R. istintivamente indietreggi. Le si accappon la pelle al ricordo di quella domanda beffarda: Credevi di poter sfuggire a... questo?.
Quell'uomo le avrebbe fatto del male, era evidente. L'avrebbe umiliata fisicamente. Non aveva paura, era sicuro che lei non l'avrebbe mai denunciato, che non avrebbe mai corso il rischio di una tale esposizione mediatica, sarebbe stata una pessima pubblicit per l'universit.
No! La prego...
La prego? Di cosa? Di aver piet di te?
Heidemann si stava divertendo un mondo. Ma era anche arrabbiato. E aveva bevuto.
M.R. si volt per fuggire dalla biblioteca ma quell'uomo robusto la raggiunse e l'afferr tra le braccia, sent premere contro la schiena il suo ventre da Buddha. Avvert la puzza di whisky nel suo alito, e l'odore del suo corpo. Mani rozze come guanti da saldatore le presero i seni, li strinsero. Che misero esemplare di donna! Hai fallito anche in questo.
M.R. fece una smorfia di dolore. Apr la bocca per gridare ma non ci riusc. Le dita dell'uomo la stringevano orribilmente. Era come se volesse distruggerla, cancellarla; non gli bastava farle del male, o umiliarla. Sarebbe caduta a terra, ma l'uomo la sorreggeva, la derideva. Sapevi che sarei rimasto. Certo che lo sapevi, per questo mi hai invitato qui. Dopo quel che hai fatto a quel povero ragazzo, Stirk - un mio studente -, tu che non hai figli! Meriti una punizione.
Sconvolta, M.R. pens: Se mi fa del male, forse la smetter. Mi lascer andare. L'avrebbe implorato, ma le parole di supplica le morirono in gola, e invece, incapace di controllarsi, istintivamente oppose resistenza all'uomo, infliggendo una ferita fatale alla sua virilit.
Sebbene lui pesasse quasi quaranta chili pi di lei, e malgrado la sua forza, M.R. si divincol dalla sua stretta e sgusci via, scalza, in preda al panico. Lui avanz di un passo, calpestandole i piedi e facendole male, ma lei riusc lo stesso a scappare, zoppicando, mentre l'uomo la fissava, barcollante; poi si gett pesantemente al suo inseguimento, imprecandole contro. M.R. si ritrov sul retro della casa, nella zona delle cucine immersa nell'oscurit, nella dispensa, poi intravide la porta socchiusa dello scantinato, vi si precipit e scese le scale buie. Pensava: Non mi seguir mai quaggi. Qui sar in salvo.
Tanto tempo prima si era nascosta sotto le scale di una cantina. Rannicchiata e raggomitolata come un vermiciattolo schiacciato, tra ragnatele e gomitoli di polvere.
Allora non l'avevano trovata, o s?
Ma l'uomo - Heidemann - non demordette. Rabbioso per il whisky si tuff nell'oscurit, scese le scale con gran fragore, cercando a tentoni la luce: riusc ad accenderla, e vide M.R. rannicchiata ai piedi della scalinata, il volto cereo dall'espressione terrorizzata, il fiato corto; scarmigliata, con l'aria cos vulnerabile da sembrare nuda.
L'uomo lanci un'imprecazione e ridendo scese le scale verso di lei. Ma avanzava con movimenti impacciati, come se avesse le gambe appesantite, il grosso torace ondeggiante, finch perse l'equilibrio sugli scalini stretti e cadde, mentre M.R. sollevava qualcosa, un oggetto che aveva afferrato per proteggersi, una specie di sbarra di ferro, lunga quasi un metro, che brand disperatamente mentre l'uomo precipitava in avanti e stramazzava al suolo; forse la sbarra di ferro lo colp mortalmente alla testa, fracassandogli il cranio, o forse, nella caduta, sbatt il capo sullo spigolo acuminato di un gradino: l'uomo fu scosso da un tremito e giacque immobile, una parte del corpo riversa sugli scalini, l'altra sul pavimento dello scantinato, dove un liquido color inchiostro cominci a scorrere da una ferita alla testa.
M.R. gli si accovacci accanto. Il corpo massiccio era inzuppato di sudore, la grossa testa con i capelli radi che lasciavano intravedere il cuoio capelluto, il respiro un rantolo doloroso, i piccoli occhi socchiusi, ciechi. Lo supplic: No! Si alzi! Non si  fatto niente!. Sapeva che Heidemann era astuto e forse si stava prendendo gioco di lei; non si sarebbe sorpresa se l'uomo fosse venuto a Charters House con addosso un microfono.
No. Si alzi. Si svegli...
M.R. trov il coraggio di toccarlo e di scuoterlo per le spalle. Sent il corpo come sprofondare, scivolare lontano. Pens: Dar la colpa a me. Mi accuser.
In preda alla disperazione, risal le scale incespicando. Nella cucina scarsamente illuminata cerc a tastoni il telefono, un apparecchio a muro, e con dita tremanti per il panico compose il numero per le emergenze. Ma non ud alcuno squillo, non c'era il segnale. Riattacc e riprov a comporre il numero, ma neanche stavolta sent squillare. Forse Heidemann aveva staccato il telefono quando era passato di l barcollando.
Le parve di udire un grido. Di un uomo, gi dallo scantinato.
Rimase in ascolto, ma a parte il battito nelle orecchie, non ud altro. Non c' nessuno pens.
Le pareva assolutamente impossibile che un suo collega dell'universit l'avesse inseguita gi per la scala dello scantinato, fosse caduto e si fosse ferito la testa: quell'incidente spaventoso doveva essere un sogno, un altro dei suoi incubi, perch sempre pi di frequente si trovava impantanata come nel fango in sogni incredibilmente orribili; la sua vita interiore, nel profondo, si era trasformata in una concatenazione di sogni casuali e umilianti che la lasciavano esausta, distrutta. Ma non si sarebbe arresa.
Quasi con impazienza ridiscese nello scantinato. E l, con orrore, vide ai piedi della scala il massiccio corpo dell'uomo che giaceva immobile: non respirava, non era scosso da fremiti o spasmi. Emanava un odore putrido, come fosse gi in decomposizione, per beffarsi di lei, per farle un dispetto.
Si svegli! Non vorr scherzare. Non ... divertente...
La testa ferita ormai era ricoperta di sangue, che scorreva in rivoli simili a tentacoli. Il viso si era in parte afflosciato, come una maschera staccata da un volto.
La forza di gravit faceva rilasciare le mascelle pesanti, le cadenti labbra tumide che anche allora, nella morte, erano atteggiate a un ghigno lascivo.
La prego! Lasci che l'aiuti... si tiri su...
M.R. era terrorizzata all'idea di avvicinarsi troppo a Heidemann, temeva che l'afferrasse, per un polso, una caviglia. Le pareva che l'uomo sbattesse le palpebre, che stesse osservando ogni suo movimento. Avvertiva un dolore pulsante, oltraggioso, ai seni, le mani di quell'uomo che stringevano stringevano stringevano, come a voler spremere la vita da lei: era quella la cosa pi offensiva, l'insulto alla sua femminilit. Non avrebbe potuto sopportare un'altra aggressione, era una sciocca ad avvicinarsi troppo al suo nemico.
Ma l'uomo non respirava pi. Il cuore aveva cessato di battere, se anche avesse provato a tastargli il polso non lo avrebbe sentito.
Tanto tempo prima, da brava alunna diligente al liceo di Carthage, Meredith - Merry - aveva frequentato un corso extrascolastico di pronto soccorso e rianimazione; sapeva che doveva provare a rianimare quell'uomo con la respirazione bocca a bocca, esercitando una pressione sul torace; doveva cercare di rimettere in moto quel cuore malvagio, un grasso muscolo scolorito grande quanto un grosso pugno animalesco; oppure, cosa pi sensata, doveva uscire a chiamare aiuto, se non era in grado di prestare soccorso all'uomo ferito doveva chiamare qualcuno.
Ma non riusciva a muoversi, era paralizzata dalla repulsione che provava per quell'uomo, dall'orrore per ci che era successo. Pensava: Mi ha distrutto. Era quello che voleva.
Come chi legga la didascalia di un filmato riguardante una catastrofe di tanti anni prima le cui vittime sono ormai tutte morte, M.R. vide confusamente con l'occhio della mente non solo la rovina della sua carriera, ma della sua vita - di quella nicchia che si era ritagliata - e di tutte le altre sue aspirazioni. A farle pi male era la consapevolezza che non era stato quell'uomo odioso a distruggerla, ma lei stessa.
E poi non ebbe scelta. La necessit ag in lei come una scarica elettrica che le scuoteva le membra.
Afferr per le caviglie il corpo inanimato, pesante come un sacco di cemento, e lo trascin nei recessi dello scantinato, che puzzavano di umido, verso il vecchio lavandino corroso che non veniva usato da decenni. Dal soffitto la luce di una lampadina brillava fioca come quella di una remota galassia. Non riusciva a vedere il volto afflosciato e carnoso dell'uomo, ma percepiva il suo ghigno, e dagli occhi socchiusi uno sguardo carico di disprezzo, ancor pi terribile perch non era semplice e brutale disprezzo, aveva un che di intelligente e sagace. Temeva - se l'aspettava - la risata beffarda di quell'uomo che - lo sapeva bene, come se lui se ne fosse vantato con lei - in qualche modo si era trasformata in un forte tanfo di urina, di feci, di putrefazione.
Non era una donna debole, ma, oh!, non riusciva a reprimere i conati di vomito. Avvert uno spasmo che la squass come se avesse dentro una creatura viva, che lottava freneticamente per uscire, dall'unica via possibile, la gola, la bocca ansimante.
Poi lo spasmo pass. In bocca sentiva un vomito acido, non os ingoiare per timore che la nausea aumentasse e cos sput, sput tutto fuori, si asciug la bocca e sput ancora.
Oh, aveva una tale nausea, era cos spaventata, terrorizzata. Eppure sapeva cosa doveva fare, non aveva scelta.
Dicevano di lei che era forte, capace. Se  forte e capace una donna non  amata, ma se  forte e capace una donna si fa strada senza amore. Tuttavia, nelle ultime settimane, nelle ultime ore, parte della sua forza l'aveva abbandonata, e cos fu il ricordo di quella forza a permetterle di agire, perch non aveva scelta: agire per la propria sopravvivenza richiede forza, mentre la debolezza equivale alla morte. Non si tratta di coraggio, ma di disperazione. Non di audacia, ma di disperazione. Non di successo, trionfo, ma di disperazione. Eppure che sforzo sollevare quel corpo inanimato pesante come un sacco di cemento e adagiarlo nel vecchio lavello: per lunghi, frenetici minuti lott cercando di sollevare prima le gambe, poi le spalle e la testa; rinunci con il torace, e riprov a issare le grosse gambe che si muovevano con una sorta di dispettosa vivacit; per alleggerirle e facilitarsi il compito pens di togliergli le scarpe: slacciare le scarpe a un cadavere non  facile! Togliere le scarpe a qualcun altro non lo  mai, ma toglierle a un morto  molto pi complicato: M.R. non se n'era mai resa conto prima. E ripensando al suo amante astronomo che le chiedeva spesso di togliergli le scarpe - anzi, gli scarponi da trekking - perch, diceva scherzando, era troppo pigro per levarseli da s (lei per pensava che Andre soffrisse di dolori alla schiena e avesse problemi a chinarsi, ma non voleva confessare quella debolezza a una donna molto pi giovane e in buona salute che lo adorava), realizz che l'intimit di quel gesto le dava piacere e allegria; ma adesso, nel togliere le scarpe al suo nemico, prov solo disgusto, sgomento. E orrore.
Ma aveva fatto bene. Perch ora aveva meno difficolt a sollevare le grosse gambe, le cosce enormi come prosciutti; si sforz di tenere in equilibrio sul bordo del lavello la parte inferiore del corpo, cos grassa, poi di sollevare il torace, pesante e curvo, le braccia, che si agitavano scompostamente come accingendosi a una sorta di abbraccio, e poi la testa - la testa! - che ciondolava sulle spalle in modo quasi languido, persino provocante.
Che intimit in quell'operazione! Come tra amanti clandestini uniti per sempre.
Infine riusc a adagiare il corpo dentro il lavello. Grasso e goffo, ricadde su se stesso, la testa pesante ancora sollevata, incassata nelle spalle, che pareva osservarla attraverso gli occhi socchiusi mentre compiva tutti quegli sforzi. Era come se lei gli stesse davanti nuda, esposta al suo giudizio. Il corpo dell'uomo fu scosso da un fremito di allegria. La mascella si rilasci e sulle labbra apparve un ghigno.
Rimase in attesa, ma lui non parl. Tuttavia era certa che la stesse osservando.
Era la prima volta che vedeva un cadavere. Eccetto forse quello della bimba del fango. Ma quello era il corpicino straziato di una bambina qualunque, non quello di un adulto, di un uomo celebre.
Era esausta per la fatica di trascinare il corpo, sollevarlo e deporlo nel lavello. Le braccia, il collo e la schiena le dolevano per lo sforzo. E al pensiero di quel che l'attendeva avvert un brivido di puro terrore.
Aveva i piedi nudi e pallidi imbrattati di sangue. La veste tutta sporca sul davanti. E quelle macchie sotto le unghie dovevano essere di sangue.
Dopo avrebbe dovuto lavarsi a fondo.
S, lo far.
Sal in cucina, dove una lampadina accesa pendeva dal soffitto. A parte il telefono che dondolava fuori posto, e che si affrett a riagganciare, nulla indicava la disperazione di qualche minuto prima, tutto era in ordine.
Torn in biblioteca dove la lampada gettava un caldo chiarore romantico sulle superfici levigate, sui mobili in mogano, sui vetri. Not che la poltrona di pelle dove si era stravaccato quell'uomo massiccio era fuori posto e la rimise dov'era, quindi si guard intorno per accertarsi che non ci fosse nulla che potesse attirare l'attenzione di Mildred, la donna di servizio. Poi spense la luce e usc dalla stanza.
Anche in soggiorno erano accese le luci, c'erano parecchie sedie fuori posto, dove si erano accomodati gli ospiti non invitati, formando un casuale semicerchio. Le ridispose come ricordava. Spense le luci e usc.
La mattina dopo Mildred non avrebbe trovato niente in disordine.
Ma non ho molto tempo.
Su una mensola sotto il lavello della cucina c'erano diverse paia di guanti in lattice, e ne prese uno.
Da un cassetto della cucina prese un paio di cesoie, e da un supporto calamitato in alto diversi coltelli da cucina con la lama affilata. Li afferr come se gi sapesse cosa farne.
Da un ripostiglio accanto alla cucina dove si tenevano le provviste prese una dozzina di sacchi di plastica neri per l'immondizia.
Nel garage adiacente alla casa, un tempo rimessa per carrozze e da decenni riadattata, su un banco da lavoro, in mezzo a una vasta gamma di attrezzi, trov una sega.
Scopr anche un altro mucchio di sacchi per l'immondizia pi grandi di quelli trovati in cucina.
Erano le 00,29. Doveva sbrigarsi.
Torn nello scantinato e raggiunse la lavanderia dove, nel vecchio lavello corroso, giaceva il corpo, in una goffa posizione. Non era sicura che durante la sua assenza non si fosse mosso, ignorava se i freddi occhi scaltri avessero sbattuto le palpebre. Ma quell'accenno di ghigno era sempre l, e la testa era piegata all'indietro in modo innaturale, come se si fossero spezzate le vertebre cervicali.
Con le cesoie tagli i vestiti dell'uomo. A poco a poco il corpo rivelava la sua nudit: era flaccido, ricoperto di peli ispidi, pieno di macchie e butterato, ed emanava un cattivo odore. La pelle calda aveva cominciato a raffreddarsi, la superficie era ricoperta da un velo unto di sudore. Quel corpo incarnava l'orrore della vita fisica, e lei non riusciva a giudicare severamente l'uomo che vi aveva dimorato, al pensiero che un tempo era stato giovane, bambino. Una profonda disillusione per la vita lo aveva ferito intimamente, quell'infezione lo aveva fatto ammalare e non si era mai pi ripreso. In quell'attimo prov piet per lui: la bile l'aveva roso dall'interno.
Quell'uomo era saturo d'odio come di pus. Non era per un fatto personale che quell'odio si era riversato su di lei.
Non  per un fatto personale che un uomo detesta le donne.
I genitali erano gonfi. Il pene aveva la forma e la grandezza di una grossa lumaca.
Che pena, quel corpo! Quasi non riusciva a odiarlo.
Ma poi si ricord della guerra in Iraq, della crociata preventiva contro nemici immaginari, e dei link ai siti web negazionisti dell'Olocausto, del fatto che G. Leddy Heidemann aveva cospirato perch si commettessero crimini di guerra, o per aiutare e dare il suo sostegno a chi si era macchiato di crimini di guerra. Aveva legato il suo nome alla brutale impresa bellica nel Medio Oriente, all'uccisione e mutilazione di civili, e con quella sua complicit aveva infangato il nome dell'universit. Nelle prime settimane del rettorato di M.R. Neukirchen aveva rilasciato giudizi crudeli, fortemente critici, su di lei, e alcune frasi erano state riportate sul giornale del campus... Lei si era ripromessa di dimenticare, ma non poteva perdonarlo.
Smembrare.
Per lei era sempre stata solo una parola misteriosa.
Infil i guanti di lattice, gi sporchi. Come un chirurgo - anzi, come un patologo - prese la sega e cominci, sulle prime tremando, poi con sempre maggior forza, a segare i grossi polsi dell'uomo, quindi le caviglie. Che shock il contatto della lama con le ossa! Dovette aprirsi un varco tra le ossa, tra le giunture. Era quello il segreto dello smembramento. Con grande fatica riusc a staccare le mani, quindi i piedi. Poi seg le articolazioni dei gomiti: doveva spezzare a met le lunghe braccia. Lo scantinato di Charters House era freddo come un pozzo profondo, eppure ormai aveva il viso madido di sudore e dei rivoli le scendevano lungo il petto e sulla schiena, sotto i vestiti.
Seg le giunture delle ginocchia. Seg il bacino. Il sangue scorreva dal corpo mutilato, nello scarico del vecchio lavello. Il puzzo del sangue la rendeva ebbra, come sotto l'effetto di una droga, ma dopo un po' non lo sent pi, cos come nelle paludi non sentiva pi nessun odore, non vedeva pi, non udiva pi, non provava pi niente. Avrebbe lasciato intatti i genitali, e il grosso torace curvo. Non sopportava l'idea di dover segare il petto, o l'addome, di dover rimuovere gli organi interni, lo stomaco e gli intestini con tutta la lordura che contenevano.
Le torn in mente la credenza di alcune religioni orientali, secondo cui l'anima dell'uomo risiede nelle viscere.
Mentre era cos affaccendata, era disgustata dalla testa reclinata all'indietro. Si sforzava di non guardare quella faccia. Lo sguardo attonito, accusatorio. La mascella rilasciata in un ghigno di sensuale idiozia. Era esausta, barcollava, non era molto lucida perch solo in quel momento si rese conto che per nascondere quella faccia doveva spiccare la testa dal corpo.
Non fu un'impresa facile. Us sia la sega che i coltelli, affilati come rasoi. Chiuse gli occhi, non riusciva a sopportare lo sguardo di quell'uomo. Li chiuse atterrita e sgomenta perch le era sembrato - solo per un attimo, non si sofferm su quella possibilit - che il viso non fosse quello del suo collega d'universit G. Leddy Heidemann ma di uno sconosciuto. Il viso devastato di uno sconosciuto.
Commise un errore: quando riusc a staccare la testa dal corpo, all'improvviso fuoriusc un fiotto di sangue scuro; aveva reciso un'arteria spessa come un agile serpentello, e il sangue zampill per diversi, terribili secondi. Come se il morto fosse tornato in vita, in un ultimo spasmo furioso.
Commise anche un altro errore: non riusc a far cadere la testa nel lavello. Pesante com'era, rotol all'indietro, al di l del bordo, sul pavimento di cemento ghiaioso, con un tonfo sorprendente.
Oh! Perdonami!
Si sforz di raccoglierla, usando entrambe le mani. Ma evit di guardarla. Aveva la vista appannata, annebbiata. Non sarebbe riuscita a osservarla con attenzione nemmeno per identificarla. La lasci subito cadere in un sacco di plastica nera.
Che sollievo: adesso quello era un torace come un altro, il busto di un uomo qualsiasi.
Lavor tutta la notte, per ore. Aveva smesso di pensare, cos come non sentiva pi l'odore del cadavere. Lo sforzo delle braccia, delle spalle, della schiena scandiva il suo lavoro con un ritmo quasi piacevole: ce l'aveva scritto nei geni, veniva da una stirpe di contadini americani allevati a svolgere lavori duri, inutili e inevitabili, per una miseria. Non era una donna debole, come non lo era sua madre, almeno fisicamente.
Sega, coltelli, cesoie. Giunture delle anche, articolazioni delle spalle. Si chiese con un sorriso se nella sua famiglia ci fosse stato un macellaio, qualche generazione prima. Spessi tranci di carne sanguinolenta, grumi di grasso colavano e scorrevano nel lavello, pregava Dio che non si otturasse troppo presto. Quando la lama della sega o del coltello toccava l'osso, un tremore si propagava lungo il suo braccio fino al gomito, come una scossa elettrica.
Ripose con cura le parti del corpo in pi di una dozzina di sacchi di plastica, che chiuse con un nodo. Presto lo smembramento sarebbe finito.
Aveva agito per istinto, pi che per scelta. Come chi inspira disperatamente non ha altra scelta che respirare.
Non aveva riflettuto lucidamente sul fatto che era pi facile disfarsi di un corpo smembrato, con parti che pesavano non pi di nove o dieci chili, che di un corpo intero.
Non aveva riflettuto lucidamente ma aveva agito in base a quel ragionamento, e quando i sacchi furono legati e chiusi prov un certo sollievo. Quell'uomo non costituiva pi una minaccia per lei. Lo aveva sconfitto!
Port su i sacchi, attravers la cucina e usc, diretta alla macchina. Le venne da pensare a come sarebbe stato strano se i suoi non graditi ospiti fossero stati ancora nel soggiorno, ad aspettarla! Anche quello che era sgusciato via per nascondersi e tormentarla.
In tal caso tutto ci non sarebbe successo, pens, e invece era successo.
Il tempo sulla Terra  irreversibile. Scorre solo in una direzione.
Giunta alla macchina, pos i sacchi sul viale di accesso. All'angolo del garage c'era un lampione acceso. Tagli con cura altri sacchi dell'immondizia e li distese sul ripiano del bagagliaio, poi vi pose sopra quelli con le membra dell'uomo. Nessuno avrebbe potuto immaginare cosa contenessero quei sacchi di plastica legati stretti.
Nel cofano della macchina non sarebbe rimasta nemmeno una goccia di sangue, un capello, ad accusarla.
Era sempre stata una studentessa modello. Aveva sempre svolto diligentemente i compiti, era una persona su cui si poteva fare affidamento. Non era capitato spesso, ma a volte la prendevano in giro per la faccia scialba da brava ragazza, e per il suo candore.
Erano le 3,53. In cielo splendeva alta una pallida luna. Tra breve sarebbe sorta l'alba: doveva agire in fretta, senza commettere errori.
Guid fuori dal campus. Il fatto che in pratica tutte le case fossero al buio - perch mai? Solo perch era notte, e gli esseri umani la notte dormivano? - le pareva una banale mancanza di fantasia.
Ci sono anime notturne, che prendono vita la notte. Lei era tra quelle!
Con i sensi in allerta come se si fosse appena svegliata dopo ore di un sonno ristoratore, guid verso nord lungo la statale, superando una serie di negozi bui, piccole attivit commerciali, case, distese di campi e boschi, poi prese l'interstatale per niente trafficata, con la luna che fluttuava nel cielo come un lampioncino di carta. Lungo la strada c'erano piazzole di sosta illuminate da alti lampioni, ogni volta che ne incrociava una si fermava e si sbarazzava dei sacchi, uno per volta, gettandoli nei cassonetti dell'immondizia. Ne lasci uno dietro lo Shop-Rite sulla Route 11, un altro dietro un supermercato CVS sulla stessa autostrada. E uno nel cassonetto dietro il Ramada Inn all'altezza dell'uscita 6 dell'interstatale. Un altro ancora dietro un Taco Bell su North Hamilton Boulevard, probabilmente quello contenente la testa, con gli occhi inorriditi e lo sguardo attonito, furioso. Perch, come lei non riusciva a credere a quel che aveva fatto - e che in seguito avrebbe ricordato solo confusamente -, anche l'uomo era incredulo per quel che gli era stato fatto, che non si sarebbe mai aspettato.
In realt non  stata colpa tua. E nemmeno mia.
Quando si liber dell'ultimo sacco si sent un po' pi sollevata. Senza pi sacchi nel cofano della macchina la sua anima era un po' pi leggera. Vag senza meta seguendo un percorso circolare per una sessantina di chilometri, facendo attenzione a non superare i limiti di velocit, tenendosi sulla corsia di destra, spegnendo gli abbaglianti ogni qualvolta incrociava un veicolo, anche se gli autisti dei camion con il rimorchio, simili a locomotive che sbandavano nella notte, non abbassavano i loro.
Adesso pensava con maggiore lucidit. Cominciava a comprendere la logica degli avvenimenti di quelle ultime ore. I sacchi con il corpo smembrato, sparsi in zone diverse, sarebbero stati raccolti dai camion della spazzatura e portati nelle discariche locali. Le varie parti sarebbero state pressate in vaste aree di rifiuti. Il corpo non poteva pi essere riassemblato, come in un racconto dell'orrore dei Grimm.
Non sarebbero mai potuti risalire a lei, l'autrice di un tale crimine.
Alle 5,18 del mattino imbocc il sinuoso viale d'accesso che conduceva a Charters House. I pini che circondavano la casa erano ancora immersi nel buio. Mildred, la donna di servizio, non sarebbe arrivata prima delle 8; era stata M.R. a chiederle di non venire prima, teneva alla sua privacy mattutina. Era una mattina di maggio calda e nuvolosa. La pallida luna era scomparsa, una distesa di nubi bucherellate e granulose come polistirolo copriva il sole. Per quanto molto stanca, si sentiva euforica. Aveva quasi finito! Quando entr in casa, dalla porta della cucina sul retro, prov un attimo di terrore perch sent - ne era certa - delle voci; ma quando varc la soglia, la casa era immersa nel silenzio.
Ridiscese nello scantinato e con spugne e tovaglioli di carta ripul tutto. Con grande sollievo scopr che da uno dei rubinetti scorreva acqua calda.
Aveva lavorato per lo pi nel lavello. Vi aveva prestato particolare attenzione. Quindi il pavimento non si era sporcato molto.
Apr le finestre per arieggiare l'ambiente. Erano piccoli finestrini sudici che si aprivano solo di qualche centimetro, verso il basso. Ma si percepiva ancora uno strano odore. Forse un animale - un procione, un opossum - si era introdotto laggi, era rimasto intrappolato ed era morto. Le avevano detto che l a Charters House capitava spesso.
Non pul troppo a fondo il lavello, non ne strofin le superfici, era molto sporco e se l'avesse fatto uno dei domestici avrebbe potuto notarlo.
Mentre risaliva le scale che portavano in cucina pul i gradini con della carta assorbente inumidita. Finalmente, quando fu nelle sue stanze, si tolse quei ripugnanti indumenti tutti macchiati e intrisi di sudore, li gett nella vasca e li mise a bagno in acqua calda e detersivo.
In acqua bollente e abbondante detersivo. Era certa che le macchie sarebbero andate via.
Poi fece una doccia, rimase una buona mezz'ora sotto il getto d'acqua bollente. Si strofin vigorosamente, tra i seni illividiti e arrossati, tra le gambe dove spuntavano corti peli ispidi, come dure erbacce.
Si lav i capelli, si nett le unghie con una limetta.
Nello scarico della doccia, ai suoi piedi, si era raccolto un batuffolo di peli.
Aveva la sensazione di aver dimenticato qualcosa.
Gli eventi di quella tremenda notte stavano gi svanendo, com'era scomparsa con il sorgere del giorno l'alta luna scintillante.
Quella sera i delegati l'avrebbero chiamata. Le avrebbero chiesto di incontrarla per ascoltarli, in via informale.
Se con loro fosse venuto anche quell'uomo, per sgattaiolare nella biblioteca e tormentarla dopo che gli altri erano andati via, lei sarebbe stata pronta, non si sarebbe spaventata in quel modo.
Comunque adesso cosa rimaneva da fare? Erano rimaste delle... prove?
Si sforz di riflettere, ma invano.
Istintivamente torn in cucina, si ferm in cima alle scale che conducevano nello scantinato e guard nel buio. Dabbasso non veniva alcun rumore, l'uomo aveva smesso di lottare, il suo rauco respiro era cessato. Eppure si sentiva inquieta, quell'uomo era in agguato da qualche parte. Forse le era sgusciato davanti e la stava aspettando su nelle sue stanze, dove non entrava quasi mai nessuno.
Poi si ricord: era gi accaduto.
L'aveva aspettata in biblioteca, seduto sulla poltrona di pelle marrone, come fosse sua.
Torn in biblioteca e accese la luce: la poltrona di pelle era vuota, ma sul pavimento in legno duro vide delle impronte: parziali, impronte di sangue. Le sue.
Scoppi a ridere, un riso nervoso, di sollievo. Per poco non dimenticava una cosa cos importante!
Si affrett a ripulire anche quelle impronte con dei fazzoletti di carta inumiditi.
E adesso non rimaneva che... Niente.
Nell'alba gelida, sulle cime degli alti alberi che circondavano la casa, giunse l'agghiacciante richiamo del Re dei Corvi.

La donna del fango ex officio
Maggio 2003
Il tempo sulla terra  irreversibile. Scorre in una sola direzione.
Il tempo sulla terra ci fa affermare con certezza che tutto ci che accade non accade simultaneamente.
... Qualcosa non va. Non  da lei.
La mattina, a Salvager Hall, stavano aspettando la rettrice.
Erano le 10 e la rettrice non era ancora arrivata. Di solito giungeva in ufficio prima ancora dei suoi collaboratori (talvolta, si diceva, addirittura alle 7,30), ma quella mattina nessuno l'aveva vista nemmeno nei paraggi di Salvager Hall, e a met mattinata aveva gi saltato diversi appuntamenti e perso numerose telefonate; inoltre non rispondeva alle chiamate dei suoi collaboratori, sempre pi preoccupati, n al cellulare n al telefono della sua residenza, e nemmeno alle e-mail inviate al suo computer a Charters House, a un chilometro da l. La segretaria aveva parlato con la donna di servizio, la quale le aveva riferito di non aver ancora visto la signora Neukirchen quella mattina, tanto che aveva immaginato si fosse recata presto in ufficio.
Per cortesia, salga e bussi alla porta. Veda se  nelle sue stanze.
E cos la donna di servizio era salita e aveva bussato alla porta della signora Neukirchen, senza ottenere risposta.
Buss di nuovo, esitante. Signora Neukirchen?  l? Ancora nessuna risposta.
Lo rifer a Audrey Myles, che le chiese la cortesia di verificare se la macchina della rettrice fosse in garage. S, c'era.
A quanto si sapeva, la rettrice non aveva appuntamenti fuori dal campus prima dell'orario di lavoro. Nessun autista dell'universit l'aveva accompagnata e per quel fine settimana il programma non prevedeva appuntamenti esterni.
Per favore, pu bussare di nuovo, e se non risponde entrare a vedere?
Mildred acconsent a bussare, ma non a entrare nelle stanze della rettrice senza che le venisse dato il permesso.
Ma... forse sta male. Potrebbe avere bisogno di aiuto. Per favore, almeno apra la porta e dia un'occhiata, senza entrare.
Mildred rifiut seccamente. Non poteva.
Dieci minuti dopo Audrey Myles arriv a Charters House accompagnata da due giovani collaboratrici della rettrice, con una macchina guidata dall'addetto alla sicurezza dell'universit.
La donna di servizio, che li stava aspettando davanti all'ingresso, disse loro concitata ed eccitata che non vedeva la signora Neukirchen dal tardo pomeriggio del giorno prima, che la signora Neukirchen sembrava stanca, come al solito. Audrey Myles e gli altri salirono le scale; giunti davanti alle stanze della rettrice, Audrey buss sonoramente alla porta e con voce brusca e ansiosa chiam: Buongiorno, M.R., sono Audrey....
Non ottenendo risposta, Audrey buss di nuovo, e davanti a quel reiterato silenzio gir il pomello, ma la porta era chiusa.
Allora  dentro. Dev'esserle successo qualcosa. Dobbiamo aprire la porta.
L'addetto alla sicurezza fece una telefonata. Era evidente che l'universit era ben preparata a emergenze come quella, qualcuno che non rispondeva in una stanza chiusa.
In un quarto d'ora furono rimossi i cardini e la porta fu aperta.
Il primo a entrare nelle stanze della rettrice fu l'addetto alla sicurezza.
L all'universit erano preparati al peggio.
La trovarono stesa a terra nell'ultima stanza, a quanto pareva una camera da letto adibita anche a studio.
Non riuscirono a rianimarla, era in uno stato di totale incoscienza.
Giaceva con le gambe piegate sotto il corpo; doveva aver battuto la testa sul pavimento di legno duro. Il volto era di un pallore cadaverico, ma attorno alla bocca c'erano ecchimosi e tumefazioni, e le labbra erano violacee.
Aveva il respiro corto, irregolare. Audrey Myles non era certa che respirasse.
La stavano chiamando come da lontano. Pronunciavano il suo nome.
Erano lass in superficie, guardavano gi nel sudicio pozzo profondo in cui era caduta.
La chiamavano: pronunciavano il suo nome.
Sapeva che l'avrebbero tirata su, riportandola alla luce. Fuori da quel lurido fango. Si sarebbe afferrata alle ruvide pareti rocciose del pozzo e si sarebbe issata fuori, con le unghie rotte e sanguinanti.
Per rialzarsi e stare insieme agli altri. Come se non avesse la schiena spezzata.
Sapeva che ce l'avrebbe fatta! Ma era stanchissima, non poteva fare quello che si aspettavano da lei.
Provava una tale vergogna nel tradire tutte quelle persone!
Ma era cos stanca. Non aveva la forza di opporsi a ci che le era entrato nel sangue in calde ondate acide.

La donna del fango tra le nebulose
Maggio 2003
Portami con te supplic.
Anche se non c'era nessuno da supplicare in quel momento di crisi, stava implorando senza ritegno perch adorava il suo amante astronomo, aveva rinunciato alla propria vita di donna per quell'uomo e non sopportava l'idea che non fosse degno della sua adorazione, e placandosi come un dio che si plachi alla vista dell'angoscia sul viso d'un mortale, lui la port con s in quel viaggio, era un marinaio in perpetua navigazione, sempre pi fanatico e ossessivo, dopo anni trascorsi perennemente in viaggio, irrequieto, in preda a un sostanziale disagio metafisico verso la vita quotidiana e i doveri familiari di marito e di padre. Era il destino di Andre Litovik vivere disprezzando l'umanit, e cos viaggiava tra remotissime nebulose, un viaggio anche nel Tempo, sempre all'indietro negli spaventosi abissi temporali, prima ancora dell'esistenza della Terra e dell'inizio del tempo cronologico. E simile a una bimba solitaria desiderosa di parlare come gli adulti, imitando il suo amante lei mormor parole misteriose: spostamento verso il rosso, quasar, anniluce, Andromeda, costante di Hubble, megaparsec, parallasse trigonometrica, Idra e Centauri. Variabile di Cepheid, Orsa Maggiore, Grande Attrattore, pulsar, corpo nero, fredda materia scura. E quando gli chiedeva cosa significassero quelle parole misteriose, lui non aveva la pazienza di spiegarglielo, diceva: Cercale sul dizionario. Sai leggere. Oppure: Non c' tempo, cara Meredith. Ho consumato quasi tutta la vita a cercare di scoprirne il significato e quasi mai ci sono riuscito. E in questa impresa ho trascorso l'esistenza.

La donna del fango precipitata a terra
Maggio-Giugno 2003
Voglio morire.
Oppure: Devo morire.
Si vergognava di tradire tutte quelle persone!
Sarebbe stata via tre mesi. Bandita per tre mesi.
Non si tratta di una malattia mentale, la rassicurarono.  una malattia organica.
Non c' da vergognarsi di una malattia organica.
Tre mesi di congedo per motivi di salute. O, con espressione pi cruda, per malattia.
Era completamente esausta. Era crollata per la stanchezza, la malnutrizione, l'anemia. Le ghiandole linfatiche erano gonfie e doloranti. Aveva problemi a mettere a fuoco lo sguardo. I leucociti mononucleari erano alle stelle, l'infezione le era entrata nel sangue. Bruciava per la febbre ed era scossa dai brividi.
Provaci! Devi provarci! Sforzati.
Si era lasciata andare. Detestava quelli che pretendevano un tale sforzo da lei.
...  giunto il momento di morire.
Era ridicolo! M.R. disprezzava quell'autocommiserazione piagnucolosa.
Konrad sarebbe rimasto scioccato se avesse sentito quelle parole.
Povera Agatha! A lei invece sarebbero state risparmiate.
No, non voglio morire.
Tre mesi di riposo, per riprendersi. Per tornare in s.
Tre mesi bandita da Charters House, da Salvager Hall.
Aveva cominciato a temere quei posti. Doveva aggrapparsi con le unghie alle alte pareti di quel pozzo profondo, per tornare in superficie.
Aveva cominciato a detestare quei posti.
No! L sono stata molto felice... Voglio tornare al lavoro.
Aveva contratto un'infezione del canale auricolare e dell'orecchio interno: avvertiva pulsazioni cos intense che temeva si fosse estesa al cervello. Come la febbre cerebrale di cui si parla nei romanzi russi dell'Ottocento.
E aveva infezioni altrettanto virulente alla gola e ai polmoni.
Le iniettavano antibiotici, per contrastare il nemico.
E all'ospedale aveva contratto un'altra infezione.
Dopo la malattia inizi la convalescenza. Ma prima si dovette sconfiggere la malattia.
Aveva perso quasi dieci chili. Non sapeva nemmeno lei come fosse accaduto. Non se n'era quasi accorta.
Sembrava che il suo io corporeo, il suo essere ontologico nel mondo, non rilevasse la propria condizione.
O forse non voleva.
In quel periodo provava vergogna. Era la stagione della vergogna. Come a Carthage e nella campagna circostante c'era la stagione dei bruchi, creature ripugnanti che si contorcevano avvolti in pelosi bozzoli perlacei, sugli alberi.
Veniva quasi da pensare: Che belli, quei grandi fiori bianchi sugli alberi!.
Piccoli motivi di vergogna si affacciavano alla sua coscienza, come batteri virulenti.
Per esempio, l'ultima riunione con i membri del consiglio di amministrazione! Ne ricordava solo qualche sprazzo, come schegge di uno specchio infranto. Ricordava il viso di un uomo deformato da una smorfia di antipatia e disprezzo per lei. La sorpresa, l'imbarazzo, la preoccupazione degli altri. E lei che moralisticamente, ipocritamente aveva osato citare Kant al suo uditorio, che teneva in pugno: Kant, quel tedesco razzista.
Quell'individuo era completamente nero, dalla testa ai piedi, prova evidente della stupidit di ci che diceva.
Ecco il trascendentalismo morale di Kant!
La vergogna affiorava anche nei sogni della donna del fango, di cui ricordava solo qualche frammento.
E la cosa pi vergognosa era non poter partecipare alla cerimonia di conferimento delle lauree.
Il culmine dell'anno accademico per un rettore, ed M.R. Neukirchen se lo sarebbe perso.
La vergogna era tale che le impediva di parlarne. Non l'avrebbe mai detto ad anima viva.
Il programma patinato della cerimonia era stato stampato prima del tracollo della rettrice. Quindi le brochure distribuite la mattina del 1 giugno sarebbero state accompagnate da una nota, che spiegava come il discorso che avrebbe dovuto tenere la rettrice Neukirchen sarebbe stato pronunciato dall'ex rettore dell'universit, Leander Huddle.
Proprio la persona cui lei credeva di essere cos superiore. Sono di gran lunga migliore di quel vecchio cinico impudente!
M.R. non l'avrebbe visto. Quell'umiliazione le sarebbe stata risparmiata.
Per tre mesi - giugno, luglio, agosto - l'universit avrebbe provveduto alle spese per la convalescenza della rettrice, le cui funzioni erano state temporaneamente assunte dal direttore amministrativo.
Il grande veliero, il Cutty Sark delle universit, avrebbe proseguito a vele spiegate, anche senza M.R.
Tre mesi! Un vuoto tremendo nel quale poteva annegare.
Tre mesi! Le pareva di non dover vivere di pi.
Era indignato: nel vederla in un letto d'ospedale, e per la sorpresa che lei aveva manifestato alla sua vista.
Certo che sono venuto! Perch diavolo non sarei dovuto venire?
S, aveva saputo del suo esaurimento, le cattive notizie viaggiano in fretta.
La legge della Schadenfreude: le cattive notizie sulle brave persone viaggiano pi in fretta.
A quella frase lei si era sforzata di ridere. Non era la prima volta che Andre faceva quella battuta, ma la trovava sempre divertente, perch La legge della Schadenfreude era proprio vera.
La distanza tra quell'ateneo nel quasi rurale New Jersey e l'Universit di Harvard a Cambridge, nel Massachusetts, era di appena un nanosecondo. Andre aveva saputo cos'era accaduto dopo poche ore - almeno a grandi linee - e inventando una scusa (M.R. non avrebbe mai saputo quale) con la moglie sospettosa era subito uscito di casa, era corso difilato all'aeroporto di Newark, aveva noleggiato una macchina, aveva percorso cento chilometri fino all'ospedale e l'aveva rintracciata nel reparto osservazione e medicina d'urgenza.
Non era riuscito a contattarla prima. Lei non aveva provato ad avvertirlo, stava troppo male.
Perch sei cos sorpresa? Certo che sono venuto, ti amo.
Ti amo non era una frase che Andre Litovik pronunciava a cuor leggero. Le mascelle gli si serravano per lo sforzo di non accompagnare quelle parole con una battuta.
Gli occhi - grandi e frenetici, con le ciglia rade, sempre un po' arrossati - gli si inumidivano, e se li asciugava con il dorso della mano.
M.R. faceva fatica a tenere gli occhi aperti. Era molto stanca.
Meglio non vedere il turbamento sul viso del suo amante, quando la guardava.
Ora non mi amer pi. Qualunque genere di amore immaginasse di provare per me.
Lui si sedette sul bordo del letto, ma era inquieto. Andre Litovik non riusciva a stare seduto tranquillo per pi di qualche minuto. Quando entrarono le infermiere fece un sacco di domande. Che medicine le davano, in che dosi. Con modi bruschi, autoritari, comici. All'infermeria si era fatto dare i nomi dei medici, e prov a parlarci, perch aveva un sacco di domande da fare e parecchie cose da dire loro. E sgrid M.R., come fosse una bambina capricciosa e testarda e non una donna di quarantun anni: Quel tuo assurdo lavoro! Ti avevo detto di non accettarlo! L'universit ti stritoler, come un tritacarne, ti ingoier e ti risputer, e se qui da paziente rimani passiva come lo sei stata da manager, se non hai una persona competente che intercede per te, tu, tu morirai. Questi posti pullulano di microbi e il personale - soprattutto i medici - sono troppo pigri, maledizione, per lavarsi le mani.
Lei si sforzava di non ridere alle parole di Andre, il minimo sussulto le procurava forti dolori.
Si sforzava di tenere gli occhi aperti, di non sprofondare nel sonno che lambiva il letto come una melma sudicia e nera.
Si sforzava di parlare con lui, di muovere le labbra inaridite e screpolate: Andre, grazie di essere venuto. Andre, non lasciarmi. Andre, ho tanta paura, sono tanto... stanca. Ti amo.
Spesso, quando parlava cos, Andre pareva non udirla.
Questa volta invece le strinse la mano.
Le disse che i medici che avevano disposto il ricovero avevano vietato le visite, tranne quelle dei parenti, e cos lui si era spacciato per tale: Litovik, un cugino pi anziano. Il dottor Litovik, di Harvard.
Adesso lei rise, con una smorfia di dolore.
Vuoi che avverta i tuoi genitori? Forse glielo dovresti dire.
M.R. scosse torpidamente il capo: No!.
Non sono cristiani scientisti? Pregheranno per te. Nelle tue condizioni, potrebbe giovarti anche questo.
M.R. cerc di spiegare: erano quaccheri, non cristiani scientisti.
Quello che sia... sono comunque cristiani. Credono che il Messia sia gi venuto e se ne sia andato.
Stava scherzando, ma dal modo in cui la guardava lei cap che era turbato. Si conoscevano da quasi vent'anni, e in tutto quel tempo lui non l'aveva mai guardata cos.
Non era da Andre Litovik guardare qualcuno cos attentamente, da vicino. Le aveva confessato di avere una cronica repulsione per la sua specie - una sorta di perversa timidezza, di imbarazzo quando era con gli altri - che lo aveva esiliato negli angoli pi remoti dell'universo, sin da piccolo.
Andre si era spinto cos lontano e cos a lungo, in viaggi solitari e ossessivi nel cielo notturno, che la sua presenza in un posto, il suo essere fisico, trasmetteva sorpresa, stranezza. Nessun astronomo - cosmologo, astrofisico - riesce a prendere sul serio la realt contingente, le aveva detto tenendola tra le braccia, strofinandole il viso ruvido contro il suo: tutto sembra cos effimero.
Come se tutte le cose visibili e tangibili fossero solo schermi, o immagini proiettate su schermi, che quando si prova ad afferrarle la mano le trapassa.
Quando si prova ad afferrarle la mano si dissolve e rimangono solo le ossa, la carne si dissolve e il sangue evapora.
Andre aveva la pelle ruvida e rubizza, come un mattone raschiato, come se fosse stato davvero un marinaio che ha viaggiato in alto mare. I denti, spesso scoperti in una smorfia pi che in un sorriso, erano irregolari, ingialliti come la tastiera d'un pianoforte. La fronte spaziosa dalle folte sopracciglia (un chiaro legame genetico con i suoi progenitori di Cro-Magnon, sosteneva lui) era solcata da singolari rughe e pieghe, e i capelli erano ruvidi e ispidi come gli aculei di una creatura selvaggia. Aveva occhi grigio-verdi, gelidi come brina, ma che all'improvviso, inaspettatamente, rilucevano di calore, di passione: era imprevedibile. Quando si erano conosciuti, Andre aveva tenuto a dirle, come per definire sin dall'inizio l'ambito della loro relazione, che era sposato e aveva un figlio problematico, conseguenza di un grave e irreversibile errore commesso credendo di poter tracciare una mappa della sua vita come si era dedicato a fare per l'universo; aveva poi aggiunto che gli erano preclusi rapporti umani ragionevolmente normali per via di una torpida freddezza - come etere - che gli scorreva nelle vene.
Lo stato di anestesia procurato da quell'etere non era continuo, ma frequente.
Lei aveva ingenuamente pensato:Ma io ti cambier!.
E spesso, in seguito, aveva pensato, con mestizia ma anche a mo' di sfida: Posso amare abbastanza per entrambi. Ho tanto amore da dare.
Diciannove anni. In tutto quel tempo lui non aveva divorziato, padre e marinaio in remote nebulose.
Spazi dove lei non poteva seguirlo. Spazi dai quali poteva tornare da lei, seguendo qualche indecifrabile logica dei propri bisogni.
Dove diavolo dovrei essere se non qui? Sono venuto appena ho saputo della mia cara M.R.. Sono qui.
Rimase con lei fino al termine dell'orario di visita, alle 23. Trascorse la notte in un motel nei pressi dell'ospedale e la mattina torn alle 9, portando il New York Times da cui lesse dei brani che la riguardavano, con lunghi commenti.
Com'era felice M.R. che Andre Litovik fosse venuto da lei!
Anche se era ancora molto stanca, e si confondeva facilmente. Perch ogni tanto, durante quella visita, il suo amante astronomo le appariva come una sottile membrana, quasi trasparente, con la sua grande animazione, il calore che emanava la sua pelle, i capelli color acciaio arruffati sul capo, la fronte bassa e larga solcata da rughe, le ampie narici scure simili a cavit oculari e il modo in cui, seduto al suo capezzale, risucchiava quasi tutto l'ossigeno della stanza.
Varie volte apr gli occhi: l'uomo era ancora l.
Varie volte lui la rassicur che sarebbe rimasto fin quando lei non fosse stata fuori pericolo.
Camminavano insieme, in un bosco; o piuttosto, a ben vedere, camminavano nell'idea o nel concetto di bosco: perch gli alberi erano radi e il fogliame scarso come nel disegno di un bambino. Con la miopia del teorico per le cose immediate e tangibili - la sua maledizione, amava dire presuntuosamente -, un atteggiamento diverso da quello dell'empirista e del pragmatista, Andre allung la mano per toccare la corteccia di un albero, a quanto pareva senza notare che la mano vi passava attraverso.
Lei rise, quell'uomo sconcertante la rallegrava.
Le stava dicendo qualcosa di molto complicato, come spesso faceva. Se lei gli chiedeva del suo lavoro, di solito lui si limitava a scrollare le spalle e a risponderle che erano cose troppo astruse per lei, lo erano persino per lui, e in ogni caso non procedeva bene; e comunque, se anche procedeva bene, probabilmente era svolto in modo maldestro e strampalato: lui sarebbe finito come un grande cosmologo suo maestro, gradualmente scivolato in una paranoica schizofrenia senile, molto molto prima che gli altri se ne accorgessero.
Che battuta! M.R. rise facendo una smorfia.
Apr gli occhi. Un'infermiera la stava sollevando - Potrebbe farle un po' male, ha una vena piccolissima - e la persona seduta sulla sedia accanto al letto era andata via.
Sul pavimento erano sparse pagine di giornale. La sedia era accostata al letto.
All'improvviso si sentiva meglio! Rise, com'era semplice la vita: doveva solo smettere di pensare e la vita sarebbe rifluita in lei, l'avrebbe tenuta a galla fin quando non fosse stata al sicuro sulla terraferma.
L'uomo che era qui... c'era un uomo qui? Dove...
Con le labbra riarse riusc a malapena a pronunciare quelle parole imbarazzanti. Mentre l'infermiera le sorrideva e la pregava di ripetere la domanda, Andre entr nella stanza, il collo e le spalle taurine, gli occhi ansiosi fissi su di lei.
Ehi. Ti sei svegliata. Era ora.
Si sentiva decisamente meglio. La febbre era calata, il dolore pulsante all'orecchio, l'irritazione e il fastidio alla gola erano quasi svaniti; riusc a mangiare qualcosa, del cibo che Andre trov cos poco appetitoso da non volerlo nemmeno assaggiare, come invece faceva sempre quando mangiavano insieme: a volte le spazzolava quasi tutto il piatto, lasciandole solo degli avanzi.
Ah, scusa! L'ho davvero finito tutto?
E M.R. rideva, perch in realt non le importava niente. Davvero!
Lui l'aveva arpionata, come amava ripetere. Quando aveva visto quella giovane e robusta amazzone con la treccia sulla schiena in bicicletta per Garden Street aveva pensato: Questa  la ragazza che fa per me.
Solo che lui non era giovane. Non quanto lei. E non era libero. Anche se desiderava esserlo.
Si ripetevano spesso quella storia, le parole erano consunte come pietre. Diciannove anni!
Un considerevole lasso in termini di tempo terrestre.
Ma troppo breve per essere misurato in tempo galattico.
Quando riapr gli occhi lui non c'era.
Ma c'erano ancora i giornali sparsi a terra, la busta accartocciata di un negozio di alimentari dove Andre si era comprato dei panini, la sedia accostata al letto; e la televisione appesa in alto sulla parete, senza audio, perch lui aveva seguito il notiziario della BBC con i sottotitoli. Cos pens:  uscito un attimo. Torner.
Nel frattempo: biglietti, fiori.
Quel flusso continuo di auguri di pronta guarigione la spaventava: l'avevano saputo cos in tanti.
Era spaventata, risentita e si vergognava per il fatto che lo sapessero cos in tanti.
Ma non venne nessuno a trovarla, perch M.R. temeva le visite. Nemmeno i parenti, se pure li aveva.
Fissava i biglietti, socchiudendo gli occhi, molti erano attaccati alle piante in vaso, festosamente avvolte in fili di argento, con grappoli di fiori cremisi: Agatha ne avrebbe conosciuto i nomi. Hai infranto i nostri cuori, non sono nemmeno sicura che tu sia nostra figlia. Comunque ti ameremo sempre.  la volont di Dio, ed  il nostro voto.
Aveva ricevuto una telefonata, lo sapeva.
Oppure ne aveva fatta una. Lo sapeva.
(Non era la prima volta. Diciannove anni!)
All'inizio le aveva detto - le aveva confidato - nel modo in cui ci si confida con qualcuno che non si  convinti abbia un posto importante nella propria vita: Non sono sposato con una donna, ma con una situazione familiare. Sono sposato con un bambino, e quindi con la madre di questo bambino.
E in tono mesto, o sulla difensiva: Non si pu divorziare da un bambino. O almeno, io non ci riesco.
Dopo diciannove anni il bambino non era pi tale, aveva trent'anni, ma in effetti era ancora un bambino, problematico, brillante, non hanno mai formulato una diagnosi convincente.
E poi c'era la moglie, anche lei problematica, brillante di origine russa, traduttrice di Gor'kij, Babel', Pasternak, Mandel'tam, che soffriva di disturbi misteriosi diagnosticati in modo incerto: fatica cronica, anoressia o bulimia, disordine bipolare, accessi di rabbia e depressione cronica, invidia e gelosia per il marito, un uomo di successo (nella sfera professionale e sessuale).
Perch il marito non  fedele? M.R. non aveva mai il coraggio di fare questa domanda.
Perch il marito  prigioniero della fedelt! Un dannato, fottuto martire sosteneva Andre.
E ora lui le stava dicendo (era proprio questo che stava dicendo? Seduta sul letto d'ospedale, cercava di ascoltare malgrado un'improvvisa rapida pulsazione all'orecchio) che non sapeva quanto poteva rimanere ancora con lei, adesso.
Adesso.
Per il momento.
Ma forse, in un altro momento...
Aveva sperato - e forse poteva ancora farlo, o almeno affrettare i tempi - di aiutarla a trasferirsi dalla residenza nel campus per andare... ovunque volesse... Ma aveva degli obblighi, degli impegni... non solo la sua situazione familiare, della quale parlava di rado (e su cui M.R. aveva imparato a non fare domande). All'inizio di giugno doveva recarsi per tre settimane all'osservatorio di Kitt Peak, avrebbe portato con lui in Arizona due suoi postdottorandi, di quel progetto le aveva parlato parecchie volte, ne era certo: misurare le distanze tramite il fenomeno dello spostamento verso il rosso di ventimila galassie luminose... Il tempo di osservazione era molto limitato, e per i postdottorandi era un'opportunit molto importante...
Dal modo in cui Andre parlava, con un lieve balbettio, affastellando le parole, le spalle curve come a ripararsi da un forte vento e l'ampia fronte bassa corrugata sugli occhi che la fissavano con un'espressione di dolorosa sincerit e di rimpianto, M.R. cap che s, doveva aver ricevuto una telefonata da casa; oppure, sentendosi in colpa, aveva chiamato lui; e la moglie problematica, o il figlio problematico, gli avevano detto di tornare.
M.R. si affrett a rispondere - come sempre accadeva in tali frangenti (perch sulla sua comprensione si poteva sempre contare, anche quando era depressa, tormentata e nei momenti peggiori, lei era la brava donna che nell'ingarbugliata vita di Andre Litovik un giorno sarebbe stata adeguatamente ricompensata) - che naturalmente lui doveva andare. Era libero di andare quando voleva.
Non era delusa! Non era nemmeno sorpresa.
E poi era vero, M.R. era fuori pericolo, quella mattina l'avevano dimessa dal reparto osservazione e medicina d'urgenza, l'avevano portata, su una sedia a rotelle anche se poteva camminare, a quello di medicina generale, a un piano inferiore.
Una volta esonerato dalla sua promessa di rimanere con lei, Andre Litovik apparve sollevato, ma anche nervoso e agitato. Era evidente - o almeno lo era per M.R. - che nella testa gli risuonavano le insistenti e vibranti accuse della moglie, anche quando lei alz una mano in un gesto che voleva essere giocoso, per accarezzare le grosse mani di lui.
Andre aveva un alito pungente - di aglio? - e gli occhi gelidi, venati da minuscoli capillari rotti, con uno sguardo vigile, strano.
Non voglio lasciarti, Meredith. Ma tu puoi, anzi dovresti lasciarmi.
Oh, ma perch... perch dovrei farlo?
Pronunci quella frase in un tono che voleva essere leggero, giocoso, ma le parole le erano uscite male.
Capitava spesso che le parole uscissero male.
Be', non ci sar per sempre. Forse non per molto.
Cosa? Che vuoi dire?
M.R. era quasi spaventata. Voleva davvero vivere con Andre Litovik?
Il grande rischio era l'intimit. Non la passione, il desiderio, l'invidia, persino il dolore, ma l'intimit con un'altra persona. Andre aveva vissuto in intimit, seppur non felicemente, con la sua misteriosa moglie e il suo misterioso figlio, come non aveva mai fatto con lei.
E M.R. non viveva in intimit con qualcuno da... non riusciva a ricordarlo.
Andre? Cosa vuoi dire con non ci sar per sempre?
Qual  la parola che non riesci a capire, mia cara? Non-ci-sar-persempre.
Mentre la fissava, fingendo un'indignazione che mascherava, M.R. lo sapeva bene, un'improvvisa inquietudine, Andre prese il suo amato New York Times, scroll il giornale e si mise a guardarne le colonne. La vita terrestre era assolutamente stupida, vana, assurda, eppure coinvolgente: nessun viaggiatore di remote nebulose poteva resistere.
Fece finta di immergersi nella lettura - in effetti stava leggendo - mentre M.R. si distese con cautela all'indietro, guardando il liquido che dalla flebo scendeva nel suo braccio pieno di lividi, e pens: Anche questo  una specie di matrimonio. E non  cosa da poco.
Malgrado fosse ancora molto stanca, d'un tratto si sent euforica.
Era venuto da lei, nel momento di crisi. Quello contava, era venuto da lei.
Naturalmente sarebbe andato via. Ma non sarebbe rimasto a lungo nella casa di Tremont Street. Di rado Andre Litovik si fermava a lungo in un posto. La moglie poteva reclamare la sua presenza, come il figlio malato, ma Andre non si sarebbe fatto ingabbiare.
Non le aveva detto di avere l'ossessione di mappare l'universo da quando aveva sedici anni? Non le aveva detto che per un individuo maledetto come lui niente  reale come viaggiare nell'universo, a registrare dati, effettuare calcoli, rilevamenti, previsioni?
Uno dei suoi saggi meno tecnici s'intitolava L'evoluzione dell'universo: origine, et e destino.
Lei aveva provato a leggerlo. Non aveva capito praticamente nulla.
Quando apr gli occhi, lui se n'era andato.
Oh, s, a essere sinceri era un sollievo!
Era sempre un sollievo quando il suo amante astronomo andava via. Perch cos lei poteva essere se stessa, per quanto con un io ridotto.
Perch almeno adesso lei avrebbe avuto abbastanza ossigeno da respirare.
Per la sorpresa di vederlo l aveva dimenticato di ringraziarlo: le aveva portato dei fiori, molto probabilmente acquistati al negozio di articoli da regalo dell'ospedale.
Una ortensia con brillanti fiori azzurri che sembravano tinti e di carta, quasi identica a quella regalatale una volta da Oliver Kroll, che aveva perso le foglie, si era seccata ed era morta.
Ma se lei avesse saputo come andava curata, se l'avesse coltivata, come avrebbe fatto Agatha, la pianta sarebbe stata ancora viva, sarebbe fiorita.
La stanza si stava riempiendo di fiori. Di auguri di pronta guarigione. Troppi per tenerne il conto. Una delle piante - ma non un'ortensia - gliel'aveva mandata Oliver Kroll, con un biglietto: Ti penso e verr a trovarti presto, Oliver K..
Un'altra pianta, che M.R. aveva scoperto tardi, alla vigilia della dimissione dall'ospedale, gliel'aveva mandata il collega G. Leddy Heidemann, delle deliziose, splendide calle che emanavano un odore nauseante.
Dolente per la sua malattia la ricorder nelle mie preghiere auspicando una sua pronta guarigione. Gordon H.
Gordon H.! M.R. non avrebbe capito chi era se, sotto il nome abbreviato, non fosse comparso il nome per esteso e il titolo accademico.
Voleva prenderla in giro con quel biglietto? Aveva scelto le calle per l'odore nauseabondo?
Chiss.

La donna del fango si sposa
Giugno 2003
Perch sono innamorata. L'amore  una ferita che sanguina lentamente.
Alla fine, la donna del fango si stava sposando.
Dopo tanti anni d'attesa! Tanti anni a struggersi.
Quando ormai era quasi troppo tardi, la donna del fango era stata scelta.
Il futuro sposo era un lungodegente dell'ospedale per reduci di guerra di Herkimer. Era stato caporale dell'esercito americano nella Guerra del Golfo del decennio precedente, aveva riportato tremende ustioni ed era rimasto sfigurato mentre prestava servizio per il suo paese, e gli occhi (se si sopportava di guardare con attenzione quel che ne rimaneva, si sarebbe visto che erano bellissimi occhi color nocciola striati di sangue) si erano come liquefatti nel volto deforme.
Era rimasto mutilato durante il secondo anno al fronte. Il corpo del caporale Coldham era composto al novanta per cento di pelle trapiantata, chiodi di metallo, sottilissimi filamenti di titanio, alluminio e plastica. Il braccio destro era mozzato all'altezza del gomito, e aveva un gancio a forma di falce. Le gambe erano tronche all'altezza delle ginocchia e provviste di protesi. Sulla sedia a rotelle che azionava manualmente, nell'uniforme da caporale dell'esercito statunitense, appariva come una figura fiera, pi basso della moglie di una buona met, ma con spalle larghe come un torello.
Aveva perso i capelli per le ustioni, ma il cuoio capelluto era rimasto d'un colore roseo, come carne non perfettamente cotta. Aveva i modi ansiosi di chi si aspetta sempre qualcosa. Come amante era esitante, tenero. I polpastrelli della mano che gli rimaneva erano delicati e morbidi come il rapido fluire di un minuscolo pesciolino d'argento, e con quelli lo sposo leggeva il viso della sposa.
Ti trovo bellissima.
Lo sposo non si esprimeva proprio a parole, ma con un suono argentino simile a una folata di vento. La bocca era un tessuto cicatrizzato che muoveva rigidamente come colla rappresa.
La sposa non vedeva l'ora di sposarsi. Non era pi una ragazzina.
Rabbrividiva quando lo sposo faceva scorrere i polpastrelli sul suo volto. Doveva chinarsi sulla carrozzella in modo che lui potesse passarle le dita sul viso.
Ti amo.
Anche le orecchie gli si erano liquefatte, al loro posto, ai lati della testa deforme, c'erano lembi di carne ritorta. Nella testa che pareva di carne fusa aveva cavit simili a narici, apparentemente senza protezione.
La donna del fango era timorosa. Bisognava scegliere con cura le parole destinate a quelle cavit che fungevano da orecchie.
La donna del fango era alta e goffa come un uccello. Una sposa che con le scarpe alte superava il metro e ottanta, e che camminava con passo malfermo malgrado calzasse scarpe dal tacco spesso e antiquato, con la punta arrotondata. Non portava calze, i polpacci muscolosi erano ricoperti di ispidi peli neri.
Com'era imbarazzata la donna del fango il giorno del matrimonio, cos, senza calze!
Sperava che nessuno lo notasse.
Al liceo se ne accorgevano. Gambe pelose! Gambe pelose! risuonava allegra la cantilena.
Non ce l'avevano solo con lei, anche altre ragazze erano afflitte da quel problema.
Gambe pelose!
Avevano fatto indossare alla sposa un indumento rigido come un'armatura - un corsetto? - strettamente legato dietro. Le avvolgeva i fianchi sottili, le schiacciava i seni, sempre pi aderente, tanto che la sposa faceva fatica a respirare.
Il vestito da sposa che le infilarono dalla testa - con gran cura! - era di un sottile materiale traslucido simile a carta, che poteva strapparsi facilmente, o prendere fuoco. Aveva diverse gonne sovrapposte, assurdamente lunghe e sgargianti, tutte merletti, e uno strascico con una trina di carta lungo un metro e mezzo.
A occuparsi con tocchi sapienti della sposa erano degli estranei, anche se da come la palpeggiavano non parevano tali, sembrava avessero il diritto di toccarla dappertutto. La chiamavano M., un nome a lei ignoto.
Risate soffocate, battute a sfondo sessuale. Le donne erano contente che una di loro si sposasse, anche se le loro risa erano taglienti, perch a sposarsi era la donna del fango.
Lei era convinta di conoscere quelle donne da quando era ragazza, ma anche loro avevano i volti liquefatti e da lungo tempo ne aveva dimenticato i nomi.
Ridevano di lei perch era innamorata... era cos?
Quella ferita che non avrebbe smesso di sanguinare.
Nella stagione della sua vergogna aveva fatto del volontariato all'ospedale dei reduci di Herkimer. Molto probabilmente era stato cos che aveva conosciuto il caporale.
Era andata all'ospedale dei reduci negli Adirondack meridionali con suo padre Konrad, che prestava opera di volontariato l e all'Associazione Veterani di Carthage. Da giovane Konrad, in tempo di guerra, era stato un convinto obiettore di coscienza, essendo un quacchero pacifista, per era afflitto da tardivi sensi di colpa per il fatto che altri giovani fossero partiti al suo posto, e che, ignoranti e ingenui com'erano, si fossero arruolati nell'esercito, cosa che a lui era stata risparmiata.
E cos una volta in pensione Konrad dedicava tempo ed energie ai reduci scampati alla guerra ma mutilati, ricoverati nell'ospedale di Herkimer, e all'Associazione Veterani, che sorgeva in una strada secondaria di ghiaia, nei pressi del tribunale della contea di Beechum.
Quella decisione del padre pacifista non stup la donna del fango, che non si stupiva di niente.
Ogni sabato accompagnava in macchina Konrad all'ospedale dei reduci di Herkimer.
E alcuni sabati al complesso psichiatrico della contea di Herkimer, a meno di cinque chilometri di distanza.
Era una bella vita. Una vita al servizio degli altri.
Era quella la vita che gli era toccata.
Era la vita che tocca ad alcuni di noi, per i quali non ne  possibile una pi intensa.
Una vita in cui si poteva dormire dieci, dodici, quattordici ore a notte.
Perch sono innamorata si giustificava la donna del fango. L'amore  una ferita che sanguina lentamente.
Come fosse accaduto che la donna del fango sposasse il caporale Suttis Coldham non lo sapeva nemmeno lei, ma era andata cos. E adesso la donna del fango era finalmente sciolta dal suo legame, dal disperato amore per quell'altro, l'uomo di cui non ricordava pi il nome.
L'amante astronomo, che era uscito dalla sua orbita per svanire nei recessi dell'universo, e se anche si fossero di nuovo incontrati, sarebbero passati anni luce.
Una donna lo impara: Posso amarne un altro. Se l'altro mi ama.
Lo sposo riusciva a sentire, fino a un certo punto. Ma la sposa non sapeva quali parole dirgli, senza essere fraintesa.
Il caporale parl muovendo le labbra come di colla rappresa.
Hanno abbattuto l'elicottero in cielo. Mi sono risvegliato all'ospedale, credo. Non mi sono ancora risvegliato completamente. Mi sembra tutto un sogno.
Il caporale Coldham era molto pi gentile dell'altro. Non parlava con la boria, l'umorismo, l'aria minacciosa dell'altro. Per troppo tempo la donna del fango aveva sopportato la tensione nervosa di un uomo con quella personalit e l'anima incandescente, quindi per lei era un sollievo, il caporale era un cieco su una sedia a rotelle con la faccia liquefatta e senza collo, lui non l'avrebbe giudicata.
 tutto un sogno disse il caporale. Mi dispiace per le cose malvagie che ho fatto, le molte vite che ho spento, questa  la mia punizione.
La donna del fango rispose di no, era certa che la colpa fosse di lei e non sua. Di quei cittadini che rimangono a casa, pacifisti o meno, mentre gli altri, quelli che chiamano soldati, vanno in guerra al posto loro... Sono tutti responsabili.
Ma il caporale si mise a tremare, a balbettare.
No. Ho ucciso troppe creature, con le trappole e i fucili. Ho sgozzato troppe creature con il coltello. Questa  la mia punizione.
Arriv una barella su ruote, traballante, doveva fungere da altare portatile. Con estremo imbarazzo lo sposo sulla carrozzella e la sposa che lo seguiva a passo malfermo vi si presentarono.
C'era un gruppo di persone, per lo pi sedute su sedie pieghevoli, ma molte in piedi tra una fila e l'altra, fumavano e ridevano come se fossero di passaggio.
La sposa temeva di inciampare e di strapparsi il lungo vestito di carta. Respirava a malapena perch il corsetto la serrava come la morsa d'un pitone. Lo sposo si sforzava di stare eretto sulla carrozzella, con indosso la divisa dell'esercito degli Stati Uniti e il grado di caporale.
Gli occhi infossati ai lati della testa davano l'inquietante sensazione di un pesce che veda simultaneamente in entrambe le direzioni, anche se in effetti il caporale era cieco.
Ma la sposa si rese conto che possedeva la vista dei ciechi. Perch se lei gli metteva la mano davanti al viso, in effetti dalla sua reazione sembrava che vedesse qualcosa.
La donna del fango chiese timidamente al caporale: Mi ami?.
L'uomo senza volto rispose teneramente: S. Io sono l'uomo che ti ama.
Era stato molto gentile a non dire: S. Io sono l'unico che ti ama.
Era stato molto gentile a non dire: S. Io sono l'unico che ti ha tirata fuori dal fango, che ti ha strappata al tuo destino.
Anche per la donna del fango era arrivato il momento di dichiarare il suo amore. Ma... le parole le si attaccavano in gola come fango.
Io amo, amo.
Si era imbarcata in una vita al servizio degli altri. Essere al servizio degli altri non implica l'amore, ma solo la disponibilit degli altri a farsi servire.
Come una barchetta senza timone, o con un solo remo. Si  in balia della corrente.
Alla sposa non mancavano solo le calze, adesso erano sparite anche le scarpe fuori moda, con il tacco alto e la punta arrotondata.
I piedi stretti e lunghi erano nudi, esposti agli sguardi, incrostati di sudiciume. Le unghie erano sporche. Dalle ascelle spuntavano scuri peli ispidi.
Il vestito di carta aveva cominciato a strapparsi. L'elaborato strascico di pizzo si era lacerato e macchiato.
In una sala adiacente, un salone, era in corso un'altra cerimonia. Una donna cantava God Bless America con voce nitida e gorgheggiante.
Adesso era chiaro: mancava qualcuno.
All'altare non c'era nessuno a sposare la coppia.
Arriv trafelato un uomo - il padre - per condurre all'altare la sposa. Lei vide il volto premuroso e corrugato di Konrad, il sorriso ammiccante e lo sguardo indulgente. Con un lieve singulto di gratitudine lo prese sotto braccio.
Fu Konrad a officiare la cerimonia nuziale. Indossava un vecchio abito liso che gli andava largo di spalle, di una taglia troppo grande. I baffi argentei che spiccavano sul volto gli conferivano un'aria fiera e di grande dignit.
Vuoi prendere per marito quest'uomo?
Vuoi prendere per moglie questa donna?
In ricchezza e in povert, in salute e in malattia. Nella ricchezza e nella povert, nella salute e nella malattia, finch morte non vi separi.
Dio benedica questa unione.
Perch persino nell'Ade avvenivano simili unioni. Benedette da Dio.
Lo sposo cercava a tastoni la sposa: l'unica mano era grande come una clava, ma i polpastrelli erano delicati. Attir la timida donna del fango gi verso di lui, per premere la sua bocca umida e desiderosa contro quella di lei.
 cos che bisogna fare per congiungersi, unirsi in matrimonio. Per perpetuare la specie.
La felicit s'impadron pian piano di lei come una paralisi.

La donna del fango trova casa
Giugno-Luglio 2003
...una segreta debolezza. Nessuno di noi ne  stato risparmiato.
Adesso le parlava spesso. Nei luoghi solitari dove lei si nascondeva come un animale ferito che si lecca gli ascessi infetti che ancora non l'hanno ucciso.
Le strizz l'occhio, portandosi il dito alle labbra. Parlava in tono scherzoso, sottovoce, per non farsi sentire da Agatha.
La sua voce, oh, lei amava la sua voce!, dove si mescolavano abilmente ironia, burla, premura e calore, fusi come note di strumenti ad arco - violini, violoncelli - combinati in una singola battuta musicale.
Quando era ragazza non gliel'aveva mai chiesto. Qual era la segreta debolezza.
Non voleva che le fosse rivelata la segreta debolezza dei Neukirchen perch, naturalmente, la bimba del fango la conosceva da sempre.
Ciao, pap!
O magari: Ciao, Konrad....
Sul ponte di Convent Street lei cominci a tremare.
Vide che il ponte era stato in parte ristrutturato: a terra una nuova griglia aveva sostituito quella vecchia, tutta arrugginita; i nuovi supporti di acciaio scintillavano al sole come nervi scoperti; il passaggio pedonale era stato rinforzato con una ringhiera interna... Era certa che quella ringhiera non esistesse, anni prima.
Se si attraversava a piedi il ponte di Convent Street, il traffico sfrecciava a pochi centimetri di distanza.
E la ringhiera esterna era traballante. Nessuno osava appoggiarvisi.
Sotto, il fiume era ampio come lo ricordava, scorreva rapido in piccoli flutti di spuma bianca e lunghe correnti sinuose e increspate, sopra massi tondeggianti. La sua sorgente sugli Adirondack le era misteriosa: centinaia di piccoli affluenti e corsi d'acqua che confluivano nel Black Snake River.
Konrad! Mi dispiace tanto, volevo chiamare...
Aveva le labbra secche, quasi non riusciva a parlare in maniera udibile. E spesso lasciava le frasi a met, a tal punto diffidava delle parole.
Da quando era crollata, nel momento in cui un'abbagliante aurora boreale le era esplosa nella mente svanendo nello stesso istante, aveva perso la fiducia nel linguaggio, il suo e quello degli altri.
 tutto cos provvisorio.  tutto cos transitorio.
Non si possono condividere facilmente le informazioni con gli altri. N agli altri interessa granch sentirle.
Siamo tutti cos provvisori... Transitori.
Strinse forte il volante. Avrebbe vinto quella sensazione di precariet, di inquietudine. Il signor Nash non aveva forse detto con ammirazione che Meredith Neukirchen guidava bene come un uomo?
Erano piccoli motivi di orgoglio, come grani di un rosario recitato da una vita.
Stavano a dimostrare che esiste una vita: unica, storica.
Una volta Andre le aveva detto che era tremendamente noioso essere in un solo posto, lei invece avrebbe voluto dirgli che sarebbe stato bello essere in un solo posto.
Essere una sola persona.
Naturalmente lei non gli aveva raccontato la sua vita. Se lui glielo avesse chiesto - e in pratica non lo aveva fatto - gli avrebbe risposto con la rapida, brillante evasivit con cui aveva imparato a rispondere alle interviste.
Lui credeva che i suoi genitori - che non aveva mai conosciuto - fossero i Neukirchen, che abitavano a Carthage, nello stato di New York: sua madre una bibliotecaria, suo padre un funzionario comunale (non un consigliere).
Non gli aveva confidato di essere stata adottata. La parola adottata non faceva parte del vocabolario di M.R. Neukirchen.
Guidava lentamente lungo Convent Street. Era tutto cos familiare, eppure strano, come se lo stesse osservando da un cannocchiale a rovescio! Era cambiato ben poco a Carthage, New York, dove l'economia stagnava da decenni, e il passato era conservato come sotto una nuvola di formaldeide.
Ecco la piccola sede della biblioteca, un edificio rivestito di ciottoli dove Agatha aveva lavorato (anche se non l'avrebbe definito lavoro: Agatha non l'aveva mai chiamato cos) come bibliotecaria. Al banco, la sorridente, paffuta e giovanile Agatha Neukirchen, con le lunghe gonne scampanate, i gilet fatti a maglia e le camicette con le rouches, le maniche lunghe macchiate d'inchiostro per via del tampone su cui premeva il timbro con la data di restituzione del libro.
Era l'unico gesto che compiva, abile e pratica, che recava in s una benevola autorevolezza: stampare la data di restituzione sul cartellino posto in fondo al libro.
Oh... chi non conosce Agatha?  una donna cos cordiale!
Che peccato, per Agatha... Cos giovane.
M.R. non si decise a parcheggiare e ad affacciarsi in biblioteca.
Forse in seguito, se ci sarebbe stato un seguito...
(Qualcuno l'avrebbe riconosciuta? Meredith, Merry? Non volle nemmeno prendere in considerazione quella possibilit.)
(Perch Agatha aveva portato tante volte con s la piccola Merry in quella biblioteca. Tutte le bibliotecarie la conoscevano: Merry Neukirchen.)
Ed ecco, Mt Laurel Street, dove Konrad non abitava pi, a quanto ne sapeva M.R.; come Convent Street, era un quartiere di piccole villette unifamiliari, un po' pi in cattivo stato di quanto lei ricordasse: minuscoli giardini sul davanti, angusti vialetti d'accesso asfaltati tra una casa e l'altra, sui marciapiedi i ceppi di giganteschi olmi fantasma abbattuti perch malati quando Meredith era bambina.
Pap! Mi dispiace di non aver potuto... di non aver...
Stava pensando che avrebbe potuto aiutare Konrad a traslocare quando aveva venduto casa, l'anno prima. Ma era un brutto momento, la settimana successiva al suo insediamento come rettrice dell'universit... E lui le aveva assicurato di non avere bisogno di aiuto, sapeva quanto fosse indaffarata e gli sarebbe dispiaciuto se avesse sprecato il suo tempo andando a Carthage per una sciocchezza simile.
Naturalmente li aveva delusi. Anche se con gli altri i suoi genitori si mostravano fieri della figlia, che aveva raggiunto una tale posizione - come avrebbero potuto non esserlo? - lei sapeva di averli feriti, soprattutto Agatha, non solo perch non era stata la figlia che voleva, ma perch non era riuscita ad accettare il suo tradimento. E in seguito non si era sforzata molto di riallacciare i rapporti con loro.
Nelle interviste dichiarava con entusiasmo: Sono persone meravigliose, cos buone, modelli di equilibrio, cortesia, generosit, intelligenza, amore... I miei genitori sono quaccheri, mio padre  stato obiettore di coscienza nella guerra di Corea, nella regione settentrionale dello stato di New York, dove il servizio nell'esercito  una cosa sacra, mi ha insegnato il coraggio, ma anche il valore della calma, a dimorare nella Luce... Mia madre  bibliotecaria, mi ha trasmesso l'amore per i libri... anche mio padre  un vorace lettore... Avevano stabilito sin da subito che mi sarei iscritta all'universit, a differenza delle mie compagne di liceo a Carthage.
In realt era stata proprio la questione dell'universit, il fatto di essere andata via di casa per frequentarla e di non essere tornata, a ferire Agatha, pi di quanto all'epoca M.R. immaginasse.
Konrad si era mostrato pi comprensivo, bench le avesse mosso qualche blando rimprovero, con quei suoi modi indiretti: Naturalmente la nostra cervellona vuole frequentare altri cervelli: e negli Adirondack non c' una Harvard, che io sappia.
Eccola, la vecchia casa: al 18 di Mt Laurel Street.
L'edificio in mattoni rosso scuro appariva piuttosto in cattivo stato, consunto dalle intemperie. La facciata ricoperta di fuliggine avrebbe avuto bisogno di una bella ripulita e le finiture interne annerite di una tinteggiata; le imposte delle finestre che davano sulla strada erano tutte deformate. La veneziana della finestra sul davanti penzolava sghemba. I nuovi inquilini, chiunque fossero, avevano conservato quel che restava dell'eccentrico giardino di Agatha, che faceva risaltare la casa al 18 di Mt Laurel Street rispetto a quelle pi convenzionali del quartiere, un po' come un vestito di raso da festa a un funerale: un groviglio di piante vive - margherite, rose selvatiche - e vasi di crisantemi e gerani finti.
Chi viveva l adesso? Nella sua vecchia stanza che dava sulla strada?
Un tempo era la graziosa e sdolcinata cameretta di una bambina, con carta da parati a righine colorate, un letto con una soffice coperta di ciniglia bianca. Una lampada bianca a forma di agnello. Un com in legno d'acero e una libreria piena di libri per l'infanzia, dono degli adoranti genitori di Merry.
Ai tempi del liceo aveva apportato qualche modifica. Aveva sostituito i libri per l'infanzia con altri. Il letto era diventato troppo corto, i piedi spuntavano dal materasso, ma si era detta che non importava: presto sarebbe andata via.
Non li aveva amati come loro amavano lei. Tutto qui.
A differenza dei quartieri residenziali nei pressi dell'universit, dove si vedevano soltanto giardinieri che curavano i prati e fattorini, quello dove un tempo abitavano i Neukirchen era un quartierevissuto. Bambini in bicicletta, giovani madri che spingevano carrozzine, un uomo che falciava il prato, un signore con larghi pantaloncini color cachi e un berretto da baseball che camminava con un bastone: assomigliava a Konrad, ma era troppo giovane, Konrad ormai aveva settantadue anni.
E poi non viveva pi in quel quartiere.
M.R. osserv l'uomo, aveva un'aria familiare. Ma era pi azzimato di quanto non fosse mai stato Konrad, nei suoi ricordi; e aveva un'andatura sorprendentemente disinvolta malgrado il bastone. Dietro di lui trotterellava un cane, un setter incrociato dal pelo fulvo con una lunga coda e le zampe grosse, annusava con vivo interesse le verande delle case, i cespugli e gli alberi, fermandosi qualche istante per sollevare la zampa e urinare; l'uomo sgridava il cane e quello, pur continuando ad annusare e ad alzare la zampa, prestava attenzione al padrone.
Solomon! Vergognati! Stai sul marciapiede.
Quando l'uomo in pantaloncini cachi si avvicin, M.R. not gli ispidi baffi bianchi: era Konrad.
Pap? Ciao, pap. Sei tu?
Il signore la squadr attraverso gli occhiali. Un largo sorriso di sorpresa gli addolc il volto baffuto.
Se io sono pap allora ipso facto tu sei Meredith, vero?
In quel periodo di disgrazia aveva pensato spesso a Konrad e ad Agatha, alle loro vite esemplari che lei non era riuscita a emulare.
Naturalmente lo sapeva: non si trattava di disgrazia, ma solo di hybris, errore, e punizione.
Aveva avuto un tracollo fisico, era stata malata. Ma le ferite pi profonde le aveva riportate la sua anima.
E la sua vanit, un difetto da cui M.R. Neukirchen pensava di essere abbastanza immune.
Naturalmente Konrad aveva saputo dell'esaurimento di M.R. e del congedo per malattia dall'universit: lei lo aveva chiamato, prima che lo facesse lui, chiedendogli la cortesia di non andarla a trovare.
Per ora.
Perch in quel momento M.R. non stava in nessun posto.
Ufficialmente si diceva che era in viaggio.
Ufficialmente si diceva che era in giro.
Ufficiosamente si diceva: Povera donna!  andata a nascondersi.
Ma nessuno sapeva che M.R. era senza casa.
Una volta dimessa dall'ospedale si era affrettata a traslocare da Charters House. Provvisoriamente stava in un appartamento prestatole da una collega dell'universit, vicino alla casa sull'Echo Lake che altri inquilini avevano subaffittato e dove aveva lasciato in custodia i mobili e la maggior parte delle sue cose. Perch tutti immaginavano (o fingevano di immaginare) che M.R. a settembre sarebbe tornata nella dimora del rettore, una volta ripreso il suo ruolo.
Naturalmente il consiglio di amministrazione non l'aveva sfrattata da Charters House. Era stata lei a insistere per traslocare.
Devo andarmene. Allontanarmi. Qui soffoco.
In una sorta di delirio aveva pensato (le aveva sfiorato la mente un'idea: se in quel frangente della sua vita avesse lasciato l'universit, oppure - magari - l'incarico di rettrice): Andre si decider a vivere con me. Andre si prender cura di me.
Andre le aveva mandato delle fotografie dall'osservatorio di Kitt Peak - lo faceva spesso, quando era alle prese con un telescopio - perch nel suo lavoro di rilevamento dell'universo era diventato un eccellente fotografo dilettante. Quasi ogni giorno le arrivava una e-mail, senza alcun commento, con una foto di straordinaria bellezza e mistero, come dal vuoto: Tempeste delle Perseidi, Ammasso Kappa Crucis, Nebulosa Medusa, Nursery stellare nella costellazione Centauro, Lune oltre gli anelli di Saturno, la superficie arancione, fusa e rovente di Venere (ricostruzione al computer), Nubi stellari, Raggi crepuscolari, Ombre della Via Lattea. Lei capiva che con quelle immagini il suo amante le stava offrendo la parte pi intima di s, e che l'altro - l'uomo di cui poteva baciare la bocca, tra le cui braccia poteva rifugiarsi, di cui poteva udire la risata - era secondario.
Perch non ti basta la bellezza dell'universo, cara Meredith? A molti di noi basta. A me basta.
Persino la filosofia le era di ben poco conforto. Parole!
Non riusciva a concentrarsi nella lettura. Neanche per rileggere opere che amava. Sentiva un'ormai familiare fitta di panico, una sorta di nausea, alla prospettiva di tenere lezioni a un seminario per laureati, quell'autunno, come aveva ambiziosamente pianificato.
Una volta caduti, si ricade. Se ci si spezza la schiena, non ci si riprende.
Gett le sue cose sul sedile posteriore della macchina. Non lasci un biglietto per avvertire dove sarebbe andata.
Era senza casa, ma si sentiva bene, le si addiceva.
Guid verso nord lungo il fiume Hudson, entr nelle Catskills e a met pomeriggio del giorno seguente arriv nella contea di Herkimer, poi in quella di Beechum, costeggi il Blake Snake River a ovest di Carthage, una citt fluviale vicino alla costa orientale del lago Ontario che dagli anni Settanta era soggetta a un costante spopolamento.
Era tornata due anni prima, per il funerale di Agatha. E sette mesi prima della sua morte, quando Agatha aveva avuto il primo colpo.
Nessuna delle visite era andata bene. In entrambi i casi le era passata la voglia di tornare.
Al funerale, Konrad era come intontito e, contrariamente al solito, muto per il dolore, protetto da una accanita schiera di amiche di Agatha, che con lei condividevano la disapprovazione per quella figlia ingrata, macchiatasi di una colpa imperdonabile, se anche M.R. avesse avuto la pazienza e il tempo per cercare di farsi perdonare. La prima volta, dopo il primo ictus, M.R. era rimasta stupita nel vedere la madre, un tempo cos affabile, talmente cambiata: sembrava che tra loro non esistesse quasi pi alcun legame, a parte il bizzarro e infantile rancore della donna per l'ingratitudine e l'egoismo di M.R.
All'epoca del primo ictus Agatha aveva sessantasette anni. Un'et considerata ancora giovane, nel circolo di amici e vicini di Carthage.
Erano anni che soffriva di pressione alta. Era in sovrappeso di molti chili. Da tempo divertiva le amiche con il racconto delle tante diete fallite - quella del pompelmo, dell'acqua, del dottor Atkins, dei Dodici passi dei Mangiatori anonimi - ma in realt tutto ci non era divertente, come M.R. aveva capito da ragazza, quindi non c'era molto da meravigliarsi per il crollo di Agatha, anche se a quanto pareva Konrad non se l'aspettava.
Ma pap, come hai fatto a non...? Lei prendeva appuntamenti con i medici, li annullava...
Ti prego, non riferirti a tua madre come a lei; le devi rispetto, almeno.
Quell'osservazione tagliente era cos poco tipica di Konrad che M.R. rimase senza parole.
Agatha aveva perso i sensi ed era caduta in giardino, in mezzo a un caotico groviglio di fiori ed erbe, e aveva chiamato in aiuto Konrad. Ma si era rifiutata di farsi visitare e pochi giorni dopo aveva di nuovo perso i sensi ed era caduta, stavolta sulle scale di casa; era rimasta dodici ore in stato di incoscienza. L'ictus era stato definito lieve, ma Agatha aveva perso la sensibilit alla gamba destra, non poteva fare pi a meno del bastone, e anche cos aveva difficolt a camminare. Ormai detestava leggere - quei brutti scarabocchi mi sembrano dei ragni - e anche guardare la TV con Konrad - si vedono solo immagini noiose e gente che sembra scema. Aveva la chioma striata da ciocche bianche che le conferivano un aspetto truce, ed M.R., nel vederla, rimase sconvolta. Mentre prima aveva l'aria di una tenera fanciulla dall'incantevole risata argentina, ora Agatha era diventata una vecchia arcigna e bisbetica che non rideva mai, ma emetteva suoni irosi simili a grugniti, in una beffarda imitazione del riso.
Konrad confess a M.R. che si sentiva in colpa per non aver costretto Agatha a dimagrire, e a rispettare gli appuntamenti con i medici. Cos terribilmente in colpa che non si dava pace.
In cuor suo M.R. pensava che in effetti Konrad aveva la sua parte di colpa. I Neukirchen avevano attraversato gli anni e i decenni andando alla deriva come sposini innamorati su una barchetta senza remi n timone.
Non  colpa tua, pap disse. Sai quant' testarda lei... Agatha.
Ma Konrad non si calm. Con un grugnito di derisione rispose: Mi chiami Pap, ma tua madre la chiami Agatha. C' qualcosa di sbagliato.
M.R. ammutol. Ora anche il suo mite padre quacchero le si rivoltava contro?
Qualcosa di molto sbagliato, tua madre se n'era accorta molto prima di me. La nostra Merry non era la figlia che credevamo.
Ma... certo che non sono Merry. Non sono mai stata Merry. Sai perfettamente che io... non sono la vostra figlia biologica... Non hai alcun diritto di aspettarti che io...
M.R., cos eloquente di fronte a un numeroso uditorio, mai senza parole in pubblico, davanti alla rabbia del padre prese a balbettare.
Il potere di un genitore di ferire, uccidere. Il potere di un genitore  terribile.
Ma senza dubbio la meno ragionevole era Agatha. Stravaccata sul divano del soggiorno, il viso chiazzato e astioso, gli occhi infossati nelle pieghe del volto grasso. La bocca che era sempre stata cos morbida e calda ora sembrava quella di una carpa. La disapprovazione nei confronti di M.R. si era accentuata, trasformandosi in avversione.
M.R. era spaventata in presenza della donna, come la figliastra di una fiaba che si  trasformata inaspettatamente in un incubo.
Lo so perch sei qui. Aspetti... lo so io cosa. C-c-c-cos potrai avere tuo padre tutto per t-t-t-te.
M.R. protest che era venuta a trovare lei, Agatha. Aveva saputo che non stava bene ed era accorsa subito...
Hai saputo che ho avuto un i-i-i-ctus. C-c-c-cos potrai avere tuo padre tutto per t-t-t-te.
Ma anche prima del colpo, Agatha si mostrava sempre pi risentita verso M.R. - che chiamava, freddamente, Meredith - perch aveva ingannato lei e Konrad. Avevi promesso di tornare a Carthage a insegnare, dopo la Cornell. E poi... Harvard! Un'universit statale non ti andava bene? Una dove non si pagavano quelle rette pazzesche? Hai una visione materialistica... una sorta di cecit...
Visione era un termine quacchero, pi o meno sinonimo di idea infondata, illogica, ingannevole.
E non hai mai fatto il minimo sforzo per trovare un lavoro qui; lo so, ho delle amiche alle scuole superiori. E poi non ci hai mai parlato dei tuoi progetti, delle tue intenzioni segrete.
Certo che ve ne ho parlato, vi ho tenuti al corrente. Quando ho vinto la borsa di studio per Harvard...
Quando ho vinto la borsa di studio per Harvard: ma non ti accorgi di come parli? Come una persona vuota, fatua. Dici solo sciocchezze.
M.R. avrebbe voluto rispondere con impeto: Cos'ha di sciocco Harvard?.
M.R. tent di far notare che, oltre alle universit statali di Plattsburgh e di St Lawrence a Canton, non c'erano college o atenei a una distanza ragionevole da Carthage dove si sarebbe sentita a proprio agio, un modo goffo per dire che nessun college o universit nei pressi di Carthage era adeguato a prepararla al dottorato a Harvard, n adatto a lei.
La voce le trem, si affievol. Forse erano tutte... sciocchezze.
La vanit della vita intellettuale, o di qualunque altro tipo di vita... sciocchezze.
Il tuo primo dovere  verso i genitori, che ti hanno messo al mondo. E mantenuto. Che hanno provveduto a te, e ti hanno accolto nel loro cuore.
Dovere! M.R. avrebbe voluto protestare, proprio lei che considerava la sua vita dedita al dovere.
Ci hai spezzato il cuore! Non sembri pi nostra figlia! Ma ti ameremo sempre.  la volont di Dio, il nostro voto.
Agatha la guard con tale disprezzo che M.R. dovette voltarsi.
Mi legge nel cuore. Mi conosce. La donna del fango!
Ero fermamente intenzionato a vendere questa casa, Meredith! Ho firmato il contratto con l'agenzia immobiliare McIntosh nella piena consapevolezza di quel che facevo, sapendo che in caso di recesso avrei dovuto pagare una penale. Poi, alla fine... ho fatto marcia indietro.
Konrad parlava con aria incredula, come se quell'ammissione gli procurasse ancora vergogna.
Fare marcia indietro non  nel mio carattere, lo sai.
Erano nel giardino incolto di Agatha, sul retro della casa. Konrad sedeva su una logora poltrona da esterno ed M.R., troppo agitata per starsene seduta, in preda a una ridda di emozioni per la vicinanza del padre, vagava per il giardino abbandonato di Agatha.
Peonie cremisi, flox violacei, siepi di rose e girasoli striminziti in una soffocante profusione di erbacce.
In mezzo all'erba alta, statuette di cemento rovinate dalle intemperie: un maiale, un gufo, un gatto, un cervo in miniatura, una gargolla dallo sguardo maligno, con le mani sulle orecchie appuntite.
Com'era strana, quella gargolla! M.R. ricordava le statuette degli animali - le sembrava - ma non la gargolla, che non rispondeva affatto al gusto di Agatha.
Allora ho pensato di affittarla. I vicini mi hanno suggerito di affittare una stanza o due, ma la prospettiva di vivere con degli sconosciuti non mi alletta. Non vorrei imporre loro la mia presenza, sai che mi piace rimanere alzato fino a tardi a guardare la TV, e ormai non ci sento pi bene, devo tenere il volume alto. E poi le mie abitudini alimentari - da quando  morta Agatha - sono, come dire, improvvisate. Konrad fece una pausa, scrutando M.R. Dovresti metterti i guanti di Agatha, se vuoi estirpare quei rovi, Meredith. Ti ferirai le mani.
M.R. and in garage a cercare i vecchi guanti macchiati di Agatha.
L, in un angolo, c'era la sua vecchia bicicletta, tutta arrugginita, con le gomme sgonfie. Se n'era completamente dimenticata; con un brivido di emozione ricord quanto entusiasmo provava, che senso di libert, di indipendenza; le sembrava di volare, mentre pedalava su per la collina di Convent Street, verso la periferia di Carthage.
Fiutandola sospettoso, il cane di Konrad la segu trotterellando. Konrad insisteva che Solomon era un animale amichevole - anzi molto ben addestrato - ma il cane non sembrava molto ben disposto verso quella ragazza alta che il padrone aveva salutato con tanto misterioso affetto.
Quando torn nel giardino di Agatha, con Solomon alle calcagna, Konrad lo richiam ad alta voce: Solo-mon! Non stare addosso alla cara Meredith, la farai scappare. Ed  appena arrivata.
Il setter era un animale anziano, dal pelo fulvo ruvido e opaco e gli occhi tristi. Era un cane da salvataggio della polizia veterinaria della contea, trovato in una casa dove subiva maltrattamenti e, il giorno prima che venisse soppresso, Konrad lo aveva adottato.
 stato subito dopo la morte di Agatha. Una mattina mi sono svegliato e Agatha mi ha ordinato: Sbrigati, vai al canile di Platt Road e portalo a casa!. Io le ho detto: Ma chi? e lei: Lo capirai appena lo vedrai. E cos  stato, appena ho visto Solomon ho capito.
M.R. rise. Erano le solite stranezze di Konrad, vero?
Seduto sulla logora sedia da giardino, con i calzoncini larghi color cachi che mettevano in mostra le gambe pallide, stranamente glabre, Konrad era deciso a tenere banco. I baffi argentei erano ispidi per l'elettricit statica. Agli angoli degli occhi furbi e intelligenti correva una fitta trama di rughe, come se li strizzasse di continuo.
Aveva sempre fatto cos, ricord M.R. Riduceva l'esperienza a una serie di aneddoti da raccontare. Per smussare le cose.
Poi mi sono deciso ad affittarla, voglio dire la casa. E a trovarmi un posto pi piccolo, un alloggio, o un appartamento in un condominio, magari sul fiume, dove vivono altri pensionati. E cos mi sono rivolto all'agenzia immobiliare McIntosh, glielo dovevo, anche se si trattava solo di un affitto. L'hanno mostrata a una simpatica giovane coppia, hanno fatto domande intelligenti, sono andati via e ci hanno pensato su, poi sono tornati e... e li hanno convocati per firmare il contratto, quindi hanno convocato me, all'agenzia immobiliare, proprio la settimana scorsa, ma mi  preso il panico, di nuovo. Nel vero senso della parola! Ho detto loro che non mi sentivo pi i piedi, le dita, non me li sentivo pi perch ero terrorizzato all'idea di lasciare la casa dove mia moglie e io - e la nostra figlioletta - siamo stati cos felici. Perdonatemi, non ce la faccio. Konrad s'interruppe, ridendo. Dagli occhi socchiusi cadevano delle lacrime che si raccoglievano come piccole gemme lucenti sulla barba ispida. Hanno pensato che fossi completamente pazzo. E io mi sono detto, Bene! Cos forse non mi faranno pagare la penale.
M.R. stava ridendo. E invece l'hanno fatto?
Be', s, l'hanno fatto lo stesso. E ora il mio nome  sul libro nero di tutte le agenzie immobiliari di Carthage.
Alla fine di quel primo pomeriggio passato a Carthage, M.R. aveva sradicato dozzine di rovi e li aveva ammonticchiati sul prato. Il sole era caldo e picchiava in testa, quindi Konrad and a cercarle un cappello di paglia in garage: naturalmente era quello di Agatha.
Per favore posso rimanere con te. Mi sento cos sola.
Se riuscissi a dormire. Dormire!
Dorm dieci ore, un sonno profondo e ininterrotto, senza sogni.
Nella sua cameretta di bambina, anche se non nello stesso letto - perch nel frattempo era stata adibita a stanza degli ospiti, al posto della carta da parati a righine colorate ce n'era una verdina a motivi floreali, e invece del lettino striminzito c'era un letto matrimoniale - dorm dieci ore, si svegli all'alba, sulle prime allarmata perch non ricordava dove si trovava, and barcollando in bagno, torn e si riaddorment per due ore, fino a quando i raggi del sole non iniziarono a scaldarle il viso come morbide fiamme; sorrideva nel sonno, finch una voce, dolcemente canzonatoria, non giunse a chiamarla: Meredith? Hai intenzione di dormire tutto il giorno?.
Quella sera lei e Konrad stavano guardando un film degli anni Quaranta sul canale che trasmetteva i classici, ma dopo le 22,40 non riusc pi a tenere gli occhi aperti, e dorm di nuovo difilato l'intera notte, dieci, dodici ore, come isolata in fondo al mare, dolcemente cullata dal ritmo del mare.
Tutto il tempo che pass a Carthage, nella sua vecchia cameretta al 18 di Mt Laurel Street, dorm cos, come non le capitava da tanti anni. E pensava: Forse era solo di questo che avevo bisogno. Questo posto mi aspettava e io non lo sapevo.
Da quando Solomon  entrato nella mia vita mi chiedo: un cane  un individuo in s, o solo in relazione al suo padrone? Quando non ci sono, Solomon  un cane o solo una creatura selvaggia? Non ha un nome, nemmeno generico. Semplicemente . Non appena mi vede, mi sente, mi fiuta, torna a essere Solomon, il caro compagno di Konrad. Preferisco non pensare a cosa sarebbe in mezzo a una muta di cani randagi. Konrad rise, con un brivido.
Stavano passeggiando sul Black Snake River, lungo un dirupo nel Parco dell'Amicizia. Il cielo era striato di nuvole vaporose. L'aria era calda e profumava di caprifoglio. Ma dal fiume, o da uno scalo merci lungo il fiume, giungeva un lieve odore come d'azoto.
Il setter fulvo dal pelo ispido trotterellava innocentemente vicino a loro. M.R. aveva l'impressione che il cane ascoltasse con attenzione le loro conversazioni, anche mentre era impegnato nelle sue abituali occupazioni canine, fiutare, sollevare la zampa, balzare sulle cavallette, scorrazzare allegramente.
Avrebbe potuto dire: Non essere ingenuo, pap! Solomon segue il capobranco, che sia un cane, o un uomo.
Oppure: Insieme a un branco di cani randagi ci azzannerebbe alla gola. Non  Solomon'!
Invece disse: Solomon ti adora, pap. Tu gli hai salvato la vita. Darebbe la sua per te.
Konrad sembr commosso a quelle parole.
E comunque era vero.
Portava a spasso Solomon due volte al giorno!
A volte anche tre.
Perch Solomon non era un cane da appartamento, era addestrato alla caccia; come diceva spiritosamente Konrad, Un bastardello da caccia.
Niente  cos rilassante come la routine.
La gente del quartiere li osservava: Konrad Neukirchen, con gli ispidi baffi bianchi e i soliti calzoncini sgualciti, la maglietta verde pappagallo con dietro la scritta a lettere bianche ASSOCIAZIONE VETERANI DI CARTHAGE, i sandali Birkenstock logori, che camminava col bastone; e accanto a lui una donna pi giovane, dall'andatura eretta, larghi pantaloni sportivi e camicia ampia, sandali, capelli arruffati legati sciattamente sulla nuca con un foulard.
Era evidente a tutti che si trattava di una figlia di mezza et, probabilmente nubile, in visita al padre.
Era la tanto stimata figlia di Konrad Neukirchen? Quella le cui foto apparivano sulle pagine interne del quotidiano locale?
La figlia che aveva lasciato Carthage per fare la professoressa? La rettrice di un'universit? Che aveva spezzato il cuore alla povera Agatha, e non era venuta nemmeno una volta a trovarla nell'ultimo anno di vita?
E poi c'era un cane bastardo dal pelo fulvo che trotterellava con loro, davanti, dietro, a sinistra, a destra, descrivendo intorno a quella coppia che attirava l'attenzione un'invisibile e protettiva figura a forma di otto, e del quale, immersi nella loro intensa conversazione, i due erano del tutto dimentichi.
All'epoca in cui faceva sport, pensava: Se vuoi camminare diritta, devi avere la schiena diritta.
E quindi mi sono chiesto spesso: una persona  una specie di animale superiore, o un essere del tutto distinto? Naturalmente si affrett a precisare Konrad, per assicurarsi che Meredith cogliesse la sottigliezza della sua argomentazione ho una certa familiarit con le teorie di Darwin. Tutta quella roba sulla discendenza della specie.
S.
S cosa?
Lo so che conosci... quella roba.
In verit, M.R. dubitava che il padre, malgrado la sua intelligenza, e le numerose, eclettiche letture che aveva fatto in vita sua, avesse familiarit con le teorie di Darwin.
Nella misura in cui era, per quanto in modo residuale, imbevuto di credenze quacchere, con ogni probabilit Konrad non era un darwiniano, nemmeno a un livello elementare.
Gli disse: A quanto pare nemmeno Darwin credeva che tutti gli animali fossero solo animali. Forse riteneva che il suo cane possedesse un qualche nucleo morale.
M.R. parlava lentamente, come chi rigiri tra le mani una pietra pesante, chiedendosi se si tratti solo di una roccia o di un minerale prezioso. Provava una sensazione strana e meravigliosa, stava aiutando suo padre che da un lato era l'uomo che credeva di conoscere, ma dall'altro un affascinante sconosciuto.
Be', naturalmente! Ogni padrone ha un cane che ha una moralit nei suoi riguardi, come una bussola che pu solo puntare al nord.
Alcuni miei colleghi d'universit sostengono che noi non abbiamo un nucleo di personalit, ma esistiamo solo in un contesto.
Ma non lo motivano in maniera cos concisa, no? Se sono tuoi colleghi, professori.
 una teoria della mente. Una delle tante.
E tu credi nelle loro teorie?
Be', non saprei. Pochi di noi sanno in cosa credono. I nostri cervelli sono come abissi marini, in balia di ogni sorta di cose: organiche, inorganiche, reali, non reali.
Ed  questo il limite della filosofia, congetturava M.R. Le parole erano una grezza rete allentata attraverso cui tutte le cose - le persone, gli eventi - fluivano, indefinibilmente.
Io so di essere sempre stato chi sono: Konrad Neukirchen. Non sono mai non-stato Konrad Neukirchen. E credo di essere un vero e proprio esempio di coerenza, razionalit. Ma... gli altri! Konrad si gratt la barba, ridendo. L'unica cosa che so degli altri  che non sono me.
Non sono te, ma possono essere uguali a te, per certi versi.
Oh, no, non credo proprio. L'umanit  meravigliosamente mutevole, variabile, ma io no.
Questa mutevolezza ci ha aiutati a evolverci, a adattarci. A sopravvivere.
Ma vale la pena sopravvivere a ogni costo?
Pap, si deve sopravvivere per porre una simile domanda! Anche una scintilla di vita  vita.
Stava pensando al ragazzo che aveva cercato di impiccarsi, o aveva creduto di poterlo fare, e di morire: per lui il verbo morire non aveva un contesto, si era ingannato.
E adesso era vivo, il suo corpo era sopravvissuto.
Non riusciva a sopportare il pensiero di quel giovane, tanto si sentiva in colpa.
Come non riusciva a sopportare il pensiero di sua sorella Jewell, che aveva fatto una fine orribile, chiusa in un frigorifero da sua madre, soffocata lentamente. Non doveva essere stata una morte rapida o pietosa.
A cinque anni! E l'altra sorella, Jedina, di due anni pi piccola, anche lei gettata via come spazzatura, ma che, per puro caso, non era morta.
Solo perch era stata soccorsa, salvata.
Il mondo sopravvive stava dicendo Konrad, perch esistono i salvatori. Non possiamo salvarci da soli, ma a volte... possiamo salvare gli altri.
M.R. ebbe un brivido di sorpresa. Era come se suo padre (adottivo) le avesse letto nel pensiero.
Ma forse, pi probabilmente, si conoscevano molto bene. Avevano fatto numerose passeggiate insieme a Carthage: fino al ponte di Convent Street, e al fiume; fino al Parco dell'Amicizia, e al fiume; fino al centro passando per Spruce Street, e al fiume, o passando per Elm Ridge Avenue, la strada lunga per il fiume.
Erano percorsi diversi, lo sapevano bene, e molto probabilmente lo sapeva anche Solomon, ma avevano tutti la stessa meta: il fiume.
Perch il Black Snake River, che attraversava Carthage, era il cuore della citt, la sua anima sfrenata e rumorosa.
Quel giorno erano arrivati al ponte di Convent Street. Era la passeggiata pi breve. In compagnia di Konrad, M.R. non provava la consueta paura infantile che la assaliva quando attraversava a piedi quel ponte, anche se non riusciva a rilassarsi perch lui procedeva a grandi passi, ignaro dei camion che passavano a pochi centimetri da lui.
Sul ponte e sulla riva c'erano degli uomini che pescavano. Gettavano le lunghe, lunghissime canne. La maggior parte avevano la pelle scura, ed erano anziani. Evidentemente Konrad li conosceva: Salve, Dewitt! Ehi, Byron!. E loro conoscevano lui: Salve, signor Neu-kitchen!.
Cortesemente Konrad si ferm per presentare gli uomini a M.R. Ci furono dei mormorii di saluto. Alla domanda di M.R. gli uomini spiegarono che stavano pescando persici, pesci gatto e carpe. Lei si chiese se quei pescatori erano gli stessi che vedeva lungo il fiume tanti anni prima, quando era bambina.
Non appena superarono l'ultimo pescatore, M.R. chiese, come lanciandosi da un dirupo: Pap, tu conoscevi mia m-madre? O... sapevi qualcosa di mia... madre?.
Konrad, che si stava grattando la barba, si ferm. Distolse volutamente lo sguardo.
Tua madre! Perch, Meredith, che vuoi dire? Agatha  tua madre.
M.R. ribatt, in tono implorante: Ti prego, pap. Lascia stare. Dimmi la verit, per favore, ho pi di quarant'anni. Non sono una bambina che va protetta dalle vicende della propria vita.
Stava per dire della propria assurda vita.
Konrad continu a camminare. Il sentiero dei pescatori era sempre meno visibile. Entrarono in una specie di terra di nessuno ingombra di arbusti, rovi, cardi in fiore e alberi simili a salici dal legno cos tenero che molti rami si erano spezzati. Appoggiandosi al bastone Konrad si allontan da M.R., tanto che anche Solomon dovette correre per raggiungerlo.
M.R. not sgomenta che il viso di suo padre era chiazzato dall'emozione. Aveva la fronte aggrottata per lo sdegno. Era una reazione ingiusta: proprio come quella di Agatha!
Si chiese se si sentiva in dovere di mostrarsi irragionevole come sua madre, per rimanerle fedele.
Anche l'uomo pi tollerante, intelligente, razionale si irritava se la sua autorit veniva messa in discussione.
S, anche Andre, che si credeva una persona equanime, quando ci si opponeva alla sua volont s'infuriava.
Con un fischio Konrad chiam: Sol'mon! Muoviti! Vieni qua.
Per parecchi minuti camminarono in fila indiana lungo lo stretto sentiero, in silenzio. Konrad e il suo amato cane davanti, M.R. dietro.
Konrad non avrebbe aggiunto altro?
Intendeva lasciarla in quell'ansiosa incertezza?
Pens, ferita: Stasera me ne vado. Al diavolo tutti e due!.
E anche: Non sono mai stata la loro dannata Merry'. Cosa vogliono da me!?.
Avevano deciso di passare per una strada parallela a Convent Street, e poi fare dietro front e tornare. Sarebbero risaliti per alcune compere in un negozio di ferramenta - M.R. si era offerta di stringere le viti allentate di alcuni mobili in cucina e nel bagno -, ma Konrad sembrava essersene dimenticato.
Improvvisamente, affettando un sorriso smagliante, si volt e disse: Be', Meredith, ci hai fatto una bella sorpresa a venirci a trovare. Cio, a venire a trovare me. Le tue visite sono rare, e preziose. Quanto pensi di rimanere?.
Il tono noncurante di quella domanda la sconcert. Konrad voleva farle capire che doveva andarsene subito?
Rispose esitante: Io... non lo so. Non sono stata molto bene.... La voce le mor in gola. La figlia cos rigorosa era stata colta di sorpresa.
Certo, Konrad sapeva che non era stata bene. Ricordarglielo era superfluo. Sarebbe parsa una supplica.
Stavo pensando... Cio, non  che lo stessi proprio pensando... il mio futuro  incerto... e nemmeno il mio presente M.R. rise, era una frase cos esitante e patetica, per una che si era specializzata in filosofia a Harvard ...  un modello di certezze. E cos pensavo... di fermarmi da te... per un po'.
Ma certo. Non hai bisogno di chiederlo, Meredith.
Konrad pronunci quella frase rapidamente, a bassa voce. Come imbarazzato dal tono supplichevole della figlia.
Lei continu, agitata: Posso aiutarti... Cio, dar il mio contributo, o... quello che sia. Posso aiutarti finanziariamente, pap. Se hai bisogno di una mano.
L'aveva forse offeso? Konrad fissava un punto dietro di lei, sbattendo in continuazione le palpebre.
Era una questione delicata: Konrad aveva bisogno di soldi? La casa in mattoni non era malmessa come altre del quartiere, ma il tetto di assi andava riparato, come i gradini davanti e sul retro, e anche se Konrad diceva che gli piaceva passare l'aspirapolvere nelle stanze, la casa aveva bisogno di una bella ripulita; in soggiorno c'erano ancora le tende di organza che Agatha aveva cucito trent'anni prima, tutte impolverate e sbiadite. Ma molto probabilmente ci era dovuto all'apatia che aveva preso Konrad da quando era rimasto solo, non alla sua situazione finanziaria.
Da quando era arrivata, diversi giorni prima, M.R. aveva fatto la spesa, aveva comprato alcuni oggetti per la casa. Era andata in un nuovo centro commerciale - piuttosto fornito, con un supermercato e un negozio di attrezzi per il bricolage - mentre Konrad era impegnato all'Associazione Veterani di Carthage della quale, a quanto pareva, era di default il direttore, poich quello in carica era stato costretto a rassegnare in fretta le dimissioni avendo stornato sul suo conto corrente una parte dei magri fondi dell'associazione.
Konrad rise, riacquistando la padronanza di s: Oh, mia cara, io me la passo bene! Credevo lo sapessi. La nostra amministrazione comunale di Carthage  assai corrotta, e per tradizione qui nella contea di Beechum i dipendenti comunali hanno buone pensioni, migliori di quelle degli amministratori giudiziari, dei custodi e degli spazzini. E di gran lunga migliori anche degli insegnanti e dei pubblici ufficiali! E poi ho la pensione sociale. Agatha non ha mai dovuto preoccuparsi per le finanze della nostra famiglia, e nemmeno tu devi farlo. Me la passo piuttosto bene ora che sono in pensione, mia cara.
M.R. sapeva che Konrad aveva versato degli assegni all'Associazione Veterani, al locale ente protezione animali dove aveva adottato Solomon, e a un paio di organizzazioni non profit tra cui una che si chiamava La Rotonda: aveva visto l'assegno su un ripiano della cucina prima che lui lo spedisse.
Cos' La Rotonda, pap? Sono curiosa.
La Rotonda! Lo saprai venerd sera, se sarai ancora qui. I concerti estivi al Parco dell'Amicizia, alla Rotonda. Verso solo un centinaio di dollari l'anno, i concerti sono gratis e a volte niente male.
Come se avessero evitato un sentiero pericoloso, tornarono a casa percorrendo la strada parallela - Hill Street - attraversando un altro ponte, un po' pi nuovo.
Sto in ozio, ed esorto la mia anima.
Lo fai? Davvero?
Pap,  un verso di una poesia di Whitman.
Ah, s?
Pap, eri tu che lo citavi.
Veramente? Be', mi complimento con me stesso.
La notte riusciva sempre a dormire. Un sonno come una meravigliosa coltre di neve, farinosa, soffice come piuma, come polvere di stelle della Via Lattea. Un sonno silenzioso, muto. Come quello che invidiava tanto al suo amante astronomo, le poche volte che avevano passato insieme la notte.
Anche quando era agitato e disturbato dai sogni, Andre non si svegliava.
E al mattino non ricordava niente.
In quel periodo lei dormiva dieci ore e pi. Sonni beati, soprattutto se la pioggia tamburellava sul tetto e sulle finestre. A volte il setter fulvo, il cane da salvataggio, apriva col muso la porta della sua stanza, trotterellava verso di lei, immersa in un sonno torpido e profondo, e strofinandole sul viso il muso freddo e umido la svegliava, temendo che altrimenti non l'avrebbe fatto.
Come sono diventata pigra! Quasi non mi riconosco.
Perch era cos, come se si fosse trovata su una barca senza remi n timone portata a valle da una dolce corrente, M.R. era entrata in una nuova regione dell'anima, che aveva poco a che fare con la sua vecchia vita, dove il cuore sembrava battere pi lento, e pi cadenzato; dove si ritrovava interi minuti a guardare nello spazio, ma non come il suo amante astronomo, all'incessante ricerca di qualcosa nell'universo, poich M.R. non aveva niente da avvistare; dove poteva rimanere seduta in ozio interi minuti, senza dover nemmeno pensare se non alle cose pi immediate: quali verdure - melanzane, broccoli, zucchine - preparare per cena, mentre Konrad arrostiva gli hamburger sulla terrazza in mattoni del retro; decidere se portargli la macchina in officina per la revisione ormai in scadenza o aspettare che alla fine lo facesse lui; il regalo pi indovinato - il vino  fuori questione, non pensarci nemmeno - per quando lei e Konrad andavano a fare visita a una delle tante vedove sue amiche, che li aveva invitati a cena.
M.R. aveva scoperto che suo padre, ormai solo, era molto popolare a Carthage. In anni di servizio al palazzo della contea a quanto pareva si era fatto centinaia di amici, vicini di casa ansiosi di invitarlo ai barbecue all'aperto, un piccolo ma tenace gruppo di amiche di Agatha che facevano a gara per portargli piatti gi cucinati, pulirgli la casa, arruolarlo come loro accompagnatore - Sposarmi!  quello che vorrebbero tutte, povere ragazze. Ma Agatha ci rimarrebbe malissimo. E poi c'era l'Associazione Veterani di Carthage, dove stava rapidamente diventando una figura insostituibile, non pi un volontario che una volta a settimana raccoglieva le donazioni tra i passanti e le portava in macchina al negozio dell'associazione, oppure selezionava ed etichettava, insieme ad altri pensionati, per lo pi vedove di veterani del Vietnam, indumenti, oggetti per la casa e ogni sorta di cianfrusaglie. Inoltre - cosa che M.R. scopr con una certa sorpresa, perch Konrad non ne aveva mai parlato - si recava all'ospedale dei reduci di Herkimer, dove pure prestava la sua opera di volontario.
Nuove attivit, riflett M.R., cui si era dedicato dopo la morte di Agatha.
Mi sembri perplessa, cara Meredith! Sai, tutti questi impegni mi sono ispirati da Agatha. Era una persona davvero caritatevole, e io invece sono sempre stato troppo pigro. Ma adesso... diciamo che vivo per entrambi.
Konrad s'interruppe, sorridendo. Uno di questi giorni potresti accompagnarmi. C' una signora molto simpatica, anche se terribilmente logorroica, che gestisce i volontari -  la vedova di un mio compagno di classe, morto in quell'ospedale qualche anno fa - ed  sempre alla ricerca, come dice lei, di sangue fresco.
Ho un amico...
M.R. cominci con naturalezza, come si accingesse a raccontare una storia piacevole e divertente.
... lui e la moglie hanno un figlio mentalmente disabile. Le loro vite ruotano attorno a questo figlio, sono ossessionati da lui. Naturalmente il mio amico -  un astronomo di fama, insegna a Harvard - non usa il termine ossessionati, e nemmeno mentalmente disabile. Ho incontrato il figlio, Mikhal, solo una volta, aveva undici anni; allora non mi  sembrato particolarmente strano, solo un po' distratto, immerso in fantasticherie...  stato diciannove anni fa. Adesso ha poco pi di trent'anni, suo padre - il mio amico - lo definisce un dannato Peter Pan. Va soggetto a violenti attacchi d'ira, a emicranie. Ma Mikhal  molto dotato,  un musicista virtuoso, suona il piano e il violino. Non legge la musica, suona a orecchio. Ed  anche un notevole compositore. Scrive pezzi in staccato e dissonanti, ma acustici, dicono che ci che scrive ricorda Bach. Mikhal non  mai riuscito a studiare con un insegnante di musica, anche se per anni il mio amico e la moglie ne hanno cercato uno. Riesce solo ad ascoltare dei CD con le cuffie, per ore, ossessivamente, saturandosi delle tecniche musicali altrui.
La madre di Mikhal  russa, una traduttrice di testi classici che ha dedicato la vita al figlio, soprattutto cercando di trovare una nicchia per il ragazzo nell'ambiente musicale di Boston. Credo che il mio amico astronomo sia consapevole che  un desiderio irrealizzabile, ma al tempo stesso spera - non pu non farlo - che Mikhal migliori, che venga scoperto qualche nuovo farmaco o una nuova terapia, e il suo bellissimo ragazzo... - ti ho detto che  bellissimo? Come la madre? Certo.
M.R. parlava lentamente, con calma. Anche stavolta sembrava stesse rigirando tra le mani un grosso minerale, cercando di distinguere le venature preziose, se ve n'erano. Konrad assentiva con un mormorio, per far capire che ascoltava, mentre lanciava un bastoncino all'ansimante Solomon, che correva a prenderlo.
Se Andre - cos si chiama il mio amico astronomo, Andre - deve recarsi per lavoro in qualche osservatorio, come accade spesso, deve chiamare Mikhal ogni giorno. Se suo figlio non lo sente ogni giorno, diventa molto difficile controllarlo. Se il ragazzo percepisce che il padre si  allontanato da lui e dalla madre, va in crisi: ci sono ricadute, tentativi di suicidio, ricoveri al pronto soccorso; e anche la moglie, che a quanto pare  molto invadente, naturalmente  malata anche lei, ha un crollo e finisce a sua volta al pronto soccorso. Quando Andre ricevette un importante riconoscimento dalla Societ Nazionale degli Astronomi, a Washington, la moglie - si chiama Erika, non l'ho mai conosciuta - fu ricoverata per una crisi di tachicardia.
Konrad ascoltava in silenzio, grattandosi la barba. Non guardava M.R., che parlava in quel suo modo calmo e determinato, e non lo fece nemmeno quando la sua voce si affievol e assunse un tono perplesso e malinconico.
Andre  un... un uomo eccezionale. Credo che abbia dei nemici. Ma ha anche molti amici.  il tipo d'uomo... ora che ci penso, pap, in qualche modo gli assomigli... non ci avevo mai riflettuto prima... tu non ti lamenti mai, e se lo fai... sai sempre essere spiritoso. Noti l'assurdit delle cose, hai come la capacit di vedere bianco dove gli altri vedono nero. Lui ha dei modi - be', forse in questo  diverso da te - regali. Se perdesse dalle tasche delle monete d'oro non se ne accorgerebbe. Emana una grande energia, si ha sempre voglia di compiacerlo, quindi  una specie di dittatore, un dittatore buono, intendo. Rise. Si asciug gli occhi, mentre rideva. Ormai parlava in modo sempre pi concitato, incontrollato, come un camion che sbanda lungo una discesa ripida; ancor pi intenzionalmente Konrad evitava di guardarla, gettando il bastoncino di legno umido e rosicchiato al setter fulvo, il cane da salvataggio, che correva a prenderlo.
M.R. si era aperta troppo con Konrad. Si pent di quel che aveva detto, non poteva pi tornare indietro.
Senza guardarla, con un sorriso afflitto Konrad disse: Bene! A quanto pare il tuo amico astronomo  una persona molto speciale. Ma anche tu, Meredith, sei una persona molto speciale, non dimenticarlo. E non dimenticare che il futuro non dev'essere una ripetizione del passato. Persino nel cosmo non esiste nulla di sempre uguale o di prevedibile. Una cometa esce dalla sua orbita, un meteorite si schianta sulla terra. Anche se sai come ha vissuto quell'uomo, non puoi sapere come sar la sua vita in futuro. Poi, stranamente, come avrebbe ricordato in seguito M.R., Konrad aggiunse: Perch quando un uomo invecchia la sua salute diventa un'incognita. E allora le mogli infelici si prendono la loro rivincita. La moglie difficile - con cui non  in buoni rapporti - potrebbe smettere di amare il tuo amico astronomo. Se, come hai detto,  pi giovane di lui....
Ho detto cos?
S, mi sembra.
A M.R. invece non sembrava. Per era vero, Erika era pi giovane di Andre, ma non quanto lei.
... potrebbe stancarsi di lui. Potrebbe lasciarlo. E lui si ritroverebbe all'improvviso alla deriva nel cosmo, e avrebbe bisogno di un amico. Sono cose che succedono.
M.R. era stupita. Cosa le stava dicendo, suggerendo, suo padre?
E come faceva a conoscere cose tanto profonde, come fosse il vecchio saggio di una fiaba?
Queste intuizioni non sono mie, cara, sono di Agatha. Si basano sulla sua attenta osservazione di certe coppie qui a Carthage: il marito errante, farfallone, la moglie tradita, la vendetta che certe mogli si prendono non appena possono.
Andre Litovik non sta male. A quanto ne so... sta bene.
Ma questo non era vero. Andre aveva parecchi acciacchi, molto probabilmente pi di quelli che lei conosceva. L'ipertensione, per cui assumeva farmaci, acuti mal di schiena, crampi muscolari; era particolarmente soggetto a infezioni alle vie respiratorie, e si era infortunato alle ginocchia mentre faceva alpinismo, presto gli avrebbero impiantato delle protesi, un'operazione chirurgica la cui prospettiva lo terrorizzava, ma di cui parlava in modo sprezzante, ridendoci su.
M.R. si morse il labbro. Aveva gi detto pi di quanto avesse intenzione, non voleva parlare in modo cos avventato.
Konrad prosegu: Voglio solo dire, mia cara e dolce figlia, che le cose cambiano. E noi con loro. A volte cambiano in meglio, ma noi non possiamo prevederlo.
In seguito M.R. si sarebbe ricordata che il suo gentile padre non le aveva chiesto cosa rappresentava per lei Andre Litovik, come mai sapeva tutte quelle cose sul suo conto, e come mai le stava cos a cuore.
Non voglio lasciarti, tesoro.
Ma tu puoi, anzi dovresti lasciarmi.
(Nel suo letto d'ospedale M.R. aveva sentito quella parole, pronunciate da Andre con insolita sobriet. Certo, le aveva sentite. E aveva colto l'ansia genuina che le accompagnava. Come se a volte persino il predatore maschio si sentisse costretto ad avvertire la femmina. Mentre la femmina sorrideva, distratta. Non prestava ascolto, nel senso pi profondo del termine.)
(Si ricord di quella mattina di quasi due anni prima, quando era squillato il telefono nella sua casa sull'Echo Lake. Erano circa le dieci, lei stava preparando un breve discorso per introdurre un docente di filosofia ospite dell'universit, che quel pomeriggio avrebbe svolto un intervento a un seminario. Inaspettatamente, era Andre al telefono. Infastidito e pressante come di rado l'aveva sentito. Accendi la TV, Meredith. Subito! Lei si era precipitata nell'altra stanza, con il cordless, aveva acceso la TV e aveva chiesto in tono lamentoso: Ma su quale canale, Andre? e lui aveva risposto impaziente: Uno qualsiasi! Sbrigati!. M.R. era rimasta a fissare lo schermo, il notiziario trasmetteva una scena, alti edifici da cui fuoriusciva del fumo, le torri gemelle del Word Trade Center in fiamme, era scioccata, sbalordita, confusa, non aveva idea di cosa stesse accadendo e Andre non aveva tempo di spiegarglielo: C' stato un grave attacco terroristico. Probabilmente ne seguiranno altri. Ci hanno fatto atterrare in quella cazzo di Cleveland, me e altri sfigati, e chiss quando ci faranno ripartire per tornare a Boston. Ciao!.
Andre, aspetta...
Ma era caduta la linea.
E cos, sola nella casa sull'Echo Lake, M.R. aveva trascorso le dodici ore seguenti incollata al televisore, senza quasi muoversi dalla sedia, cercando di capire cosa avesse davanti - l'orrore, l'enormit, il significato di quell'evento - mentre versava lacrime al pensiero dell'indicibile sofferenza altrui, e per il dolore e l'autocommiserazione che provava lei.)
La specialit di Konrad era la prima colazione: porridge con zucchero di canna, uva passa e latte scremato: Il pasto principale della giornata.
La specialit di M.R. era la cena: ortaggi di ogni tipo cotti lievemente a vapore, combinati in vario modo con riso, pasta o couscous.
A parte la colazione, era quasi sempre M.R. a cucinare. E quasi sempre Konrad puliva la cucina.
Facevano insieme la spesa al supermercato. M.R. si occupava di cibi freschi e latticini, Konrad di tutto il resto. Konrad era sempre il primo ad arrivare alle casse, dove l'aspettava sfogliando la rivista People.
La sera leggevano, e guardavano la TV. A volte leggevano con la TV accesa, il loro canale preferito era quello che trasmetteva film classici, con Ingrid Bergman, Gregory Peck, Greer Garson, Robert Mitchum, Humphrey Bogart, Clark Gable, Ginger Rogers e Fred Astaire... Agatha diceva sempre:  rassicurante vedere che sono ancora tutti con noi ricordava Konrad.
Come di comune accordo, non guardavano i telegiornali. Non seguivano le notizie sulle carneficine in Iraq e in Afghanistan. Non esaminavano la vistosa rubrica con le minuscole Foto dei caduti pubblicate regolarmente sul New York Times: sedici fotografie in verticale, sedici in orizzontale, un'intera pagina dedicata ai militari statunitensi deceduti, quasi tutti cos giovani da straziare il cuore, praticamente tutti uomini.
(Il New York Times era l'unica concessione di M.R. alla vita che si era lasciata alle spalle nella regione centrosettentrionale dello stato del New Jersey: a Carthage non si trovava, n poteva farselo recapitare a casa del padre se non per posta, con giorni di ritardo. Lo leggeva quotidianamente su Internet.)
In un primo momento, i numerosi libri ammucchiati sugli scaffali dei Neukirchen le avevano procurato una grande inquietudine. Capiva infatti che la sua ossessione per i libri - per una vita condizionata dalle parole - doveva essere cominciata l, in quel posto, dove erano venerati e al tempo stesso trattati con la disinvolta familiarit e l'affetto riservati a vecchi amici.
Sugli scaffali c'erano gli stessi libri nello stesso ordine che ricordava da quando era bambina. Non ce n'era nessuno fuori posto, e sembrava se ne fossero aggiunti pochi. Quanti libri si vantava di possedere Konrad? Undicimilaseicentosettantasette e mezzo! Naturalmente scherzava. All'epoca, la piccola Meredith non aveva idea di cosa significasse scherzare.
Eccoli l, i libri della sua infanzia, sempre gli stessi. Proprio come la biblioteca di Charters House, solo che questi non erano rari, n in cos buone condizioni. E poi ce n'erano tanti economici, con le orecchie, ingialliti. Il loro significato collettivo la confondeva. Prese un volume, lo apr e lesse:
Un soleggiato pomeriggio d'autunno un bambino si allontan dalla sua umile casa in un campicello e senza che nessuno lo vedesse entr in un bosco. Esso era felice, provava una nuova sensazione di libert...
Com'era strano il pronome esso riferito a un bambino! Era un racconto di Ambrose Bierce, che M.R. non aveva mai letto, Chickamauga. Come spiegava una nota, il titolo si riferiva alla battaglia occorsa lungo il Chickamauga Creek (nel Tennessee) nel 1863: trentaquattromila caduti, una delle battaglie pi sanguinose della Guerra Civile.
Provava un infantile, ardente desiderio di saperne di pi, di leggere quel racconto e l'intero volume di Bierce. Ma per il momento ripose il volume sullo scaffale.
Si commosse nel vedere una pila di libri accanto alla poltrona di Agatha. Erano romanzi di scrittrici che la madre era solita leggere, opere sul giardinaggio, e un volumetto: Ariel, poesie di Sylvia Plath.
Capiva perch Konrad non si decideva a mettere via quei libri.
Si chiese se l'album zeppo di foto dal titolo LA MIA VITA DI BIMBA fosse ancora nel cassetto della scrivania. Ma non si adoper per trovarlo.
Vieni con me, cara! Vado a trovare Agatha.
Lo accompagn. Sapeva che la tomba di Agatha era accanto a quella della bambina morta, nel Cimitero dell'Amicizia, e quindi era preparata.
M.R. dovette ricordarsi che la piccola MEREDITH RUTH NEUKIRCHEN - MERRY - 21 SETTEMBRE 1957 - 3 FEBBRAIO 1961 non era lei.
Pensava ai paradossi di Konrad. A come, quando era piccola, la canzonava e la confondeva, facendo ipotesi sui viaggi nel tempo, come se, da bambina, potesse sapere cosa significava viaggio nel tempo. Scherzava sulla possibilit di tornare indietro per incontrare un gemello pi piccolo: come sarebbe stato strano!
Si chiese se era dal suo amato padre che derivava il fascino esercitato su di lei dalla filosofia, con i suoi enigmi, la sua pretesa di sapienza e la sua eterna speranza.
Una volta giunti al Cimitero dell'Amicizia, Konrad divenne insolitamente silenzioso. Era un sollievo, o no? Persino Solomon, che trotterellava e annusava tra le file di lapidi, sollevando la gamba per urinare, appariva meno esuberante, pi docile. Quando Konrad schioccava le dita, il setter arretrava turbato.
Solomon, non essere maleducato! Non si fa in un cimitero.
Era una giornata ventosa di met estate. Nel cielo si aprivano chiazze di luce, e dal lago Ontario, a ovest, si avvicinava una flottiglia di nubi minacciose. M.R. fissava la piccola lapide accanto a quella pi grande, che recava la scritta AGATHA RUTH NEUKIRCHEN - 7 APRILE 1934 - 19 NOVEMBRE 2001 - MOGLIE E MADRE ADORATA. Entrambe le lapidi erano di un calcare rosa pallido.
Konrad era indaffarato a pulirle. Voltava le spalle a M.R., per nascondere le lacrime.
M.R. lo aiut a estirpare le erbacce. Come crescono in fretta, e come pungono, alcune! Su entrambe le tombe c'erano vasetti di terracotta che contenevano o avevano contenuto fiori freschi, e vasi di ceramica con fiori finti. Konrad si era fermato dal fioraio per comprarne di freschi - lilium di un giallo vivace - che insieme a M.R. interr tra le due tombe, tra ciuffi d'erba per tenerli diritti. Dal fioraio M.R. aveva comprato una curiosa vite finta decorata da grappoli porpora, rosso scuro e verdi, proprio il genere di oggetto che sarebbe piaciuto ad Agatha, e che adesso era intrecciato tra le due lapidi.
Konrad era profondamente commosso. Be', Meredith,  bellissimo!
E poi: Proprio il genere di oggetto che sarebbe piaciuto ad Agatha.
Rimasero per un po' seduti, stringendosi la mano. Percependo quello stato d'animo solenne, Solomon smise di trotterellare e annusare, e scuotendosi con un sospiro si distese tra loro sull'erba, quindi chiuse gli occhi. Molto lentamente, smise di dimenare la coda.
Agatha ti ha voluto tanto bene, Meredith. Fino alla fine, quando non era pi lei.
Lo so, pap. Lo capisco.
Probabilmente quando arriva la fine pochi rimangono in s. Non bisognerebbe essere giudicati per le ultime parole che si dicono. Devi serbare il ricordo migliore di noi.
Certo! Lo far!
Serbare il ricordo migliore di noi, con Dio nei nostri cuori. La luce chiara dentro di noi.
Lei gli prese una mano tra le sue. Konrad aveva una mano grande, con le dita tozze. Dopo la morte di Agatha era dimagrito, i suoi lineamenti si erano induriti. Nel viso un tempo florido ora sporgevano gli zigomi. I capelli brizzolati e ribelli erano ormai candidi, le sopracciglia cespugliose e la barba ispida erano imbiancate, dopo i settant'anni era diventato, quasi di diritto, una figura d'uomo che attirava l'attenzione.
Assomigliava proprio a un professore. Un professore di un genere particolare.
Pap! Potrei fare domanda alla St Lawrence University, oppure... credo ci sia un college cattolico a Watertown. E l'universit statale a Pittsburgh...
No.
No... cosa? Che vuoi dire?
Non dire assurdit, Meredith. Non ti fermerai qui.
No?
Certo che no. Non a Carthage.
Eppure lei sentiva come un lieve brivido di entusiasmo, di speranza: poteva ricostruirsi una vita in quella parte del mondo, se trovava un posto, un lavoro. Se qualcuno, l, gliel'avesse offerto. Una persona con i suoi titoli, la sua preparazione, la sua esperienza...
Konrad ripet categorico: Non a Carthage.
Come un uccellino ancora implume che si  avventurato troppo presto fuori dal nido, la speranza precipit.
Konrad le strinse la mano, M.R. non cap se in un tenero rimprovero o per tirarla su. O forse era per prepararla a quel che stava per dire.
Tua madre, Meredith, la tua madre biologica, come si dice...
S?
A quanto ne so  stata ricoverata nell'ospedale psichiatrico statale di Herkimer, agli inizi degli anni Settanta. Si chiama Marit Kraeck e non  vecchia, non dal mio punto di vista,  pi giovane di me, credo. Dovrebbe avere sui settant'anni. Se  ancora viva.
M.R. ascoltava stupita. Quelle parole, finalmente, e pronunciate con tale noncuranza!
Non  mai stata processata per ci che ha fatto a te o... per ci che ha fatto alla tua sorellina.  stata assolta per infermit mentale e rinchiusa all'ospedale di Herkimer, non so altro.
Mia madre ... viva?
Be', questo non lo so. Non saprei. Sono anni che non ho sue notizie.
Ma... sai dov', se  viva.
Agatha non l'ha mai voluto sapere, e ovviamente io non gliel'ho mai detto. Ma quando ti abbiamo adottata, io desideravo conoscere la sorte della tua madre biologica. Perch era una creatura tormentata, una creatura tremendamente menomata, e non il mostro dipinto dai mezzi d'informazione: ne ero convinto. Conosco avvocati e giudici della zona, ed elementi delle forze dell'ordine della contea e dello stato, sapevo che la stavano cercando e che poi una malata di mente, una senzatetto ospitata in un ricovero di Port Oriskany, era stata identificata come Marit Kraeck. Quando l'arrestarono e la riportarono nella contea di Herkimer nascosi il giornale perch tu e Agatha non lo vedeste, eri ancora molto piccola, allora. E cos non fu mai processata, e la internarono nell'ospedale di Herkimer.
Credi sia ancora l? E che potrei vederla?
Be', forse  stata ricoverata e poi dimessa, ma ne dubito. Non credo che, a giudicare da ci che ha fatto, quella donna potesse ristabilirsi, e ancor meno che potessero dimetterla. Konrad s'interruppe, respirando sonoramente. Era evidente che quella conversazione lo stava turbando. Immagino tu possa vederla....
Se  questo che desideri. Sembrava proprio il monito d'una fiaba!
Eppure, come in una fiaba, era quello che desiderava la bimba abbandonata.
Marit Kraeck.
Gioved mattina, Konrad era impegnato all'Associazione Veterani, cos, senza dirgli niente, M.R. si rec in macchina all'ospedale psichiatrico statale di Herkimer, nella contea confinante, a pi di cento chilometri da l. Agli scolari di Carthage l'Ospedale di Herkimer faceva pensare ai malati di mente, ai detenuti. Giravano un sacco di battute macabre su quell'ospedale, che, all'epoca, Meredith non trovava divertenti.
Marit Kraeck. Sono venuta a trovarla...
Era molto eccitata. Non avrebbe saputo dire se per la speranza che la animava, o per la paura, una sorta di timore morboso. Non avrebbe saputo dire cosa sperava di scoprire. Andre sarebbe rimasto stupito, e inorridito. Una madre pazza e omicida! Non c' da meravigliarsi se non hai voluto figli.
L'ospedale psichiatrico sembrava un carcere. Sorgeva lungo una statale a nord di Herkimer Falls, in una desolata landa collinosa di alberi abbattuti, terra scavata, miniere abbandonate. In lontananza, le cime degli Adirondack erano indistinte come se stessero evaporando all'orizzonte. M.R. prov uno spasmo di terrore, aveva commesso uno sbaglio ad andare l, e non il primo di una lunga serie di stupidi errori che le avevano rovinato la vita.
Il carcere - l'ospedale - era circondato da un recinto alto tre metri e in parte sormontato da filo spinato. C'era un cancello, dal quale pot passare dopo aver esibito i documenti alla guardia giurata e averle spiegato il motivo della sua presenza.
Marit Kraeck. Sono venuta a farle visita, se possibile.
Una volta all'interno lo aveva ripetuto a una donna accigliata dietro il bancone, non si poteva definire un'impiegata della reception, piuttosto un incrocio tra una guardia carceraria e un'infermiera: vestiva un'uniforme sporca, e alle dita tozze sfoggiava anelli dozzinali: Marit Kraeck. Sono venuta a farle visita, se possibile.
E lei chi ?
La figlia.
A quella tesa risposta la donna continu a scrivere al computer. M.R. si stup che non la fissasse sbalordita: Lei? La figlia?.
Ma Marit Kraeck era solo una delle diverse centinaia di pazienti - detenuti - dell'ospedale di Herkimer. Ed M.R., che stava mostrando i documenti - la patente, il tesserino dell'universit - con mani tremanti, era solo uno dei tanti visitatori.
Certo, quel pensiero le era di conforto: era uno dei tanti.
Lei e io. Madre e figlia. La madre malata, incarcerata, la figlia adottata, ormai adulta. Venuta a farle visita, se possibile.
Sss. Marit Kraeck.  al terzo. La faccio accompagnare.  un reparto chiuso.
Ah! Grazie.
Non  mai stata qui?  la prima visita?
Adesso la donna la squadrava dubbiosa. Che razza di figlia era, una che non era mai venuta a trovare la madre in trent'anni.
Io... io sono la figlia adottiva. Cio... M.R. s'interruppe, confusa. La donna l'ascoltava pazientemente mentre lei farfugliava in cerca delle parole.
... sono sua figlia, ma sono stata data in adozione. Non la vedo da quando avevo tre anni...
Una figlia fortunata! Perch guarda caso era proprio orario di visite, ed M.R. fu accompagnata in un ascensore insieme a parecchi altri visitatori, tutte donne. La maggior parte scese al secondo piano. Al terzo, solo M.R. e l'inserviente che l'accompagnava.
La donna, bassa, tarchiata, dal seno abbondante, cordiale e ciarliera, la condusse lungo un corridoio sino a una porta di sicurezza, dove digit velocemente un codice, non molto complicato, perch M.R. lo lesse e lo memorizz facilmente: 2003.
Vede, questo  un reparto chiuso. Ma non ci sono pericoli,  molto tempo che non si verificano incidenti. I medici li tengono tutti ben sotto controllo: sedati. Adesso andiamo nella sala d'attesa e vediamo se Mar-ritt vuole vederla. Non viene mai nessuno a trovarla, almeno da quando lavoro qui.
Quegli odori! Odori di...
M.R. si sent svenire. Si sarebbe aggrappata al braccio dell'inserviente, per la disperazione.
Signora? Si sente bene?
Con un gesto che commosse M.R., di squisita sensibilit, di inaspettata premura, la donna l'afferr per il braccio e la sostenne.
S, certo. Sto... bene. S, sto bene.
Ancora intontita, M.R. sedette su una sedia in finta pelle. Sentiva le labbra e la lingua fredde, intorpidite. E un tintinnio nelle orecchie, forse il battito impazzito del cuore... Oh, Andre! Se tu potessi aiutarmi.
Ma non era ragionevole, no, non lo era. Pi probabilmente era Konrad a poterla aiutare.
Oh, pap, se fossi qui. Non  stata una buona idea.
C'era da aspettare. Era sola nella sala d'attesa. Le giungeva un mormorio di voci, non lontane. Animate, meccaniche: una TV. Si stava abituando a quegli odori. Era determinata a non cedere alla propria debolezza, all'ansia. Si sforz di sedere ritta su quella sedia scomoda: con la schiena eretta e la testa alta. Quando ci si rivolge a un uditorio, non bisogna mai... mai toccarsi il viso, o i capelli. Se si  sopraffatti dall'ansia, bisogna afferrare con le mani il bordo del leggio.
Non mostrare mai la tua paura. Ti divorerebbero.
Ehi! Scusi, signora! Camminiamo piano, vede?...
La donna bassa e tarchiata dal seno abbondante conduceva una donna pi anziana, non tozza ma massiccia, quasi obesa, che avanzava a piccoli passi, con attenzione, appoggiandosi a un deambulatore. Indossava un vestito informe, molto sporco, una specie di veste da camera con i bordi sfrangiati, che celavano solo in parte le gambe gonfie, dalle vene sporgenti.
Saluta la tua visitatrice, Mar-ritt. Chi ha detto che , signora?
Io... io sono... sono...
La donna si mise a sedere, abbandonandosi con il grosso corpo chiaramente dolorante su un divano che cedette sotto il suo peso. Aveva un viso spugnoso, una carnagione color lardo rancido; gli occhi spenti non mettevano a fuoco, come fossero privi di pupilla, di iride. Le labbra gommose, simili a vermi, abbozzavano un vacuo sorriso.
La figlia di Mar-ritt?  lei?
S.
Ehi, Mar-ritt, hai sentito? Tua figlia  venuta a trovarti, vedi? Perch non la saluti? Forza.
Il volto della donna si contrasse come un pugno chiuso. Sbatt un attimo le palpebre. Le labbra simili a vermi non si mossero.
Dimostrava ben pi di settant'anni. Aveva il viso decrepito, devastato da rughe e increspature. Il capo era quasi calvo, come una roccia levigata dalle intemperie, ricoperta da ciocche di capelli grigi. Il corpo emanava un odore di sudore asciutto, urina e feci.
M-mamma? Sono... Ti ricordi... M.R. parlava timidamente, torcendosi le mani in grembo ... di Jedina? Tua figlia.
A parte il respiro affannoso della donna, e il mormorio delle voci da una TV l vicino, la stanza era immersa nel silenzio.
L'inserviente diede leggermente di gomito a Marit, un gesto che a M.R. parve confidenziale, persino intimo. Ehi, Mar-ritt, hai sentito? Je-din-ya.  venuta a trovarti, vedi? Di, salutala.
Ma Marit Kraeck parve non sentire. Sedeva sul divano in modo scomposto, le pieghe adipose delle cosce in bella mostra che M.R., seduta di fronte, trov uno spettacolo sgradevole. Avrebbe volentieri chiuso gli occhi, come la bimba di una fiaba costretta a guardare una cosa proibita.
L'inserviente le spieg in tono di scusa: Be', come vede Mar-ritt non  abituata a socializzare. Noi lo chiamiamo socializzare. Io non sono un'infermiera - non ho mai frequentato una scuola per infermieri - ma qualcosa ho imparato, per esempio che il cervello se non viene usato  come se si spegnesse, o anche che questa specie di medicinali psico-tropi che danno ai malati,  come se, tipo, spegnessero un interruttore, o il motore di una macchina che non viene acceso da tanto tempo, cos, quando provi ad accenderlo, non succede niente. Non succede niente, cazzo.
Quella cordiale tirata non suscit alcuna reazione nella paziente, salvo un sorriso nervoso. Gli occhi erano spenti, come se in loro si fosse estinta ogni luce. Le cosce grasse erano scompostamente aperte, la veste da camera sporca e tesa all'altezza delle ginocchia. Con ribrezzo M.R. si accorse che le caviglie erano gonfie in maniera spropositata, pi delle gambe, chiazzate come se la donna avesse un tumore.
Be', che ne dite se vi lascio sole? A volte aiuta.
No! Per favore, non vada via!
M.R. pronunci quella frase in tono supplichevole. Marit Kraeck ebbe un lieve brivido, il corpo massiccio fremette come in attesa... di qualcosa.
Credo sia meglio... sia pi facile per lei... per noi... se lei rimane.
Va bene, signora. Ma sappia che loro sono cos. Quasi tutti. Non sono pericolosi, ormai. Chi finisce in questo reparto  perch rappresentava un pericolo per se stesso o per gli altri, una volta, per questo Mar-ritt si trova qui. A essere sinceri conosco poco la sua storia. Ci sono un sacco di pazienti pi interessanti di lei qui al terzo piano. E anche pi pericolosi. Alcuni uomini. Come vede, non sta bene: soffre di pressione alta, ha problemi al cuore, riesce appena a camminare, ansimando come un cane. Una volta i pazienti pericolosi venivano operati al cervello, succedeva molto tempo prima che io arrivassi qui, ma se ne parla ancora. L'inserviente rabbrivid, anche se stava ridendo. Adesso le cose vanno molto meglio, li si cura solo con i farmaci. I pazienti prendono le medicine, o gli fanno delle iniezioni, ed  pi semplice per tutti.
Come scossa dalle ciarle dell'inserviente, Marit Kraeck si mise a piagnucolare, voleva tornare in reparto. Fiss M.R. a occhi spalancati, come se la vedesse solo in quel momento. Il piagnucolio si fece pi sonoro, il tono supplichevole era misto a rabbia.
Ah-ha! La visita  finita! Andiamo, Mar-ritt,  ora di tornare nella tua stanza. Poi, rivolta a M.R., disse:  durata poco, lo so. Mi spiace. Come le ho detto, non sono abituati a, diciamo, socializzare. L'idea che parlare con qualcuno sia una cosa importante, come mangiare, non  chiara per loro. E poi, sa, non  solo questione di cervello spento, alcuni soffrono di Alzheimer. Qui non  facile capire cos'hanno, non c' molta differenza tra l'Alzheimer e la loro condizione abituale. A loro piace guardare la TV, probabilmente  questo che vuole fare adesso. Forse pensava di trovare chiss che fantastico televisore qui in sala d'attesa.
L'inserviente condusse via allegramente Marit Kraeck passando da un'altra porta che si apriva con un codice. Con ribrezzo M.R. osserv l'ampia schiena della madre tesa per lo sforzo, le gambe e le caviglie elefantiache, le spalle curve. Muovendosi con estrema attenzione, la donna si allontan, mentre il deambulatore di alluminio scivolava sul pavimento di linoleum tutto consunto.
Arrivederci...
Con un certo ritardo M.R. grid dietro a Marit Kraeck che non le prest alcuna attenzione.
Era successo tutto cos velocemente!
E adesso era gi finito. E non era successo niente, vero?
M.R. si sforz di rimanere in piedi, ma non ci riusc. Si abbandon sulla sedia in finta pelle, sbalordita, incerta su ci che aveva visto, e su ci che era successo esattamente. Aveva la bocca completamente asciutta, doveva deglutire in continuazione. Sentiva la lingua intorpidita, come paralizzata.
Pens: Mi  venuto un ictus. Un aneurisma. Oh, aiutatemi.
Ma quando la cordiale inserviente torn, fu in grado di alzarsi come se niente fosse, o quasi. Sta bene, signora? le chiese la donna, scrutandola. Dev'essere un bel trauma vedere una vecchia come quella. Nessuno penserebbe che sia sua madre, se pu consolarla.
Io... magari potrei tornare un'altra volta.
Certo!  l'atteggiamento giusto.
Non sono sicura che abbia capito chi ero... chi sono.
Probabilmente no. Forse Mar-ritt non ci sente bene.
Speravo che si ricordasse di me... almeno un po'. Cio, non  che mi aspettassi...
Probabilmente non si ricorda di lei, signora. Come non si ricorder di averla vista oggi, anzi, se  per questo, non si ricorda bene nemmeno di me. I pazienti difficilmente distinguono gli inservienti del reparto, o gli infermieri. Anch'io, quando venni a lavorare qui, non riuscivo a distinguere i pazienti, ce n'erano cos tanti.
M.R. si lasci condurre per un braccio dalla cortese inserviente; riattraversarono la porta che si apriva digitando un codice di sicurezza, e percorsero il corridoio fino all'ascensore.
Signora, l'accompagno gi al pianoterra, mi sembra un po' pallida.  come le dicevo, ha avuto una specie di trauma, eh? A vedere sua madre in quelle condizioni.
M.R. annu debolmente. Le venne da pensare: Non era mia madre.
A volte la gente pensa, quando viene qui in visita, se non vedono il paziente da un po', sa cosa pensano? Pensano: Non  mia madre, oppure non  mio padre, o quello che .
M.R. rise. Non era cos stupida, no?, da pensare che quella donna obesa e idiota non fosse sua madre, Marit Kraeck. In tono quasi supplichevole disse: Pensavo... di poter... almeno parlare un po' con lei. Pensavo, se si ricordava di me, di raccontarle cosa mi era successo da quando... da quando mi conosceva. Pensavo.... M.R. s'interruppe, si sentiva davvero strana. Pensavo che l'avrei perdonata. Ecco cosa pensavo.
Rise di nuovo. Aveva il viso gelido, la lingua in bocca le sembrava quella di un altro, temeva di soffocare.
Nell'ascensore risuon il rumore d'un singhiozzo, soffocato. Inerme come una bambina, M.R. si copr il viso.
Ehi, signora, non si senta in colpa. Mar-ritt sta bene.  al sicuro qui. Fuori sarebbe sicuramente gi morta. Non  una brutta vita, guardano la TV, mangiano di gusto. Delle schifezze, ma a loro piacciono. Lo sa, signora, mi sembra di conoscerla. Per caso mi conosce, o conosce qualcuno della mia famiglia? Mi chiamo Di Plaksa.
M.R. scosse il capo. Si sentiva debolissima e non vedeva l'ora di uscire da quel luogo cos opprimente.
Diane Plaksa. Ho frequentato il liceo di Carthage, ho preso la licenza nell'84. Lei mi ricorda una ragazza che conoscevo.
M.R. fiss la donna. Un metro e sessanta, tarchiata e robusta, con i seni enormi, la faccia di una donna di mezza et, gonfia come quella di un bambolotto: era forse Diane, la figlia di Irene? La ragazza che era andata con Agatha e le sue amiche a far visita alle donne anziane per la missione di buon vicinato?
Diane! S, ti conosco. Sono Meredith Neukirchen, la figlia di Agatha.
Meredith Neukirchen. La figlia di Agatha. Lentamente, Di Plaksa rimugin quelle parole, masticandole come sassolini. Negli occhi si accese una fioca luce. Ohhh s. Mi sembra... s. Le amiche di mia madre ti chiamavano Merry. Mia madre  Irene Plaksa.
S rispose M.R. Me la ricordo, e mi ricordo di te.
Ma com'era cambiata Di Plaksa! Da ragazzina parlava con tale disprezzo di chi faceva del bene, aiutava le persone indifese; a dodici anni era cos dura di cuore da lasciare a bocca aperta Meredith. E ora faceva l'inserviente all'ospedale psichiatrico di Herkimer.
Difficile comprendere certe cose, pens M.R. Aveva dedicato la vita a coltivare l'intelletto, la capacit di analisi, eppure era costantemente disorientata.
Be', Merry! Anzi, Mer-deth.  davvero bello rivederti dopo tutti questi anni. Che strano, qui la gente si ritrova sempre, succede di continuo. Stai proprio bene... mi sa che non vivi pi qui, eh? Ho sentito che sei diventata insegnante, o qualcosa del genere,  vero? Di Plaksa la squadr, sempre in modo molto amichevole, ma adesso con un'espressione ammirata. Io sono andata via da Carthage, adesso vivo a Herkimer Falls. Ma non  lontano. Noi Plaksa non andiamo mai molto lontano.
Di Plaksa segu M.R. sino alla porta d'ingresso, e d'impulso l'abbracci, come fossero vecchie amiche.
Ehi,  stato bello rivederti, Mer'deth! Torna, eh? Magari la prossima visita andr meglio.
Come barcollando sui trampoli, M.R. corse verso la macchina, torn a Carthage e si gett sul letto esausta; dorm nove ore, fino a sera inoltrata, e stavolta n Konrad n Solomon disturbarono il suo sonno, come se sapessero dov'era stata.
Quella notte si riaffacci alla mente un ricordo.
Di quando era appena diventata rettrice, all'inizio del giugno 2002.
Di quando non si era ancora trasferita a Charters House.
Anche se ovviamente aveva gi cominciato a lavorare al rettorato, a Salvager Hall.
Di quando era cos felice, in maniera quasi dolorosa, piena di speranze.
E inquieta. Riconoscente.
Molto occupata. Non era mai stata cos occupata nella sua vita, ma aveva una piccola squadra di collaboratori e avrebbe imparato - doveva imparare (glielo aveva consigliato Leander Huddle, prima o poi avrebbe imparato, ed era meglio farlo al pi presto) - a delegare la propria autorit.
Altrimenti, l'aveva messa in guardia Leander, l'avrebbero mangiata viva.
Era stata invitata a un raduno di quelli che Leonard Lockhardt definiva facoltosi attivisti ex allievi dell'universit, che si teneva su uno yacht di quindici metri, di propriet del pi ricco di quegli ex studenti, una rilassante crociera al tramonto nelle romantiche acque increspate al largo di Mountak Point. La sorridente M.R. venne presentata alla moglie del proprietario dello yacht, una donna molto avvenente sui sessant'anni o poco pi, che al pari del marito era una nota filantropa, e che aveva squadrato M.R. senza la cordialit e l'ammirazione che le avevano riservato gli altri, dicendo con aria sospettosa: Lei? E lei chi sarebbe? Io voglio conoscere il nuovo rettore dell'universit.
La donna aveva occhi vitrei, lucenti. Vi si percepiva un'ottusit spaventosa. E la bocca dipinta di rossetto, con i denti in mostra, era atteggiata a una ostile incertezza.
Per fortuna M.R. era stata preavvertita - da Leonard Lockhardt, che quella sera l'aveva accompagnata - che alla signora Huston era stato di recente diagnosticato un principio di Alzheimer. Una vera tragedia, la signora Huston era ancora cos giovane, era sempre stata una persona molto vivace, appassionata, generosa e amabile. E cos M.R. non rimase affatto sorpresa, n sconvolta da quelle parole, anche se non pot fare a meno di sentirsi lievemente offesa.
Le persone che avevano assistito all'episodio erano a disagio per lei.
E cos riacquist la padronanza di s e, nel modo pi affabile possibile, anche se in realt era scossa, poich le sembrava di essere un impostore pubblicamente smascherato, rispose: Mi scusi, signora Huston, ma sono io la nuova rettrice dell'universit, e sono felice di essere sua ospite su questo splendido yacht.
Il giorno seguente - neanche stavolta disse a Konrad dove andava - M.R. si rec in macchina a Bear Mountain Road, alla periferia di Carthage. Da quella zona collinare si godeva un panorama di tutta la citt e del fiume serpeggiante: M.R. rimase sorpresa, da piccola non era mai salita lass.
La sua prospettiva era cos angusta, cos puerilmente limitata, da non sapere che gli Skedd vivevano su una collina!
Ma la casa degli Skedd ormai non esisteva pi. Dopo l'incendio, non era stata ricostruita sulle macerie che ricoprivano la propriet. Probabilmente il terreno non apparteneva a nessuno, o nessuno aveva voluto acquistarlo; una propriet del genere significava tasse da pagare, forse era quello il motivo.
O forse a Carthage si credeva, tra quelli che sapevano del terribile incendio in cui erano rimaste uccise otto persone, che su quella propriet gravasse una maledizione.
Lizbeth aveva confessato di aver dato lei fuoco alla casa. Li odiava tutti, aveva detto.
Aveva sedici anni. Ma l'avevano processata come fosse maggiorenne. L'avevano rinchiusa in prigione, e negli anni successivi M.R. non aveva pi pensato a lei, perch a certe cose  meglio non pensare, come veleni potenti da cui tenersi alla larga.
M.R. si copr gli occhi e la fronte con i palmi delle mani. Doveva calmarsi. Doveva placare i battiti che le risuonavano nel cervello.
Era passato tanto tempo. Il dolore, lo shock, la sofferenza: tanto tempo.
I resti della casa con i muri catramati che da bambina le pareva cos tozza e solida, come Floyd Skedd, erano un cumulo di rovine, quasi irriconoscibili. Tavole e assi bruciate e marce. E dappertutto vi erano cresciute sopra alte erbacce, e poi cespugli e alberi. M.R. se ne stava in mezzo all'erba alta, scacciando gli insetti. Sentiva ancora quel ronzio nella testa, dopo la visita a Herkimer. Sentiva ancora il suono della voce di sua madre, pi che una voce umana l'uggiolio allarmato di un animale, pervaso da una rabbia crescente. Chiuse gli occhi, e rivide la signora Skedd, con i gomiti aguzzi e fuori di s, che dava dei pugni a uno dei bambini pi grandi, urlando: Bastardi! Nessuno sano di mente vi avrebbe preso, solo degli idioti come noi, e adesso guarda! Ingrati.
M.R. sorrise. Aveva udito distintamente la voce della donna, e quella strana parola, ingrati!
E il tono canzonatorio e nasale del signor Skedd. Quell'uomo aveva messo dei soprannomi a tutti loro, ma Jewell non aveva mai sentito quello che aveva riservato a lei.
Bimba del fango non  male. Ecco la bimba del fango, quella l. Vedi? Quella che si succhia il dito.
E tutti e due gli Skedd dicevano: Non bisogna perdere la pazienza con quei bastardi. In casa loro quello era considerato un atteggiamento cordiale.
Si ricord che la signora Skedd le era corsa dietro, in giardino, per strapparla ad Agatha Neukirchen. Solo un attimo, per abbracciarla stretta. Oh merda, non voglio piangere, maledizione, questo  un giorno felice.
In quella calda giornata di luglio, M.R. vagava a passo incerto tra le rovine della casa incenerita alla ricerca di tracce della sua vita trascorsa l. Per scoprire se la bambina che vi aveva vissuto, la bambina affidata a Floyd e a Livvie Skedd, era proprio lei. Tra le assi di legno bruciate e marce c'erano blocchi spezzati di cemento, aguzzi, pericolosi se vi si inciampava.
Frammenti di vetro, un tavolo con il piano di formica completamente bruciato, oggetti di metallo cos arrugginiti da essere irriconoscibili: i resti di un letto, le molle del materasso. Ai confini della propriet cosparsa di macerie e immondizie si apriva una forra, e al di l un'area paludosa dove spogli tronchi emergevano dalla distesa acquitrinosa ostruita da alghe, simili a infantili disegni a pastello di un albero: diritti, informi, senza rami n foglie. Le piogge acide che per anni avevano flagellato gli Adirondack li avevano fatti morire.
Nella palude risuonavano strida isolate di uccelli, irriconoscibili. Un tempo il Re dei Corvi dimorava l, ora non pi.
Era profondamente commossa. Ma non l'avrebbe confessato a nessuno.
Pens: Anche qui la bimba del fango era amata.

La donna del fango incontra un amore perduto
Agosto 2003
La prima volta lo vide nello squallido ingresso dell'ospedale dei reduci di Herkimer, ignorando chi fosse. Il suo sguardo fu attratto dalla camicia di un bianco sorprendente, simile ad ali fluttuanti.
Quella camicia dal bianco immacolato - l'incarnazione del candore -, sembrava fuori luogo l. Le uniformi del personale dell'ospedale erano di un bianco ormai grigio e nell'aria stessa pareva aleggiare una mesta oscurit, come un cattivo odore che si diffondeva tutt'intorno.
L'uomo con la camicia bianca - M.R. non l'aveva mai visto, ne era certa - era un visitatore come lei e Konrad, ed era in compagnia di una stizzosa donna anziana che gli si aggrappava al braccio mentre si avvicinavano con estrema lentezza agli ascensori. Le pareva che sulla camicia bianca di cotone a maniche lunghe l'uomo portasse un cravattino. S, era cos. E poi indossava un paio di pantaloni eleganti, con la piega. Come Konrad, l'uomo calzava sandali Birkenstock, ma con dei calzini neri. In quella giornata calda e umida di fine agosto! M.R. not che l'uomo con la camicia bianca camminava accanto alla donna anziana con strana lentezza, come se avesse qualche problema di coordinazione motoria, o non ci vedesse bene; portava occhiali con la montatura di plastica nera troppo grande e vistosa per il suo viso affilato. Era alto e dinoccolato, con le spalle curve; poteva avere tra i quaranta e i sessant'anni, aveva capelli sottili e radi simili a soffioni, e modi esageratamente cortesi che tuttavia denotavano un'impazienza a malapena repressa. Un insegnante, un professore, pens M.R. Aduso all'autorit, per quanto un'autorit di scarso rilievo, insignificante.
M.R. esit, non voleva prendere l'ascensore in cui stavano entrando l'uomo con la camicia bianca e la donna anziana. Sperava che Konrad non avesse notato i sandali Birkenstock: bastavano quelli perch si lanciasse in una delle sue animate conversazioni con estranei, che per quanto cordiali si prolungavano un po' troppo e risultavano un po' troppo ilari.
Ma anche Konrad rallent il passo. Lui ed M.R. stavano portando al quinto piano delle ingombranti scatole di cartone colme di doni per i reduci, e l'ascensore, l'unico funzionante dei tre nell'atrio, era pieno.
Quella mattina Konrad era di buonumore, malgrado l'atmosfera deprimente che si respirava nell'ospedale dei reduci, o forse proprio per quello: Il difficile sta nel non farsi influenzare dalle circostanze amava ripetere. Il difficile sta nell'opporsi alle circostanze. Qualsiasi idiota sa essere allegro in un posto allegro, ma essere allegri in un buco infernale richiede coraggio morale.
Allegri! M.R. pens che il suo esuberante padre stesse esagerando.
Prima di condurla l, l'aveva avvertita che l'ospedale per reduci lungodegenti che sorgeva nella regione depressa degli Adirondack meridionali era chiaramente un luogo dove i reduci con disabilit permanenti venivano scaricati dalle famiglie che non volevano o non potevano prendersi cura di loro, e vi finivano anche quelli che una famiglia non ce l'avevano. Era una struttura fatiscente, con personale scarso e poco qualificato, tristemente nota nella zona, come la clinica psichiatrica statale di Herkimer, che sorgeva a meno di cinque chilometri da l; e proprio per questo c'era bisogno di volontari, che portassero indumenti smessi, scarpe, articoli da toeletta, libri, CD e apparecchi elettronici ancora funzionanti per quanto vecchi, come computer, cellulari, lettori CD e cuffie. E ancor pi importante era interagire in maniera costruttiva con i pazienti. Lo so, c' un aspetto sgradevole nel volontariato. Ogni atto caritatevole, ogni donazione implicano una dose di autocompiacimento, se non un certo masochismo. Ma Agatha sarebbe contenta di saperci qui. Sono certo che se potesse vederci ne sarebbe felice. Percepisco la sua presenza in questo posto, cio, sento che  con noi. Ci accompagna in macchina mentre veniamo qui a Herkimer. Ormai vedo la vita da entrambi i lati come dice quella canzone, non so di chi. Probabilmente avrai notato che tengo in macchina i CD di Agatha.
Quelle parole commossero e al tempo stesso turbarono M.R. Preferiva credere che in realt Konrad scherzasse quando diceva quelle cose, che parlasse, come diceva lui, poeticamente, cum grano salis.
Quando Agatha era viva, Konrad la prendeva in giro senza piet per i suoi gusti musicali:  un soft rock? Come fa un rock a essere soft?. A Konrad piaceva la musica classica dai toni maestosi: le roboanti sinfonie ottocentesche di Beethoven, Brahms, Mahler. E ostakovic. L'ascoltava a tutto volume, l'aria vibrava di virile drammaticit, di baldanza. Konrad sembrava davvero convinto che non si potesse esprimere in modo sobrio l'assoluto dell'esistenza.
Purtroppo la durata del volontariato  un po' come quella della panna: limitata. Vengo qui da un paio di anni, e spero di continuare a lungo, ma in questo breve periodo ho visto i volontari pi entusiasti, donne e uomini, apparire e scomparire all'improvviso, senza spiegazioni. Essere al servizio degli altri pu essere logorante. Le buone azioni sono una spina nel cuore.
Di chi  questa frase, pap?
Mia.
M.R. rise. Quella maledetta scatola di cartone le scivolava di mano, il bordo tagliente le stava graffiando la pelle morbida sotto il polso.
E poi aveva prurito alle caviglie e ai piedi, per i morsi delle pulci. Il povero Solomon malauguratamente aveva fatto amicizia, al parco, con un husky goffamente affettuoso, anche lui maschio e grosso, e cos era rimasto infestato. Konrad ed M.R. lo avevano immediatamente cosparso di una disgustosa polverina bianca e l'avevano liberato dalle pulci, che per erano saltate dal suo manto sui loro piedi e sulle gambe nude. Che incubo quei morsi e quel prurito! Si erano spalmati ripetutamente una pomata lenitiva, ma la sua efficacia, cos come la durata del volontariato, era molto limitata.
M.R. afferr pi saldamente la scatola di cartone. Conteneva indumenti usati puliti e ben piegati: camicie di flanella, pantaloni in poliestere, maglioni sfilacciati, pigiami enormi, biancheria intima e calze. Un guazzabuglio di calzini spaiati. E non mancavano mai almeno un paio di incongrue scarpe nuove ed eleganti da uomo, come se chi le aveva comperate fosse morto all'improvviso prima di poterci camminare.
Presero un ascensore in cui si soffocava e salirono al quinto piano, al reparto neurologia.
Come nel reparto ustionati, in neurologia erano ricoverati i pazienti con le lesioni pi gravi. Quando il cervello  danneggiato, a pezzi, manca la coordinazione negli arti, come in una marionetta senza fili.
Naturalmente certi casi avevano una prognosi favorevole, alcune operazioni di neurochirurgia riuscivano. Ma quei pazienti non rimanevano in ospedale, meno che mai in quello di Herkimer.
M.R. si fece coraggio prima di incontrare - di rivedere - la dozzina di reduci che erano in grado di comunicare con i visitatori, o che erano almeno in grado di rispondere; c'erano uomini dai venticinque ai settant'anni e oltre. La maggior parte era su sedie a rotelle, con menomazioni - inabilit - permanenti, visibili o no; a qualcuno, vittima di violenze indicibili, mancava un arto, altri erano sfigurati.
C'erano ciechi, sordi, muti. Alcuni erano semiparalizzati. Ma tutti avevano un colorito terreo per via dell'inesorabile illuminazione fluorescente dell'ospedale, e sembravano pi vecchi di quanto non fossero.
M.R. si sforz di non mostrare il suo turbamento. Provava una grande vergogna e un forte senso di colpa, per non essere mai andata in guerra.
Le sembrava incredibile che i reduci potessero perdonare quelli a cui erano state risparmiate le sofferenze toccate loro. Che riuscissero a sorridere a visitatori sani e robusti, con i volti senza cicatrici, le colonne vertebrali illese.
Tanti di loro avevano consumato la giovent facendo il servizio militare, se non la guerra. Il loro prezioso sangue era stato prosciugato per qualche oscuro, cinico, effimero fine politico a loro imperscrutabile, o che comunque, per le sofferenze cui erano sottoposti, non desideravano comprendere.
Konrad l'aveva avvertita che non doveva parlare di politica, mai.
E nemmeno delle guerre in corso in Afghanistan e in Iraq, mai.
Hanno bisogno di credere che le loro vite devastate abbiano un senso. Siamo qui per aiutarli, non per le nostre convinzioni politiche.
S, aveva mormorato lei. S, certo.
Era abituata agli ammonimenti del padre, che accarezzavano la sua pelle fragile e delicata come acqua calda.
Quando si  in un ospedale di reduci,  troppo tardi per parlare di politica.
Konrad continu, a voce bassa: Sfortunatamente, scopriamo troppo tardi ci che sappiamo. Come ha detto Goethe: La nottola di Minerva si leva in volo al crepuscolo.
In realt l'ha detto Hegel, pens M.R. Ma non si sarebbe mai sognata di correggere suo padre.
Era la loro quarta visita all'ospedale dei reduci. La prima volta era stata un'esperienza ardua, che l'aveva prosciugata di ogni energia, ma per certi versi anche entusiasmante. La seconda volta era stata meno difficile e impegnativa, tuttavia anche meno esaltante. La terza volta era tornata a casa con una martellante emicrania, una pulsazione nelle orecchie lancinante, quasi insopportabile.
Paventava quella visita. La mattina aveva saltato la colazione, non aveva appetito, aveva gi nelle narici l'odore dell'ospedale, un sentore di cibo rancido, sostanze fermentate e rifiuti.
Agatha ne sarebbe cos fiera. Agatha ricordava sempre che quando eri al liceo accompagnavi lei e le sue amiche. La luce chiara dentro di noi. Dio nei nostri cuori e i nostri cuori con Dio.
A ogni visita in ospedale M.R. temeva che per lei sarebbe stata l'ultima, e che avrebbe deluso Konrad. (E Agatha!) Perch a fine agosto sarebbe andata via per tornare all'universit - vero? - oppure, meno lodevolmente, avrebbe evitato di tornare in quell'ospedale perch non aveva abbastanza fermezza, coraggio.
Quando si recavano a Herkimer, come per un tacito accordo all'andata guidava lei, al ritorno Konrad. Dopo un'ora e mezza passata nel reparto di neurologia M.R. era troppo esausta per guidare e tendeva a addormentarsi seduta accanto al posto di guida, malgrado i CD soft rock di Agatha che andavano in loop.
Anche Konrad doveva essere stanco, aveva pi di settant'anni. Ma era troppo galante per mostrare una debolezza che avrebbe danneggiato altri.
All'inizio era stata ben lieta di accompagnare il padre a Herkimer, come anche di lavorare con lui all'Associazione Veterani di Carthage. Desiderosa com'era di compagnia, sarebbe andata con lui praticamente ovunque: da quando aveva avuto l'esaurimento nervoso ed era stata ricoverata, aveva scoperto di temere la solitudine.
Un vero quacchero non  mai solo. Dio dimora nei nostri cuori.
Eppure, quando Konrad non c'era, la casa di suo padre era quasi insopportabilmente vuota.
Chi sta sempre solo non smette mai di pensare, non spegne mai il cervello.
Non si pu passare la vita sempre a pensare...
Lui l'aveva messa in guardia. Non ne ricordava il viso, ma quasi ne sentiva la voce.
Un uomo senza volto. Una persona che aveva autorit. Ma non era Konrad, e nemmeno, ovviamente, il suo amante astronomo che bramava la solitudine, malgrado fosse di rado solo.
(Meno male, si disse M.R., che lei e Andre non erano mai stati insieme per lunghi periodi: Andre non le sarebbe stato fedele, cos come non lo era stato alla moglie.)
Quando si  al servizio degli altri, non si passa il tempo a rimuginare su se stessi. Almeno, questa  la teoria.
Mentre facevano il loro ingresso nel reparto lungodegenti di neurologia, M.R. si ricord che era stata l diverse volte, e anche che aveva sognato quel reparto, un sogno particolarmente intimo e strano.
Di recente aveva sognato di trovarsi l: cio, sapeva che il posto era l'ospedale dei reduci della contea di Herkimer, anche se in realt somigliava poco a quell'ospedale, e lei si stava... sposando?
Indossava una specie di abito da sposa di carta. Portava scarpe con il tacco alto e aveva le gambe nude. E... chi era lo sposo?
Nel sogno era stranamente felice. O almeno non era triste. Provava una sensazione di calore nel petto, all'altezza del cuore. Qualcuno ama la donna del fango. Finalmente. Era assurdo, il pi patetico desiderio di appagamento, chiaramente compensativo delle privazioni che viveva come donna; il tipo di fantasia spinta e indecente che, se fosse stata in analisi, non avrebbe mai avuto il coraggio di raccontare allo psicoterapeuta, l'orgoglio non glielo avrebbe permesso.
E la paura di essere smascherata, di finire sulla bocca di tutti. Di essere derisa, compatita.
Ciao, Konrad! E lei ... Margaret?
La caposala (una donna di mezza et) li accolse in tono aggressivamente allegro. M.R. non si sarebbe presa la briga di correggere la donna, ma Konrad precis seccamente: Meredith: mia figlia si chiama Meredith Neukirchen.
La caposala guard Konrad strizzando gli occhi, forse pensando che fosse una strepitosa novit, l'altezzoso vecchio gentiluomo con i baffi bianchi che teneva cos tanto al nome della figlia ormai adulta.
Be', salve, e benvenuti! Konrad e Mer'dith. Come potete vedere, stamattina nella sala ci sono volti familiari - vecchi amici di Konrad - e due facce nuove. Lo so, potete presentarvi da soli, ma questo signore ha un piccolo problema a parlare, quella che sentite  una elettrolaringe: vi presento il sergente Hercules Kropav di Castle Rock, un veterano del Vietnam, uno dei nostri ospiti di pi vecchia data, e questo signore  il caporale Shawn Barnburger... mi scusi, Barnbarger, di Tupper Lake, veterano della Guerra del Golfo, Operazione Desert Storm... nel 1991? 1993? (Mi hanno detto che adesso Operazione Desert Storm  un videogame, il preferito dei pi giovani, qui a Herkimer.) Quando  arrivato qui il caporale Shawn si allenava per i Giochi Olimpici Speciali, vi racconter certo delle sue sfide...
Si strinsero meccanicamente la mano. Konrad era allegro e chiassoso, era evidente che si divertiva. M.R. lo seguiva senza troppo entusiasmo, ma intuiva che, in quanto donna, aveva un vantaggio: tra tanti uomini lei era una novit.
Si udiva parlare. Si udiva ridere. Gli uomini sembravano contenti di vederla, quelli che potevano vederla. Ma anche gli altri parevano lieti, incuriositi e animati da una presenza femminile.
Ma si sentiva goffa, l in piedi, torreggiante sui pazienti seduti sulle sedie a rotelle.
Una sensazione di dja vu la travolse come una nausea.
E aveva prurito, come tante punture di spillo sulla pelle, soprattutto attorno alle caviglie: dovette resistere all'impulso di grattarsi violentemente con le unghie fino a sanguinare.
Mi scusi, lei ... Meredith?
Si guard intorno, e lo vide: l'uomo con la camicia bianca.
Lo aveva dimenticato. Non ci aveva pi pensato dopo che lui e la sua anziana compagna erano entrati nell'ascensore, tanto tempo prima, le sembrava.
E adesso lui le si stava avvicinando, solo, fissandola con sguardo interrogativo, con vivo interesse. La donna anziana non era l. In quell'ambiente grigio, la camicia bianca a maniche lunghe attirava l'attenzione come una vernice lucente.
M.R. aveva avuto l'impressione che quell'uomo si fosse fermato a guardarla, nell'atrio. Quando lei si era sentita male era corsa al bagno, al primo piano.
(Un attacco di diarrea, un conato di vomito, da cui a poco a poco si era ripresa, credeva. Aveva fatto scorrere l'acqua calda nel lavandino sporco e si era sciacquata la faccia paonazza, per quanto stranamente non priva d'attrattiva: come al solito, M.R. supponeva che nessuno potesse intuire la sua infelicit.)
Spero si ricordi di me. Lei era una delle mie studentesse di matematica pi brillanti al liceo di Carthage, sul finire degli anni Settanta.
Hans Schneider! M.R. non vedeva quell'uomo e non aveva quasi pi pensato a lui da oltre vent'anni.
Oh, s, certo. Il professor Schneider.
Lei ... Meredith?
S. Meredith Neukirchen.
Mi era sembrato di averla vista oggi nell'atrio, Meredith... Cio, l'ho vista ma non ero sicuro che... fosse lei. Dopo tutti questi anni...
Schneider allung goffamente la mano verso M.R.: lei non cap se per afferrargliela o per stringergliela; invece gliela prese tra le sue, facendola sbilanciare, tanto che quasi gli fin addosso.
Oh, mi scusi...
Mi scusi lei...
Si fissarono, stupiti. M.R. non riusciva a credere di avere davanti il suo ex professore del liceo, tanto era cambiato: nella maturit Hans Schneider appariva pi giovanile di quando era giovane. Il viso che lei ricordava stretto e poco attraente si era arrotondato, la fronte era meno rugosa, il naso meno prominente, anche se lo sguardo degli occhi fissi su di lei non era meno intenso. I modi un tempo cos aggressivi si erano addolciti. Il sorriso cos simile a un ghigno era scomparso. Perch aveva sempre trovato che assomigliasse a un corvo?
Visto attraverso la derisoria lente deformante degli adolescenti, il professore di matematica era stato bollato come un tipo strambo, brutto. M.R. avvert l'ingiustizia, di cui era stata sventatamente partecipe.
Comunque era evidente, l'ex insegnante di matematica sembrava ben poco abituato a improvvisi gesti di intimit. Probabilmente a ogni tipo di intimit.
Non ... sposata? O...
Hans Schneider si esprimeva in modo brusco, goffo. Il suo sguardo si pos sulla mano sinistra di M.R., sulle dita senza anelli. Lei avvert l'assurdit della sua complicata situazione: amava un uomo quasi del tutto assente dalla sua vita.
No, non sono sposata.
Nemmeno io... sono sposato. Non pi.
M.R. not quella precisazione appena mormorata: non pi.
Not l'espressione intensa sul viso del suo ex professore. Non aveva dimenticato la bizzarra proposta che le aveva fatto quando lei era una ragazza di sedici anni e lui un uomo di ventinove. Un contratto. Potresti aspettarmi. Facciamo un patto.
Com'era rimasta scioccata, allora! Eppure, nell'intimit del suo cuore, si sentiva profondamente commossa, lusingata.
Lei ha cambiato la mia vita, professor Schneider. L'ha resa possibile.
Davvero?
Mi ha incoraggiato a iscrivermi alla Cornell e non a una semplice facolt di scienze dell'educazione. Un'universit prestigiosa mi disse. Ho seguito il suo consiglio, ho vinto una borsa di studio alla Cornell... M.R. avvertiva nella propria voce una presunzione venata di malinconia. Sperava che Hans Schneider non le chiedesse cosa aveva fatto dopo essersi laureata alla Cornell, dove l'aveva portata la sua carriera: non aveva idea di cosa rispondere.
Lui sorrise, incerto. Come se a sua volta stesse pensando a cosa chiederle, e se fosse meglio evitare certe domande. Un istinto lo spingeva a tornare indietro, al remoto passato del liceo di Carthage, al tempo in cui si conoscevano.
Mi sembra di ricordare che  stata male, o sbaglio, Meredith? Nella primavera dell'ultimo anno di liceo.
M.R. rimase sorpresa da quella domanda, e dall'evidente tenerezza con cui era stata posta.
No. Assolutamente no.
Fu costretta a lasciare la scuola per diverse settimane...
M.R. rise, e protest: No! Non sono mai stata male, e di certo non sono stata assente per settimane. Ho conseguito la maturit quell'anno, nel '79. In realt ho ottenuto il voto pi alto.
Di nuovo quel tono presuntuoso e malinconico. I morsi delle pulci alle caviglie e sui piedi le prudevano, si sarebbe grattata a sangue.
Come se cercasse di ricordare quella straordinaria notizia, Hans Schneider aggrott la fronte, pensieroso. Ma naturalmente non poteva ricordare che Meredith aveva preso il voto pi alto, perch nella primavera del 1979 era sparito da Carthage.
Nella primavera del 1979 girava voce che fosse morto.
Be'. Forse mi confondo con qualcun altro...
Schneider si scus, ma con un'aria lievemente ostinata, come fosse convinto che Meredith si sbagliasse; comunque non aveva intenzione di insistere sull'argomento.
M.R. si stup: davvero Hans Schneider non ricordava cosa gli era successo a Carthage? L'esaurimento nervoso che aveva avuto, il crollo fisico e mentale, cos simile a quello subito da lei di recente.
Be', per ricordo perfettamente che in matematica andava benissimo.
Veramente, professor Schneider, lei mi disse che ero solo una brava studentessa, ma che non ero portata per la matematica.
M.R. arross come se avesse ancora sedici anni, e fosse sensibile al giudizio di quell'uomo.
Schneider protest: Assolutamente no! Sono sicuro di... non aver mai detto una cosa del genere.
Certo che lo disse. E naturalmente aveva ragione, professor Schneider. Me la cavavo con la matematica del liceo e con il calcolo elementare, ma non ero portata per la matematica. Aveva pronunciato la prima frase in tono di rimprovero, ma l'atmosfera tra lei e Schneider era tesa, le dava il capogiro; c'era un che di magico in quel loro punzecchiarsi; lei sentiva il cuore battere con un'assurda aspettativa, un infantile stupore: Possibile che accada una cosa del genere? Dopo vent'anni?.
Schneider protest: Per favore, non mi chiami professore, Meredith. Mi chiamo Hans.
Hans! M.R. si premette le nocche sulla bocca, per non ridere.
Be'... che c' di cos divertente?
Io... non saprei. Non lo so.
 una specie di... miracolo... o forse  una parola esagerata, diciamo coincidenza. Anzi, non  nemmeno una coincidenza. Voglio dire, il fatto che ci siamo incontrati cos, in questo posto orribile... Ogni tanto l'ho pensata, Meredith, dopo che andai via da Carthage, ma... non mi sembrava opportuno contattarla. E poi, il tempo passava... credo di averla dimenticata. Voglio dire, ho iniziato un'altra vita.
Ti sei innamorato di nuovo. Di una persona pi adatta. Certo.
M.R. parl in tono pi pacato. Dovette resistere all'impulso di toccare il polso di Hans Schneider.
Una cosa che ricordo delle nostre lezioni di matematica  come lei mi insegn a insegnare, Hans. Mi mandava alla lavagna a risolvere i problemi davanti alla classe. Ero molto timida, all'inizio... Mi sentivo cos goffa e imbarazzata! Ma lei mi ha dato fiducia in me stessa. Grazie a lei mi sono resa conto che avrei potuto fare qualcosa che non avrei mai immaginato di essere in grado di fare, e che avrebbe potuto piacermi.
Ah... per! Davvero? Pensavo... Speravo di ottenere quell'effetto. In qualche modo avevo l'impressione che avesse bisogno di conferme, che qualcuno le infondesse energia.  diventata insegnante? Adesso insegna?
Schneider le sorrideva, come se sperasse di non aver posto una domanda inopportuna. Di non aver commesso uno sbaglio. M.R. mormor di s, in modo da prevenire altre domande.
Per il momento non aveva intenzione di rivelare a Hans Schneider che aveva conseguito un dottorato di ricerca in filosofia a Harvard. N per ora voleva parlargli della sua carriera all'universit.
Comunque era un sollievo - per quanto si sentisse anche un po' offesa - che Hans Schneider fosse del tutto all'oscuro della carriera di M.R. Neukirchen, dei suoi piccoli trionfi e dei suoi piccoli disastri.
Forse in seguito. Se lo rivedr. Allora sar inevitabile.
Adesso dove vive, Meredith?
Schneider fece quella domanda in tono esitante. Come intuendo che a M.R. era capitata qualche disgrazia, dolorosa da rivelare.
Adesso? Per il momento, per quasi tutta l'estate, sar a Carthage, da mio padre.
Carthage! Chiss perch non avrei pensato... Schneider s'interruppe, come se la prospettiva di Carthage, il suono stesso della parola, gli risultasse incomprensibile. Da vicino, M.R. not che la camicia bianca di cotone che indossava quell'uomo non era fresca come sembrava, c'erano macchie di sudore sotto le ascelle. L'odore del suo corpo - di ansia mista a speranza - si mescolava al lieve sentore di urina e di disinfettante che inevitabilmente aleggiava nell'ospedale. Io... io andai via da Carthage, come forse sapr, e non ci sono pi tornato... Troncai ogni rapporto con i miei colleghi... L'insegnamento alle superiori non fa per i pusillanimi! Tornai a insegnare ai corsi di specializzazione a Boston e presi il dottorato di ricerca in matematica, sviluppando la tesi di laurea, quindi ho frequentato un anno di postdottorato a Penn, poi ho insegnato a Potsdam, in una sede distaccata della State University di New York, quindi a St Lawrence, a Canton, dove sono stato diciassette anni, sempre come professore associato e sempre sudando sette camicie sul mio progetto di ricerca iniziale, che avevo intrapreso quando studiavo per diventare insegnante, agli inizi degli anni Settanta! (Si  rivelato un vicolo cieco, purtroppo. Ma chi poteva prevederlo, quando iniziai? Nemmeno il mio tutor, un anziano professore emerito, che poi mor.) A volte mi sembra - specialmente qui in questo ospedale (ho accompagnato una vicina, una vedova,  venuta a trovare il figlio, poveretta, non ha nessuno che l'accompagni a Herkimer) - che la mia vita non sia mai realmente cominciata. Come se per qualche ragione fosse uscita dai binari, avesse preso una svolta sbagliata - una deviazione - e da un giorno all'altro, se sar attento e pronto, e non mi lascer andare alla disperazione, potesse ritornare al corso che avrebbe dovuto prendere. Schneider parlava in modo sempre pi concitato, in un tono che sembrava non usare da parecchio tempo; s'interruppe e si asciug il viso con un fazzoletto. (M.R. not che non era di carta, ma di stoffa.) (Oh, cosa significava? Che Hans Schneider non era una persona trascurata abituata a gettare via le cose, ma incline alla stabilit? Oppure che era uno scapolo pignolo di mezza et legato ad abitudini ineludibili, incapace di muoversi come un veicolo corroso dalla ruggine?) Adesso si era infervorato, le si avvicin cos tanto che M.R. fece istintivamente un passo indietro.
Meredith, mi chiedevo se posso chiamarla. Forse potremmo... se  a Carthage, vederci qualche altra volta? Naturalmente verrei io...
Non so... Non credo...
Abbiamo tante cose da dirci! Dopo tutti questi anni non pu essere solo una coincidenza - voglio dire, il nostro incontro di oggi, qui - anche se  un luogo di dolore.
S. Voglio dire, no...
Le prudevano terribilmente le caviglie. Ma non poteva chinarsi e grattarsi, mentre Hans Schneider parlava con tale passione. E poi era preoccupata, si era accorta che Konrad li stava osservando dall'ingresso. Suo padre era uscito dal bagno ma si era fermato di colpo vedendo la figlia in quella che sembrava una conversazione animata con uno sconosciuto... o forse non era tale. L'avveduto Konrad, a volte cos impetuoso e invadente, altre cos sensibile alla misteriosa complessit delle situazioni.
Le lascio il mio numero, Meredith, pu chiamarmi se vuole. Decider lei.
Hans Schneider disse quelle parole con grande garbo. Il sorriso adesso era un po' forzato, fisso. Gocce di sudore rilucevano sul viso, evidenziando gli impercettibili solchi sulla fronte, quelle strane rughe verticali che scendevano dall'attaccatura dei capelli e che parevano scomparse, ma che adesso invece erano riapparse. M.R. era profondamente commossa, le spuntarono le lacrime agli occhi. Avvert l'impulso di afferrare la mano del suo vecchio insegnante, di baciargli le nocche in un gesto di gratitudine.
Mi auguro - lo spero davvero - che possiamo incontrarci di nuovo. Che non passino altri vent'anni, eh?
Le diede il foglietto di carta su cui aveva appuntato con cura quel numero cos importante. M.R. lo ripieg e lo mise subito nella borsa, sperando che suo padre, dalla vista cos acuta, non l'avesse visto.
Certo! Grazie.
M.R. si volt, d'impulso. Temeva che Hans Schneider la stringesse in un goffo abbraccio: come avrebbe reagito se l'avesse fatto?
Mentre attraversavano il parcheggio rovente diretti alla macchina, Konrad osserv, rivolto a M.R.: Un corteggiatore con i sandali Birkenstock  il sogno di ogni padre per la propria figlia. Anche se porta i calzini, in pieno agosto.
Era la tipica battuta provocatoria e concisa di Konrad, quando voleva sorprendere. Perch da lui ci si aspettava di tutto tranne che la concisione.
M.R. rise. Una risata liberatoria. Si asciug gli occhi, non osando guardare in faccia il padre.
Assurdo! Hai gi dedicato la tua vita a un uomo.
 troppo tardi! Troppo tardi! Troppo tardi per un'altra follia.
La mattina dopo M.R. chiam il rettorato dell'universit.
La mattina dopo parl quasi un'ora e mezzo con il rettore facente funzioni.
Al termine della telefonata, senza pensarci, si gratt selvaggiamente le caviglie che le prudevano per i morsi delle pulci, i piedi e le gambe nude sino alle ginocchia, che sanguinavano da una dozzina di piccole ferite.

La donna del fango: le lune oltre gli anelli di Saturno
Agosto 2003
Inaspettatamente lui chiam.
Le disse con calma, sconcertato come se raccontasse un fatto in un universo in cui nessun fatto aveva pi rilievo o significato dell'infinit degli altri fatti: Alla fine mi ha sbattuto fuori. Mi ha chiesto di andarmene di casa.
E aggiunse: Sto male, cara Meredith. Sono merce avariata.
Lei non chiese cosa intendesse il suo amante astronomo. Non gli chiese se aveva una malattia mortale, e quanto avrebbe vissuto; non gli chiese se soffriva, e nemmeno se aveva bisogno di lei; senza esitare disse: Vengo da te.
Ma lui rispose: No, cara. Sar meglio che venga io da te, in qualche modo troveremo una soluzione ragionevole, per il momento.

La donna del fango scampa a un fulmine
La donna del fango salvata da un incubo
Agosto 2003
Meredith! Vieni a vedere!
Si avvicin con riluttanza. I temporali con i lampi le avevano sempre fatto paura, ed era piuttosto circospetta. Pensava a quanto fosse ironico essere colpiti da un fulmine per curiosit, una morte stupida.
Che ironia una morte simile, quando si  accanitamente attaccati alla vita.
E cos, con riluttanza, usc sul portico del retro, dove Konrad se ne stava a malapena riparato dalla calda pioggia scrosciante che sferzava il tetto, i pilastri, l'erba dell'aggrovigliato giardino di Agatha. Incantato come un bambino, suo padre osservava temerario il cielo notturno dove, sopra gli Adirondack, a chilometri di distanza, nubi cariche di pioggia erano rischiarate da lampi che parevano nervi recisi.
Scrosci di pioggia e il rumore di una lattina che rotolava: M.R. sobbalz al boato assordante di un tuono, e al silenzio che segu, simile a un cuore che ha cessato di battere.
Perch alcuni lampi non erano lontani chilometri, ma pi vicini, cadevano a Carthage, sulle colline prospicienti il Blake Snake River.
Non c'era bisogno di vedere il fiume, che scorreva a meno di un chilometro da l, per sapere che dopo un giorno di pioggia e con quell'acquazzone torrenziale le acque stavano rapidamente salendo.
Nell'aria si avvertiva un odore sulfureo, come di fiammiferi accesi. E un sentore d'autunno, che fece battere d'apprensione il cuore di M.R.
Non aveva detto a Konrad della telefonata di Andre della notte precedente.
Naturalmente gli aveva parlato della lunga conversazione avuta con il direttore amministrativo, che faceva le sue veci per quell'estate; e dell'altra conversazione con Leonard Lockhardt, che aveva seguito la prima.
Meredith, qui siamo perfettamente al sicuro! I fulmini sono quasi tutti lontani chilometri. Che spettacolo, come l'aurora boreale...
Uno spettacolo! Be', forse s, pens M.R., per chi apprezzava quelle cose.
Folli esplosioni nel cielo, arterie pulsanti, nervi scoperti, neuroni: chiudi gli occhi e quello spettacolo di luci sembra un aneurisma cerebrale.
Saggiamente, Solomon si era nascosto in casa. Accovacciato da qualche parte, con ogni probabilit nello scantinato.
Non ricordavo che ti facessero paura i temporali, da bambina osserv Konrad. Non fa parte delle mie memorie.
M.R. ci pens su: nemmeno lei lo ricordava.
Gli incubi s. Quelli li avevi.
Nel cielo si apr una fenditura, proprio sopra di loro, appena oltre gli alberi al limitare della propriet. M.R. lanci un gridolino e balz all'indietro verso la porta aperta, mentre il tuono assordante rimbombava in alto, quasi subito; Konrad sbatt le palpebre, sbarr gli occhi ma non si mosse.
Lei non aveva avuto il tempo di contare. Erano passati pochissimi secondi tra il lampo e l'assordante boato.
Prov la stessa angoscia di Agatha, quando Konrad agiva in maniera azzardata, rischiosa, pericolosa, suicida e (era l'accusa reiterata di Agatha) immatura. Come avrebbe disapprovato Konrad nel vederlo sui gradini del portico con un tempo simile. A piedi nudi, i calzoni e le gambe bagnati, anche se lui pareva non farci caso.
M.R. disse: Pap, ti ricordi l'amica bibliotecaria di Agatha, Crystal? Suo marito - credo fosse il marito - stava osservando un temporale sul portico di casa come te adesso, quando un fulmine ha colpito un pilastro a pochi centimetri da lui e le schegge lo hanno preso in faccia...
Assorto dallo spettacolo dei fulmini che solcavano il cielo, illuminando i giganteschi cumuli di nuvole simili a fregate, Konrad non le prest attenzione.
Almeno vieni qui vicino alla porta, pap! Alcuni fulmini stanno cadendo a meno di un chilometro... Il marito di Crystal rimase gravemente ferito, ha rischiato di morire...
Oh, non  mai successo, ne sono sicuro.
Che cosa non  mai successo, pap? Perch dici cos?
Le amiche di Agatha esageravano sempre. Soprattutto le sue colleghe bibliotecarie. Conducono vite troppo tranquille - represse - e sono circondate da libri - da storie -, cos ne inventano anche loro.
Era quasi mezzanotte. La bufera crebbe d'intensit, divenendo ancora pi fragorosa. Raffiche di vento sferzavano le foglie sugli alberi, vecchi cedri, platani, betulle che avevano urgente bisogno di una potatura, cosa che M.R. aveva in animo di fare. Un grosso ramo cadde pesantemente sul tetto d'assicelle da cui fluiva la pioggia che traboccava nelle grondaie ostruite dalle foglie. Era vero, la tempesta che infuriava era uno spettacolo affascinante, ci si aspettava quasi che il caos si scatenasse tra gli uomini. Mandando in frantumi il tetto, la casa, le abitazioni umane con tutti gli oggetti ciascuno col proprio nome. E dentro, al piano superiore, c'erano miriadi di crepe. Konrad ed M.R. avevano gi sistemato delle padelle entro cui le gocce d'acqua cadevano con gran frastuono come sassolini scagliati dall'alto.
Quel giorno, al picnic per la raccolta fondi organizzato da Konrad ed M.R. al Parco dell'Amicizia per l'Associazione Veterani di Carthage, la temperatura era arrivata a trentacinque gradi; adesso era precipitata a poco pi di zero.
Malgrado gli sforzi dei Neukirchen, padre e figlia, che avevano organizzato la raccolta fondi insieme alle mogli dei veterani, alle vedove, ai familiari e ai volontari - il lavoro di coordinamento che M.R. svolgeva cos bene - l'associazione aveva raccolto meno di cinquecento dollari, meno di quel che la stessa M.R. aveva donato all'organizzazione a nome di suo padre.
Comunque, era valsa la pena organizzare il picnic per la raccolta fondi. Almeno cos continuava a ripetere Konrad, e lei desiderava crederlo.
La fine di agosto. La fine dell'estate. Tra M.R. e suo padre era sottinteso: avrebbe lasciato presto Carthage.
Quando tornerai a casa, ricorda: sei venuta al mondo con un chiaro scopo, e quello scopo lo hai trovato nell'universit.
M.R. accenn un sorriso. Non voleva contraddire il suo adorato padre.
E ricorda: non devi lavorare troppo, non devi affaticare il tuo corpo, la tua anima. Non devi renderti schiava, come non faresti con gli altri. Devi essere la custode di te stessa.
M.R. sorrise di nuovo, in silenzio. Stava pensando che in fondo non sopportava di lasciare Carthage, e suo padre, che era come un amico ritrovato.
Eppure, naturalmente, doveva andare via. Se ne sarebbe andata.
Non devi pi rischiare!
La prossima volta crollerai definitivamente, non ti riprenderai pi.
Avrebbe invitato Konrad a farle visita, a fermarsi da lei. Avrebbe insistito.
 pi facile per entrambi rimanere a Carthage. Questa  la tua casa, qui non corri pericoli.
A Carthage aveva recuperato il sonno. Aveva recuperato una parte della sua anima sfilacciata. A dirla tutta era preoccupata - terrorizzata - all'idea che, tornando all'universit, sarebbe ripiombata nella pazzia cui era sfuggita per un pelo.
 molto difficile avere successo in un posto dove non si  amati nel modo pi profondo, intimo e indulgente.  difficile in ogni caso, ma senza quell'amore  quasi impossibile.
Eppure... Lo far! Devo farlo.
M.R. non palesava al padre quei dubbi. Come non gli disse dell'improvvisa svolta nella vita di Andre Litovik, in seguito alla quale adesso l'esistenza di quell'uomo sarebbe stata ancora pi strettamente legata alla sua.
Era sorprendente che Konrad, riprendendo un'idea di Agatha, avesse previsto quella svolta...
Con fastidiosa curiosit Konrad le aveva chiesto dell'uomo con cui l'aveva vista parlare a lungo, calorosamente, all'ospedale di Herkimer, l'uomo misterioso con i sandali Birkenstock, ma M.R., imbarazzata, aveva risposto in maniera evasiva: Oh, pap! Niente di speciale. Era un ex insegnante che diceva di ricordarsi di me.
Diceva di ricordarsi, o si ricordava?
M.R. rise. Anche se le battute di Konrad potevano essere pungenti come ortiche, o morsi di pulce, e irritare la pelle.
Era quell'insegnante che ha avuto un esaurimento nervoso, il tuo professore di matematica? Girava voce che quel poveraccio si fosse ucciso.
Oh, pap! No.
Come si chiamava? Steiner? Schneider?
Com'era avveduto Konrad, e che memoria! M.R. era piuttosto scossa, suo padre ricordava il nome di Hans Schneider.
Io... non sono sicura. Non me lo ricordo.
Non te lo ricordi? Quanti professori di matematica ci sono stati a Carthage che hanno tentato il suicidio? Cos'era, un posto di folli e di debosciati? Un covo di decadenti?
M.R. rise, ma non aggiunse altro. Era impossibile avere la meglio se si ribatteva alle provocazioni di Konrad, gi solo ribattere era come accarezzare un porcospino inferocito per ammansirlo. Ritenne che Konrad non dovesse sapere di Hans Schneider: non aveva intenzione di chiamarlo, come lui le aveva chiesto.
Non sapeva nemmeno se aveva conservato il numero di telefono. Forse era accartocciato nella tasca dei suoi pantaloncini color cachi.
Konrad torn sull'argomento della salute di Meredith. Adesso era preoccupato, cupo. Le disse che non c'era bisogno di essere quaccheri per sapere che dimorare nella luce era indispensabile per sopravvivere.
Ricorda, Meredith: ti sei sempre impegnata troppo, anche da bambina. Alle elementari! Digrignavi i denti nel sonno, ti facevi venire gli incubi, ti angosciava essere messa alla prova. Ti angosciava attraversare un ponte, perderti, saltare la scuola e rimanere indietro... Hai avuto incubi per anni.
Avevo degli incubi? Non me lo ricordo.
Agatha, che aveva il sonno molto pi leggero di me, ti sentiva gridare nel sonno e mi chiamava, correvamo nella tua stanza e ti svegliavamo: a volte avevi gli occhi sbarrati, ma era come se non vedessi niente. Eri terrorizzata, tremavi, non riuscivi a parlare. Noi ti abbracciavamo e ti raccontavamo delle favole, ti dicevamo che ti volevamo bene e che non ti sarebbe mai e poi mai accaduto nulla perch ti volevamo bene e alla fine ti rimettevi gi e ti riaddormentavi.
Non me lo ricordo...
Be',  meglio non ricordare, cara Meredith! Questo significa crescere.
Quella mattina, Konrad l'aiut a caricare le sue cose in macchina per tornare nel New Jersey.

La donna del fango a Star Lake
La donna del fango al belvedere
Agosto 2003
A met mattina era entrata nella contea di Herkimer percorrendo la vecchia statale che conduceva a sud e a est lungo il Blake Snake River. Il traffico si concentrava parecchi chilometri pi a sud, sull'interstatale parallela alla Route 41, cos la strada era relativamente deserta.
Dopo il temporale di quella notte l'aria era di una luminosit accecante. Il cielo di un intenso blu cobalto feriva gli occhi.
E il fiume! Scorreva turbolento, tracimando dagli argini, un turbine di spuma bianca che sommergeva in parte i detriti della bufera simili a proiettili.
La luce del sole si rifletteva sulle acque del fiume come frammenti d'uno specchio infranto, lo scintillio di migliaia di occhi.
Arrivederci, tesoro! Ti voglio bene.
E poi: Prometti di stare attenta quando guidi? Chiamami appena arrivi a casa.
Konrad aveva pronunciato quelle parole in tono allegramente esuberante, se per mascherare l'ansia, la preoccupazione, la tristezza, l'apprensione paterna, M.R. non poteva saperlo.
Lei aveva riso, asciugandosi gli occhi.
Certo, pap. Anch'io ti voglio bene.
Non avrebbe abbandonato un'altra volta sua padre, lo giur solennemente.
Konrad e Andre si sarebbero piaciuti molto, ne era certa. Che persona notevole avrebbe detto uno dell'altro. A M.R. pareva quasi di sentirli parlare ad alta voce.
Meredith, tesoro! Che persona notevole...
... che piacere averlo conosciuto.
Lei e Konrad non avevano impiegato nemmeno venti minuti per caricare le sue cose in macchina. Si era portata pochissima roba, e non aveva accumulato granch durante la permanenza a Carthage.
Con meticolosa tenerezza Konrad aveva appeso i vestiti di M.R. a grucce di metallo a loro volta appese ai gancetti sul retro dell'auto, mentre lei probabilmente li avrebbe gettati sul sedile. Konrad aveva trovato una grande sacca di tela di Agatha - con la scritta SETTIMANA DELLA BIBLIOTECA NAZIONALE - e l'aveva riempita di libri per lo pi appartenuti ad Agatha, che M.R. voleva portarsi via.
Sembrava una stranezza, un difetto caratteriale o addirittura un tragico presentimento che una donna dell'et di M.R. avesse accumulato cos poche cose che ritenesse indispensabili.
La vita  abbastanza piccola da entrare in un ditale! Gi.
M.R. aveva pronunciato quella frase a voce alta. Scoppi a ridere, rimanendo senza fiato; quell'osservazione le pareva arguta, oltre che sagace.
Eccitata e piena di apprensione com'era, fece attenzione a non superare i limiti di velocit. Anche se il traffico sulla Route 41 era scarso, di tanto in tanto dei veicoli le sfrecciavano accanto per sorpassarla: autocarri, camioncini, automobili del luogo. Dopo diciotto chilometri si sarebbe immessa sull'interstatale, e la I-81 l'avrebbe condotta verso casa tagliando quasi direttamente verso sud, con un tragitto di circa sette ore.
Il giorno dopo sarebbe iniziata la sua nuova vita.
La sua nuova vita, un mutamento radicale rispetto a quella vecchia.
Perch adesso era pi forte. Adesso era pronta, era preparata.
In lontananza si vedevano erte colline boscose. La foresta degli Adirondack che si estendeva all'orizzonte. Da bambina le batteva il cuore alla vista delle montagne: pendii coperti di boschi fitti, le cime pi alte avvolte nella nebbia; masse di sempreverdi striati da premature venature rosse, rosso-arancio, luminose foglie morte di alberi decidui che parevano stelle rosse di una remota costellazione. In quella regione la fine dell'estate giungeva all'improvviso.
Su una delle vecchie e malridotte cartine stradali di Konrad (che Agatha aveva invano cercato di ripiegare) M.R. aveva individuato Canton, nello stato di New York: era rimasta sorpresa nel constatare che era un centro cos piccolo, pi un villaggio che una citt, e nell'entroterra, non nei pressi del lago Ontario, come immaginava, n dello spettacolare fiume St Lawrence; la citt pi vicina era Ogdensburg, grande quanto Carthage.
La contea di St Lawrence si estendeva sino al confine canadese. Centosessanta chilometri a nord di Carthage.
Quella mattina, distratta e ansiosa mentre faceva i bagagli, aveva cercato il foglietto dove Hans Schneider le aveva scritto il suo numero di telefono, invano.
Aveva pensato: Se vuole chiamare al numero dei Neukirchen, a Carthage, lo far.
E anche: Non dipende da me. Non  una mia scelta.
Non aveva pi sentito Andre Litovik dopo la sconcertante telefonata di qualche giorno prima. Si chiedeva se fosse davvero andato via dalla casa di Tremont Street dove aveva vissuto cos a lungo: doveva essere molto difficile per una persona abituata a viaggi extragalattici intraprendere un vero trasloco, nel senso materiale del termine! I Litovik vivevano in una vecchia casa vittoriana color lavanda scuro con finiture e imposte lill, che aveva bisogno di una verniciata e di una risistemata, eppure, agli occhi affascinati della giovane Meredith che passava l davanti in bicicletta, rischiando in pi d'un occasione di essere vista dal suo amante (segreto), era uno spettacolo ipnotico, che la lasciava turbata. L viveva una famiglia, c'era un focolare domestico: con i bovindi, il tetto spiovente, i timpani ornati, e sul davanti un portico in parte nascosto dal glicine. Meredith, che aveva preso in affitto un piccolo monolocale, a un prezzo che le pareva sin troppo elevato, poteva solo immaginare quanto valesse una simile propriet nell'elegante quartiere di Cambridge nei pressi dell'Universit di Harvard. Eppure Andre accennava solo in modo vago e noncurante a quella spettacolare casa d'epoca, si sarebbe pensato che quell'uomo non vivesse in un luogo concreto, o persino visibile; si sarebbe pensato che quella casa fosse il regno esclusivo della moglie.
Le cose materiali non mi interessano. Spiacente!
La tipica osservazione altezzosa, pens M.R., di chi pu permettersi di non dover pensare alle cose materiali.
Per un attimo, prov una certa solidariet verso la donna che viveva in quella casa. Ma fu solo un attimo.
A rendere ancor pi incantevole la villetta, c'era un giardino sul retro, nascosto da un muro di pietra alto un metro e ottanta, ricoperto di edera sfilacciata; vi si poteva sbirciare dentro da un cancello semiaperto: Meredith aveva intravisto un bellissimo giardino autunnale in rovina.
M.R. non aveva mai messo piede nella casa di Tremont Street. Nemmeno in giardino...
Stava pensando a quello di Agatha. A come si era commossa quando ci era entrata, dopo la bufera notturna: sembrava fosse stato abbattuto a colpi di mazza e badile, eppure era ancora traboccante di fiori, macchie di phlox color cremisi, margheritine e rose sfiorite. E gambi di girasoli recisi, simili a spine dorsali spezzate, le grosse corolle tonde come volti bonari che pendevano piegate. Molti degli alberi pi vecchi si erano schiantati e il legno scorticato biancheggiava come midollo, ma quando lei aveva proposto al padre di fermarsi ancora un giorno o due per aiutarlo a ripulire il giardino dopo la tempesta, Konrad aveva risposto ridendo: Assolutamente no!.
Aveva detto:  ora che tu parta. Abbi cura di te! Ti voglio bene.
Non aveva raccontato a Konrad della telefonata di Andre perch non voleva pi parlare di quell'uomo con lui. Gli aveva rivelato gi troppo, gli aveva dato un dolore facendogli intravedere quanto sua figlia fosse vulnerabile, ingenua, nei rapporti con l'altro sesso.
Come se l'amore le fosse entrato nelle vene, una febbre virulenta. Come se non fosse ancora diventata immune.
Si chiese se la moglie di Andre gli avesse davvero chiesto di andarsene di casa, se l'avesse sbattuto fuori a calci. Si chiese se era possibile che Andre o la moglie fossero capaci di rompere una relazione che durava da decenni.
La moglie, il figlio. Il figlio malato.
Ovviamente Andre era profondamente legato alla sua famiglia. Forse quel legame non gli procurava pi gioia, ma era radicato in lui.
Non aveva forse detto una volta, con quel suo singolare atteggiamento meditabondo, in cui l'ironia contrastava con una sorta di rude sincerit, che anche se l'amore pu logorarsi con il tempo, un matrimonio che dura da decenni  come un groviglio di radici? In superficie l'albero sembra biforcarsi, ma le radici in profondit sono attorcigliate. Per M.R. la frase implicava che la sua relazione con lei era superficiale, frivola, in confronto a quella con la moglie.
Loro non avevano messo radici insieme, non avevano alcun passato in comune.
Il loro passato non si sovrapponeva. In realt M.R. sapeva pochissimo della vita del suo amante (segreto), come lui in pratica non sapeva niente della sua.
D'improvviso ebbe paura: Andre Litovik non sarebbe mai stato suo marito. Che idea!
D'improvviso ebbe paura alla prospettiva di vivere con Andre Litovik.
L'intimit tra loro non era mai stata messa alla prova. Ogni volta sapevano che avrebbero trascorso insieme un tempo limitato, una parentesi nelle loro vite cos diverse.
Sapevano che ciascuno aveva la propria vita: un rifugio al quale l'altro non aveva accesso.
Andre amava Meredith, ma quella giovane donna non era sua moglie, non era la madre di suo figlio (malato). L'amava - M.R. lo immaginava, temendo che fosse vero - per vendicarsi dell'altra donna.
Ma era un'ipotesi troppo prosaica, troppo riduttiva. Non le era possibile comprendere appieno quell'uomo, Andre era capace di provare le emozioni pi eccessive. Non le aveva detto: Sar meglio che venga io da te, in qualche modo troveremo una soluzione ragionevole, per il momento?.
Voglio crederci. Avere fiducia.
A un incrocio M.R. vide dei cartelli stradali crivellati di pallottole: ALEXANDRIA BAY, WATERTOWN, CASTORLAND.
Canton non era lontana da Watertown. A ovest di Watertown c'era il lago Ontario, il gigantesco mare interno.
E poi vide un cartello indicante le citt minori: lo svincolo per HERKIMER, SLABTOWN, SPARAG, STAR LAKE.
STAR LAKE 15 KM.
Star Lake! Solo quindici chilometri...
La Route 41 si era allontanata gradualmente dal Black Snake River. Ma se M.R. avesse imboccato la strada per Star Lake si sarebbe di nuovo trovata a costeggiare il fiume.
Ragionava: Ci sar un altro svincolo per la I-81, pi a sud.
Ragionava: Nessuno mi aspetta oggi. Stasera.
Il giorno seguente aveva una serie di appuntamenti a Salvager Hall, a partire dalle 8,30.
Il giorno seguente era il 1 settembre, tredici giorni dopo sarebbe iniziato il semestre autunnale all'universit.
In seguito avrebbe pensato:  stata una decisione meditata. Non una scelta impulsiva.
Cos svolt su Star Lake Road, una stretta strada asfaltata che attraversava una campagna boscosa alternata a terreni agricoli, o a ci che ne restava; lunghe, vaste colline di incomparabile, singolare bellezza, e a mezzo chilometro, prospiciente una collina, dove la strada cominciava a salire, si profilava un'ombra alata che piombava come un corvo gigantesco su di lei: l'ombra di una nube.
M.R. si chin mentre l'ombra sfrecciava sopra di lei.
Quindici chilometri per Star Lake. Ma la strada era tortuosa, serpeggiante. Alle pendici degli Adirondack non ci sono strade diritte.
Sul ciglio della strada e spesso anche sulla carreggiata erano disseminati rami spezzati di alberi, detriti della bufera della notte precedente. Pareva che nessuno fosse passato di l dopo la tempesta. Da una cunetta era straripata acqua fangosa e pozzanghere simili alle piaghe di un lebbroso avevano invaso la strada.
M.R. dovette scendere diverse volte dalla macchina per sgombrare la carreggiata dai rami divelti e poter proseguire. Ben presto cominciarono a farle male le mani per i cardi e le spine. La luce splendente del sole le procurava una certa ansia, ma anche eccitazione, curiosit. C'era un motivo se stava andando a Star Lake: l'abitazione catramata dietro la stazione di servizio Gulf, sull'autostrada. Assi nude ricoperte qua e l da rimasugli di linoleum, e un tavolo da cucina con il piano di formica, recuperato a una raccolta di beneficenza con sedie spaiate di finta pelle che, se l'uomo dai capelli a spazzola si innervosiva, scalciava facendole scivolare sul pavimento. E la grossa e profonda vasca da bagno tutta macchiata nel bagnetto grande quanto uno sgabuzzino. E alle pareti della casupola croci, crocifissi, immagini di Ges Nostro Salvatore, che lei da bimba vedeva senza vedere vedeva senza capire, che i suoi occhi guardavano senza capire, senza riconoscere, croci e crocifissi, Ges Nostro Salvatore: parole misteriose che le frullavano nel cervello come falene notturne attirate dalla luce. Solo che all'epoca, quando era Jedina (cos piccola! Priva di ogni volont), non aveva mai sentito parole quali croce, crocifisso, ne era certa.
Erano segni speciali di Dio, ammesso che sua madre avesse saputo riconoscere quegli oggetti.
Un paradosso: se conosciamo quel che non riusciamo a vedere perch non abbiamo un linguaggio per esprimerlo, non possiamo sapere di non averlo visto.
Era questo l'eterno problema dell'uomo, no? Lo sforzo di rimanere umani.
La strada asfaltata era cos tortuosa, cos piena di tornanti per seguire il paesaggio collinare, che M.R. non riusciva pi a capire quanto distava Star Lake, sapeva solo che, in pratica, non poteva tornare indietro: la carreggiata era troppo stretta, il canale straripante troppo vicino.
Il tentativo di conquistare la civilt. Di opporsi all'illusione. Persino il cumulo di fango sotto le tavole della civilt  un'illusione.
M.R. sorrise nervosamente. Era proprio cos, a quanto pareva: M.R. Neukirchen si era costruita una carriera (accademica) su paradossi del genere.
Naturalmente non poteva perdersi, finch rimaneva su quella strada in pessime condizioni.
Si trovava a meno di sette chilometri da Star Lake, calcol, quando attravers un ponte di tavole, non sul Black Snake River, da cui la strada si era di nuovo allontanata, ma su un torrente impetuoso e gonfio d'acqua. Nello specchietto retrovisore scorse (l'aveva visto, senza rendersene pienamente conto) un veicolo che avanzava.
Un camioncino a sponde basse, di un intenso blu scuro. E gomme enormi, che innalzavano il telaio a un'altezza impressionante.
M.R. rallent, accostando pi che pot sulla destra della stretta strada. Le erbe sul ciglio e gli arbusti graffiarono rumorosamente i paraurti e le fiancate della macchina.
Sembrava il rozzo disegno infantile del veicolo di un adulto, grande come un carro armato, blu scuro, che incombeva enorme sulla strada!
Il furgoncino procedeva pi veloce di M.R., sobbalzando e traballando sulle buche, schiacciando i detriti sulla carreggiata senza rallentare. M.R. sent un brivido di panico, il veicolo blu scuro sarebbe finito addosso alla sua macchina che era pi piccola, l'avrebbe tamponata, l'avrebbe schiacciata e vi sarebbe passato sopra come un cingolato.
M.R. procedeva lentamente, per farsi superare dal furgoncino. Ma il veicolo blu scuro aveva rallentato a sua volta e non la sorpassava, profilandosi cos gigantesco nello specchietto retrovisore che lei ne scorgeva solo una parte, un parabrezza che l'abbagli per via del sole, nascondendo alla vista il guidatore.
Pens: Perch non mi sorpassa! Che vuole da me!.
Il muso del furgoncino era a circa mezzo metro dal paraurti posteriore della sua macchina. Il conducente stava rallentando appositamente per andare alla sua stessa velocit. Voleva... molestarla? Era una specie di gioco? Il guidatore la conosceva, o credeva di conoscerla?
Si comportava in maniera scherzosa, nel modo rozzo e scanzonato degli uomini di quella regione.
O era una forma di galanteria? Il conducente avrebbe scortato M.R., una donna sola, su quella strada tenuta cos male che conduceva a Star Lake.
Voleva illudersi. Ma stava cominciando a sudare, era a disagio. Guard lo specchietto retrovisore. Dietro il parabrezza riusc a distinguere una figura, non distintamente; sembrava un uomo, il viso non si distingueva bene, aveva folti capelli scuri.
M.R. guidava con calma. Non acceler, nel tentativo di scappare.
Non puoi scappare! Devi avere fiducia.
La gomma anteriore destra rimase imprigionata in un groviglio di arbusti, costringendola quasi a fermarsi. Solo schiacciando l'acceleratore a tavoletta - in modo frenetico - riusc a liberare la ruota.
La macchina arrancava! Ma il guidatore alle sue spalle non dava segni di impazienza, n pareva deriderla. Anzi, M.R. aveva la sensazione - lo avvert guardando nello specchietto l'alone blu scuro - di essere protetta.
Che stupido errore, aver preso questa strada. Il conducente del furgoncino vuole assicurarsi che non capiti niente alla mia macchina, a me.
 qualcuno che mi conosce? Che mi ha riconosciuto?
Uno che sa che non  opportuno che io sia qui?
Si sentiva un forte odore di aghi di pino, di foglie marce e umide, di terra bagnata. L'acqua del canale colava sulla strada come pus e le ruote della macchina di M.R. vorticavano, slittavano e sbandavano.
Il furgoncino rallent, aspettando che la macchina di M.R. si rimettesse in carreggiata. Lei vide il volto del conducente attraverso il parabrezza, poi la luce del sole la abbagli.
Lo sposo della donna del fango! L'aveva seguita fin l.
Adagio, uno dietro l'altro, i veicoli procedevano lungo la stretta strada asfaltata, che cominciava a scendere verso il lago. Con sollievo, M.R. not delle cassette della posta ai lati della strada - stretti viottoli s'inoltravano nella boscaglia - e vide di sfuggita capanne di tronchi d'albero, casupole rivestite di carta catramata, roulotte arrugginite su blocchi di cemento. Attaccati agli alberi c'erano cartelli dal tono festoso: CAMPING L'ALLEGRO CACCIATORE, IL MIO CIELO AZZURRO, DAISY & MAC, SETTIMO CIELO, KAMP KOMFORT.
Non si vedeva un'anima. Solo veicoli parcheggiati. Se M.R. fosse stata in pericolo, non si sarebbe arrischiata a lasciare la macchina sulla strada, infilandosi in qualche viottolo per gridare aiuto.
Pens: Ma quell'uomo non vuole farmi del male. Non  sua intenzione.
Pens: Se avesse avuto questa intenzione, mi avrebbe gi fatto del male.
Entrando nel villaggio di Star Lake, M.R. guard lo specchietto retrovisore e con sua sorpresa si accorse che il furgoncino blu scuro era sparito.
Il guidatore doveva aver svoltato in una strada laterale. Oppure in qualche viottolo.
Evidentemente abitava a Star Lake. In qualche costruzione nei boschi. Non stava seguendo M.R., ma solo tornando a casa.
M.R. prov sollievo e insieme delusione. Il cuore cominci ad accelerare alla prospettiva di... non lo sapeva.
STAR LAKE VILLAGE
AB.475
La stazione di servizio Gulf non c'era pi, al suo posto c'era un autonoleggio e dietro, lungo un ripido pendio, in mezzo a un campo falciato male, un piccolo bungalow in finto cedro che sembrava verniciato di gommalacca, lucente come se gli avessero dato la cera. Sparsi per il vialetto c'erano dei giocattoli, un triciclo e un camioncino. Proprio di fronte alla casa c'erano dei filari di piante di pomodoro, curve per il peso, danneggiate dal recente temporale. M.R. parcheggi in cima al vialetto, incerta sul da farsi, perch evidentemente quella costruzione non era la tozza casetta rivestita di carta catramata dove Marit Kraeck viveva nei primi anni Sessanta.
E cos i segni speciali di Dio erano scomparsi.
Sulle finestre dai cardini allentati, strisce di poliuretano simili a pelle scuoiata sbattevano al vento. Dall'esterno sembrava che gli interni della casetta stessero venendo fuori.
La grande vasca macchiata dai piedi ad artiglio nel bagno puzzolente. Il gioco del solletico! A un tratto M.R. ricord.
Sorrise, confusa. Sulla fronte aveva cominciato a pulsarle una vena, un battito ammonitore, come quando, sulla scala sul retro di Charters House, aveva capito di aver commesso un errore, eppure, come una sognatrice prigioniera di una trama non sua, aveva continuato.
L'uomo dai capelli a spazzola che giocava con Jewell, e con Jedina, al gioco del solletico.
La crostatina di ciliegie, tolta dall'involto di carta oleata. Il ripieno dolce e appiccicoso di ciliegie, la pasta farinosa, cos squisita che a M.R. venne l'acquolina in bocca. Si era nascosta sotto i gradini, in una sorta di... ripostiglio? di magazzino? con le ginocchia raccolte al petto.
Avvolta in qualcosa come un asciugamano, o un lenzuolo...
Lui, l'uomo dai capelli a spazzola, le aveva fatto il bagno con tanta delicatezza. Ma forse non era suo padre.
Strano, M.R. non pensava mai a suo padre - non rifletteva mai sul concetto stesso di padre - come se fosse una galassia remota, oltre la sua capacit d'immaginazione e comprensione.
Potrebbe essere ancora vivo. E abitare qui.
Se ne stava goffamente in piedi nel vialetto, stringendo le chiavi della macchina. Dietro una porta a zanzariera nel bungalow in finto cedro comparve una sagoma.
Si ud una voce femminile, apparentemente cordiale ma dal tono diffidente.
Salve, cerca qualcuno?
S, grazie. Sto cercando...
M.R. non sapeva che nome dare. Aveva il viso fastidiosamente sudato, i capelli erano usciti dal foulard in cui, quella mattina presto, li aveva avvolti. (La sua chioma dal taglio alla moda nel periodo trascorso a Carthage era cresciuta disordinatamente, ma non osava tagliarla da sola con le forbici, come faceva Konrad.) Per il lungo tragitto in macchina verso casa aveva indossato dei pantaloncini sgualciti e una maglietta verde pappagallo dell'Associazione Veterani di Carthage che aveva bisogno di una lavata. Si chiese se sembrava una pazza, un'ubriacona, o la vittima di un brutto trauma, di un'aggressione.
La donna dietro la zanzariera aspettava una risposta. Le si era avvicinata una figura pi piccola, un bambino.
Con difficolt, come tirando su da un pozzo profondo un secchio d'acqua, M.R. disse: ... una famiglia di nome Kraeck.
Krae-chek? Non mi sembra di conoscere nessuno di nome Krae-chek.
Forse... non lo pronuncio correttamente. Dovrebbe avere solo una sillaba, Kraeck.
La donna chiam qualcuno all'interno. In risposta arriv un grido che M.R. non ud distintamente.
Pu provare in citt. Sul lago ci sono un sacco di case pi vecchie, gente che ci vive tutto l'anno, o  qui da trenta, quarant'anni. Anche noi ci viviamo tutto l'anno, ma soltanto da cinque anni circa. Krae-chek, Krick, non conosco questo nome.
M.R. ringrazi la donna. Il lucente bungalow in finto cedro, i giocattoli nel vialetto, l'erba falciata male e il ripido pendio... M.R. riconobbe solo il vialetto in pendio, ma lo ricordava sterrato, non di ghiaia.
M.R. torn in macchina e percorse il villaggio di Star Lake fino al lungolago, oltrepass bungalow e cottage pi grandi e lo Star Lake Inn & Marina. Sul lago, un rombo di fuoribordo. Suoni violenti come calabroni impazziti. Fu uno shock, il meraviglioso Star Lake avrebbe dovuto essere silenzioso.
Altro shock, nulla le sembrava familiare. Eppure molto probabilmente n Jewell n Jedina avevano mai visto il lago, poich vivevano in una casa fatiscente a un chilometro e mezzo di distanza.
M.R. si ferm a fare il pieno in una stazione di servizio accanto a un negozio di alimentari e casalinghi. Il benzinaio era un ragazzo tarchiato sui diciott'anni con denti da coniglio e palpebre pesanti. Le braccia muscolose erano sporche di grasso e portava un berretto da meccanico con la visiera all'indietro. Intuendo che M.R. era una donna con qualche problema, pi o meno dell'et di sua madre, ma con cui non aveva nulla a che fare, la ascolt mentre lei balbettando gli chiedeva l'informazione, poi rispose con una scrollata di spalle: Forse s, c' un Kray-chek da qualche parte, ma io non lo conosco. Non vive qui vicino.
Nel negozio M.R. compr una lattina di gassosa tiepida. Alla giovane commessa chiese se conosceva una famiglia - o una persona - di nome Kraeck e la donna rispose, corrugando la fronte, Chi, un uomo?.
S. Potrebbe essere un uomo.
Di che et?
Dovrebbe essere sulla settantina, forse.
La donna la fiss con sguardo vitreo: lei aveva poco pi di trent'anni.
Non so come aiutarla, signora. Magari potrebbe provare...
M.R. la ringrazi e usc dal negozio. Credeva sempre pi alla possibilit - alla probabilit - che il suo padre biologico fosse ancora vivo e abitasse in quella zona. Se fosse riuscita a trovare qualcuno che aveva conosciuto sua madre negli anni Sessanta... Ma si parlava di oltre quarant'anni prima.
Lo Star Lake, venticinque chilometri circa di circonferenza, era uno dei laghi meno turistici degli Adirondack, e si trovava in una zona pi depressa di Lake Placid, Tupper Lake, Saranac. Il villaggio sorgeva all'estremit meridionale del lago che, sulle cartine, pi che a una stella somigliava a una fiamma verticale, diritta. Le sponde frastagliate erano per lo pi selvagge, ma era costeggiato da una specie di strada e a M.R., ora perfettamente calma, venne l'assurda idea di percorrerla tutta, di fermarsi a ogni bungalow, a ogni cottage, a ogni roulotte, per chiedere di suo padre. (Ma come si chiamava suo padre? Non Kraeck.) Sent una vertigine, un'eccitazione. Avrebbe potuto girare in eterno attorno allo Star Lake, negli Adirondack meridionali, in cerca del suo padre perduto, perch il perimetro di una figura geometrica non ha fine.
Pens: Sto crollando. Devo salvarmi.
Basta.  troppo. Ce l'ho un padre.
Gett la lattina di gassosa tiepida in un bidone dell'immondizia. Torn in macchina e attravers Star Lake diretta verso la Route 41 est, che in mezz'ora l'avrebbe portata sulla I-81.
Pens: Non cercare di capire perch ti  successo quel che  successo e nemmeno cos' successo. Devi solo convivere con ci che ti resta.
Al belvedere sulla I-81 si ferm per andare al bagno.
Il belvedere era una penisola elevata di terreno roccioso che dominava la valle del Black Snake River a est di Sparta. Volgendo lo sguardo a nord M.R. riusc a identificare il monte Marcy, il monte Moriah, la Thunder Bay Mountain, le cime degli Adirondack che si dissolvevano nella nebbia. Era un panorama mozzafiato; non ci si stancava mai di guardarlo. Non si riusciva a distogliere gli occhi.
Sotto, pi vicino all'autostrada, c'era una piccola area picnic, con tavoli consunti dalle intemperie, grill, bidoni dell'immondizia straripanti di rifiuti; sul sentiero che portava al belvedere la spazzatura gettata nella boscaglia formava una filigrana simile a un merletto sporco.
Senza che se ne accorgesse si era fatto tardi, erano quasi le tre del pomeriggio. A Star Lake aveva perso tempo prezioso. Eppure rimase a lungo china sul parapetto del belvedere, tremante. Il vento freddo e umido le scompigliava i capelli. Il cielo era screziato, marmorizzato, con chiazze di sole simili a fiammiferi accesi che apparivano e sparivano, un chiarore improvviso che di colpo svaniva. L'aria era gi autunnale, il sole pi basso.
L'avvolse una malinconia quasi piacevole, ma anche un senso di aspettativa; aveva fatto bene a lasciare Carthage. Era fiduciosa che Andre Litovik sarebbe tornato da lei, come aveva promesso. Doveva decidersi a non fuggire da lui, a non sentirsi cos insicura di fronte alla forte personalit di quell'uomo. Doveva dirgli chiaro e tondo, con franchezza, che sarebbe stata lei a scegliere lui. E non, com'era successo per tanti anni, lui a scegliere lei.
Salve, signora!
Una voce bassa, inquietantemente vicina, e familiare.
M.R. si guard intorno, spaventata. Credeva di essere sola nella piazzola di sosta, a parte una famiglia - dei giovani genitori, con due bambini - nell'area picnic sottostante. Era sicura di non aver visto altre macchine. Invece scorse un ragazzo allampanato, dalla pelle sporca, di un'et indefinibile - sui venticinque anni o pi - che avanzava dinoccolato sul sentiero a meno di tre metri da lei. Quel Salve, signora! era suonato come una specie di mormorio allusivo, una carezza lungo la schiena e le spalle di quella donna sola.
Il ragazzo le era comparso alle spalle cos silenziosamente che pareva spuntato dal ripido sentiero roccioso.
I capelli irti di gel sembravano tinti di un innaturale color caramello. Nei vivaci occhi arrossati riluceva un'allegria ironica. Indossava una maglietta nera sbiadita con le maniche tagliate e l'immagine scolorita di un personaggio dei fumetti, un supereroe.
I jeans sdruciti somigliavano a quelli di marca tanto amati dagli studenti universitari, sbiaditi alle ginocchia, logori e rattoppati nei punti strategici. Ai piedi aveva i resti consunti di quelle che sembravano costose scarpe da jogging. Al polso sinistro un tatuaggio sbaffato dell'aquila americana.
Dev'essere uno che ha abbandonato gli studi pens M.R. Ma di un'altra epoca.
Not un luccichio nei suoi occhi, come se l'avesse riconosciuta. Lei per non l'aveva mai visto, ne era certa.
Come butta, signora...
Assumendo un'aria compunta e vagamente distratta, M.R. cerc di ignorare quel saluto insolente. Cap che era meglio non fissare il ragazzo dalla pelle sporca, come si sa che non bisogna fissare gli animali selvatici minacciosi.
Mi scusi, per favore.
M.R. si volt per riprendere il sentiero che scendeva verso l'area picnic. Ma il ragazzo dalla pelle sporca non si scans per farla passare.
Mi ha sentito, signora?
A quel punto era difficile non guardarlo. Eppure M.R. cerc di evitare i suoi occhi.
Pens che la famigliola era l sotto, seduta a un tavolo da picnic. Non era sola su quel sentiero e non correva alcun reale pericolo.
Ha la macchina, signora? Mi pu dare un passaggio?
Non credo che...
Dove va cos di fretta, signora?
Aveva il viso di un giovane invecchiato. Pi che sporca, la pelle sembrava scolorita, macchiata. M.R. si chiese se era... truccato. O se si era spalmato un sottile strato di fango sul viso e sulle braccia, per allontanare gli insetti. Si sentiva stordita, disorientata. Decisamente c'era qualcosa che non andava, ne era certa.
Il sorriso del ragazzo affettava un rispetto sincero.
Posso guidare io, signora. Ho l'impressione che le serve una specie di autista. Posso aiutarla, magari deve andare lontano, da sola, e le viene l'ansia, a stare da sola. E poi lavoro con le macchine, signora, mi intendo di motori. Mi intendo di tutto quello che c' dentro le cose, cazzo.
Il sorriso si accentu, mostrando un'eccessiva intimit. Aveva denti piccoli, giallo-grigiastri, radi. E quegli occhi, cos familiari. M.R. lo fissava indifesa, alzando appena lo sguardo, senza accorgersene.
Il ragazzo dalla pelle sporca era pi alto di lei di parecchi centimetri. Aveva spalle larghe come ali ma il petto era incavato, la vita e i fianchi stretti. Si sarebbe detto, guardandolo, che avesse una gamba pi corta o meno sviluppata dell'altra, anche se forse non era cos. Pareva rachitico, anche se in modo latente, non visibile.
Da dove viene, signora?
Devo... devo andare. Mi scusi, la prego...
Io sono di Massena. Sa dov' Massena?
S, M.R. sapeva dov'era Massena.
Un cesso di posto. Finch ci stai infognato non te ne rendi conto.
M.R. stava cercando di capire se poteva oltrepassare il ragazzo col rischio che la toccasse, che le si avvicinasse.
O era meglio indietreggiare, scavalcare il guardrail e tentare di raggiungere l'area picnic sottostante, scivolando lungo il ripido pendio ghiaioso? Un cartello intimava PERICOLO, NON AVVICINARSI AL DIRUPO, ma poteva evitare lo strapiombo rasentando a sinistra lo stretto pendio, che digradava fino al parcheggio, una dozzina di metri pi in basso.
Non era una buona idea rimanere in quel remoto punto panoramico da dove uno sconosciuto, se gli veniva il ghiribizzo, poteva spingerla gi.
Lei sembra una donna buona e generosa, signora. Non come quei bianchi egoisti che non fanno salire gli autostoppisti di un'etnia diversa dalla loro.
Un autostoppista! Ecco perch sotto non aveva visto altre macchine.
Anche in questo cesso panoramico. Gliene frega un cazzo se muori di fame. Non te ne rendi conto, signora, finch ci stai infognato, e da un sacco di tempo.
Diede un colpo di tosse roco, in modo teatrale, come per sottolineare quella sparata.
M.R. sorrise cautamente. Era nella sua natura provare comprensione, non ignorare le richieste altrui anche quando, come suggeriva il buon senso, si trovava in pericolo.
Sorride, signora? Sta ridendo di me? Non  carino.
Non... non sto ridendo...
Non  che avrebbe qualche spicciolo da darmi?
No, mi spiace.
Le spiace di non avere spiccioli, o le spiace di non darmeli? Eh, signora?
A M.R. venne un'idea. Potresti dargli qualcosa! Qualche dollaro. No. Sarebbe un errore. Prender quello che gli dai e ti toglier il resto con la forza.
M.R. sorrideva, scioccamente. Cercava di capire se la famigliola era ancora l sotto, lungo la collina. Se c'era un'altra macchina laggi, nel parcheggio, non l'aveva notata. O forse c'era solo la sua.
Avrebbe tanto voluto chiamare suo padre. Chiamare Andre.
Era un errore stare cos spesso da sola. Quando si  soli,  molto pi facile essere cancellati dalla faccia della terra, essere annientati.
Come se indovinasse i pensieri confusi di M.R., il ragazzo esclam, con improvvisa veemenza: Signora! Non corre nessun pericolo, cazzo! Verr in macchina con lei e mi comporter da amico. Mi sembra tutta sola e senza marito, eh? O magari  scappato, o  invecchiato ed  morto. Succede in continuazione, signora. Il ragazzo dalla pelle sporca rise come se avesse fatto una battuta audace.
Fingendosi calma, M.R. stava considerando il guardrail l vicino, alto poco pi di mezzo metro. Se fosse riuscita a scavalcarlo velocemente, prima che il ragazzo dalla pelle sporca la afferrasse, si sarebbe lanciata gi per la collina; ignorava quanto fosse ripida, ma ci avrebbe provato; da bambina, quando viveva dagli Skedd, si era cacciata in simili imprese all'apparenza disperate senza mai ferirsi, almeno non gravemente. E se un'altra macchina era entrata nel parcheggio sottostante, o la famigliola era ancora l, qualcuno l'avrebbe sentita gridare aiuto, e il ragazzo dalla pelle sporca non avrebbe osato seguirla...
Pu darmi qualche dollaro, signora? Per lei qualche dollaro non  niente. Anzi, pu darmi tutti i soldi che ha e le chiavi della macchina, signora? Non importa se  un cesso, quando si ha bisogno non si pu fare gli schizzinosi. O me le d lei, signora, o me le prendo io.
Anche se si aspettava che il ragazzo dalla pelle sporca la aggredisse, M.R. parve colta completamente di sorpresa quando lui lo fece. Si mise a gridare, lottando, pi furiosa che spaventata; dagli Skedd aveva imparato a difendersi, anche quando era inutile, perch, non doveva dimenticarlo, arrendersi  l'errore pi grande, non bisogna mai arrendersi. Sentiva l'odore selvatico e disgustoso del suo aggressore, un odore pungente, animalesco, mentre lui la colpiva, cercando di strapparle la borsa; naturalmente, se voleva solo quella, lei avrebbe dovuto cedere, ma non lo fece; si rifiutava; gli sferr un calcio alla cieca mentre lui la strattonava per farle perdere l'equilibrio, tirando la tracolla della borsetta. Quando lei si volt per fuggire, lui la afferr, per i vestiti, per il braccio destro. M.R. pens: Finir qui? In questo modo?.
Maledetta puttana! Dannata schifosa fottuta puttana! Perch cazzo dovresti vivere, maledetta cagna, e noialtri no?
M.R. stava quasi per inciampare nel guardrail. Era in ginocchio, ma riusc a raddrizzarsi, poi si mise a correre lungo la collina, scivolando per il pendio; per poco non si slog la caviglia: se solo si fosse messa scarpe pi robuste! Si sbucci il ginocchio, si strapp i vestiti, ma non sentiva dolore, nemmeno si accorse del rivolo di sangue che le scorreva lungo la gamba.
La collina era quasi a strapiombo. Solo un bambino spericolato avrebbe potuto lanciarvisi ruzzolando senza farsi male. M.R. si aggrappava ai cespugli e agli arbusti per frenare la caduta mentre in alto, chino sul guardrail, il ragazzo dalla pelle sporca la derideva: Signora! Quello s che  pericoloso, signora! Si romper il collo, signora! Si fracasser la testa!.
M.R. scivolava gi per la collina provocando una piccola valanga di ciottoli e fango secco. Il ragazzo dalla pelle sporca si stava dirigendo lungo il sentiero, tortuoso e non diritto, perch non osava seguirla; lei sapeva che, malgrado la sbruffoneria, aveva una gamba rigida, e camminava con le spalle curve. Con un ultimo sforzo, M.R. corse zoppicando fino alla macchina che aveva lasciato aperta - per fortuna! - anche se Andre la rimproverava spesso quando lo faceva, sbadatamente; quella volta era stato un bene. M.R. si fiond nell'auto, chiuse gli sportelli, infil la chiave per accendere il motore proprio mentre il ragazzo dalla pelle sporca sopraggiungeva zoppicando verso di lei, urlando e agitando le braccia. M.R. si accorse che la famigliola se n'era andata lasciandola sola, e disperata spinse a tavoletta l'acceleratore mentre la macchina balzava in avanti; il ragazzo dalla pelle sporca continuava a deriderla e a inveire, fermo a gambe larghe sulla traiettoria della macchina; aveva tutto il tempo di spostarsi, invece rimase l, con aria di sfida, rifiutando di muoversi, il paraurti anteriore sinistro lo colp, non forte, ma abbastanza da scagliarlo di lato, mentre la macchina lo superava a tutto gas; il suo esile corpo fu spinto e scaraventato da una parte come una bambola di pezza, ed M.R. pens: L'ho ucciso? Cosa ho fatto?, ma il ragazzo dalla pelle sporca si rimise in piedi barcollando e cercando di correre dietro la macchina, ma era debole. Alz il viso, ridotto a una maschera di sangue perch aveva sbattuto a terra, l'espressione stupita e furiosa, ed M.R. ag d'istinto, senza esitazioni, in fretta e furia fece retromarcia, gir la macchina con una serie di abili e convulse manovre, fece inversione, a tutta velocit usc dalla piazzola di sosta del belvedere e in pochi secondi imbocc la I-81 ansimando, quasi singhiozzando, eppure pensando euforica: Non lo sapr nessuno. Mai nessuno.
Al crepuscolo arriv all'universit.
...
.
...
FINE.